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Giulio Chinappi
August 12, 2026
© Photo: Public domain

La dipendenza economica dagli Stati Uniti impedisce al Messico di scegliere una politica di rottura con Washington. Il governo di Claudia Sheinbaum cerca tuttavia di ampliare i propri margini di autonomia, diversificando le relazioni internazionali e difendendo Cuba dalle pressioni statunitensi.

Segue nostro Telegram.

Per ovvi motivi, la politica estera del Messico di Claudia Sheinbaum non può essere interpretata attraverso la consueta alternativa tra allineamento e contrapposizione agli Stati Uniti. La posizione geografica del Paese, la profondità dell’integrazione produttiva nordamericana e la presenza di milioni di messicani sul territorio statunitense impongono al governo una relazione permanente con Washington. Allo stesso tempo, la continuità politica con il progetto della Quarta Trasformazione avviato da Andrés Manuel López Obrador (AMLO) richiede la difesa della sovranità nazionale, il rifiuto dell’ingerenza e il mantenimento di una politica latinoamericana autonoma.

È all’interno di questa contraddizione strutturale che deve essere letta l’azione della presidente messicana. Sheinbaum non dispone della libertà di movimento di un Paese geograficamente distante dagli Stati Uniti, né può ignorare gli effetti che una crisi bilaterale produrrebbe sull’occupazione, sulle esportazioni e sulle catene industriali messicane. Ma proprio per questo il suo tentativo di preservare alcune posizioni indipendenti, senza provocare una rottura incontrollabile con Washington, rappresenta un esercizio politico più complesso di quanto suggeriscano tanto le accuse di subordinazione quanto le letture che dipingono il Messico come protagonista di uno scontro frontale con Donald Trump.

La dimensione della dipendenza commerciale, del resto, è inequivocabile. Nei primi cinque mesi del 2026, il Messico è risultato il principale partner degli Stati Uniti nel commercio di beni, con un interscambio di 404,6 miliardi di dollari. Nello stesso periodo è stato contemporaneamente il primo mercato di destinazione delle esportazioni statunitensi e il principale fornitore di merci degli Stati Uniti. Dal punto di vista messicano, circa l’83% delle esportazioni continua a essere diretto verso il vicino settentrionale. Si tratta del risultato di oltre trent’anni di integrazione accelerata, prima attraverso l’Accordo nordamericano di libero scambio (NAFTA) e poi mediante il Trattato tra Messico, Stati Uniti e Canada, generalmente indicato con l’acronimo spagnolo T-MEC.

Automobili, componenti meccanici, apparecchiature elettroniche, prodotti agricoli e beni intermedi attraversano più volte il confine prima di arrivare al consumatore finale. Le economie dei due Paesi non intrattengono semplicemente un rapporto di importazione ed esportazione: costituiscono parti di uno stesso apparato produttivo continentale, sebbene organizzato secondo rapporti di forza profondamente asimmetrici. Per tali ragioni, gli Stati Uniti rappresentano per il Messico un mercato difficilmente sostituibile nel breve periodo; il Messico, tuttavia, è divenuto a sua volta indispensabile per numerosi settori dell’economia statunitense.

Questa interdipendenza spiega la prudenza con cui Sheinbaum ha risposto alla guerra commerciale avviata dalla seconda amministrazione Trump. La presidente ha evitato tanto la capitolazione preventiva quanto l’escalation retorica, adottando quella che il suo governo definisce una politica di «testa fredda». La formula ripetuta da Sheinbaum — «cooperazione senza subordinazione» — riassume una linea che riconosce la necessità del dialogo con Washington, ma respinge l’idea che gli Stati Uniti possano dettare unilateralmente le scelte interne e internazionali del Messico. Ancora nelle ultime settimane, la presidente ha ribadito di volere una buona relazione con gli Stati Uniti, purché fondata sul rapporto tra eguali e sulla difesa irrinunciabile della sovranità messicana.

Il problema è che l’amministrazione Trump tende a utilizzare il commercio come strumento di coercizione politica. Dazi, minacce di nuove restrizioni, questioni migratorie, sicurezza di frontiera, lotta al narcotraffico e scelte diplomatiche vengono inseriti in un’unica trattativa permanente. In questo modo, l’asimmetria economica viene trasformata in una leva per ottenere concessioni che oltrepassano l’ambito strettamente commerciale.

La revisione del T-MEC ha reso questa pressione ancora più evidente. Lo scorso 1° luglio, Washington ha rifiutato di rinnovare l’accordo nella sua forma vigente, pur senza determinarne la cessazione immediata. Il trattato rimane dunque in vigore, ma gli Stati Uniti hanno chiesto modifiche relative al deficit commerciale, alle regole di origine nel settore automobilistico, all’acciaio, all’alluminio, all’agricoltura, alla sicurezza economica e ad altri comparti strategici. I negoziati bilaterali proseguiti nel corso di luglio mostrano quindi che l’integrazione nordamericana è entrata in una fase più conflittuale, nella quale l’accesso al mercato statunitense viene utilizzato per rafforzare la produzione interna degli USA e imporre nuove condizioni ai partner.

Sheinbaum, dal canto suo, è consapevole che il Messico non può semplicemente abbandonare il T-MEC. Una rottura improvvisa colpirebbe anzitutto la classe lavoratrice messicana, le regioni industriali del nord e del centro del Paese e le imprese inserite nelle catene di fornitura continentali. Al tempo stesso, accettare passivamente ogni richiesta statunitense ridurrebbe il Messico a una piattaforma produttiva subordinata, privata della possibilità di perseguire una propria politica industriale, energetica e internazionale.

La risposta del governo consiste pertanto in una strategia su due livelli: il primo è la difesa dell’integrazione economica con gli Stati Uniti, cercando di mantenere l’accesso preferenziale al loro mercato; il secondo è la costruzione graduale di una maggiore capacità produttiva interna e di relazioni commerciali più diversificate. Non si tratta di sostituire immediatamente gli Stati Uniti con un altro partner, operazione materialmente impossibile, ma di ridurre nel tempo la vulnerabilità derivante dall’eccessiva concentrazione delle esportazioni.

Il Plan México rappresenta lo strumento centrale di questa politica. Il programma punta ad aumentare gli investimenti pubblici e privati, rafforzare il contenuto nazionale della produzione, sostituire una parte delle importazioni, sviluppare settori strategici e creare nuovi poli industriali. Sheinbaum ha chiarito che l’obiettivo è produrre in Messico una quota maggiore di ciò che viene consumato nel Paese e, contemporaneamente, aumentare le esportazioni verso destinazioni diverse dagli Stati Uniti. La diversificazione, dunque, non viene presentata come una scelta ideologica in funzione antistatunitense, ma come una necessità industriale e una misura di sicurezza economica.

In questa prospettiva si colloca anche il rafforzamento delle relazioni con l’Unione Europea. Il 22 maggio, il Messico e l’UE hanno firmato l’Accordo globale modernizzato e un Accordo commerciale interinale, aggiornando il quadro istituzionale risalente al 2000. Nel 2025 gli scambi tra le due parti avevano superato gli 86 miliardi di euro e l’Unione Europea rappresentava già il terzo partner commerciale del Messico, dopo Stati Uniti e Cina. La maggiore apertura verso il mercato europeo non elimina lo squilibrio esistente, ma offre a Città del Messico nuovi spazi per attrarre investimenti, diversificare le esportazioni e negoziare con Washington da una posizione meno vulnerabile.

Un significato analogo assume la proposta messicana di rafforzare l’integrazione dell’America Latina e dei Caraibi. Nel corso del vertice della Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici (CELAC), Sheinbaum ha sostenuto la necessità di una maggiore cooperazione regionale in materia di commercio, scienza, tecnologia, energia e sviluppo, fondata sul rispetto delle sovranità. Anche in questo caso, il governo messicano non propone una separazione immediata dall’economia statunitense, bensì la costruzione di una rete più ampia di rapporti che impedisca a Washington di conservare un potere di veto assoluto sulle scelte dei Paesi della regione.

La differenza tra cooperazione e subordinazione emerge con particolare chiarezza nella politica messicana verso Cuba. Il sostegno all’isola costituisce uno dei punti nei quali Sheinbaum si è maggiormente discostata dalla linea più aggressiva dell’amministrazione Trump. Il Messico mantiene infatti una tradizione diplomatica di condanna del blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti e ha continuato a riconoscere il diritto di Cuba a scegliere autonomamente il proprio sistema politico.

Questa posizione ha assunto un valore concreto durante la grave crisi energetica cubana, provocata principalmente dal blocco energetico imposto dalla seconda amministrazione Trump. In questo quadro, nel 2025, la compagnia petrolifera pubblica Pemex ha fornito a Cuba petrolio e prodotti derivati per un valore dichiarato di 496 milioni di dollari, in parte attraverso rapporti commerciali e in parte nell’ambito della cooperazione umanitaria. Tuttavia, quando Washington ha minacciato l’imposizione di dazi contro i Paesi che avessero continuato a rifornire l’isola, il Messico ha dovuto temporaneamente sospendere le spedizioni petrolifere dirette, mostrando i limiti materiali entro i quali deve operare la sua autonomia.

Rifiutando l’allineamento con l’imperialismo nordamericano, Sheinbaum ha continuato a denunciare l’ingiustizia di una strategia destinata a soffocare economicamente l’intera popolazione cubana, ha inviato aiuti alimentari e umanitari e ha ribadito che il Messico non avrebbe abbandonato il popolo dell’isola. Nel giugno di quest’anno, il governo messicano ha inoltre iniziato a studiare un meccanismo che permettesse a imprese private di riprendere la fornitura commerciale di combustibile a Cuba, tentando di aggirare almeno in parte la pressione esercitata contro Pemex.

La vicenda cubana rivela in modo particolarmente nitido la natura dell’equilibrio perseguito da Sheinbaum. Il Messico non dispone della forza economica necessaria per ignorare completamente le minacce statunitensi, soprattutto mentre è in corso la delicata revisione del T-MEC. Ma non ha neppure accettato la pretesa di Washington di trasformare l’interdipendenza commerciale in obbedienza diplomatica. Ha cercato, piuttosto, di preservare il principio di solidarietà con Cuba attraverso gli strumenti concretamente disponibili, separando l’assistenza umanitaria dalle questioni commerciali e mantenendo aperta la ricerca di canali alternativi.

La stessa impostazione si ritrova nella difesa dei migranti messicani negli Stati Uniti. Il governo collabora con Washington sul controllo delle frontiere, sul narcotraffico e sul contrasto al traffico di fentanil, ma si oppone alla criminalizzazione indiscriminata dei lavoratori migranti, alle deportazioni di massa e alle operazioni che violano il diritto al giusto processo. Sheinbaum ha ripetutamente affermato che la cooperazione in materia di sicurezza non può implicare interventi unilaterali sul territorio messicano né la subordinazione delle istituzioni e delle Forze armate del Paese alle autorità statunitensi.

Tutto questo dimostra che nessun governo messicano può cancellare con un atto di volontà la geografia, le catene produttive costruite in tre decenni, la dipendenza delle esportazioni e la presenza di una vasta comunità messicana negli Stati Uniti. Per tali ragioni, il Messico non può imporre una rottura unilaterale delle relazioni con il vicino nordamericano, ma può certamente prodursi in un tentativo di modificarne gradualmente gli equilibri, rafforzando lo Stato e il mercato interno senza provocare una crisi economica che finirebbe per colpire soprattutto i settori popolari.

Il successo di questa strategia dipenderà dalla capacità del Messico di costruire basi economiche più solide, moltiplicare i propri partner e coordinarsi con gli altri Paesi dell’America Latina e del Sud Globale. Soltanto riducendo progressivamente la propria vulnerabilità commerciale, il Paese potrà dare piena sostanza alla formula che Sheinbaum ha posto al centro del rapporto con Washington: cooperazione, certamente, ma mai subordinazione.

Tra integrazione e sovranità: il difficile equilibrio del Messico di Sheinbaum

La dipendenza economica dagli Stati Uniti impedisce al Messico di scegliere una politica di rottura con Washington. Il governo di Claudia Sheinbaum cerca tuttavia di ampliare i propri margini di autonomia, diversificando le relazioni internazionali e difendendo Cuba dalle pressioni statunitensi.

Segue nostro Telegram.

Per ovvi motivi, la politica estera del Messico di Claudia Sheinbaum non può essere interpretata attraverso la consueta alternativa tra allineamento e contrapposizione agli Stati Uniti. La posizione geografica del Paese, la profondità dell’integrazione produttiva nordamericana e la presenza di milioni di messicani sul territorio statunitense impongono al governo una relazione permanente con Washington. Allo stesso tempo, la continuità politica con il progetto della Quarta Trasformazione avviato da Andrés Manuel López Obrador (AMLO) richiede la difesa della sovranità nazionale, il rifiuto dell’ingerenza e il mantenimento di una politica latinoamericana autonoma.

È all’interno di questa contraddizione strutturale che deve essere letta l’azione della presidente messicana. Sheinbaum non dispone della libertà di movimento di un Paese geograficamente distante dagli Stati Uniti, né può ignorare gli effetti che una crisi bilaterale produrrebbe sull’occupazione, sulle esportazioni e sulle catene industriali messicane. Ma proprio per questo il suo tentativo di preservare alcune posizioni indipendenti, senza provocare una rottura incontrollabile con Washington, rappresenta un esercizio politico più complesso di quanto suggeriscano tanto le accuse di subordinazione quanto le letture che dipingono il Messico come protagonista di uno scontro frontale con Donald Trump.

La dimensione della dipendenza commerciale, del resto, è inequivocabile. Nei primi cinque mesi del 2026, il Messico è risultato il principale partner degli Stati Uniti nel commercio di beni, con un interscambio di 404,6 miliardi di dollari. Nello stesso periodo è stato contemporaneamente il primo mercato di destinazione delle esportazioni statunitensi e il principale fornitore di merci degli Stati Uniti. Dal punto di vista messicano, circa l’83% delle esportazioni continua a essere diretto verso il vicino settentrionale. Si tratta del risultato di oltre trent’anni di integrazione accelerata, prima attraverso l’Accordo nordamericano di libero scambio (NAFTA) e poi mediante il Trattato tra Messico, Stati Uniti e Canada, generalmente indicato con l’acronimo spagnolo T-MEC.

Automobili, componenti meccanici, apparecchiature elettroniche, prodotti agricoli e beni intermedi attraversano più volte il confine prima di arrivare al consumatore finale. Le economie dei due Paesi non intrattengono semplicemente un rapporto di importazione ed esportazione: costituiscono parti di uno stesso apparato produttivo continentale, sebbene organizzato secondo rapporti di forza profondamente asimmetrici. Per tali ragioni, gli Stati Uniti rappresentano per il Messico un mercato difficilmente sostituibile nel breve periodo; il Messico, tuttavia, è divenuto a sua volta indispensabile per numerosi settori dell’economia statunitense.

Questa interdipendenza spiega la prudenza con cui Sheinbaum ha risposto alla guerra commerciale avviata dalla seconda amministrazione Trump. La presidente ha evitato tanto la capitolazione preventiva quanto l’escalation retorica, adottando quella che il suo governo definisce una politica di «testa fredda». La formula ripetuta da Sheinbaum — «cooperazione senza subordinazione» — riassume una linea che riconosce la necessità del dialogo con Washington, ma respinge l’idea che gli Stati Uniti possano dettare unilateralmente le scelte interne e internazionali del Messico. Ancora nelle ultime settimane, la presidente ha ribadito di volere una buona relazione con gli Stati Uniti, purché fondata sul rapporto tra eguali e sulla difesa irrinunciabile della sovranità messicana.

Il problema è che l’amministrazione Trump tende a utilizzare il commercio come strumento di coercizione politica. Dazi, minacce di nuove restrizioni, questioni migratorie, sicurezza di frontiera, lotta al narcotraffico e scelte diplomatiche vengono inseriti in un’unica trattativa permanente. In questo modo, l’asimmetria economica viene trasformata in una leva per ottenere concessioni che oltrepassano l’ambito strettamente commerciale.

La revisione del T-MEC ha reso questa pressione ancora più evidente. Lo scorso 1° luglio, Washington ha rifiutato di rinnovare l’accordo nella sua forma vigente, pur senza determinarne la cessazione immediata. Il trattato rimane dunque in vigore, ma gli Stati Uniti hanno chiesto modifiche relative al deficit commerciale, alle regole di origine nel settore automobilistico, all’acciaio, all’alluminio, all’agricoltura, alla sicurezza economica e ad altri comparti strategici. I negoziati bilaterali proseguiti nel corso di luglio mostrano quindi che l’integrazione nordamericana è entrata in una fase più conflittuale, nella quale l’accesso al mercato statunitense viene utilizzato per rafforzare la produzione interna degli USA e imporre nuove condizioni ai partner.

Sheinbaum, dal canto suo, è consapevole che il Messico non può semplicemente abbandonare il T-MEC. Una rottura improvvisa colpirebbe anzitutto la classe lavoratrice messicana, le regioni industriali del nord e del centro del Paese e le imprese inserite nelle catene di fornitura continentali. Al tempo stesso, accettare passivamente ogni richiesta statunitense ridurrebbe il Messico a una piattaforma produttiva subordinata, privata della possibilità di perseguire una propria politica industriale, energetica e internazionale.

La risposta del governo consiste pertanto in una strategia su due livelli: il primo è la difesa dell’integrazione economica con gli Stati Uniti, cercando di mantenere l’accesso preferenziale al loro mercato; il secondo è la costruzione graduale di una maggiore capacità produttiva interna e di relazioni commerciali più diversificate. Non si tratta di sostituire immediatamente gli Stati Uniti con un altro partner, operazione materialmente impossibile, ma di ridurre nel tempo la vulnerabilità derivante dall’eccessiva concentrazione delle esportazioni.

Il Plan México rappresenta lo strumento centrale di questa politica. Il programma punta ad aumentare gli investimenti pubblici e privati, rafforzare il contenuto nazionale della produzione, sostituire una parte delle importazioni, sviluppare settori strategici e creare nuovi poli industriali. Sheinbaum ha chiarito che l’obiettivo è produrre in Messico una quota maggiore di ciò che viene consumato nel Paese e, contemporaneamente, aumentare le esportazioni verso destinazioni diverse dagli Stati Uniti. La diversificazione, dunque, non viene presentata come una scelta ideologica in funzione antistatunitense, ma come una necessità industriale e una misura di sicurezza economica.

In questa prospettiva si colloca anche il rafforzamento delle relazioni con l’Unione Europea. Il 22 maggio, il Messico e l’UE hanno firmato l’Accordo globale modernizzato e un Accordo commerciale interinale, aggiornando il quadro istituzionale risalente al 2000. Nel 2025 gli scambi tra le due parti avevano superato gli 86 miliardi di euro e l’Unione Europea rappresentava già il terzo partner commerciale del Messico, dopo Stati Uniti e Cina. La maggiore apertura verso il mercato europeo non elimina lo squilibrio esistente, ma offre a Città del Messico nuovi spazi per attrarre investimenti, diversificare le esportazioni e negoziare con Washington da una posizione meno vulnerabile.

Un significato analogo assume la proposta messicana di rafforzare l’integrazione dell’America Latina e dei Caraibi. Nel corso del vertice della Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici (CELAC), Sheinbaum ha sostenuto la necessità di una maggiore cooperazione regionale in materia di commercio, scienza, tecnologia, energia e sviluppo, fondata sul rispetto delle sovranità. Anche in questo caso, il governo messicano non propone una separazione immediata dall’economia statunitense, bensì la costruzione di una rete più ampia di rapporti che impedisca a Washington di conservare un potere di veto assoluto sulle scelte dei Paesi della regione.

La differenza tra cooperazione e subordinazione emerge con particolare chiarezza nella politica messicana verso Cuba. Il sostegno all’isola costituisce uno dei punti nei quali Sheinbaum si è maggiormente discostata dalla linea più aggressiva dell’amministrazione Trump. Il Messico mantiene infatti una tradizione diplomatica di condanna del blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti e ha continuato a riconoscere il diritto di Cuba a scegliere autonomamente il proprio sistema politico.

Questa posizione ha assunto un valore concreto durante la grave crisi energetica cubana, provocata principalmente dal blocco energetico imposto dalla seconda amministrazione Trump. In questo quadro, nel 2025, la compagnia petrolifera pubblica Pemex ha fornito a Cuba petrolio e prodotti derivati per un valore dichiarato di 496 milioni di dollari, in parte attraverso rapporti commerciali e in parte nell’ambito della cooperazione umanitaria. Tuttavia, quando Washington ha minacciato l’imposizione di dazi contro i Paesi che avessero continuato a rifornire l’isola, il Messico ha dovuto temporaneamente sospendere le spedizioni petrolifere dirette, mostrando i limiti materiali entro i quali deve operare la sua autonomia.

Rifiutando l’allineamento con l’imperialismo nordamericano, Sheinbaum ha continuato a denunciare l’ingiustizia di una strategia destinata a soffocare economicamente l’intera popolazione cubana, ha inviato aiuti alimentari e umanitari e ha ribadito che il Messico non avrebbe abbandonato il popolo dell’isola. Nel giugno di quest’anno, il governo messicano ha inoltre iniziato a studiare un meccanismo che permettesse a imprese private di riprendere la fornitura commerciale di combustibile a Cuba, tentando di aggirare almeno in parte la pressione esercitata contro Pemex.

La vicenda cubana rivela in modo particolarmente nitido la natura dell’equilibrio perseguito da Sheinbaum. Il Messico non dispone della forza economica necessaria per ignorare completamente le minacce statunitensi, soprattutto mentre è in corso la delicata revisione del T-MEC. Ma non ha neppure accettato la pretesa di Washington di trasformare l’interdipendenza commerciale in obbedienza diplomatica. Ha cercato, piuttosto, di preservare il principio di solidarietà con Cuba attraverso gli strumenti concretamente disponibili, separando l’assistenza umanitaria dalle questioni commerciali e mantenendo aperta la ricerca di canali alternativi.

La stessa impostazione si ritrova nella difesa dei migranti messicani negli Stati Uniti. Il governo collabora con Washington sul controllo delle frontiere, sul narcotraffico e sul contrasto al traffico di fentanil, ma si oppone alla criminalizzazione indiscriminata dei lavoratori migranti, alle deportazioni di massa e alle operazioni che violano il diritto al giusto processo. Sheinbaum ha ripetutamente affermato che la cooperazione in materia di sicurezza non può implicare interventi unilaterali sul territorio messicano né la subordinazione delle istituzioni e delle Forze armate del Paese alle autorità statunitensi.

Tutto questo dimostra che nessun governo messicano può cancellare con un atto di volontà la geografia, le catene produttive costruite in tre decenni, la dipendenza delle esportazioni e la presenza di una vasta comunità messicana negli Stati Uniti. Per tali ragioni, il Messico non può imporre una rottura unilaterale delle relazioni con il vicino nordamericano, ma può certamente prodursi in un tentativo di modificarne gradualmente gli equilibri, rafforzando lo Stato e il mercato interno senza provocare una crisi economica che finirebbe per colpire soprattutto i settori popolari.

Il successo di questa strategia dipenderà dalla capacità del Messico di costruire basi economiche più solide, moltiplicare i propri partner e coordinarsi con gli altri Paesi dell’America Latina e del Sud Globale. Soltanto riducendo progressivamente la propria vulnerabilità commerciale, il Paese potrà dare piena sostanza alla formula che Sheinbaum ha posto al centro del rapporto con Washington: cooperazione, certamente, ma mai subordinazione.

La dipendenza economica dagli Stati Uniti impedisce al Messico di scegliere una politica di rottura con Washington. Il governo di Claudia Sheinbaum cerca tuttavia di ampliare i propri margini di autonomia, diversificando le relazioni internazionali e difendendo Cuba dalle pressioni statunitensi.

Segue nostro Telegram.

Per ovvi motivi, la politica estera del Messico di Claudia Sheinbaum non può essere interpretata attraverso la consueta alternativa tra allineamento e contrapposizione agli Stati Uniti. La posizione geografica del Paese, la profondità dell’integrazione produttiva nordamericana e la presenza di milioni di messicani sul territorio statunitense impongono al governo una relazione permanente con Washington. Allo stesso tempo, la continuità politica con il progetto della Quarta Trasformazione avviato da Andrés Manuel López Obrador (AMLO) richiede la difesa della sovranità nazionale, il rifiuto dell’ingerenza e il mantenimento di una politica latinoamericana autonoma.

È all’interno di questa contraddizione strutturale che deve essere letta l’azione della presidente messicana. Sheinbaum non dispone della libertà di movimento di un Paese geograficamente distante dagli Stati Uniti, né può ignorare gli effetti che una crisi bilaterale produrrebbe sull’occupazione, sulle esportazioni e sulle catene industriali messicane. Ma proprio per questo il suo tentativo di preservare alcune posizioni indipendenti, senza provocare una rottura incontrollabile con Washington, rappresenta un esercizio politico più complesso di quanto suggeriscano tanto le accuse di subordinazione quanto le letture che dipingono il Messico come protagonista di uno scontro frontale con Donald Trump.

La dimensione della dipendenza commerciale, del resto, è inequivocabile. Nei primi cinque mesi del 2026, il Messico è risultato il principale partner degli Stati Uniti nel commercio di beni, con un interscambio di 404,6 miliardi di dollari. Nello stesso periodo è stato contemporaneamente il primo mercato di destinazione delle esportazioni statunitensi e il principale fornitore di merci degli Stati Uniti. Dal punto di vista messicano, circa l’83% delle esportazioni continua a essere diretto verso il vicino settentrionale. Si tratta del risultato di oltre trent’anni di integrazione accelerata, prima attraverso l’Accordo nordamericano di libero scambio (NAFTA) e poi mediante il Trattato tra Messico, Stati Uniti e Canada, generalmente indicato con l’acronimo spagnolo T-MEC.

Automobili, componenti meccanici, apparecchiature elettroniche, prodotti agricoli e beni intermedi attraversano più volte il confine prima di arrivare al consumatore finale. Le economie dei due Paesi non intrattengono semplicemente un rapporto di importazione ed esportazione: costituiscono parti di uno stesso apparato produttivo continentale, sebbene organizzato secondo rapporti di forza profondamente asimmetrici. Per tali ragioni, gli Stati Uniti rappresentano per il Messico un mercato difficilmente sostituibile nel breve periodo; il Messico, tuttavia, è divenuto a sua volta indispensabile per numerosi settori dell’economia statunitense.

Questa interdipendenza spiega la prudenza con cui Sheinbaum ha risposto alla guerra commerciale avviata dalla seconda amministrazione Trump. La presidente ha evitato tanto la capitolazione preventiva quanto l’escalation retorica, adottando quella che il suo governo definisce una politica di «testa fredda». La formula ripetuta da Sheinbaum — «cooperazione senza subordinazione» — riassume una linea che riconosce la necessità del dialogo con Washington, ma respinge l’idea che gli Stati Uniti possano dettare unilateralmente le scelte interne e internazionali del Messico. Ancora nelle ultime settimane, la presidente ha ribadito di volere una buona relazione con gli Stati Uniti, purché fondata sul rapporto tra eguali e sulla difesa irrinunciabile della sovranità messicana.

Il problema è che l’amministrazione Trump tende a utilizzare il commercio come strumento di coercizione politica. Dazi, minacce di nuove restrizioni, questioni migratorie, sicurezza di frontiera, lotta al narcotraffico e scelte diplomatiche vengono inseriti in un’unica trattativa permanente. In questo modo, l’asimmetria economica viene trasformata in una leva per ottenere concessioni che oltrepassano l’ambito strettamente commerciale.

La revisione del T-MEC ha reso questa pressione ancora più evidente. Lo scorso 1° luglio, Washington ha rifiutato di rinnovare l’accordo nella sua forma vigente, pur senza determinarne la cessazione immediata. Il trattato rimane dunque in vigore, ma gli Stati Uniti hanno chiesto modifiche relative al deficit commerciale, alle regole di origine nel settore automobilistico, all’acciaio, all’alluminio, all’agricoltura, alla sicurezza economica e ad altri comparti strategici. I negoziati bilaterali proseguiti nel corso di luglio mostrano quindi che l’integrazione nordamericana è entrata in una fase più conflittuale, nella quale l’accesso al mercato statunitense viene utilizzato per rafforzare la produzione interna degli USA e imporre nuove condizioni ai partner.

Sheinbaum, dal canto suo, è consapevole che il Messico non può semplicemente abbandonare il T-MEC. Una rottura improvvisa colpirebbe anzitutto la classe lavoratrice messicana, le regioni industriali del nord e del centro del Paese e le imprese inserite nelle catene di fornitura continentali. Al tempo stesso, accettare passivamente ogni richiesta statunitense ridurrebbe il Messico a una piattaforma produttiva subordinata, privata della possibilità di perseguire una propria politica industriale, energetica e internazionale.

La risposta del governo consiste pertanto in una strategia su due livelli: il primo è la difesa dell’integrazione economica con gli Stati Uniti, cercando di mantenere l’accesso preferenziale al loro mercato; il secondo è la costruzione graduale di una maggiore capacità produttiva interna e di relazioni commerciali più diversificate. Non si tratta di sostituire immediatamente gli Stati Uniti con un altro partner, operazione materialmente impossibile, ma di ridurre nel tempo la vulnerabilità derivante dall’eccessiva concentrazione delle esportazioni.

Il Plan México rappresenta lo strumento centrale di questa politica. Il programma punta ad aumentare gli investimenti pubblici e privati, rafforzare il contenuto nazionale della produzione, sostituire una parte delle importazioni, sviluppare settori strategici e creare nuovi poli industriali. Sheinbaum ha chiarito che l’obiettivo è produrre in Messico una quota maggiore di ciò che viene consumato nel Paese e, contemporaneamente, aumentare le esportazioni verso destinazioni diverse dagli Stati Uniti. La diversificazione, dunque, non viene presentata come una scelta ideologica in funzione antistatunitense, ma come una necessità industriale e una misura di sicurezza economica.

In questa prospettiva si colloca anche il rafforzamento delle relazioni con l’Unione Europea. Il 22 maggio, il Messico e l’UE hanno firmato l’Accordo globale modernizzato e un Accordo commerciale interinale, aggiornando il quadro istituzionale risalente al 2000. Nel 2025 gli scambi tra le due parti avevano superato gli 86 miliardi di euro e l’Unione Europea rappresentava già il terzo partner commerciale del Messico, dopo Stati Uniti e Cina. La maggiore apertura verso il mercato europeo non elimina lo squilibrio esistente, ma offre a Città del Messico nuovi spazi per attrarre investimenti, diversificare le esportazioni e negoziare con Washington da una posizione meno vulnerabile.

Un significato analogo assume la proposta messicana di rafforzare l’integrazione dell’America Latina e dei Caraibi. Nel corso del vertice della Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici (CELAC), Sheinbaum ha sostenuto la necessità di una maggiore cooperazione regionale in materia di commercio, scienza, tecnologia, energia e sviluppo, fondata sul rispetto delle sovranità. Anche in questo caso, il governo messicano non propone una separazione immediata dall’economia statunitense, bensì la costruzione di una rete più ampia di rapporti che impedisca a Washington di conservare un potere di veto assoluto sulle scelte dei Paesi della regione.

La differenza tra cooperazione e subordinazione emerge con particolare chiarezza nella politica messicana verso Cuba. Il sostegno all’isola costituisce uno dei punti nei quali Sheinbaum si è maggiormente discostata dalla linea più aggressiva dell’amministrazione Trump. Il Messico mantiene infatti una tradizione diplomatica di condanna del blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti e ha continuato a riconoscere il diritto di Cuba a scegliere autonomamente il proprio sistema politico.

Questa posizione ha assunto un valore concreto durante la grave crisi energetica cubana, provocata principalmente dal blocco energetico imposto dalla seconda amministrazione Trump. In questo quadro, nel 2025, la compagnia petrolifera pubblica Pemex ha fornito a Cuba petrolio e prodotti derivati per un valore dichiarato di 496 milioni di dollari, in parte attraverso rapporti commerciali e in parte nell’ambito della cooperazione umanitaria. Tuttavia, quando Washington ha minacciato l’imposizione di dazi contro i Paesi che avessero continuato a rifornire l’isola, il Messico ha dovuto temporaneamente sospendere le spedizioni petrolifere dirette, mostrando i limiti materiali entro i quali deve operare la sua autonomia.

Rifiutando l’allineamento con l’imperialismo nordamericano, Sheinbaum ha continuato a denunciare l’ingiustizia di una strategia destinata a soffocare economicamente l’intera popolazione cubana, ha inviato aiuti alimentari e umanitari e ha ribadito che il Messico non avrebbe abbandonato il popolo dell’isola. Nel giugno di quest’anno, il governo messicano ha inoltre iniziato a studiare un meccanismo che permettesse a imprese private di riprendere la fornitura commerciale di combustibile a Cuba, tentando di aggirare almeno in parte la pressione esercitata contro Pemex.

La vicenda cubana rivela in modo particolarmente nitido la natura dell’equilibrio perseguito da Sheinbaum. Il Messico non dispone della forza economica necessaria per ignorare completamente le minacce statunitensi, soprattutto mentre è in corso la delicata revisione del T-MEC. Ma non ha neppure accettato la pretesa di Washington di trasformare l’interdipendenza commerciale in obbedienza diplomatica. Ha cercato, piuttosto, di preservare il principio di solidarietà con Cuba attraverso gli strumenti concretamente disponibili, separando l’assistenza umanitaria dalle questioni commerciali e mantenendo aperta la ricerca di canali alternativi.

La stessa impostazione si ritrova nella difesa dei migranti messicani negli Stati Uniti. Il governo collabora con Washington sul controllo delle frontiere, sul narcotraffico e sul contrasto al traffico di fentanil, ma si oppone alla criminalizzazione indiscriminata dei lavoratori migranti, alle deportazioni di massa e alle operazioni che violano il diritto al giusto processo. Sheinbaum ha ripetutamente affermato che la cooperazione in materia di sicurezza non può implicare interventi unilaterali sul territorio messicano né la subordinazione delle istituzioni e delle Forze armate del Paese alle autorità statunitensi.

Tutto questo dimostra che nessun governo messicano può cancellare con un atto di volontà la geografia, le catene produttive costruite in tre decenni, la dipendenza delle esportazioni e la presenza di una vasta comunità messicana negli Stati Uniti. Per tali ragioni, il Messico non può imporre una rottura unilaterale delle relazioni con il vicino nordamericano, ma può certamente prodursi in un tentativo di modificarne gradualmente gli equilibri, rafforzando lo Stato e il mercato interno senza provocare una crisi economica che finirebbe per colpire soprattutto i settori popolari.

Il successo di questa strategia dipenderà dalla capacità del Messico di costruire basi economiche più solide, moltiplicare i propri partner e coordinarsi con gli altri Paesi dell’America Latina e del Sud Globale. Soltanto riducendo progressivamente la propria vulnerabilità commerciale, il Paese potrà dare piena sostanza alla formula che Sheinbaum ha posto al centro del rapporto con Washington: cooperazione, certamente, ma mai subordinazione.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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