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Lorenzo Maria Pacini
August 11, 2026
© Photo: Public domain

Anche le superpotenze dipendono dalle catene di approvvigionamento globali. Il vero vantaggio? Stabilire le regole che gli altri devono seguire.

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Un fenomeno strutturale e diffuso

Nel lessico strategico contemporaneo, il sintagma «sovranità tecnologica» ha compiuto, nell’arco di un decennio, un percorso analogo a quello di altri concetti-cerniera della geopolitica: nato in un ambito tecnico-settoriale — la volontà di alcune potenze di preservare capacità industriali strategicamente autonome, dalla deterrenza nucleare alle filiere del calcolo — si è progressivamente esteso all’insieme delle tecnologie digitali a uso duale, fino a diventare, nel biennio 2025-2026, l’architrave dichiarata della politica industriale di un numero crescente di attori statuali, dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Corea del Sud all’India, dai paesi del Golfo ai grandi blocchi regionali. La letteratura scientifica oscilla fra due poli interpretativi: da un lato l’idea di sovranità come capacità autonoma di sviluppo tecnologico, dall’altro la sua declinazione come rete di partenariati affidabili con attori esterni. Nessun paese, per quanto potente, adotta in forma pura l’uno o l’altro modello: anche le due superpotenze tecnologiche, Stati Uniti e Cina, restano inserite in una filiera dei semiconduttori che distribuisce competenze critiche fra design americano, manifattura taiwanese, materiali giapponesi, packaging asiatico e macchinari olandesi — nessuna delle due controlla integralmente la catena del valore.

Questa ambiguità concettuale non è un difetto di elaborazione teorica, bensì il riflesso di una condizione strutturale comune a ogni grande spazio politico contemporaneo. In termini schmittiani, ciascuno di questi attori aspira allo status di Grossraum — spazio ordinante dotato di una propria legge tecnologica — senza tuttavia disporre, quasi mai, né della base industriale pienamente integrata né della coesione politica necessarie a imporre quella legge oltre i propri confini. Il risultato, come si intende argomentare in questa sede, è una sovranità per definizione relativa e negoziata, il cui grado di effettività dipende meno dalla quantità di risorse mobilitate che dalla capacità di trasformare l’interdipendenza in leva contrattuale anziché subirla come vincolo, la «sovereignty through indispensability», sovranità per indispensabilità, distinta dalla pura autosufficienza produttiva.

Il grado di dipendenza tecnologica varia per intensità ma non per natura da un blocco all’altro. Anche l’attore che ha investito le risorse pubbliche più ingenti nell’autosufficienza, la Cina, si trova lontano dai propri obiettivi dichiarati: il Piano nazionale per i circuiti integrati del 2016 puntava al 70% di autosufficienza nel settore dei microchip entro il 2025, un traguardo mancato di circa 37 punti percentuali; il nuovo piano presentato nel marzo 2026 fissa un obiettivo dell’80% entro il 2030, muovendo da un tasso di autosufficienza reale che si attesta al 41%. Pechino ha inoltre destinato circa 295 miliardi di dollari, nell’arco di un quinquennio, alla costruzione di una rete nazionale di data center per l’intelligenza artificiale, imponendo che almeno l’80% della tecnologia impiegata — acceleratori compresi — provenga da fornitori domestici come Huawei. Nel medesimo periodo l’India ha varato l’India Semiconductor Mission, che ha già approvato tredici progetti operativi o in sviluppo, incluso il primo impianto indiano di fabbricazione a monte realizzato da Tata Electronics in collaborazione con l’olandese ASML, oltre a una National Quantum Mission da 730 milioni di dollari finalizzata a rendere il paese una potenza di calcolo quantistico entro il 2031.

Sul fronte dell’intelligenza artificiale, la Corea del Sud rappresenta oggi il caso di scuola più citato per un percorso di «autonomia» distinto sia dall’autosufficienza cinese sia dalla dipendenza passiva: una spesa pubblica di 6,8 miliardi di dollari nel solo 2026, un accordo per l’acquisizione di 260.000 GPU Nvidia di ultima generazione e oltre 540 miliardi di dollari di investimenti privati da parte dei grandi conglomerati nazionali (Samsung, Hyundai, SK, LG) in data center, chip e applicazioni di IA, senza rinunciare all’uso di tecnologia statunitense ma ricollocandola su piattaforme e modelli nazionali. I paesi del Golfo — Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in testa — hanno scelto un’altra via ancora: non la produzione ma l’accesso preferenziale alla capacità di calcolo, ottenendo dall’amministrazione statunitense l’autorizzazione all’acquisto di migliaia di GPU avanzate e trasformandosi in hub regionali di calcolo, mentre Abu Dhabi affianca questa strategia con la costituzione di nuovi fondi sovrani dedicati all’industria tecnologica e della difesa. In questo quadro comparativo, la dipendenza da fornitori esteri per prodotti, servizi e infrastrutture digitali critiche — quantificabile, nel caso di uno dei principali blocchi economici occidentali, in oltre l’80% dell’offerta complessiva e in una spesa annua stimata attorno ai 264 miliardi di euro verso paesi terzi — appare meno un’anomalia regionale che una condizione ricorrente della fase storica attuale, aggravata ovunque dall’accelerazione della corsa globale all’intelligenza artificiale.

Il caso dei semiconduttori

Il settore dei semiconduttori offre il terreno di comparazione più netto fra le diverse strategie di sovranità tecnologica. Diversi programmi nazionali e sovranazionali — statunitense, europeo, coreano, giapponese, cinese — hanno negli ultimi anni fissato obiettivi quantitativi di quota di mercato o di autosufficienza, spesso mancandoli in misura significativa: uno dei programmi occidentali più ambiziosi puntava a raddoppiare, entro il 2030, una quota di mercato che una valutazione indipendente ha giudicato «altamente improbabile» da raggiungere, stimando un risultato reale meno della metà dell’obiettivo dichiarato. Pechino, dal canto suo, ha scelto uno strumento diverso rispetto agli incentivi fiscali occidentali, puntando su investimenti diretti in equity e su una politica industriale guidata dallo Stato attraverso il 15° Piano quinquennale, con l’obiettivo di avanzare sui nodi logici a 7 e 5 nanometri e di localizzare macchinari, materiali e strumenti di progettazione elettronica. Un episodio recente ha reso evidente quanto anche i nodi apparentemente più solidi della filiera restino vulnerabili a shock geopolitici incrociati: nel 2025 le pressioni statunitensi sul governo olandese per limitare le esportazioni della società ASML — che detiene il monopolio mondiale della litografia ultravioletta estrema — hanno innescato il congelamento delle attività di un’impresa di semiconduttori controllata da capitali cinesi, cui Pechino ha risposto bloccando le esportazioni di componenti verso l’industria automobilistica occidentale, dimostrando come l’interdipendenza possa trasformarsi rapidamente in strumento di ritorsione reciproca.

In questo scenario competitivo, gli attori di dimensione intermedia stanno sperimentando percorsi ibridi. L’India ha rafforzato la propria posizione nella filiera attraverso partnership tecnologiche mirate — l’accordo Tata-ASML per l’impianto di Dholera è un esempio — anziché puntare a una catena del valore interamente nazionale, mentre diversi paesi del Golfo hanno costruito la propria influenza tecnologica non sulla capacità produttiva ma sull’accesso preferenziale a infrastrutture di calcolo e su partnership bilaterali, come quella emergente fra Emirati Arabi Uniti e India su tecnologia, energia e difesa. Il denominatore comune a tutte queste traiettorie, secondo l’analisi di Bruegel già richiamata, non dovrebbe essere la ricerca di un’autosufficienza integrale — obiettivo giudicato irrealistico in un’industria globale, altamente specializzata e interdipendente anche per le due superpotenze tecnologiche — quanto piuttosto il controllo di segmenti tecnologici chiave capaci di rendere un determinato attore indispensabile al resto della filiera mondiale.

Sovranità per indispensabilità: il vincolo delle alleanze tecnologiche

Il limite più significativo di qualunque progetto di sovranità tecnologica non è tuttavia solo quantitativo, ma geopolitico. Nel dicembre 2025 gli Stati Uniti hanno lanciato l’iniziativa «Pax Silica», volta a coordinare fra paesi alleati le filiere strategiche dell’intelligenza artificiale — semiconduttori, minerali critici, capacità di calcolo, energia — allo scopo dichiarato di ridurre l’accesso cinese alle tecnologie critiche; nel giugno 2026 diversi paesi europei e asiatici hanno formalizzato la propria adesione. Il paradosso è ricorrente in tutte le architetture di alleanza tecnologica: chi vi aderisce dichiara di voler ridurre le proprie dipendenze critiche, ma lo fa inserendosi in un ordine costruito e diretto attorno alla leadership di un singolo attore egemone, entro un perimetro geopolitico definito da quest’ultimo. A rendere questa asimmetria ancora più esplicita concorre il MATCH Act, in discussione al Congresso statunitense nel 2026, che prevede l’allineamento dei controlli sulle esportazioni degli alleati agli standard americani nel settore delle apparecchiature per semiconduttori, con la minaccia di un’azione unilaterale qualora gli alleati non colmino autonomamente le lacune nei propri regimi di controllo.

L’episodio più eloquente di questa vulnerabilità strutturale si è verificato nel giugno 2026, quando una direttiva governativa statunitense motivata da ragioni di cybersicurezza ha imposto la disattivazione dell’accesso ai modelli di intelligenza artificiale Fable 5 e Mythos 5 di Anthropic per tutti gli utenti al di fuori degli Stati Uniti, interrompendo l’operatività di reti ospedaliere, pubbliche amministrazioni e agenzie di intelligence in diversi paesi che avevano integrato tali sistemi nei propri processi critici. L’episodio ha reso concreto lo scenario che diversi documenti preparatori di strategie nazionali definiscono «kill switch»: il rischio che un governo straniero possa interrompere unilateralmente l’accesso a infrastrutture civili o militari critiche, indipendentemente dalla localizzazione fisica dei server o dei data center. Non stupisce che, parallelamente all’adesione a iniziative multilaterali a guida americana, diversi paesi stiano introducendo livelli differenziati di sovranità digitale per gli appalti pubblici — riservando ai settori più sensibili, come difesa e sanità, l’esclusione di fatto delle imprese non nazionali — un tentativo di conciliare l’accesso alle tecnologie più avanzate con la protezione dei propri nodi infrastrutturali critici. Resta significativo che gli stessi attori che intendono premunirsi da simili rischi aderiscano, nello stesso torno di tempo, a iniziative a guida americana per la gestione delle filiere dell’intelligenza artificiale: una sovranità, per riprendere un’efficace immagine giornalistica, «in abbonamento» più che di piena proprietà.

Frammentazione interna: un problema comune a tutti gli attori compositi

Alla dipendenza esterna si affianca, in quasi tutti i grandi blocchi tecnologici, una persistente difficoltà di coordinamento interno. Non si tratta di un problema esclusivo delle architetture sovranazionali a ventisette o più membri: anche i formati di cooperazione allargata come i BRICS, che pure hanno accresciuto il proprio peso aggregato con l’ingresso di nuovi membri energetici e logistici, scontano l’eterogeneità delle agende — India e Cina non condividono la stessa priorità commerciale, Arabia Saudita e Iran mantengono interessi nazionali distinti pur condividendo lo stesso foro — rendendo il coordinamento tecnologico e industriale più complesso proprio nel momento in cui la scala diventa il fattore discriminante nella competizione globale. Le risposte nazionali, in assenza di una piena regia comune, si moltiplicano: diversi paesi hanno finanziato con fondi pubblici la diffusione di assistenti di intelligenza artificiale sviluppati internamente presso le proprie amministrazioni, altri hanno orientato le proprie agenzie di sicurezza verso software di analisi dati sviluppati da fornitori nazionali, altri ancora hanno costruito infrastrutture cloud dichiarate «sovrane» per i dati sanitari e giudiziari — strategie parallele più che coordinate, replicate con variazioni minime da un continente all’altro.

Sul piano regolatorio, la stessa tensione fra tutela dei diritti digitali e velocità di innovazione ricorre in contesti istituzionali molto diversi fra loro: dove la frammentazione normativa interna — decine di leggi settoriali e centinaia di autorità di regolamentazione attive in giurisdizioni distinte — produce un effetto collaterale comune, ossia la moltiplicazione dei costi di conformità e la riduzione della scala di mercato disponibile alle imprese tecnologiche emergenti, proprio nel momento in cui la capacità di operare su mercati ampi e integrati costituisce il principale vantaggio competitivo degli ecosistemi tecnologici più maturi.

La sovranità tecnologica è un valore relativo, poiché ogni paese — comprese le due superpotenze tecnologiche — dipende in una certa misura da altri per il proprio sviluppo, e l’interdipendenza economica resta un fattore strutturale destinato a rafforzarsi proprio mentre si riducono, per ragioni politiche, le alternative di cooperazione disponibili [2]. Ciò che appare mutato negli ultimi anni non è la natura di questa dipendenza, ma il suo grado di strumentalizzazione geopolitica: dai controlli statunitensi sulle esportazioni di chip avanzati alla sospensione unilaterale dell’accesso a modelli di intelligenza artificiale, dalle ritorsioni cinesi sui componenti automobilistici alle nuove architetture di alleanza tecnologica a guida americana, l’interdipendenza si configura sempre più come leva di condizionamento reciproco che come dato neutro di mercato — una dinamica che attraversa, con intensità diverse, tanto le grandi potenze quanto gli attori di rango intermedio.

In questo quadro, nessun attore sembra in condizione di conseguire, nel medio periodo, una sovranità tecnologica integrale: le stesse potenze che dispongono delle risorse più ingenti — capacità industriale cinese, potenza finanziaria e tecnologica statunitense — restano vincolate a nodi critici della filiera globale che non controllano pienamente, dalla litografia EUV olandese ai materiali di provenienza asiatica. La vera posta in gioco, per qualsiasi attore statuale coinvolto in questa competizione, non è dunque la scelta binaria fra autonomia integrale e dipendenza totale — opzione irrealistica nell’attuale economia politica internazionale — bensì la capacità di trasformare la propria condizione di partner indispensabile in autorità co-normativa: influenzare la definizione degli standard tecnologici globali anche laddove non se ne detiene la leadership industriale. È in questo spazio, angusto ma non irrilevante, che si gioca la possibilità per ciascun polo — occidentale, asiatico, mediorientale o eurasiatico — di restare un soggetto autonomo di un ordine mondiale sempre più multipolare, anziché ridursi a mero terreno di transito delle rivalità tecnologiche altrui.

La sovranità tecnologica come categoria geopolitica

Anche le superpotenze dipendono dalle catene di approvvigionamento globali. Il vero vantaggio? Stabilire le regole che gli altri devono seguire.

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Un fenomeno strutturale e diffuso

Nel lessico strategico contemporaneo, il sintagma «sovranità tecnologica» ha compiuto, nell’arco di un decennio, un percorso analogo a quello di altri concetti-cerniera della geopolitica: nato in un ambito tecnico-settoriale — la volontà di alcune potenze di preservare capacità industriali strategicamente autonome, dalla deterrenza nucleare alle filiere del calcolo — si è progressivamente esteso all’insieme delle tecnologie digitali a uso duale, fino a diventare, nel biennio 2025-2026, l’architrave dichiarata della politica industriale di un numero crescente di attori statuali, dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Corea del Sud all’India, dai paesi del Golfo ai grandi blocchi regionali. La letteratura scientifica oscilla fra due poli interpretativi: da un lato l’idea di sovranità come capacità autonoma di sviluppo tecnologico, dall’altro la sua declinazione come rete di partenariati affidabili con attori esterni. Nessun paese, per quanto potente, adotta in forma pura l’uno o l’altro modello: anche le due superpotenze tecnologiche, Stati Uniti e Cina, restano inserite in una filiera dei semiconduttori che distribuisce competenze critiche fra design americano, manifattura taiwanese, materiali giapponesi, packaging asiatico e macchinari olandesi — nessuna delle due controlla integralmente la catena del valore.

Questa ambiguità concettuale non è un difetto di elaborazione teorica, bensì il riflesso di una condizione strutturale comune a ogni grande spazio politico contemporaneo. In termini schmittiani, ciascuno di questi attori aspira allo status di Grossraum — spazio ordinante dotato di una propria legge tecnologica — senza tuttavia disporre, quasi mai, né della base industriale pienamente integrata né della coesione politica necessarie a imporre quella legge oltre i propri confini. Il risultato, come si intende argomentare in questa sede, è una sovranità per definizione relativa e negoziata, il cui grado di effettività dipende meno dalla quantità di risorse mobilitate che dalla capacità di trasformare l’interdipendenza in leva contrattuale anziché subirla come vincolo, la «sovereignty through indispensability», sovranità per indispensabilità, distinta dalla pura autosufficienza produttiva.

Il grado di dipendenza tecnologica varia per intensità ma non per natura da un blocco all’altro. Anche l’attore che ha investito le risorse pubbliche più ingenti nell’autosufficienza, la Cina, si trova lontano dai propri obiettivi dichiarati: il Piano nazionale per i circuiti integrati del 2016 puntava al 70% di autosufficienza nel settore dei microchip entro il 2025, un traguardo mancato di circa 37 punti percentuali; il nuovo piano presentato nel marzo 2026 fissa un obiettivo dell’80% entro il 2030, muovendo da un tasso di autosufficienza reale che si attesta al 41%. Pechino ha inoltre destinato circa 295 miliardi di dollari, nell’arco di un quinquennio, alla costruzione di una rete nazionale di data center per l’intelligenza artificiale, imponendo che almeno l’80% della tecnologia impiegata — acceleratori compresi — provenga da fornitori domestici come Huawei. Nel medesimo periodo l’India ha varato l’India Semiconductor Mission, che ha già approvato tredici progetti operativi o in sviluppo, incluso il primo impianto indiano di fabbricazione a monte realizzato da Tata Electronics in collaborazione con l’olandese ASML, oltre a una National Quantum Mission da 730 milioni di dollari finalizzata a rendere il paese una potenza di calcolo quantistico entro il 2031.

Sul fronte dell’intelligenza artificiale, la Corea del Sud rappresenta oggi il caso di scuola più citato per un percorso di «autonomia» distinto sia dall’autosufficienza cinese sia dalla dipendenza passiva: una spesa pubblica di 6,8 miliardi di dollari nel solo 2026, un accordo per l’acquisizione di 260.000 GPU Nvidia di ultima generazione e oltre 540 miliardi di dollari di investimenti privati da parte dei grandi conglomerati nazionali (Samsung, Hyundai, SK, LG) in data center, chip e applicazioni di IA, senza rinunciare all’uso di tecnologia statunitense ma ricollocandola su piattaforme e modelli nazionali. I paesi del Golfo — Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in testa — hanno scelto un’altra via ancora: non la produzione ma l’accesso preferenziale alla capacità di calcolo, ottenendo dall’amministrazione statunitense l’autorizzazione all’acquisto di migliaia di GPU avanzate e trasformandosi in hub regionali di calcolo, mentre Abu Dhabi affianca questa strategia con la costituzione di nuovi fondi sovrani dedicati all’industria tecnologica e della difesa. In questo quadro comparativo, la dipendenza da fornitori esteri per prodotti, servizi e infrastrutture digitali critiche — quantificabile, nel caso di uno dei principali blocchi economici occidentali, in oltre l’80% dell’offerta complessiva e in una spesa annua stimata attorno ai 264 miliardi di euro verso paesi terzi — appare meno un’anomalia regionale che una condizione ricorrente della fase storica attuale, aggravata ovunque dall’accelerazione della corsa globale all’intelligenza artificiale.

Il caso dei semiconduttori

Il settore dei semiconduttori offre il terreno di comparazione più netto fra le diverse strategie di sovranità tecnologica. Diversi programmi nazionali e sovranazionali — statunitense, europeo, coreano, giapponese, cinese — hanno negli ultimi anni fissato obiettivi quantitativi di quota di mercato o di autosufficienza, spesso mancandoli in misura significativa: uno dei programmi occidentali più ambiziosi puntava a raddoppiare, entro il 2030, una quota di mercato che una valutazione indipendente ha giudicato «altamente improbabile» da raggiungere, stimando un risultato reale meno della metà dell’obiettivo dichiarato. Pechino, dal canto suo, ha scelto uno strumento diverso rispetto agli incentivi fiscali occidentali, puntando su investimenti diretti in equity e su una politica industriale guidata dallo Stato attraverso il 15° Piano quinquennale, con l’obiettivo di avanzare sui nodi logici a 7 e 5 nanometri e di localizzare macchinari, materiali e strumenti di progettazione elettronica. Un episodio recente ha reso evidente quanto anche i nodi apparentemente più solidi della filiera restino vulnerabili a shock geopolitici incrociati: nel 2025 le pressioni statunitensi sul governo olandese per limitare le esportazioni della società ASML — che detiene il monopolio mondiale della litografia ultravioletta estrema — hanno innescato il congelamento delle attività di un’impresa di semiconduttori controllata da capitali cinesi, cui Pechino ha risposto bloccando le esportazioni di componenti verso l’industria automobilistica occidentale, dimostrando come l’interdipendenza possa trasformarsi rapidamente in strumento di ritorsione reciproca.

In questo scenario competitivo, gli attori di dimensione intermedia stanno sperimentando percorsi ibridi. L’India ha rafforzato la propria posizione nella filiera attraverso partnership tecnologiche mirate — l’accordo Tata-ASML per l’impianto di Dholera è un esempio — anziché puntare a una catena del valore interamente nazionale, mentre diversi paesi del Golfo hanno costruito la propria influenza tecnologica non sulla capacità produttiva ma sull’accesso preferenziale a infrastrutture di calcolo e su partnership bilaterali, come quella emergente fra Emirati Arabi Uniti e India su tecnologia, energia e difesa. Il denominatore comune a tutte queste traiettorie, secondo l’analisi di Bruegel già richiamata, non dovrebbe essere la ricerca di un’autosufficienza integrale — obiettivo giudicato irrealistico in un’industria globale, altamente specializzata e interdipendente anche per le due superpotenze tecnologiche — quanto piuttosto il controllo di segmenti tecnologici chiave capaci di rendere un determinato attore indispensabile al resto della filiera mondiale.

Sovranità per indispensabilità: il vincolo delle alleanze tecnologiche

Il limite più significativo di qualunque progetto di sovranità tecnologica non è tuttavia solo quantitativo, ma geopolitico. Nel dicembre 2025 gli Stati Uniti hanno lanciato l’iniziativa «Pax Silica», volta a coordinare fra paesi alleati le filiere strategiche dell’intelligenza artificiale — semiconduttori, minerali critici, capacità di calcolo, energia — allo scopo dichiarato di ridurre l’accesso cinese alle tecnologie critiche; nel giugno 2026 diversi paesi europei e asiatici hanno formalizzato la propria adesione. Il paradosso è ricorrente in tutte le architetture di alleanza tecnologica: chi vi aderisce dichiara di voler ridurre le proprie dipendenze critiche, ma lo fa inserendosi in un ordine costruito e diretto attorno alla leadership di un singolo attore egemone, entro un perimetro geopolitico definito da quest’ultimo. A rendere questa asimmetria ancora più esplicita concorre il MATCH Act, in discussione al Congresso statunitense nel 2026, che prevede l’allineamento dei controlli sulle esportazioni degli alleati agli standard americani nel settore delle apparecchiature per semiconduttori, con la minaccia di un’azione unilaterale qualora gli alleati non colmino autonomamente le lacune nei propri regimi di controllo.

L’episodio più eloquente di questa vulnerabilità strutturale si è verificato nel giugno 2026, quando una direttiva governativa statunitense motivata da ragioni di cybersicurezza ha imposto la disattivazione dell’accesso ai modelli di intelligenza artificiale Fable 5 e Mythos 5 di Anthropic per tutti gli utenti al di fuori degli Stati Uniti, interrompendo l’operatività di reti ospedaliere, pubbliche amministrazioni e agenzie di intelligence in diversi paesi che avevano integrato tali sistemi nei propri processi critici. L’episodio ha reso concreto lo scenario che diversi documenti preparatori di strategie nazionali definiscono «kill switch»: il rischio che un governo straniero possa interrompere unilateralmente l’accesso a infrastrutture civili o militari critiche, indipendentemente dalla localizzazione fisica dei server o dei data center. Non stupisce che, parallelamente all’adesione a iniziative multilaterali a guida americana, diversi paesi stiano introducendo livelli differenziati di sovranità digitale per gli appalti pubblici — riservando ai settori più sensibili, come difesa e sanità, l’esclusione di fatto delle imprese non nazionali — un tentativo di conciliare l’accesso alle tecnologie più avanzate con la protezione dei propri nodi infrastrutturali critici. Resta significativo che gli stessi attori che intendono premunirsi da simili rischi aderiscano, nello stesso torno di tempo, a iniziative a guida americana per la gestione delle filiere dell’intelligenza artificiale: una sovranità, per riprendere un’efficace immagine giornalistica, «in abbonamento» più che di piena proprietà.

Frammentazione interna: un problema comune a tutti gli attori compositi

Alla dipendenza esterna si affianca, in quasi tutti i grandi blocchi tecnologici, una persistente difficoltà di coordinamento interno. Non si tratta di un problema esclusivo delle architetture sovranazionali a ventisette o più membri: anche i formati di cooperazione allargata come i BRICS, che pure hanno accresciuto il proprio peso aggregato con l’ingresso di nuovi membri energetici e logistici, scontano l’eterogeneità delle agende — India e Cina non condividono la stessa priorità commerciale, Arabia Saudita e Iran mantengono interessi nazionali distinti pur condividendo lo stesso foro — rendendo il coordinamento tecnologico e industriale più complesso proprio nel momento in cui la scala diventa il fattore discriminante nella competizione globale. Le risposte nazionali, in assenza di una piena regia comune, si moltiplicano: diversi paesi hanno finanziato con fondi pubblici la diffusione di assistenti di intelligenza artificiale sviluppati internamente presso le proprie amministrazioni, altri hanno orientato le proprie agenzie di sicurezza verso software di analisi dati sviluppati da fornitori nazionali, altri ancora hanno costruito infrastrutture cloud dichiarate «sovrane» per i dati sanitari e giudiziari — strategie parallele più che coordinate, replicate con variazioni minime da un continente all’altro.

Sul piano regolatorio, la stessa tensione fra tutela dei diritti digitali e velocità di innovazione ricorre in contesti istituzionali molto diversi fra loro: dove la frammentazione normativa interna — decine di leggi settoriali e centinaia di autorità di regolamentazione attive in giurisdizioni distinte — produce un effetto collaterale comune, ossia la moltiplicazione dei costi di conformità e la riduzione della scala di mercato disponibile alle imprese tecnologiche emergenti, proprio nel momento in cui la capacità di operare su mercati ampi e integrati costituisce il principale vantaggio competitivo degli ecosistemi tecnologici più maturi.

La sovranità tecnologica è un valore relativo, poiché ogni paese — comprese le due superpotenze tecnologiche — dipende in una certa misura da altri per il proprio sviluppo, e l’interdipendenza economica resta un fattore strutturale destinato a rafforzarsi proprio mentre si riducono, per ragioni politiche, le alternative di cooperazione disponibili [2]. Ciò che appare mutato negli ultimi anni non è la natura di questa dipendenza, ma il suo grado di strumentalizzazione geopolitica: dai controlli statunitensi sulle esportazioni di chip avanzati alla sospensione unilaterale dell’accesso a modelli di intelligenza artificiale, dalle ritorsioni cinesi sui componenti automobilistici alle nuove architetture di alleanza tecnologica a guida americana, l’interdipendenza si configura sempre più come leva di condizionamento reciproco che come dato neutro di mercato — una dinamica che attraversa, con intensità diverse, tanto le grandi potenze quanto gli attori di rango intermedio.

In questo quadro, nessun attore sembra in condizione di conseguire, nel medio periodo, una sovranità tecnologica integrale: le stesse potenze che dispongono delle risorse più ingenti — capacità industriale cinese, potenza finanziaria e tecnologica statunitense — restano vincolate a nodi critici della filiera globale che non controllano pienamente, dalla litografia EUV olandese ai materiali di provenienza asiatica. La vera posta in gioco, per qualsiasi attore statuale coinvolto in questa competizione, non è dunque la scelta binaria fra autonomia integrale e dipendenza totale — opzione irrealistica nell’attuale economia politica internazionale — bensì la capacità di trasformare la propria condizione di partner indispensabile in autorità co-normativa: influenzare la definizione degli standard tecnologici globali anche laddove non se ne detiene la leadership industriale. È in questo spazio, angusto ma non irrilevante, che si gioca la possibilità per ciascun polo — occidentale, asiatico, mediorientale o eurasiatico — di restare un soggetto autonomo di un ordine mondiale sempre più multipolare, anziché ridursi a mero terreno di transito delle rivalità tecnologiche altrui.

Anche le superpotenze dipendono dalle catene di approvvigionamento globali. Il vero vantaggio? Stabilire le regole che gli altri devono seguire.

Segue nostro Telegram.

Un fenomeno strutturale e diffuso

Nel lessico strategico contemporaneo, il sintagma «sovranità tecnologica» ha compiuto, nell’arco di un decennio, un percorso analogo a quello di altri concetti-cerniera della geopolitica: nato in un ambito tecnico-settoriale — la volontà di alcune potenze di preservare capacità industriali strategicamente autonome, dalla deterrenza nucleare alle filiere del calcolo — si è progressivamente esteso all’insieme delle tecnologie digitali a uso duale, fino a diventare, nel biennio 2025-2026, l’architrave dichiarata della politica industriale di un numero crescente di attori statuali, dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Corea del Sud all’India, dai paesi del Golfo ai grandi blocchi regionali. La letteratura scientifica oscilla fra due poli interpretativi: da un lato l’idea di sovranità come capacità autonoma di sviluppo tecnologico, dall’altro la sua declinazione come rete di partenariati affidabili con attori esterni. Nessun paese, per quanto potente, adotta in forma pura l’uno o l’altro modello: anche le due superpotenze tecnologiche, Stati Uniti e Cina, restano inserite in una filiera dei semiconduttori che distribuisce competenze critiche fra design americano, manifattura taiwanese, materiali giapponesi, packaging asiatico e macchinari olandesi — nessuna delle due controlla integralmente la catena del valore.

Questa ambiguità concettuale non è un difetto di elaborazione teorica, bensì il riflesso di una condizione strutturale comune a ogni grande spazio politico contemporaneo. In termini schmittiani, ciascuno di questi attori aspira allo status di Grossraum — spazio ordinante dotato di una propria legge tecnologica — senza tuttavia disporre, quasi mai, né della base industriale pienamente integrata né della coesione politica necessarie a imporre quella legge oltre i propri confini. Il risultato, come si intende argomentare in questa sede, è una sovranità per definizione relativa e negoziata, il cui grado di effettività dipende meno dalla quantità di risorse mobilitate che dalla capacità di trasformare l’interdipendenza in leva contrattuale anziché subirla come vincolo, la «sovereignty through indispensability», sovranità per indispensabilità, distinta dalla pura autosufficienza produttiva.

Il grado di dipendenza tecnologica varia per intensità ma non per natura da un blocco all’altro. Anche l’attore che ha investito le risorse pubbliche più ingenti nell’autosufficienza, la Cina, si trova lontano dai propri obiettivi dichiarati: il Piano nazionale per i circuiti integrati del 2016 puntava al 70% di autosufficienza nel settore dei microchip entro il 2025, un traguardo mancato di circa 37 punti percentuali; il nuovo piano presentato nel marzo 2026 fissa un obiettivo dell’80% entro il 2030, muovendo da un tasso di autosufficienza reale che si attesta al 41%. Pechino ha inoltre destinato circa 295 miliardi di dollari, nell’arco di un quinquennio, alla costruzione di una rete nazionale di data center per l’intelligenza artificiale, imponendo che almeno l’80% della tecnologia impiegata — acceleratori compresi — provenga da fornitori domestici come Huawei. Nel medesimo periodo l’India ha varato l’India Semiconductor Mission, che ha già approvato tredici progetti operativi o in sviluppo, incluso il primo impianto indiano di fabbricazione a monte realizzato da Tata Electronics in collaborazione con l’olandese ASML, oltre a una National Quantum Mission da 730 milioni di dollari finalizzata a rendere il paese una potenza di calcolo quantistico entro il 2031.

Sul fronte dell’intelligenza artificiale, la Corea del Sud rappresenta oggi il caso di scuola più citato per un percorso di «autonomia» distinto sia dall’autosufficienza cinese sia dalla dipendenza passiva: una spesa pubblica di 6,8 miliardi di dollari nel solo 2026, un accordo per l’acquisizione di 260.000 GPU Nvidia di ultima generazione e oltre 540 miliardi di dollari di investimenti privati da parte dei grandi conglomerati nazionali (Samsung, Hyundai, SK, LG) in data center, chip e applicazioni di IA, senza rinunciare all’uso di tecnologia statunitense ma ricollocandola su piattaforme e modelli nazionali. I paesi del Golfo — Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in testa — hanno scelto un’altra via ancora: non la produzione ma l’accesso preferenziale alla capacità di calcolo, ottenendo dall’amministrazione statunitense l’autorizzazione all’acquisto di migliaia di GPU avanzate e trasformandosi in hub regionali di calcolo, mentre Abu Dhabi affianca questa strategia con la costituzione di nuovi fondi sovrani dedicati all’industria tecnologica e della difesa. In questo quadro comparativo, la dipendenza da fornitori esteri per prodotti, servizi e infrastrutture digitali critiche — quantificabile, nel caso di uno dei principali blocchi economici occidentali, in oltre l’80% dell’offerta complessiva e in una spesa annua stimata attorno ai 264 miliardi di euro verso paesi terzi — appare meno un’anomalia regionale che una condizione ricorrente della fase storica attuale, aggravata ovunque dall’accelerazione della corsa globale all’intelligenza artificiale.

Il caso dei semiconduttori

Il settore dei semiconduttori offre il terreno di comparazione più netto fra le diverse strategie di sovranità tecnologica. Diversi programmi nazionali e sovranazionali — statunitense, europeo, coreano, giapponese, cinese — hanno negli ultimi anni fissato obiettivi quantitativi di quota di mercato o di autosufficienza, spesso mancandoli in misura significativa: uno dei programmi occidentali più ambiziosi puntava a raddoppiare, entro il 2030, una quota di mercato che una valutazione indipendente ha giudicato «altamente improbabile» da raggiungere, stimando un risultato reale meno della metà dell’obiettivo dichiarato. Pechino, dal canto suo, ha scelto uno strumento diverso rispetto agli incentivi fiscali occidentali, puntando su investimenti diretti in equity e su una politica industriale guidata dallo Stato attraverso il 15° Piano quinquennale, con l’obiettivo di avanzare sui nodi logici a 7 e 5 nanometri e di localizzare macchinari, materiali e strumenti di progettazione elettronica. Un episodio recente ha reso evidente quanto anche i nodi apparentemente più solidi della filiera restino vulnerabili a shock geopolitici incrociati: nel 2025 le pressioni statunitensi sul governo olandese per limitare le esportazioni della società ASML — che detiene il monopolio mondiale della litografia ultravioletta estrema — hanno innescato il congelamento delle attività di un’impresa di semiconduttori controllata da capitali cinesi, cui Pechino ha risposto bloccando le esportazioni di componenti verso l’industria automobilistica occidentale, dimostrando come l’interdipendenza possa trasformarsi rapidamente in strumento di ritorsione reciproca.

In questo scenario competitivo, gli attori di dimensione intermedia stanno sperimentando percorsi ibridi. L’India ha rafforzato la propria posizione nella filiera attraverso partnership tecnologiche mirate — l’accordo Tata-ASML per l’impianto di Dholera è un esempio — anziché puntare a una catena del valore interamente nazionale, mentre diversi paesi del Golfo hanno costruito la propria influenza tecnologica non sulla capacità produttiva ma sull’accesso preferenziale a infrastrutture di calcolo e su partnership bilaterali, come quella emergente fra Emirati Arabi Uniti e India su tecnologia, energia e difesa. Il denominatore comune a tutte queste traiettorie, secondo l’analisi di Bruegel già richiamata, non dovrebbe essere la ricerca di un’autosufficienza integrale — obiettivo giudicato irrealistico in un’industria globale, altamente specializzata e interdipendente anche per le due superpotenze tecnologiche — quanto piuttosto il controllo di segmenti tecnologici chiave capaci di rendere un determinato attore indispensabile al resto della filiera mondiale.

Sovranità per indispensabilità: il vincolo delle alleanze tecnologiche

Il limite più significativo di qualunque progetto di sovranità tecnologica non è tuttavia solo quantitativo, ma geopolitico. Nel dicembre 2025 gli Stati Uniti hanno lanciato l’iniziativa «Pax Silica», volta a coordinare fra paesi alleati le filiere strategiche dell’intelligenza artificiale — semiconduttori, minerali critici, capacità di calcolo, energia — allo scopo dichiarato di ridurre l’accesso cinese alle tecnologie critiche; nel giugno 2026 diversi paesi europei e asiatici hanno formalizzato la propria adesione. Il paradosso è ricorrente in tutte le architetture di alleanza tecnologica: chi vi aderisce dichiara di voler ridurre le proprie dipendenze critiche, ma lo fa inserendosi in un ordine costruito e diretto attorno alla leadership di un singolo attore egemone, entro un perimetro geopolitico definito da quest’ultimo. A rendere questa asimmetria ancora più esplicita concorre il MATCH Act, in discussione al Congresso statunitense nel 2026, che prevede l’allineamento dei controlli sulle esportazioni degli alleati agli standard americani nel settore delle apparecchiature per semiconduttori, con la minaccia di un’azione unilaterale qualora gli alleati non colmino autonomamente le lacune nei propri regimi di controllo.

L’episodio più eloquente di questa vulnerabilità strutturale si è verificato nel giugno 2026, quando una direttiva governativa statunitense motivata da ragioni di cybersicurezza ha imposto la disattivazione dell’accesso ai modelli di intelligenza artificiale Fable 5 e Mythos 5 di Anthropic per tutti gli utenti al di fuori degli Stati Uniti, interrompendo l’operatività di reti ospedaliere, pubbliche amministrazioni e agenzie di intelligence in diversi paesi che avevano integrato tali sistemi nei propri processi critici. L’episodio ha reso concreto lo scenario che diversi documenti preparatori di strategie nazionali definiscono «kill switch»: il rischio che un governo straniero possa interrompere unilateralmente l’accesso a infrastrutture civili o militari critiche, indipendentemente dalla localizzazione fisica dei server o dei data center. Non stupisce che, parallelamente all’adesione a iniziative multilaterali a guida americana, diversi paesi stiano introducendo livelli differenziati di sovranità digitale per gli appalti pubblici — riservando ai settori più sensibili, come difesa e sanità, l’esclusione di fatto delle imprese non nazionali — un tentativo di conciliare l’accesso alle tecnologie più avanzate con la protezione dei propri nodi infrastrutturali critici. Resta significativo che gli stessi attori che intendono premunirsi da simili rischi aderiscano, nello stesso torno di tempo, a iniziative a guida americana per la gestione delle filiere dell’intelligenza artificiale: una sovranità, per riprendere un’efficace immagine giornalistica, «in abbonamento» più che di piena proprietà.

Frammentazione interna: un problema comune a tutti gli attori compositi

Alla dipendenza esterna si affianca, in quasi tutti i grandi blocchi tecnologici, una persistente difficoltà di coordinamento interno. Non si tratta di un problema esclusivo delle architetture sovranazionali a ventisette o più membri: anche i formati di cooperazione allargata come i BRICS, che pure hanno accresciuto il proprio peso aggregato con l’ingresso di nuovi membri energetici e logistici, scontano l’eterogeneità delle agende — India e Cina non condividono la stessa priorità commerciale, Arabia Saudita e Iran mantengono interessi nazionali distinti pur condividendo lo stesso foro — rendendo il coordinamento tecnologico e industriale più complesso proprio nel momento in cui la scala diventa il fattore discriminante nella competizione globale. Le risposte nazionali, in assenza di una piena regia comune, si moltiplicano: diversi paesi hanno finanziato con fondi pubblici la diffusione di assistenti di intelligenza artificiale sviluppati internamente presso le proprie amministrazioni, altri hanno orientato le proprie agenzie di sicurezza verso software di analisi dati sviluppati da fornitori nazionali, altri ancora hanno costruito infrastrutture cloud dichiarate «sovrane» per i dati sanitari e giudiziari — strategie parallele più che coordinate, replicate con variazioni minime da un continente all’altro.

Sul piano regolatorio, la stessa tensione fra tutela dei diritti digitali e velocità di innovazione ricorre in contesti istituzionali molto diversi fra loro: dove la frammentazione normativa interna — decine di leggi settoriali e centinaia di autorità di regolamentazione attive in giurisdizioni distinte — produce un effetto collaterale comune, ossia la moltiplicazione dei costi di conformità e la riduzione della scala di mercato disponibile alle imprese tecnologiche emergenti, proprio nel momento in cui la capacità di operare su mercati ampi e integrati costituisce il principale vantaggio competitivo degli ecosistemi tecnologici più maturi.

La sovranità tecnologica è un valore relativo, poiché ogni paese — comprese le due superpotenze tecnologiche — dipende in una certa misura da altri per il proprio sviluppo, e l’interdipendenza economica resta un fattore strutturale destinato a rafforzarsi proprio mentre si riducono, per ragioni politiche, le alternative di cooperazione disponibili [2]. Ciò che appare mutato negli ultimi anni non è la natura di questa dipendenza, ma il suo grado di strumentalizzazione geopolitica: dai controlli statunitensi sulle esportazioni di chip avanzati alla sospensione unilaterale dell’accesso a modelli di intelligenza artificiale, dalle ritorsioni cinesi sui componenti automobilistici alle nuove architetture di alleanza tecnologica a guida americana, l’interdipendenza si configura sempre più come leva di condizionamento reciproco che come dato neutro di mercato — una dinamica che attraversa, con intensità diverse, tanto le grandi potenze quanto gli attori di rango intermedio.

In questo quadro, nessun attore sembra in condizione di conseguire, nel medio periodo, una sovranità tecnologica integrale: le stesse potenze che dispongono delle risorse più ingenti — capacità industriale cinese, potenza finanziaria e tecnologica statunitense — restano vincolate a nodi critici della filiera globale che non controllano pienamente, dalla litografia EUV olandese ai materiali di provenienza asiatica. La vera posta in gioco, per qualsiasi attore statuale coinvolto in questa competizione, non è dunque la scelta binaria fra autonomia integrale e dipendenza totale — opzione irrealistica nell’attuale economia politica internazionale — bensì la capacità di trasformare la propria condizione di partner indispensabile in autorità co-normativa: influenzare la definizione degli standard tecnologici globali anche laddove non se ne detiene la leadership industriale. È in questo spazio, angusto ma non irrilevante, che si gioca la possibilità per ciascun polo — occidentale, asiatico, mediorientale o eurasiatico — di restare un soggetto autonomo di un ordine mondiale sempre più multipolare, anziché ridursi a mero terreno di transito delle rivalità tecnologiche altrui.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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