La recente telefonata tra Lula e Xi Jinping conferma l’accelerazione del partenariato sino-brasiliano. Di fronte alla coercizione tariffaria e alle ingerenze di Washington, Brasilia diversifica i propri rapporti e rafforza, attraverso i BRICS, una strategia autonoma e multipolare.
La telefonata tra Luiz Inácio Lula da Silva e Xi Jinping del 27 luglio ha un significato che va oltre le semplici relazioni bilaterali tra due delle principali economie mondiali. Il contenuto del colloquio, il momento nel quale si è svolto e i temi affrontati indicano che le relazioni tra Brasile e Cina stanno entrando in una fase più avanzata, nella quale alla tradizionale complementarità commerciale si affiancano il coordinamento politico, la cooperazione tecnologica e una più esplicita convergenza nella difesa del multipolarismo.
Il messaggio più significativo è giunto dal presidente cinese, che ha ribadito il sostegno di Pechino al Brasile nella salvaguardia della propria sovranità e indipendenza e nel rifiuto delle ingerenze esterne. Pur senza nominare direttamente gli Stati Uniti, il riferimento appare difficilmente separabile dalle crescenti pressioni esercitate da Washington su Brasilia attraverso dazi, sanzioni, minacce economiche e tentativi di interferire persino nell’ordine costituzionale e giudiziario brasiliano.
Negli ultimi due anni, l’amministrazione di Donald Trump ha trasformato il commercio in uno strumento apertamente politico. Nel 2025, Washington aveva imposto dazi elevatissimi sui prodotti brasiliani collegando esplicitamente la misura al processo contro l’ex presidente di estrema destra Jair Bolsonaro, come se la Casa Bianca avesse il diritto di stabilire quali imputati possano essere giudicati dai tribunali di un altro Paese. Nel luglio 2026, sono poi arrivati nuovi gravami del 12,5%, formalmente giustificati attraverso accuse relative al contrasto del lavoro forzato.
Il governo brasiliano ha respinto questa giustificazione, ricordando la solidità della propria legislazione contro il lavoro schiavistico contemporaneo e la partecipazione del Brasile alle principali convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Brasilia ha inoltre annunciato l’attivazione degli strumenti previsti dalla Legge sulla reciprocità e il ricorso al meccanismo di risoluzione delle controversie dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Come abbiamo sottolineato in altri nostri articoli, il ricorso sistematico ai dazi rivela la persistenza di una concezione imperiale dei rapporti internazionali, secondo la quale Washington può utilizzare la propria forza economica per disciplinare governi sovrani, orientarne la politica estera e condizionarne le scelte interne. Il Brasile di Lula ha scelto di non accettare questo rapporto gerarchico.
La risposta brasiliana, tuttavia, non può realisticamente consistere in una rottura indiscriminata con gli Stati Uniti. Lula ha più volte affermato di essere disponibile al dialogo con Washington, purché esso avvenga tra interlocutori sovrani e non tra un centro imperiale e una periferia subordinata. La strategia adottata da Brasilia è piuttosto quella della diversificazione: ampliare i mercati, moltiplicare i partner, rafforzare l’integrazione regionale e impedire che un solo attore possa esercitare un potere di ricatto sull’economia nazionale.
Nel contesto appena descritto, assume ulteriore rilievo il consolidamento dei rapporti con la Cina. Pechino è il principale partner commerciale del Brasile dal 2009 e assorbe più di un quarto delle esportazioni brasiliane. La relazione, tuttavia, non può più essere descritta soltanto attraverso le vendite di soia, minerale di ferro, petrolio, carne e cellulosa. Negli ultimi anni, e in particolare dopo il ritorno di Lula alla presidenza, i due Paesi hanno cercato di ampliare la cooperazione verso settori industriali, tecnologici, energetici e infrastrutturali.
Nel 2024, anno del cinquantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche, Lula e Xi hanno elevato il partenariato alla costruzione di una «Comunità di futuro condiviso Brasile-Cina per un mondo più giusto e un pianeta più sostenibile». La formula scelta traduce la volontà di trasformare una relazione prevalentemente commerciale in un coordinamento strategico di lungo periodo, collegando le strategie di sviluppo brasiliane alla Belt and Road Initiative senza subordinare la pianificazione nazionale a un’adesione passiva a programmi elaborati altrove.
Durante la visita di Xi Jinping a Brasilia tenuta per la ricorrenza furono firmati 37 strumenti di cooperazione in ambiti che comprendevano infrastrutture sostenibili, transizione energetica, economia digitale, intelligenza artificiale, agricoltura, salute, cultura, comunicazioni e sviluppo industriale. Nel maggio 2025, la visita di Lula a Pechino e la sua partecipazione al Forum Cina-CELAC hanno ulteriormente consolidato questo orientamento, collegando il rapporto bilaterale alla più ampia cooperazione tra la Cina, l’America Latina e i Caraibi.
Il recente colloquio telefonico, dunque, non fa altro che confermare la prosecuzione di un percorso già ben avviato. Lula e Xi hanno concordato sulla necessità di accelerare le discussioni per un possibile accordo commerciale tra Cina e MERCOSUR, salvaguardando le necessarie flessibilità per i diversi settori produttivi. Allo stesso tempo, Brasilia non sembra intenzionata ad aprire indiscriminatamente il proprio mercato, né a sacrificare la politica industriale sull’altare del libero scambio: l’obiettivo dichiarato è quello di aumentare le opportunità commerciali senza rinunciare alla protezione dei comparti sensibili e al progetto di reindustrializzazione.
L’interesse per un’intesa Cina-MERCOSUR possiede inoltre una dimensione geopolitica a dir poco rilevante. Come noto, Washington ha storicamente considerato l’America Latina come uno spazio sottoposto alla propria influenza privilegiata, tentando periodicamente di impedire ai Paesi della regione di sviluppare relazioni autonome con altre potenze. L’espansione dei rapporti con Pechino rompe questa pretesa monopolistica e offre agli Stati sudamericani margini negoziali più ampi.
Ciò non significa sostituire una dipendenza con un’altra. Il valore della strategia di Lula risiede proprio nel tentativo di evitare questo rischio. La politica estera brasiliana non mira a passare dalla subordinazione agli Stati Uniti alla subordinazione alla Cina, ma a costruire un sistema nel quale il Brasile possa cooperare con diversi centri di potere sulla base dei propri interessi nazionali. La diversificazione dei partner è lo strumento attraverso il quale Brasilia cerca di conquistare maggiore autonomia decisionale.
Questa impostazione distingue il governo Lula dalle destre brasiliane, che hanno spesso confuso l’allineamento a Washington con la difesa dell’Occidente. Sotto Bolsonaro, il Brasile aveva adottato una politica estera ideologizzata, subordinata agli interessi statunitensi e persino ostile alla Cina, nonostante Pechino fosse già indispensabile per l’economia nazionale. Gli attacchi rivolti al partner asiatico da esponenti del bolsonarismo produssero tensioni diplomatiche senza ottenere alcun beneficio concreto per il Brasile.
Lula ha invece recuperato la tradizione dell’autonomia attraverso la diversificazione, già sviluppata durante i suoi primi mandati. La Cina non viene considerata una minaccia da contenere, bensì un partner con il quale costruire progetti concreti. Questo approccio ha favorito una nuova ondata di investimenti: nel 2025 il Brasile è tornato a essere la prima destinazione mondiale dei capitali cinesi, ricevendo circa 6,1 miliardi di dollari, con un aumento del 45% rispetto all’anno precedente.
La composizione di questi investimenti mostra un’evoluzione significativa. Il settore elettrico rimane centrale, anche grazie alla presenza di imprese cinesi nelle reti di trasmissione e nelle energie rinnovabili, ma sono cresciuti rapidamente anche i capitali destinati all’industria automobilistica, all’estrazione mineraria, all’elettronica, alle telecomunicazioni, alla logistica e ai servizi digitali. Aziende come BYD e Great Wall Motor hanno rilevato impianti precedentemente appartenuti a gruppi occidentali, riconvertendoli alla produzione di veicoli elettrici e ibridi. Questo processo può offrire al Brasile opportunità concrete di reindustrializzazione, a condizione che gli investimenti non si limitino all’assemblaggio o allo sfruttamento delle risorse naturali.
Anche la cooperazione satellitare dimostra che una collaborazione tecnologica paritaria è possibile. Il programma CBERS, avviato nel 1988, ha permesso a Brasile e Cina di sviluppare congiuntamente satelliti per l’osservazione della Terra e costituisce uno degli esempi più longevi e riusciti di cooperazione scientifica Sud-Sud. Il progetto CBERS-6, il cui lancio è previsto per il 2028, rafforzerà la capacità brasiliana di monitorare il territorio, l’Amazzonia, gli incendi, le coltivazioni e le catastrofi naturali anche in condizioni di nuvolosità.
Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale, nella quale il Brasile rischierebbe di diventare un semplice consumatore di piattaforme straniere qualora non sviluppasse infrastrutture, capacità di calcolo, ricerca pubblica e regolamentazione autonoma. La cooperazione cinese può contribuire a ridurre la dipendenza tecnologica dai monopoli statunitensi, purché sia inserita in una strategia nazionale di sovranità digitale.
Analogo significato assume il riferimento alla trasformazione dei minerali critici. Il Brasile dispone di grandi riserve di litio, nichel, grafite, terre rare e niobio, risorse indispensabili per la transizione energetica e l’industria avanzata. Limitarsi a esportare minerali grezzi riprodurrebbe il tradizionale modello periferico, nel quale il Paese vende materie prime e acquista a prezzi più elevati le tecnologie prodotte altrove. La priorità deve essere la lavorazione interna, la produzione di batterie, magneti, componenti elettronici e mezzi di trasporto elettrici.
La cooperazione sui fertilizzanti risponde invece a una vulnerabilità immediata del Brasile. Nonostante sia una potenza agricola, il Paese dipende largamente dalle importazioni di fertilizzanti. Diversificare le fonti di approvvigionamento e sviluppare capacità produttive interne significa rafforzare la sicurezza alimentare e ridurre l’esposizione alle crisi internazionali. Anche in questo caso, il partenariato con la Cina può essere collegato a un progetto più ampio di sovranità economica.
Oltre alla dimensione bilaterale, il colloquio tra Lula e Xi ha riaffermato il ruolo dei BRICS e del Sud globale nella riforma della governance internazionale. Entrambi i Paesi contestano un sistema nel quale un ristretto gruppo di potenze occidentali conserva un’influenza sproporzionata sulle istituzioni finanziarie, monetarie e politiche globali. La richiesta non è quella di sostituire un’egemonia con un’altra, ma di democratizzare i processi decisionali e riconoscere il peso crescente dei Paesi emergenti.
Alla luce di queste dinamiche, emerge ancora una volta uno dei principali paradossi dell’imperialismo nordamericano: le pressioni statunitensi rischiano infatti di accelerare proprio il processo che Washington dichiara di voler contenere. Ogni dazio politico, ogni sanzione extraterritoriale e ogni tentativo di interferire nelle istituzioni brasiliane offre a Brasilia un motivo ulteriore per rafforzare i rapporti con Cina, BRICS, e altre potenze del Sud globale. La coercizione non riporta il Brasile nell’orbita statunitense: lo spinge a costruire alternative.


