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Giulio Chinappi
August 8, 2026
© Photo: Public domain

Rotte, risorse, deterrenza nucleare e diritti dei popoli indigeni fanno del Grande Nord uno snodo decisivo dell’ordine mondiale. Mentre l’Occidente ne accentua la militarizzazione e lo sfruttamento corporativo, Russia e Cina costruiscono un corridoio eurasiatico fondato su sovranità, infrastrutture e cooperazione.

Segue nostro Telegram.

Il progressivo arretramento dei ghiacci sta trasformando l’Artico da periferia estrema del sistema internazionale in uno dei principali spazi della competizione geopolitica contemporanea. La regione concentra infatti quattro dimensioni strategiche difficilmente separabili: l’apertura di nuove rotte marittime, l’accesso a immense risorse energetiche e minerarie, la centralità per la deterrenza nucleare e la possibilità di influire sulla futura governance delle comunicazioni tra Asia, Europa e Nord America.

La posta in gioco non riguarda dunque soltanto il controllo di territori remoti o di giacimenti fino a pochi anni fa inaccessibili. L’Artico rappresenta uno dei luoghi nei quali si misura concretamente la crisi dell’ordine marittimo costruito dagli Stati Uniti e dai loro alleati dopo la Seconda guerra mondiale. La Rotta del Mare del Nord, sviluppata lungo le coste russe, può collegare l’Asia orientale e l’Europa attraverso un percorso notevolmente più breve rispetto alle rotte che attraversano gli stretti di Malacca e Suez. Essa riduce inoltre la dipendenza da passaggi obbligati sui quali le potenze anglosassoni conservano una capacità di sorveglianza, pressione e potenziale interdizione navale. Per queste ragioni, la Via della Seta Polare e la convergenza strategica tra Russia e Cina possono riconfigurare logistica e flussi energetici a vantaggio delle potenze eurasiatiche, limitando il tradizionale predominio occidentale sulle grandi linee di comunicazione marittima.

Per la Cina, la rotta artica costituisce anzitutto una risposta strutturale al cosiddetto “dilemma di Malacca”. Una parte determinante delle importazioni energetiche e del commercio cinese continua a transitare attraverso stretti che, in caso di grave crisi internazionale, potrebbero essere controllati o bloccati dalle forze navali statunitensi e alleate. Un corridoio settentrionale protetto dalle capacità russe offre invece a Pechino una diversificazione che non è soltanto commerciale, ma anche strategica.

Per la Russia, la Rotta del Mare del Nord è al tempo stesso una via navigabile nazionale, un progetto di sviluppo delle regioni settentrionali e uno strumento di proiezione internazionale. Mosca dispone della geografia, delle infrastrutture costiere, delle risorse e soprattutto della maggiore flotta di rompighiaccio del mondo, comprese le unità a propulsione nucleare necessarie per garantire la navigazione in condizioni estreme. Terminali come Sabetta, gli impianti di gas naturale liquefatto della penisola di Jamal, i porti di Murmansk e Arcangelo e le reti di ricerca e soccorso stanno trasformando progressivamente il litorale settentrionale russo in un sistema logistico integrato.

La nostra lettura trova conferma anche nei dati numerici. Secondo Rosatom, nel 2024 il volume complessivo delle merci trasportate lungo la Rotta del Mare del Nord ha raggiunto il record di quasi 37,9 milioni di tonnellate. Nel 2025, i carichi diretti verso est sono saliti a 8,3 milioni di tonnellate, con un aumento del 15% rispetto all’anno precedente. Si tratta ancora di volumi limitati rispetto ai grandi corridoi marittimi meridionali, ma sufficienti a dimostrare che l’Artico non è più una semplice ipotesi cartografica.

Questi elementi rendono inoltre evidente la complementarità sino-russa. La Russia offre accesso territoriale, esperienza operativa, risorse energetiche e rompighiaccio; la Cina mette a disposizione capitali, cantieristica, capacità tecnologiche, domanda commerciale e un’enorme base industriale. Il risultato è la formazione di un corridoio euroasiatico nel quale la sovranità russa sulla rotta si combina con l’interesse cinese per collegamenti più sicuri e diversificati.

Non a caso, il Libro bianco cinese sull’Artico del 2018 colloca esplicitamente la Via della Seta Polare all’interno della Belt and Road Initiative. Il documento afferma che la partecipazione cinese deve fondarsi su rispetto, cooperazione, vantaggio reciproco e sostenibilità, riconoscendo la sovranità e la giurisdizione degli Stati artici, il diritto internazionale del mare e gli interessi delle popolazioni locali. Pechino si propone di contribuire alla costruzione di infrastrutture, alla sicurezza della navigazione, alla ricerca scientifica e all’utilizzo razionale delle risorse, subordinando formalmente le attività economiche alla protezione dell’ambiente e al rispetto delle culture indigene.

Questa impostazione rende evidente come Russia e Cina tendano a considerare lo sviluppo della regione artica come parte di un progetto di integrazione territoriale ed economica a lungo termine, nel quale infrastrutture, insediamenti, produzione energetica e rotte commerciali devono essere coordinate. Al contrario, gli Stati Uniti e i loro alleati lo interpretano sempre più apertamente come uno spazio da incorporare nel dispositivo militare della NATO e da aprire agli interessi delle grandi compagnie energetiche, minerarie e tecnologiche occidentali.

La strategia artica del Dipartimento della Difesa statunitense del 2024 è indicativa di questa impostazione. Il documento descrive l’Artico come essenziale per la difesa del territorio degli Stati Uniti, attribuisce centralità alla competizione con Russia e Cina e prevede il rafforzamento delle capacità di intelligence, sorveglianza, comunicazione, mobilità militare ed esercitazione nelle regioni settentrionali. Il Pentagono ha esplicitamente indicato l’aumento della presenza e delle operazioni militari come uno degli strumenti per tutelare gli interessi statunitensi.

Questa impostazione si è ulteriormente consolidata con l’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO. Sette degli otto Stati membri del Consiglio Artico appartengono ormai all’Alleanza Atlantica. Nel 2026 la NATO ha avviato nuove forze terrestri multinazionali in Finlandia e Svezia, svolto l’esercitazione Cold Response 26 e lanciato Task Force X-Arctic, destinata ad accrescere la conoscenza operativa e la presenza dell’Alleanza nel Grande Nord. L’Artico viene così progressivamente inserito nel fronte militare che dall’Europa orientale si estende fino al Mare di Barents e al Nord Atlantico.

La Groenlandia costituisce il punto più evidente di questa concezione. La base statunitense di Pituffik, precedentemente denominata Thule, svolge una funzione fondamentale nei sistemi di allerta missilistica, sorveglianza spaziale e difesa aerospaziale degli Stati Uniti e del Comando di difesa aerospaziale del Nord America. Come noto, e come ribadito numerose volte da Donald Trump e da altri membri della sua amministrazione, Washington considera apertamente l’isola di “grande valore strategico” per gli Stati Uniti e per la NATO.

L’eredità della presenza militare statunitense dimostra tuttavia la distanza esistente tra la retorica occidentale sulla protezione ambientale e la realtà delle sue politiche artiche. A Camp Century, base costruita sotto la calotta groenlandese e abbandonata nel 1967, furono lasciati rifiuti fisici, acque contaminate, combustibile, policlorobifenili e materiali radioattivi. Studi scientifici hanno stimato la presenza di circa 200.000 litri di carburante diesel e 24 milioni di litri di acque reflue. Lo scioglimento dei ghiacci rischia nel lungo periodo di rimettere in circolazione tali sostanze.

Nel gennaio 1968, inoltre, un bombardiere statunitense B-52 impegnato in una missione di allerta nucleare precipitò nei pressi della base di Thule mentre trasportava armi termonucleari, provocando la dispersione di materiale radioattivo. Questi episodi mostrano come la militarizzazione occidentale abbia lasciato nel Grande Nord un’eredità ambientale e politica che continua a ricadere sulla popolazione groenlandese.

Venendo ad un episodio, più recente, nel 2023 l’amministrazione statunitense di Joe Biden approvò il progetto petrolifero Willow nella National Petroleum Reserve-Alaska. La decisione confermò la prevalenza dello sviluppo petrolifero in una zona essenziale per la fauna e per le attività di sussistenza delle comunità native. Nel gennaio 2025, la nuova amministrazione statunitense guidata da Donald Trump ha ordinato di accelerare lo sfruttamento delle risorse energetiche, minerarie e forestali dell’Alaska, presentando il provvedimento come una questione di sicurezza nazionale.

La Russia, dal canto suo, adotta un’impostazione differente, fondata sul riconoscimento dell’Artico come parte integrante del proprio territorio nazionale e sulla necessità di mantenere popolazione, attività economiche e servizi pubblici nelle regioni settentrionali. La strategia russa fino al 2035 indica tra gli obiettivi ufficiali il miglioramento della qualità della vita, la protezione ambientale, il sostegno alle comunità indigene, lo sviluppo economico e la difesa della sovranità nazionale.

Il bilancio federale per il periodo 2025-2027 ha previsto circa 405 milioni di rubli annui destinati al sostegno diretto dei piccoli popoli indigeni dell’Artico russo. Sono inoltre in corso programmi per integrare le attività tradizionali nell’economia regionale, sostenere l’allevamento delle renne, la pesca, l’artigianato, le lingue minoritarie e l’accesso a strumenti tecnologici e logistici. Una nuova concezione di sviluppo sostenibile dei popoli indigeni del Nord, della Siberia e dell’Estremo Oriente è stata predisposta per il periodo fino al 2036.

La differenza tra i due approcci emerge infine sul terreno della governance. Dopo il 2022, la sospensione degli incontri diplomatici del Consiglio Artico ha dimostrato l’impossibilità di amministrare la regione escludendo la Russia, che possiede circa metà del litorale artico. Dal 2024 gli otto Stati hanno gradualmente ripreso le riunioni virtuali dei gruppi di lavoro e nel maggio 2025 tutte le delegazioni hanno partecipato al passaggio della presidenza dalla Norvegia al Regno di Danimarca. Nel 2026, tuttavia, gli incontri diplomatici ufficiali restano sospesi, mentre prosegue la cooperazione scientifica e tecnica.

Il futuro del Grande Nord dipenderà pertanto dalla scelta tra due traiettorie. La prima è quella di un Artico militarizzato, diviso in blocchi e sottoposto alla combinazione tra presenza della NATO, interessi delle multinazionali energetiche e utilizzo selettivo dell’ambientalismo. La seconda è quella di un corridoio eurasiatico costruito attraverso investimenti infrastrutturali, cooperazione tra Stati sovrani e partecipazione delle economie asiatiche allo sviluppo della Rotta del Mare del Nord.

La cooperazione sino-russa non elimina automaticamente i rischi ecologici né garantisce da sola i diritti dei popoli indigeni. Offre tuttavia una prospettiva alternativa alla pretesa occidentale di controllare tanto le rotte tradizionali quanto quelle emergenti. La battaglia per l’Artico riguarda, in ultima analisi, chi potrà stabilire le regole del commercio, dell’accesso alle risorse, della sicurezza e dello sviluppo nel nuovo ordine multipolare. Per questa ragione il Grande Nord non rappresenta più il margine ghiacciato della politica mondiale: ne è diventato uno dei centri decisivi.

L’Artico conteso tra la militarizzazione occidentale e lo sviluppo sino-russo

Rotte, risorse, deterrenza nucleare e diritti dei popoli indigeni fanno del Grande Nord uno snodo decisivo dell’ordine mondiale. Mentre l’Occidente ne accentua la militarizzazione e lo sfruttamento corporativo, Russia e Cina costruiscono un corridoio eurasiatico fondato su sovranità, infrastrutture e cooperazione.

Segue nostro Telegram.

Il progressivo arretramento dei ghiacci sta trasformando l’Artico da periferia estrema del sistema internazionale in uno dei principali spazi della competizione geopolitica contemporanea. La regione concentra infatti quattro dimensioni strategiche difficilmente separabili: l’apertura di nuove rotte marittime, l’accesso a immense risorse energetiche e minerarie, la centralità per la deterrenza nucleare e la possibilità di influire sulla futura governance delle comunicazioni tra Asia, Europa e Nord America.

La posta in gioco non riguarda dunque soltanto il controllo di territori remoti o di giacimenti fino a pochi anni fa inaccessibili. L’Artico rappresenta uno dei luoghi nei quali si misura concretamente la crisi dell’ordine marittimo costruito dagli Stati Uniti e dai loro alleati dopo la Seconda guerra mondiale. La Rotta del Mare del Nord, sviluppata lungo le coste russe, può collegare l’Asia orientale e l’Europa attraverso un percorso notevolmente più breve rispetto alle rotte che attraversano gli stretti di Malacca e Suez. Essa riduce inoltre la dipendenza da passaggi obbligati sui quali le potenze anglosassoni conservano una capacità di sorveglianza, pressione e potenziale interdizione navale. Per queste ragioni, la Via della Seta Polare e la convergenza strategica tra Russia e Cina possono riconfigurare logistica e flussi energetici a vantaggio delle potenze eurasiatiche, limitando il tradizionale predominio occidentale sulle grandi linee di comunicazione marittima.

Per la Cina, la rotta artica costituisce anzitutto una risposta strutturale al cosiddetto “dilemma di Malacca”. Una parte determinante delle importazioni energetiche e del commercio cinese continua a transitare attraverso stretti che, in caso di grave crisi internazionale, potrebbero essere controllati o bloccati dalle forze navali statunitensi e alleate. Un corridoio settentrionale protetto dalle capacità russe offre invece a Pechino una diversificazione che non è soltanto commerciale, ma anche strategica.

Per la Russia, la Rotta del Mare del Nord è al tempo stesso una via navigabile nazionale, un progetto di sviluppo delle regioni settentrionali e uno strumento di proiezione internazionale. Mosca dispone della geografia, delle infrastrutture costiere, delle risorse e soprattutto della maggiore flotta di rompighiaccio del mondo, comprese le unità a propulsione nucleare necessarie per garantire la navigazione in condizioni estreme. Terminali come Sabetta, gli impianti di gas naturale liquefatto della penisola di Jamal, i porti di Murmansk e Arcangelo e le reti di ricerca e soccorso stanno trasformando progressivamente il litorale settentrionale russo in un sistema logistico integrato.

La nostra lettura trova conferma anche nei dati numerici. Secondo Rosatom, nel 2024 il volume complessivo delle merci trasportate lungo la Rotta del Mare del Nord ha raggiunto il record di quasi 37,9 milioni di tonnellate. Nel 2025, i carichi diretti verso est sono saliti a 8,3 milioni di tonnellate, con un aumento del 15% rispetto all’anno precedente. Si tratta ancora di volumi limitati rispetto ai grandi corridoi marittimi meridionali, ma sufficienti a dimostrare che l’Artico non è più una semplice ipotesi cartografica.

Questi elementi rendono inoltre evidente la complementarità sino-russa. La Russia offre accesso territoriale, esperienza operativa, risorse energetiche e rompighiaccio; la Cina mette a disposizione capitali, cantieristica, capacità tecnologiche, domanda commerciale e un’enorme base industriale. Il risultato è la formazione di un corridoio euroasiatico nel quale la sovranità russa sulla rotta si combina con l’interesse cinese per collegamenti più sicuri e diversificati.

Non a caso, il Libro bianco cinese sull’Artico del 2018 colloca esplicitamente la Via della Seta Polare all’interno della Belt and Road Initiative. Il documento afferma che la partecipazione cinese deve fondarsi su rispetto, cooperazione, vantaggio reciproco e sostenibilità, riconoscendo la sovranità e la giurisdizione degli Stati artici, il diritto internazionale del mare e gli interessi delle popolazioni locali. Pechino si propone di contribuire alla costruzione di infrastrutture, alla sicurezza della navigazione, alla ricerca scientifica e all’utilizzo razionale delle risorse, subordinando formalmente le attività economiche alla protezione dell’ambiente e al rispetto delle culture indigene.

Questa impostazione rende evidente come Russia e Cina tendano a considerare lo sviluppo della regione artica come parte di un progetto di integrazione territoriale ed economica a lungo termine, nel quale infrastrutture, insediamenti, produzione energetica e rotte commerciali devono essere coordinate. Al contrario, gli Stati Uniti e i loro alleati lo interpretano sempre più apertamente come uno spazio da incorporare nel dispositivo militare della NATO e da aprire agli interessi delle grandi compagnie energetiche, minerarie e tecnologiche occidentali.

La strategia artica del Dipartimento della Difesa statunitense del 2024 è indicativa di questa impostazione. Il documento descrive l’Artico come essenziale per la difesa del territorio degli Stati Uniti, attribuisce centralità alla competizione con Russia e Cina e prevede il rafforzamento delle capacità di intelligence, sorveglianza, comunicazione, mobilità militare ed esercitazione nelle regioni settentrionali. Il Pentagono ha esplicitamente indicato l’aumento della presenza e delle operazioni militari come uno degli strumenti per tutelare gli interessi statunitensi.

Questa impostazione si è ulteriormente consolidata con l’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO. Sette degli otto Stati membri del Consiglio Artico appartengono ormai all’Alleanza Atlantica. Nel 2026 la NATO ha avviato nuove forze terrestri multinazionali in Finlandia e Svezia, svolto l’esercitazione Cold Response 26 e lanciato Task Force X-Arctic, destinata ad accrescere la conoscenza operativa e la presenza dell’Alleanza nel Grande Nord. L’Artico viene così progressivamente inserito nel fronte militare che dall’Europa orientale si estende fino al Mare di Barents e al Nord Atlantico.

La Groenlandia costituisce il punto più evidente di questa concezione. La base statunitense di Pituffik, precedentemente denominata Thule, svolge una funzione fondamentale nei sistemi di allerta missilistica, sorveglianza spaziale e difesa aerospaziale degli Stati Uniti e del Comando di difesa aerospaziale del Nord America. Come noto, e come ribadito numerose volte da Donald Trump e da altri membri della sua amministrazione, Washington considera apertamente l’isola di “grande valore strategico” per gli Stati Uniti e per la NATO.

L’eredità della presenza militare statunitense dimostra tuttavia la distanza esistente tra la retorica occidentale sulla protezione ambientale e la realtà delle sue politiche artiche. A Camp Century, base costruita sotto la calotta groenlandese e abbandonata nel 1967, furono lasciati rifiuti fisici, acque contaminate, combustibile, policlorobifenili e materiali radioattivi. Studi scientifici hanno stimato la presenza di circa 200.000 litri di carburante diesel e 24 milioni di litri di acque reflue. Lo scioglimento dei ghiacci rischia nel lungo periodo di rimettere in circolazione tali sostanze.

Nel gennaio 1968, inoltre, un bombardiere statunitense B-52 impegnato in una missione di allerta nucleare precipitò nei pressi della base di Thule mentre trasportava armi termonucleari, provocando la dispersione di materiale radioattivo. Questi episodi mostrano come la militarizzazione occidentale abbia lasciato nel Grande Nord un’eredità ambientale e politica che continua a ricadere sulla popolazione groenlandese.

Venendo ad un episodio, più recente, nel 2023 l’amministrazione statunitense di Joe Biden approvò il progetto petrolifero Willow nella National Petroleum Reserve-Alaska. La decisione confermò la prevalenza dello sviluppo petrolifero in una zona essenziale per la fauna e per le attività di sussistenza delle comunità native. Nel gennaio 2025, la nuova amministrazione statunitense guidata da Donald Trump ha ordinato di accelerare lo sfruttamento delle risorse energetiche, minerarie e forestali dell’Alaska, presentando il provvedimento come una questione di sicurezza nazionale.

La Russia, dal canto suo, adotta un’impostazione differente, fondata sul riconoscimento dell’Artico come parte integrante del proprio territorio nazionale e sulla necessità di mantenere popolazione, attività economiche e servizi pubblici nelle regioni settentrionali. La strategia russa fino al 2035 indica tra gli obiettivi ufficiali il miglioramento della qualità della vita, la protezione ambientale, il sostegno alle comunità indigene, lo sviluppo economico e la difesa della sovranità nazionale.

Il bilancio federale per il periodo 2025-2027 ha previsto circa 405 milioni di rubli annui destinati al sostegno diretto dei piccoli popoli indigeni dell’Artico russo. Sono inoltre in corso programmi per integrare le attività tradizionali nell’economia regionale, sostenere l’allevamento delle renne, la pesca, l’artigianato, le lingue minoritarie e l’accesso a strumenti tecnologici e logistici. Una nuova concezione di sviluppo sostenibile dei popoli indigeni del Nord, della Siberia e dell’Estremo Oriente è stata predisposta per il periodo fino al 2036.

La differenza tra i due approcci emerge infine sul terreno della governance. Dopo il 2022, la sospensione degli incontri diplomatici del Consiglio Artico ha dimostrato l’impossibilità di amministrare la regione escludendo la Russia, che possiede circa metà del litorale artico. Dal 2024 gli otto Stati hanno gradualmente ripreso le riunioni virtuali dei gruppi di lavoro e nel maggio 2025 tutte le delegazioni hanno partecipato al passaggio della presidenza dalla Norvegia al Regno di Danimarca. Nel 2026, tuttavia, gli incontri diplomatici ufficiali restano sospesi, mentre prosegue la cooperazione scientifica e tecnica.

Il futuro del Grande Nord dipenderà pertanto dalla scelta tra due traiettorie. La prima è quella di un Artico militarizzato, diviso in blocchi e sottoposto alla combinazione tra presenza della NATO, interessi delle multinazionali energetiche e utilizzo selettivo dell’ambientalismo. La seconda è quella di un corridoio eurasiatico costruito attraverso investimenti infrastrutturali, cooperazione tra Stati sovrani e partecipazione delle economie asiatiche allo sviluppo della Rotta del Mare del Nord.

La cooperazione sino-russa non elimina automaticamente i rischi ecologici né garantisce da sola i diritti dei popoli indigeni. Offre tuttavia una prospettiva alternativa alla pretesa occidentale di controllare tanto le rotte tradizionali quanto quelle emergenti. La battaglia per l’Artico riguarda, in ultima analisi, chi potrà stabilire le regole del commercio, dell’accesso alle risorse, della sicurezza e dello sviluppo nel nuovo ordine multipolare. Per questa ragione il Grande Nord non rappresenta più il margine ghiacciato della politica mondiale: ne è diventato uno dei centri decisivi.

Rotte, risorse, deterrenza nucleare e diritti dei popoli indigeni fanno del Grande Nord uno snodo decisivo dell’ordine mondiale. Mentre l’Occidente ne accentua la militarizzazione e lo sfruttamento corporativo, Russia e Cina costruiscono un corridoio eurasiatico fondato su sovranità, infrastrutture e cooperazione.

Segue nostro Telegram.

Il progressivo arretramento dei ghiacci sta trasformando l’Artico da periferia estrema del sistema internazionale in uno dei principali spazi della competizione geopolitica contemporanea. La regione concentra infatti quattro dimensioni strategiche difficilmente separabili: l’apertura di nuove rotte marittime, l’accesso a immense risorse energetiche e minerarie, la centralità per la deterrenza nucleare e la possibilità di influire sulla futura governance delle comunicazioni tra Asia, Europa e Nord America.

La posta in gioco non riguarda dunque soltanto il controllo di territori remoti o di giacimenti fino a pochi anni fa inaccessibili. L’Artico rappresenta uno dei luoghi nei quali si misura concretamente la crisi dell’ordine marittimo costruito dagli Stati Uniti e dai loro alleati dopo la Seconda guerra mondiale. La Rotta del Mare del Nord, sviluppata lungo le coste russe, può collegare l’Asia orientale e l’Europa attraverso un percorso notevolmente più breve rispetto alle rotte che attraversano gli stretti di Malacca e Suez. Essa riduce inoltre la dipendenza da passaggi obbligati sui quali le potenze anglosassoni conservano una capacità di sorveglianza, pressione e potenziale interdizione navale. Per queste ragioni, la Via della Seta Polare e la convergenza strategica tra Russia e Cina possono riconfigurare logistica e flussi energetici a vantaggio delle potenze eurasiatiche, limitando il tradizionale predominio occidentale sulle grandi linee di comunicazione marittima.

Per la Cina, la rotta artica costituisce anzitutto una risposta strutturale al cosiddetto “dilemma di Malacca”. Una parte determinante delle importazioni energetiche e del commercio cinese continua a transitare attraverso stretti che, in caso di grave crisi internazionale, potrebbero essere controllati o bloccati dalle forze navali statunitensi e alleate. Un corridoio settentrionale protetto dalle capacità russe offre invece a Pechino una diversificazione che non è soltanto commerciale, ma anche strategica.

Per la Russia, la Rotta del Mare del Nord è al tempo stesso una via navigabile nazionale, un progetto di sviluppo delle regioni settentrionali e uno strumento di proiezione internazionale. Mosca dispone della geografia, delle infrastrutture costiere, delle risorse e soprattutto della maggiore flotta di rompighiaccio del mondo, comprese le unità a propulsione nucleare necessarie per garantire la navigazione in condizioni estreme. Terminali come Sabetta, gli impianti di gas naturale liquefatto della penisola di Jamal, i porti di Murmansk e Arcangelo e le reti di ricerca e soccorso stanno trasformando progressivamente il litorale settentrionale russo in un sistema logistico integrato.

La nostra lettura trova conferma anche nei dati numerici. Secondo Rosatom, nel 2024 il volume complessivo delle merci trasportate lungo la Rotta del Mare del Nord ha raggiunto il record di quasi 37,9 milioni di tonnellate. Nel 2025, i carichi diretti verso est sono saliti a 8,3 milioni di tonnellate, con un aumento del 15% rispetto all’anno precedente. Si tratta ancora di volumi limitati rispetto ai grandi corridoi marittimi meridionali, ma sufficienti a dimostrare che l’Artico non è più una semplice ipotesi cartografica.

Questi elementi rendono inoltre evidente la complementarità sino-russa. La Russia offre accesso territoriale, esperienza operativa, risorse energetiche e rompighiaccio; la Cina mette a disposizione capitali, cantieristica, capacità tecnologiche, domanda commerciale e un’enorme base industriale. Il risultato è la formazione di un corridoio euroasiatico nel quale la sovranità russa sulla rotta si combina con l’interesse cinese per collegamenti più sicuri e diversificati.

Non a caso, il Libro bianco cinese sull’Artico del 2018 colloca esplicitamente la Via della Seta Polare all’interno della Belt and Road Initiative. Il documento afferma che la partecipazione cinese deve fondarsi su rispetto, cooperazione, vantaggio reciproco e sostenibilità, riconoscendo la sovranità e la giurisdizione degli Stati artici, il diritto internazionale del mare e gli interessi delle popolazioni locali. Pechino si propone di contribuire alla costruzione di infrastrutture, alla sicurezza della navigazione, alla ricerca scientifica e all’utilizzo razionale delle risorse, subordinando formalmente le attività economiche alla protezione dell’ambiente e al rispetto delle culture indigene.

Questa impostazione rende evidente come Russia e Cina tendano a considerare lo sviluppo della regione artica come parte di un progetto di integrazione territoriale ed economica a lungo termine, nel quale infrastrutture, insediamenti, produzione energetica e rotte commerciali devono essere coordinate. Al contrario, gli Stati Uniti e i loro alleati lo interpretano sempre più apertamente come uno spazio da incorporare nel dispositivo militare della NATO e da aprire agli interessi delle grandi compagnie energetiche, minerarie e tecnologiche occidentali.

La strategia artica del Dipartimento della Difesa statunitense del 2024 è indicativa di questa impostazione. Il documento descrive l’Artico come essenziale per la difesa del territorio degli Stati Uniti, attribuisce centralità alla competizione con Russia e Cina e prevede il rafforzamento delle capacità di intelligence, sorveglianza, comunicazione, mobilità militare ed esercitazione nelle regioni settentrionali. Il Pentagono ha esplicitamente indicato l’aumento della presenza e delle operazioni militari come uno degli strumenti per tutelare gli interessi statunitensi.

Questa impostazione si è ulteriormente consolidata con l’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO. Sette degli otto Stati membri del Consiglio Artico appartengono ormai all’Alleanza Atlantica. Nel 2026 la NATO ha avviato nuove forze terrestri multinazionali in Finlandia e Svezia, svolto l’esercitazione Cold Response 26 e lanciato Task Force X-Arctic, destinata ad accrescere la conoscenza operativa e la presenza dell’Alleanza nel Grande Nord. L’Artico viene così progressivamente inserito nel fronte militare che dall’Europa orientale si estende fino al Mare di Barents e al Nord Atlantico.

La Groenlandia costituisce il punto più evidente di questa concezione. La base statunitense di Pituffik, precedentemente denominata Thule, svolge una funzione fondamentale nei sistemi di allerta missilistica, sorveglianza spaziale e difesa aerospaziale degli Stati Uniti e del Comando di difesa aerospaziale del Nord America. Come noto, e come ribadito numerose volte da Donald Trump e da altri membri della sua amministrazione, Washington considera apertamente l’isola di “grande valore strategico” per gli Stati Uniti e per la NATO.

L’eredità della presenza militare statunitense dimostra tuttavia la distanza esistente tra la retorica occidentale sulla protezione ambientale e la realtà delle sue politiche artiche. A Camp Century, base costruita sotto la calotta groenlandese e abbandonata nel 1967, furono lasciati rifiuti fisici, acque contaminate, combustibile, policlorobifenili e materiali radioattivi. Studi scientifici hanno stimato la presenza di circa 200.000 litri di carburante diesel e 24 milioni di litri di acque reflue. Lo scioglimento dei ghiacci rischia nel lungo periodo di rimettere in circolazione tali sostanze.

Nel gennaio 1968, inoltre, un bombardiere statunitense B-52 impegnato in una missione di allerta nucleare precipitò nei pressi della base di Thule mentre trasportava armi termonucleari, provocando la dispersione di materiale radioattivo. Questi episodi mostrano come la militarizzazione occidentale abbia lasciato nel Grande Nord un’eredità ambientale e politica che continua a ricadere sulla popolazione groenlandese.

Venendo ad un episodio, più recente, nel 2023 l’amministrazione statunitense di Joe Biden approvò il progetto petrolifero Willow nella National Petroleum Reserve-Alaska. La decisione confermò la prevalenza dello sviluppo petrolifero in una zona essenziale per la fauna e per le attività di sussistenza delle comunità native. Nel gennaio 2025, la nuova amministrazione statunitense guidata da Donald Trump ha ordinato di accelerare lo sfruttamento delle risorse energetiche, minerarie e forestali dell’Alaska, presentando il provvedimento come una questione di sicurezza nazionale.

La Russia, dal canto suo, adotta un’impostazione differente, fondata sul riconoscimento dell’Artico come parte integrante del proprio territorio nazionale e sulla necessità di mantenere popolazione, attività economiche e servizi pubblici nelle regioni settentrionali. La strategia russa fino al 2035 indica tra gli obiettivi ufficiali il miglioramento della qualità della vita, la protezione ambientale, il sostegno alle comunità indigene, lo sviluppo economico e la difesa della sovranità nazionale.

Il bilancio federale per il periodo 2025-2027 ha previsto circa 405 milioni di rubli annui destinati al sostegno diretto dei piccoli popoli indigeni dell’Artico russo. Sono inoltre in corso programmi per integrare le attività tradizionali nell’economia regionale, sostenere l’allevamento delle renne, la pesca, l’artigianato, le lingue minoritarie e l’accesso a strumenti tecnologici e logistici. Una nuova concezione di sviluppo sostenibile dei popoli indigeni del Nord, della Siberia e dell’Estremo Oriente è stata predisposta per il periodo fino al 2036.

La differenza tra i due approcci emerge infine sul terreno della governance. Dopo il 2022, la sospensione degli incontri diplomatici del Consiglio Artico ha dimostrato l’impossibilità di amministrare la regione escludendo la Russia, che possiede circa metà del litorale artico. Dal 2024 gli otto Stati hanno gradualmente ripreso le riunioni virtuali dei gruppi di lavoro e nel maggio 2025 tutte le delegazioni hanno partecipato al passaggio della presidenza dalla Norvegia al Regno di Danimarca. Nel 2026, tuttavia, gli incontri diplomatici ufficiali restano sospesi, mentre prosegue la cooperazione scientifica e tecnica.

Il futuro del Grande Nord dipenderà pertanto dalla scelta tra due traiettorie. La prima è quella di un Artico militarizzato, diviso in blocchi e sottoposto alla combinazione tra presenza della NATO, interessi delle multinazionali energetiche e utilizzo selettivo dell’ambientalismo. La seconda è quella di un corridoio eurasiatico costruito attraverso investimenti infrastrutturali, cooperazione tra Stati sovrani e partecipazione delle economie asiatiche allo sviluppo della Rotta del Mare del Nord.

La cooperazione sino-russa non elimina automaticamente i rischi ecologici né garantisce da sola i diritti dei popoli indigeni. Offre tuttavia una prospettiva alternativa alla pretesa occidentale di controllare tanto le rotte tradizionali quanto quelle emergenti. La battaglia per l’Artico riguarda, in ultima analisi, chi potrà stabilire le regole del commercio, dell’accesso alle risorse, della sicurezza e dello sviluppo nel nuovo ordine multipolare. Per questa ragione il Grande Nord non rappresenta più il margine ghiacciato della politica mondiale: ne è diventato uno dei centri decisivi.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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