Dall’inizio del 2026, la politica estera statunitense ha assunto la forma di uno stato d’eccezione internazionale: Washington sospende il diritto quando esso limita la propria egemonia e colpisce Venezuela, Iran e Cuba per contenere la crisi del proprio dominio globale.
La politica estera degli Stati Uniti sotto la guida di Donald Trump non può essere interpretata soltanto come una successione di crisi regionali, né come il prodotto contingente di un’amministrazione più aggressiva delle precedenti. Gli attacchi contro il Venezuela, la guerra contro l’Iran e la nuova stretta contro Cuba devono essere letti come parti di una medesima configurazione strategica: il tentativo di imporre su scala internazionale un Ausnahmezustand, uno stato d’eccezione permanente, per dirla con Carl Schmitt, nel quale Washington si attribuisce il diritto di sospendere unilateralmente le norme del diritto internazionale ogni volta che esse ostacolano la conservazione della propria egemonia.
Nella sua definizione classica formulata proprio da Schmitt, sovrano è colui che decide sullo stato d’eccezione. La sovranità, in questa prospettiva, non si manifesta principalmente nell’applicazione ordinaria della norma, ma nella capacità di sospenderla quando la situazione viene dichiarata eccezionale. Trasposta dal piano interno dello Stato al piano delle relazioni internazionali, questa logica permette di cogliere la natura profonda dell’attuale fase imperialista: gli Stati Uniti non si limitano a violare occasionalmente le regole, ma rivendicano la facoltà sovrana di decidere quando le regole debbano valere e quando possano essere accantonate. L’ordine internazionale viene così svuotato dall’interno: la Carta delle Nazioni Unite, il principio di non ingerenza, il divieto dell’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica degli Stati sopravvivono formalmente, ma vengono subordinati alla decisione politica del centro imperiale.
La National Security Strategy pubblicata nel dicembre 2025 costituisce il fondamento dottrinario di questa svolta. Il cosiddetto “Trump Corollary” alla Dottrina Monroe non rappresenta un semplice ritorno retorico all’Ottocento, ma la riformulazione contemporanea di un principio di dominio emisferico: l’America Latina e i Caraibi vengono nuovamente definiti come spazio strategico nel quale gli Stati Uniti pretendono di esercitare un diritto prioritario di controllo politico, economico, militare e infrastrutturale. In questo nuovo contesto, la minaccia non è formulata solo nei confronti dei governi considerati ostili, ma anche contro la presenza di potenze extra-emisferiche, in primo luogo la Cina. Di conseguenza, il continente latinoamericano non viene riconosciuto come insieme di Stati sovrani, bensì come retroterra strategico da disciplinare, una zona di sicurezza nella quale ogni penetrazione cinese, russa o iraniana viene interpretata come violazione dell’ordine naturale del dominio statunitense.
Il Venezuela è stato il primo laboratorio di questa nuova dottrina. L’operazione militare statunitense del 3 gennaio 2026, con la cattura di Nicolás Maduro e il suo trasferimento negli Stati Uniti, segna un salto qualitativo rispetto alle forme tradizionali di pressione economica, sanzionatoria e diplomatica. Washington non si è limitata a riconoscere un governo parallelo, a finanziare l’opposizione o a imporre misure coercitive unilaterali, tutte formule ampiamente utilizzato in passato. Questa volta, ha agito direttamente contro il vertice politico di uno Stato sovrano, presentando un’operazione militare come atto di polizia internazionale. Proprio qui si vede la struttura dello stato d’eccezione: un presidente straniero viene trasformato in imputato ordinario davanti alla giurisdizione statunitense, mentre l’atto di forza che consente tale cattura viene sottratto alla valutazione ordinaria del diritto internazionale.
L’argomento della lotta al narcotraffico svolge in questo caso la stessa funzione che, in altre epoche, hanno svolto la “guerra al terrorismo”, la “protezione dei diritti umani” o la “non proliferazione”. Esso produce la figura del nemico assoluto, sottratto alle garanzie del diritto comune e consegnato alla decisione sovrana dell’impero. In tal modo, il Venezuela non viene trattato come uno Stato, ma come uno spazio criminalizzato, nel quale l’intervento esterno diventa automaticamente legittimo perché il nemico è già stato collocato fuori dall’ordine giuridico. È la logica schmittiana nella sua forma più brutale: prima si definisce l’eccezione, poi si decide che la norma non è più applicabile.
La dimensione economica dell’operazione è altrettanto evidente. Il Venezuela possiede risorse energetiche immense e occupa una posizione centrale nei rapporti tra America Latina, Caraibi e mercati globali. Il controllo politico del Paese significa anche il controllo dei suoi flussi petroliferi, delle sue alleanze commerciali e della sua collocazione rispetto alla Cina. La posta in gioco è dunque la capacità degli Stati Uniti di impedire che un Paese strategico dell’emisfero occidentale consolidi rapporti autonomi con Pechino, Mosca, Teheran o altri poli del mondo multipolare. Il messaggio, allo stesso tempo, viene rivolto a tutta la regione: la sovranità è tollerata solo se compatibile con gli interessi fondamentali di Washington.
L’Iran rappresenta il secondo fronte di questa stessa logica. La guerra iniziata nel febbraio 2026, con il coordinamento tra Stati Uniti e Israele, conferma che il dossier nucleare è stato utilizzato come dispositivo politico per giustificare una più ampia strategia di contenimento regionale. Teheran non viene colpita soltanto per il proprio programma nucleare, ma per la sua funzione sistemica: è uno Stato indipendente, dotato di profondità strategica, inserito nelle reti eurasiatiche e capace di ostacolare il controllo statunitense sul Medio Oriente e sulle rotte energetiche. Anche in questo caso, la norma viene sospesa in nome dell’emergenza. La guerra preventiva, che il diritto internazionale non riconosce come principio generale legittimante l’uso della forza, viene presentata come necessità tecnica, come misura inevitabile, come risposta anticipata a una minaccia costruita politicamente.
La discussione interna negli Stati Uniti sui poteri di guerra conferma il carattere eccezionale dell’operazione. Quando il Congresso è costretto a intervenire per tentare di limitare l’azione militare del Presidente, emerge la contraddizione tra forma costituzionale e decisione imperiale. Trump, dunque, agisce come decisore sovrano non solo rispetto al diritto internazionale, ma anche rispetto agli equilibri istituzionali interni. Il conflitto con l’Iran mostra così una doppia sospensione: verso l’esterno, sospensione del principio di sovranità degli Stati; verso l’interno, compressione del controllo legislativo sulla guerra. In questo contesto, la presidenza diventa il luogo in cui l’eccezione viene dichiarata, amministrata e prolungata.
Allo stesso tempo, la funzione geopolitica della guerra contro l’Iran non si esaurisce nel Medio Oriente. Il controllo dell’Iran significa pressione sull’Eurasia, minaccia indiretta alla Cina, condizionamento delle rotte energetiche e sabotaggio dei processi di integrazione alternativa. La Repubblica Islamica è uno dei nodi della transizione verso un ordine multipolare, non perché possa da sola sostituire il primato statunitense, ma perché partecipa a una rete di relazioni politiche, energetiche, militari e commerciali che riduce la capacità di Washington di dettare unilateralmente le condizioni dell’ordine mondiale. Colpire l’Iran significa colpire una cerniera tra Asia occidentale, Asia centrale, Russia, Cina e Oceano Indiano.
Ultimo tassello, almeno fino ad ora, Cuba completa il triangolo dell’eccezione imperiale. In questo caso, la guerra assume prevalentemente la forma del blocco economico, della persecuzione finanziaria, delle sanzioni secondarie e dell’isolamento logistico. Ma sarebbe un errore considerare queste misure meno violente perché non sempre assumono la forma dell’attacco militare diretto. Le sanzioni, quando mirano a paralizzare un’economia, ostacolare l’approvvigionamento energetico, impedire transazioni finanziarie e scoraggiare ogni rapporto commerciale internazionale, sono strumenti di guerra economica. Esse producono sofferenza sociale, disorganizzazione produttiva, impoverimento e pressione politica. La differenza rispetto alla guerra convenzionale è nei mezzi, non necessariamente negli obiettivi.
La stretta contro Cuba nel 2026 mostra ancora una volta la logica dell’eccezione. L’isola viene presentata come minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, sebbene sia evidente l’asimmetria materiale tra le due potenze. Il linguaggio della minaccia serve a rovesciare la realtà: non è la maggiore potenza militare del mondo a esercitare pressione su un piccolo Stato caraibico, ma sarebbe quest’ultimo a costituire un pericolo tale da giustificare misure straordinarie. Questo capovolgimento è tipico della razionalità imperiale: l’aggressore si rappresenta come vittima potenziale, lo Stato assediato viene rappresentato come minaccia, e la punizione economica viene descritta come difesa dell’ordine.
Anche nel caso cubano, la Cina è il bersaglio strategico indiretto. Washington non tollera che L’Avana possa mantenere relazioni economiche, tecnologiche, diplomatiche o infrastrutturali con Pechino, perché ogni forma di cooperazione Sud-Sud riduce l’efficacia del blocco e incrina il monopolio statunitense sull’emisfero. Cuba viene colpita non solo per ciò che è, ma per ciò che simboleggia: la persistenza di una sovranità rivoluzionaria nel cuore dei Caraibi, a poche miglia dalle coste statunitensi, e la possibilità che tale sovranità trovi nuovi margini di resistenza nell’ordine multipolare emergente.
Venezuela, Iran e Cuba sono dunque tre casi diversi di una medesima struttura. Nel primo prevale l’intervento militare diretto e la cattura del dirigente politico; nel secondo la guerra regionale e la pressione strategica; nel terzo lo strangolamento economico e finanziario. Ma in tutti e tre i casi opera lo stesso dispositivo: dichiarazione di una minaccia eccezionale, sospensione della sovranità altrui, uso della forza o della coercizione, subordinazione del diritto alla decisione politica statunitense. L’impero non chiede più semplicemente obbedienza all’interno di un ordine regolato; pretende di essere la fonte ultima della regola e della sua eccezione.
Questa trasformazione non può essere totalmente compresa senza collegarla alla crisi dell’egemonia statunitense. Gli Stati Uniti non ricorrono allo stato d’eccezione perché sono onnipotenti, ma perché la loro egemonia è contestata. L’ascesa della Cina, la resilienza della Russia, l’autonomia crescente di numerosi Paesi del Sud globale, l’espansione dei BRICS, la ricerca di circuiti finanziari alternativi e la de-dollarizzazione parziale degli scambi internazionali riducono la capacità di Washington di governare il mondo attraverso il consenso, le istituzioni e la centralità economica. Quando l’egemonia non riesce più a presentarsi come universalità condivisa, tende a mostrarsi nella sua forma coercitiva; allora, la maschera dell’“ordine basato sulle regole” cade e resta la decisione sovrana del più forte.
La specificità di Trump, dunque, non consiste nell’aver inventato l’imperialismo statunitense. Le guerre, i colpi di Stato, le sanzioni e le ingerenze hanno attraversato l’intera storia della politica estera nordamericana. La specificità dell’attuale fase sta piuttosto nella minore necessità di mediazione ideologica. Il linguaggio dei diritti umani, della democrazia liberale e dell’intervento umanitario non scompare del tutto, ma viene subordinato a una formulazione più cruda: sicurezza nazionale, controllo delle risorse, esclusione dei competitors, dominio emisferico, preminenza statunitense secondo il motto “America First”. Trump, di conseguenza, non rappresenta una deviazione accidentale, ma la forma esplicita di una tendenza storica: quando il dominio liberale entra in crisi, l’imperialismo assume tratti apertamente decisionisti.
Per questo la categoria di Ausnahmezustand è utile. Essa permette di comprendere che non siamo di fronte soltanto alla violazione di singole norme, ma a un mutamento nella forma stessa del potere internazionale. Gli Stati Uniti agiscono come se l’ordine mondiale fosse uno spazio interno alla propria sovranità, nel quale essi possano dichiarare emergenze, individuare nemici, sospendere garanzie, sequestrare dirigenti, bombardare territori, bloccare economie e imporre transizioni politiche. La sovranità degli altri Stati viene riconosciuta solo in condizioni di normalità subordinata. Quando essa diventa ostacolo, viene trasformata in eccezione.


