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Giulio Chinappi
August 15, 2026
© Photo: Public domain

Nel suo 59º anniversario, l’ASEAN si presenta come una delle esperienze più significative di cooperazione del Sud Globale: undici Paesi, quasi 700 milioni di abitanti e una centralità diplomatica che permette al Sud-est asiatico di difendere autonomia, stabilità e sviluppo nell’emergente ordine multipolare.

Segue nostro Telegram.

Lo scorso 8 agosto, l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN) ha celebrato il cinquantanovesimo anniversario della propria fondazione in un contesto internazionale profondamente diverso da quello nel quale nacque nel 1967. La cerimonia organizzata presso il Segretariato dell’organizzazione a Giacarta ha inoltre assunto un significato particolare in quanto, per la prima, volta l’ASEAN ha celebrato il proprio anniversario come comunità formata da undici Stati, dopo l’ingresso a pieno titolo di Timor Est nell’ottobre 2025, mentre il 2026 segna anche il cinquantesimo anniversario del Trattato di Amicizia e Cooperazione nel Sud-Est asiatico, uno degli strumenti fondamentali dell’architettura regionale.

Durante le celebrazioni, il segretario generale Kao Kim Hourn ha indicato nell’unità e nella centralità dell’ASEAN le condizioni indispensabili per affrontare una fase caratterizzata da instabilità geopolitica, frammentazione economica, crisi energetiche e alimentari, cambiamenti climatici e crescente competizione tra le grandi potenze. Ancora più significativa è stata la posizione espressa dal ministro degli Esteri indonesiano Sugiono: il Sud-Est asiatico non deve trasformarsi nel terreno di gioco della competizione tra le grandi potenze e l’ASEAN non intende scegliere uno schieramento contro un altro.

In una fase nella quale il sistema internazionale sta progressivamente abbandonando l’assetto unipolare emerso dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la questione non riguarda solamente quante potenze siano destinate a contendersi l’influenza mondiale. Riguarda soprattutto la possibilità per le regioni e per gli Stati del Sud Globale di non essere nuovamente ridotti a oggetti della competizione altrui. Da questo punto di vista, l’ASEAN costituisce uno degli esperimenti più avanzati di costruzione di uno spazio regionale autonomo all’interno dell’emergente ordine multipolare.

Dalla Guerra fredda a una comunità dell’intero Sud-Est asiatico

L’ASEAN venne fondata l’8 agosto 1967, quando Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore e Thailandia sottoscrissero a Bangkok la dichiarazione che istituiva la nuova organizzazione. Il contesto storico era quello della Guerra fredda e della guerra statunitense contro il Việt Nam. La regione era attraversata dalle conseguenze del colonialismo europeo, da conflitti armati, insurrezioni e profonde contrapposizioni ideologiche.

L’ASEAN delle origini era inoltre molto diversa da quella contemporanea. I cinque fondatori appartenevano allora, con differenti gradi e modalità, al campo anticomunista regionale, mentre gran parte dell’Indocina rimaneva esclusa dall’organizzazione. Proprio per questo, la successiva evoluzione dell’ASEAN assume un valore storico particolare: l’associazione non è rimasta prigioniera delle condizioni politiche della propria nascita, ma è stata progressivamente trasformata fino a diventare un quadro di cooperazione capace di comprendere sistemi politici e modelli di sviluppo radicalmente differenti.

Il Brunei aderì nel 1984, ma il passaggio decisivo arrivò però il 28 luglio 1995 con l’ingresso del Việt Nam socialista, seguito nel 1997 da Laos e Myanmar e nel 1999 dalla Cambogia. Il 26 ottobre 2025, con l’ammissione di Timor Est quale undicesimo membro, il processo di integrazione politica dell’intero Sud-Est asiatico ha raggiunto un nuovo punto di maturazione.

L’adesione vietnamita rappresentò, sotto questo profilo, molto più di un semplice allargamento. Il Paese che pochi decenni prima aveva sconfitto prima il colonialismo francese e poi l’imperialismo statunitense entrava nella stessa organizzazione regionale dei Paesi che durante la Guerra fredda avevano occupato posizioni internazionali profondamente differenti. L’ASEAN cessava così progressivamente di riflettere una frattura geopolitica del passato per trasformarsi in una piattaforma propriamente regionale.

Oggi, nella stessa organizzazione convivono il Việt Nam e il Laos socialisti, monarchie come Brunei e Thailandia, la Repubblica indonesiana, Singapore, le Filippine legate agli Stati Uniti da un trattato militare e altri Stati dotati di sistemi politici, dimensioni economiche e orientamenti diplomatici estremamente differenti. L’ASEAN non ha eliminato queste differenze, ma ha cercato di impedire che esse rendessero impossibile la cooperazione.

La pace regionale come costruzione politica

La cooperazione tra governi con posizioni politiche diverse e il mantenimento di una sostanziale pace regionale rappresenta uno dei risultati più importanti raggiunti dall’ASEAN. Per comprenderne la portata occorre ricordare che il Sud-Est asiatico è stato per gran parte del Novecento uno degli spazi più violentemente contesi del pianeta: colonialismo, occupazione giapponese, guerre di liberazione nazionale, guerra d’Indocina, aggressione statunitense contro il Việt Nam, bombardamenti di Laos e Cambogia, conflitti interstatali e guerre civili. Tuttavia, non esisteva alcuna inevitabilità storica che conducesse questa regione verso una stabilità relativa.

L’ASEAN ha contribuito alla sua costruzione attraverso una concezione della sicurezza radicalmente differente da quella fondata sull’espansione delle alleanze militari. Già la dichiarazione sulla Zona di Pace, Libertà e Neutralità del 1971 esprimeva l’ambizione di sottrarre il Sud-Est asiatico alle ingerenze delle potenze esterne. Nel 1976, il Trattato di Amicizia e Cooperazione trasformò questa impostazione in un insieme di principi: rispetto dell’indipendenza, della sovranità e dell’integrità territoriale; diritto degli Stati a vivere senza interferenze, sovversioni o coercizioni esterne; non ingerenza; soluzione pacifica delle controversie; rinuncia alla minaccia o all’uso della forza; cooperazione effettiva.

A cinquant’anni dalla firma, il TAC ha ormai superato largamente i confini del Sud-Est asiatico. Durante le celebrazioni di Giacarta sono state esposte le bandiere dei 62 Paesi che hanno aderito al trattato, trasformandolo di fatto in uno dei principali codici normativi attorno ai quali l’ASEAN struttura le proprie relazioni con il mondo esterno.

Questi principi possono apparire elementari, eppure assumono una valenza profondamente politica in un sistema internazionale nel quale l’ingerenza negli affari interni, l’applicazione extraterritoriale delle legislazioni nazionali, le sanzioni unilaterali, la coercizione economica e il ricorso alla forza sono tornati a essere strumenti ordinari delle relazioni internazionali.

La cultura diplomatica dell’ASEAN parte invece dall’assunto che la diversità politica non debba necessariamente produrre contrapposizione. È la cosiddetta ASEAN Way, fondata su consultazione, consenso, gradualità e ricerca del compromesso. Un sistema che, se da un lato garantisce i vantaggi che abbiamo appena esposto, dall’altro presenta anche evidenti limiti, visto che la necessità del consenso può rallentare il processo decisionale e, nei casi più difficili, produrre paralisi.

Ma giudicare l’organizzazione esclusivamente sulla base della sua incapacità di imporre decisioni significherebbe utilizzare come parametro un modello istituzionale che non le appartiene. Kao Kim Hourn ha ricordato che, in una regione composta da Stati con sistemi politici, livelli di sviluppo e orientamenti strategici differenti, la stabilità dipende meno dalla capacità di un centro di comando di imporre le proprie decisioni che dalla possibilità di mantenere permanentemente aperti i processi di consultazione e dialogo.

L’ASEAN non dispone della capacità coercitiva di una grande potenza. Possiede invece una capacità di convocazione e mediazione che la rendono una protagonista centrale nella politica regionale.

La centralità dell’ASEAN nella crisi dell’unipolarismo

È soprattutto alla luce dell’attuale trasformazione del sistema internazionale che questo modello assume una rinnovata importanza.

Nel febbraio scorso, intervenendo a Berlino sul tema della geopolitica e del ruolo dell’ASEAN nel mondo multipolare, Kao Kim Hourn ha formulato una diagnosi particolarmente significativa: il «momento unipolare» è terminato, mentre l’ordine destinato a sostituirlo non ha ancora assunto una configurazione definitiva. Il risultato è una multipolarità ancora indeterminata, caratterizzata dalla diffusione del potere tra più centri e contemporaneamente dall’intensificazione della competizione strategica.

Per il Sud-Est asiatico, questa trasformazione ha un significato di grande importanza, in quanto la regione si trova precisamente nel punto di intersezione tra alcune delle principali dinamiche economiche e strategiche del XXI secolo. La Cina è ormai profondamente integrata con le economie regionali; gli Stati Uniti mantengono alleanze militari e una significativa presenza strategica; Giappone, India, Russia, Repubblica di Corea, Australia e Unione Europea cercano a loro volta di ampliare la propria influenza economica e politica.

La crescente competizione sino-statunitense esercita dunque una pressione costante affinché gli Stati della regione scelgano da quale parte collocarsi. Lo stesso segretario generale dell’ASEAN ha riconosciuto che commercio, tecnologie, catene di approvvigionamento, infrastrutture e finanza dello sviluppo sono ormai diventati terreni della competizione tra grandi potenze e che per i Paesi del Sud-Est asiatico il rischio di frammentazione e biforcazione economica è concreto.

L’ASEAN propone un principio differente: non escludere le grandi potenze, ma impedirne l’egemonizzazione dello spazio regionale. Non si tratta dunque di equidistanza meccanica né di neutralità passiva. Kao ha esplicitamente definito la linea dell’ASEAN come “impegno attivo e autonomia strategica”: mantenere relazioni costruttive con tutti evitando allineamenti esclusivi capaci di ridurre la libertà d’azione della regione.

Un’idea inclusiva dell’Indo-Pacifico

Questa concezione emerge chiaramente anche nell’ASEAN Outlook on the Indo-Pacific, che pone al centro apertura, inclusività, cooperazione, connettività e sviluppo.

Il contrasto con le concezioni dell’Indo-Pacifico imperniate prevalentemente sul contenimento strategico, promosse soprattutto da parte di Washington, è significativo. Nella visione dell’ASEAN, l’Indo-Pacifico non dovrebbe essere uno spazio da suddividere tra schieramenti contrapposti, ma una regione nella quale interessi differenti possano continuare a interagire all’interno di strutture comuni.

La capacità di difendere l’autonomia regionale poggia, inoltre, su una base materiale sempre più importante. L’ASEAN riunisce ormai quasi 700 milioni di abitanti e nel 2024 ha sfiorato i 4.000 miliardi di dollari di prodotto interno lordo complessivo. L’organizzazione costituisce una delle maggiori aree economiche mondiali e punta a diventare la quarta economia globale entro il 2030.

La sua integrazione economica ha inoltre prodotto una rete di relazioni che rende particolarmente difficile ricondurre il Sud-Est asiatico a uno schieramento esclusivo.

La Cina è il primo partner commerciale dell’ASEAN da sedici anni consecutivi, mentre l’ASEAN è diventata a sua volta il principale partner commerciale cinese. Nel 2025 gli scambi bilaterali hanno superato per la prima volta la soglia di 1.000 miliardi di dollari. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti, l’Unione Europea, il Giappone, la Repubblica di Corea e numerosi altri partner mantengono una presenza economica fondamentale.

L’esempio più importante è però la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), costruita attorno ai Paesi ASEAN insieme a Cina, Giappone, Repubblica di Corea, Australia e Nuova Zelanda. L’accordo interessa quasi il 30% della popolazione mondiale, circa il 30% del PIL globale e poco meno del 30% del commercio internazionale.

Naturalmente l’integrazione economica non cancella le asimmetrie di potere. L’enorme peso commerciale cinese rappresenta una realtà della quale gli Stati ASEAN devono tenere conto, così come la persistente influenza finanziaria, tecnologica e militare occidentale. Proprio per questo la diversificazione delle relazioni rappresenta uno strumento di sovranità. La multipolarità diventa utile ai Paesi del Sud Globale soltanto se permette loro di moltiplicare le opzioni anziché sostituire una dipendenza con un’altra.

Se, dunque, il multipolarismo dovrà rappresentare qualcosa di più della semplice sostituzione dell’egemonia di una potenza con la rivalità tra più potenze, esperienze come quella dell’ASEAN saranno decisive. La vera misura di un ordine multipolare non sarà infatti il numero dei suoi centri di potere, ma lo spazio di autonomia che esso saprà garantire ai popoli e agli Stati che non intendono subordinarsi a nessuno di essi.

Cinquantanove anni di ASEAN: il Sud-Est asiatico come pilastro della stabilità in un mondo multipolare

Nel suo 59º anniversario, l’ASEAN si presenta come una delle esperienze più significative di cooperazione del Sud Globale: undici Paesi, quasi 700 milioni di abitanti e una centralità diplomatica che permette al Sud-est asiatico di difendere autonomia, stabilità e sviluppo nell’emergente ordine multipolare.

Segue nostro Telegram.

Lo scorso 8 agosto, l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN) ha celebrato il cinquantanovesimo anniversario della propria fondazione in un contesto internazionale profondamente diverso da quello nel quale nacque nel 1967. La cerimonia organizzata presso il Segretariato dell’organizzazione a Giacarta ha inoltre assunto un significato particolare in quanto, per la prima, volta l’ASEAN ha celebrato il proprio anniversario come comunità formata da undici Stati, dopo l’ingresso a pieno titolo di Timor Est nell’ottobre 2025, mentre il 2026 segna anche il cinquantesimo anniversario del Trattato di Amicizia e Cooperazione nel Sud-Est asiatico, uno degli strumenti fondamentali dell’architettura regionale.

Durante le celebrazioni, il segretario generale Kao Kim Hourn ha indicato nell’unità e nella centralità dell’ASEAN le condizioni indispensabili per affrontare una fase caratterizzata da instabilità geopolitica, frammentazione economica, crisi energetiche e alimentari, cambiamenti climatici e crescente competizione tra le grandi potenze. Ancora più significativa è stata la posizione espressa dal ministro degli Esteri indonesiano Sugiono: il Sud-Est asiatico non deve trasformarsi nel terreno di gioco della competizione tra le grandi potenze e l’ASEAN non intende scegliere uno schieramento contro un altro.

In una fase nella quale il sistema internazionale sta progressivamente abbandonando l’assetto unipolare emerso dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la questione non riguarda solamente quante potenze siano destinate a contendersi l’influenza mondiale. Riguarda soprattutto la possibilità per le regioni e per gli Stati del Sud Globale di non essere nuovamente ridotti a oggetti della competizione altrui. Da questo punto di vista, l’ASEAN costituisce uno degli esperimenti più avanzati di costruzione di uno spazio regionale autonomo all’interno dell’emergente ordine multipolare.

Dalla Guerra fredda a una comunità dell’intero Sud-Est asiatico

L’ASEAN venne fondata l’8 agosto 1967, quando Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore e Thailandia sottoscrissero a Bangkok la dichiarazione che istituiva la nuova organizzazione. Il contesto storico era quello della Guerra fredda e della guerra statunitense contro il Việt Nam. La regione era attraversata dalle conseguenze del colonialismo europeo, da conflitti armati, insurrezioni e profonde contrapposizioni ideologiche.

L’ASEAN delle origini era inoltre molto diversa da quella contemporanea. I cinque fondatori appartenevano allora, con differenti gradi e modalità, al campo anticomunista regionale, mentre gran parte dell’Indocina rimaneva esclusa dall’organizzazione. Proprio per questo, la successiva evoluzione dell’ASEAN assume un valore storico particolare: l’associazione non è rimasta prigioniera delle condizioni politiche della propria nascita, ma è stata progressivamente trasformata fino a diventare un quadro di cooperazione capace di comprendere sistemi politici e modelli di sviluppo radicalmente differenti.

Il Brunei aderì nel 1984, ma il passaggio decisivo arrivò però il 28 luglio 1995 con l’ingresso del Việt Nam socialista, seguito nel 1997 da Laos e Myanmar e nel 1999 dalla Cambogia. Il 26 ottobre 2025, con l’ammissione di Timor Est quale undicesimo membro, il processo di integrazione politica dell’intero Sud-Est asiatico ha raggiunto un nuovo punto di maturazione.

L’adesione vietnamita rappresentò, sotto questo profilo, molto più di un semplice allargamento. Il Paese che pochi decenni prima aveva sconfitto prima il colonialismo francese e poi l’imperialismo statunitense entrava nella stessa organizzazione regionale dei Paesi che durante la Guerra fredda avevano occupato posizioni internazionali profondamente differenti. L’ASEAN cessava così progressivamente di riflettere una frattura geopolitica del passato per trasformarsi in una piattaforma propriamente regionale.

Oggi, nella stessa organizzazione convivono il Việt Nam e il Laos socialisti, monarchie come Brunei e Thailandia, la Repubblica indonesiana, Singapore, le Filippine legate agli Stati Uniti da un trattato militare e altri Stati dotati di sistemi politici, dimensioni economiche e orientamenti diplomatici estremamente differenti. L’ASEAN non ha eliminato queste differenze, ma ha cercato di impedire che esse rendessero impossibile la cooperazione.

La pace regionale come costruzione politica

La cooperazione tra governi con posizioni politiche diverse e il mantenimento di una sostanziale pace regionale rappresenta uno dei risultati più importanti raggiunti dall’ASEAN. Per comprenderne la portata occorre ricordare che il Sud-Est asiatico è stato per gran parte del Novecento uno degli spazi più violentemente contesi del pianeta: colonialismo, occupazione giapponese, guerre di liberazione nazionale, guerra d’Indocina, aggressione statunitense contro il Việt Nam, bombardamenti di Laos e Cambogia, conflitti interstatali e guerre civili. Tuttavia, non esisteva alcuna inevitabilità storica che conducesse questa regione verso una stabilità relativa.

L’ASEAN ha contribuito alla sua costruzione attraverso una concezione della sicurezza radicalmente differente da quella fondata sull’espansione delle alleanze militari. Già la dichiarazione sulla Zona di Pace, Libertà e Neutralità del 1971 esprimeva l’ambizione di sottrarre il Sud-Est asiatico alle ingerenze delle potenze esterne. Nel 1976, il Trattato di Amicizia e Cooperazione trasformò questa impostazione in un insieme di principi: rispetto dell’indipendenza, della sovranità e dell’integrità territoriale; diritto degli Stati a vivere senza interferenze, sovversioni o coercizioni esterne; non ingerenza; soluzione pacifica delle controversie; rinuncia alla minaccia o all’uso della forza; cooperazione effettiva.

A cinquant’anni dalla firma, il TAC ha ormai superato largamente i confini del Sud-Est asiatico. Durante le celebrazioni di Giacarta sono state esposte le bandiere dei 62 Paesi che hanno aderito al trattato, trasformandolo di fatto in uno dei principali codici normativi attorno ai quali l’ASEAN struttura le proprie relazioni con il mondo esterno.

Questi principi possono apparire elementari, eppure assumono una valenza profondamente politica in un sistema internazionale nel quale l’ingerenza negli affari interni, l’applicazione extraterritoriale delle legislazioni nazionali, le sanzioni unilaterali, la coercizione economica e il ricorso alla forza sono tornati a essere strumenti ordinari delle relazioni internazionali.

La cultura diplomatica dell’ASEAN parte invece dall’assunto che la diversità politica non debba necessariamente produrre contrapposizione. È la cosiddetta ASEAN Way, fondata su consultazione, consenso, gradualità e ricerca del compromesso. Un sistema che, se da un lato garantisce i vantaggi che abbiamo appena esposto, dall’altro presenta anche evidenti limiti, visto che la necessità del consenso può rallentare il processo decisionale e, nei casi più difficili, produrre paralisi.

Ma giudicare l’organizzazione esclusivamente sulla base della sua incapacità di imporre decisioni significherebbe utilizzare come parametro un modello istituzionale che non le appartiene. Kao Kim Hourn ha ricordato che, in una regione composta da Stati con sistemi politici, livelli di sviluppo e orientamenti strategici differenti, la stabilità dipende meno dalla capacità di un centro di comando di imporre le proprie decisioni che dalla possibilità di mantenere permanentemente aperti i processi di consultazione e dialogo.

L’ASEAN non dispone della capacità coercitiva di una grande potenza. Possiede invece una capacità di convocazione e mediazione che la rendono una protagonista centrale nella politica regionale.

La centralità dell’ASEAN nella crisi dell’unipolarismo

È soprattutto alla luce dell’attuale trasformazione del sistema internazionale che questo modello assume una rinnovata importanza.

Nel febbraio scorso, intervenendo a Berlino sul tema della geopolitica e del ruolo dell’ASEAN nel mondo multipolare, Kao Kim Hourn ha formulato una diagnosi particolarmente significativa: il «momento unipolare» è terminato, mentre l’ordine destinato a sostituirlo non ha ancora assunto una configurazione definitiva. Il risultato è una multipolarità ancora indeterminata, caratterizzata dalla diffusione del potere tra più centri e contemporaneamente dall’intensificazione della competizione strategica.

Per il Sud-Est asiatico, questa trasformazione ha un significato di grande importanza, in quanto la regione si trova precisamente nel punto di intersezione tra alcune delle principali dinamiche economiche e strategiche del XXI secolo. La Cina è ormai profondamente integrata con le economie regionali; gli Stati Uniti mantengono alleanze militari e una significativa presenza strategica; Giappone, India, Russia, Repubblica di Corea, Australia e Unione Europea cercano a loro volta di ampliare la propria influenza economica e politica.

La crescente competizione sino-statunitense esercita dunque una pressione costante affinché gli Stati della regione scelgano da quale parte collocarsi. Lo stesso segretario generale dell’ASEAN ha riconosciuto che commercio, tecnologie, catene di approvvigionamento, infrastrutture e finanza dello sviluppo sono ormai diventati terreni della competizione tra grandi potenze e che per i Paesi del Sud-Est asiatico il rischio di frammentazione e biforcazione economica è concreto.

L’ASEAN propone un principio differente: non escludere le grandi potenze, ma impedirne l’egemonizzazione dello spazio regionale. Non si tratta dunque di equidistanza meccanica né di neutralità passiva. Kao ha esplicitamente definito la linea dell’ASEAN come “impegno attivo e autonomia strategica”: mantenere relazioni costruttive con tutti evitando allineamenti esclusivi capaci di ridurre la libertà d’azione della regione.

Un’idea inclusiva dell’Indo-Pacifico

Questa concezione emerge chiaramente anche nell’ASEAN Outlook on the Indo-Pacific, che pone al centro apertura, inclusività, cooperazione, connettività e sviluppo.

Il contrasto con le concezioni dell’Indo-Pacifico imperniate prevalentemente sul contenimento strategico, promosse soprattutto da parte di Washington, è significativo. Nella visione dell’ASEAN, l’Indo-Pacifico non dovrebbe essere uno spazio da suddividere tra schieramenti contrapposti, ma una regione nella quale interessi differenti possano continuare a interagire all’interno di strutture comuni.

La capacità di difendere l’autonomia regionale poggia, inoltre, su una base materiale sempre più importante. L’ASEAN riunisce ormai quasi 700 milioni di abitanti e nel 2024 ha sfiorato i 4.000 miliardi di dollari di prodotto interno lordo complessivo. L’organizzazione costituisce una delle maggiori aree economiche mondiali e punta a diventare la quarta economia globale entro il 2030.

La sua integrazione economica ha inoltre prodotto una rete di relazioni che rende particolarmente difficile ricondurre il Sud-Est asiatico a uno schieramento esclusivo.

La Cina è il primo partner commerciale dell’ASEAN da sedici anni consecutivi, mentre l’ASEAN è diventata a sua volta il principale partner commerciale cinese. Nel 2025 gli scambi bilaterali hanno superato per la prima volta la soglia di 1.000 miliardi di dollari. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti, l’Unione Europea, il Giappone, la Repubblica di Corea e numerosi altri partner mantengono una presenza economica fondamentale.

L’esempio più importante è però la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), costruita attorno ai Paesi ASEAN insieme a Cina, Giappone, Repubblica di Corea, Australia e Nuova Zelanda. L’accordo interessa quasi il 30% della popolazione mondiale, circa il 30% del PIL globale e poco meno del 30% del commercio internazionale.

Naturalmente l’integrazione economica non cancella le asimmetrie di potere. L’enorme peso commerciale cinese rappresenta una realtà della quale gli Stati ASEAN devono tenere conto, così come la persistente influenza finanziaria, tecnologica e militare occidentale. Proprio per questo la diversificazione delle relazioni rappresenta uno strumento di sovranità. La multipolarità diventa utile ai Paesi del Sud Globale soltanto se permette loro di moltiplicare le opzioni anziché sostituire una dipendenza con un’altra.

Se, dunque, il multipolarismo dovrà rappresentare qualcosa di più della semplice sostituzione dell’egemonia di una potenza con la rivalità tra più potenze, esperienze come quella dell’ASEAN saranno decisive. La vera misura di un ordine multipolare non sarà infatti il numero dei suoi centri di potere, ma lo spazio di autonomia che esso saprà garantire ai popoli e agli Stati che non intendono subordinarsi a nessuno di essi.

Nel suo 59º anniversario, l’ASEAN si presenta come una delle esperienze più significative di cooperazione del Sud Globale: undici Paesi, quasi 700 milioni di abitanti e una centralità diplomatica che permette al Sud-est asiatico di difendere autonomia, stabilità e sviluppo nell’emergente ordine multipolare.

Segue nostro Telegram.

Lo scorso 8 agosto, l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN) ha celebrato il cinquantanovesimo anniversario della propria fondazione in un contesto internazionale profondamente diverso da quello nel quale nacque nel 1967. La cerimonia organizzata presso il Segretariato dell’organizzazione a Giacarta ha inoltre assunto un significato particolare in quanto, per la prima, volta l’ASEAN ha celebrato il proprio anniversario come comunità formata da undici Stati, dopo l’ingresso a pieno titolo di Timor Est nell’ottobre 2025, mentre il 2026 segna anche il cinquantesimo anniversario del Trattato di Amicizia e Cooperazione nel Sud-Est asiatico, uno degli strumenti fondamentali dell’architettura regionale.

Durante le celebrazioni, il segretario generale Kao Kim Hourn ha indicato nell’unità e nella centralità dell’ASEAN le condizioni indispensabili per affrontare una fase caratterizzata da instabilità geopolitica, frammentazione economica, crisi energetiche e alimentari, cambiamenti climatici e crescente competizione tra le grandi potenze. Ancora più significativa è stata la posizione espressa dal ministro degli Esteri indonesiano Sugiono: il Sud-Est asiatico non deve trasformarsi nel terreno di gioco della competizione tra le grandi potenze e l’ASEAN non intende scegliere uno schieramento contro un altro.

In una fase nella quale il sistema internazionale sta progressivamente abbandonando l’assetto unipolare emerso dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la questione non riguarda solamente quante potenze siano destinate a contendersi l’influenza mondiale. Riguarda soprattutto la possibilità per le regioni e per gli Stati del Sud Globale di non essere nuovamente ridotti a oggetti della competizione altrui. Da questo punto di vista, l’ASEAN costituisce uno degli esperimenti più avanzati di costruzione di uno spazio regionale autonomo all’interno dell’emergente ordine multipolare.

Dalla Guerra fredda a una comunità dell’intero Sud-Est asiatico

L’ASEAN venne fondata l’8 agosto 1967, quando Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore e Thailandia sottoscrissero a Bangkok la dichiarazione che istituiva la nuova organizzazione. Il contesto storico era quello della Guerra fredda e della guerra statunitense contro il Việt Nam. La regione era attraversata dalle conseguenze del colonialismo europeo, da conflitti armati, insurrezioni e profonde contrapposizioni ideologiche.

L’ASEAN delle origini era inoltre molto diversa da quella contemporanea. I cinque fondatori appartenevano allora, con differenti gradi e modalità, al campo anticomunista regionale, mentre gran parte dell’Indocina rimaneva esclusa dall’organizzazione. Proprio per questo, la successiva evoluzione dell’ASEAN assume un valore storico particolare: l’associazione non è rimasta prigioniera delle condizioni politiche della propria nascita, ma è stata progressivamente trasformata fino a diventare un quadro di cooperazione capace di comprendere sistemi politici e modelli di sviluppo radicalmente differenti.

Il Brunei aderì nel 1984, ma il passaggio decisivo arrivò però il 28 luglio 1995 con l’ingresso del Việt Nam socialista, seguito nel 1997 da Laos e Myanmar e nel 1999 dalla Cambogia. Il 26 ottobre 2025, con l’ammissione di Timor Est quale undicesimo membro, il processo di integrazione politica dell’intero Sud-Est asiatico ha raggiunto un nuovo punto di maturazione.

L’adesione vietnamita rappresentò, sotto questo profilo, molto più di un semplice allargamento. Il Paese che pochi decenni prima aveva sconfitto prima il colonialismo francese e poi l’imperialismo statunitense entrava nella stessa organizzazione regionale dei Paesi che durante la Guerra fredda avevano occupato posizioni internazionali profondamente differenti. L’ASEAN cessava così progressivamente di riflettere una frattura geopolitica del passato per trasformarsi in una piattaforma propriamente regionale.

Oggi, nella stessa organizzazione convivono il Việt Nam e il Laos socialisti, monarchie come Brunei e Thailandia, la Repubblica indonesiana, Singapore, le Filippine legate agli Stati Uniti da un trattato militare e altri Stati dotati di sistemi politici, dimensioni economiche e orientamenti diplomatici estremamente differenti. L’ASEAN non ha eliminato queste differenze, ma ha cercato di impedire che esse rendessero impossibile la cooperazione.

La pace regionale come costruzione politica

La cooperazione tra governi con posizioni politiche diverse e il mantenimento di una sostanziale pace regionale rappresenta uno dei risultati più importanti raggiunti dall’ASEAN. Per comprenderne la portata occorre ricordare che il Sud-Est asiatico è stato per gran parte del Novecento uno degli spazi più violentemente contesi del pianeta: colonialismo, occupazione giapponese, guerre di liberazione nazionale, guerra d’Indocina, aggressione statunitense contro il Việt Nam, bombardamenti di Laos e Cambogia, conflitti interstatali e guerre civili. Tuttavia, non esisteva alcuna inevitabilità storica che conducesse questa regione verso una stabilità relativa.

L’ASEAN ha contribuito alla sua costruzione attraverso una concezione della sicurezza radicalmente differente da quella fondata sull’espansione delle alleanze militari. Già la dichiarazione sulla Zona di Pace, Libertà e Neutralità del 1971 esprimeva l’ambizione di sottrarre il Sud-Est asiatico alle ingerenze delle potenze esterne. Nel 1976, il Trattato di Amicizia e Cooperazione trasformò questa impostazione in un insieme di principi: rispetto dell’indipendenza, della sovranità e dell’integrità territoriale; diritto degli Stati a vivere senza interferenze, sovversioni o coercizioni esterne; non ingerenza; soluzione pacifica delle controversie; rinuncia alla minaccia o all’uso della forza; cooperazione effettiva.

A cinquant’anni dalla firma, il TAC ha ormai superato largamente i confini del Sud-Est asiatico. Durante le celebrazioni di Giacarta sono state esposte le bandiere dei 62 Paesi che hanno aderito al trattato, trasformandolo di fatto in uno dei principali codici normativi attorno ai quali l’ASEAN struttura le proprie relazioni con il mondo esterno.

Questi principi possono apparire elementari, eppure assumono una valenza profondamente politica in un sistema internazionale nel quale l’ingerenza negli affari interni, l’applicazione extraterritoriale delle legislazioni nazionali, le sanzioni unilaterali, la coercizione economica e il ricorso alla forza sono tornati a essere strumenti ordinari delle relazioni internazionali.

La cultura diplomatica dell’ASEAN parte invece dall’assunto che la diversità politica non debba necessariamente produrre contrapposizione. È la cosiddetta ASEAN Way, fondata su consultazione, consenso, gradualità e ricerca del compromesso. Un sistema che, se da un lato garantisce i vantaggi che abbiamo appena esposto, dall’altro presenta anche evidenti limiti, visto che la necessità del consenso può rallentare il processo decisionale e, nei casi più difficili, produrre paralisi.

Ma giudicare l’organizzazione esclusivamente sulla base della sua incapacità di imporre decisioni significherebbe utilizzare come parametro un modello istituzionale che non le appartiene. Kao Kim Hourn ha ricordato che, in una regione composta da Stati con sistemi politici, livelli di sviluppo e orientamenti strategici differenti, la stabilità dipende meno dalla capacità di un centro di comando di imporre le proprie decisioni che dalla possibilità di mantenere permanentemente aperti i processi di consultazione e dialogo.

L’ASEAN non dispone della capacità coercitiva di una grande potenza. Possiede invece una capacità di convocazione e mediazione che la rendono una protagonista centrale nella politica regionale.

La centralità dell’ASEAN nella crisi dell’unipolarismo

È soprattutto alla luce dell’attuale trasformazione del sistema internazionale che questo modello assume una rinnovata importanza.

Nel febbraio scorso, intervenendo a Berlino sul tema della geopolitica e del ruolo dell’ASEAN nel mondo multipolare, Kao Kim Hourn ha formulato una diagnosi particolarmente significativa: il «momento unipolare» è terminato, mentre l’ordine destinato a sostituirlo non ha ancora assunto una configurazione definitiva. Il risultato è una multipolarità ancora indeterminata, caratterizzata dalla diffusione del potere tra più centri e contemporaneamente dall’intensificazione della competizione strategica.

Per il Sud-Est asiatico, questa trasformazione ha un significato di grande importanza, in quanto la regione si trova precisamente nel punto di intersezione tra alcune delle principali dinamiche economiche e strategiche del XXI secolo. La Cina è ormai profondamente integrata con le economie regionali; gli Stati Uniti mantengono alleanze militari e una significativa presenza strategica; Giappone, India, Russia, Repubblica di Corea, Australia e Unione Europea cercano a loro volta di ampliare la propria influenza economica e politica.

La crescente competizione sino-statunitense esercita dunque una pressione costante affinché gli Stati della regione scelgano da quale parte collocarsi. Lo stesso segretario generale dell’ASEAN ha riconosciuto che commercio, tecnologie, catene di approvvigionamento, infrastrutture e finanza dello sviluppo sono ormai diventati terreni della competizione tra grandi potenze e che per i Paesi del Sud-Est asiatico il rischio di frammentazione e biforcazione economica è concreto.

L’ASEAN propone un principio differente: non escludere le grandi potenze, ma impedirne l’egemonizzazione dello spazio regionale. Non si tratta dunque di equidistanza meccanica né di neutralità passiva. Kao ha esplicitamente definito la linea dell’ASEAN come “impegno attivo e autonomia strategica”: mantenere relazioni costruttive con tutti evitando allineamenti esclusivi capaci di ridurre la libertà d’azione della regione.

Un’idea inclusiva dell’Indo-Pacifico

Questa concezione emerge chiaramente anche nell’ASEAN Outlook on the Indo-Pacific, che pone al centro apertura, inclusività, cooperazione, connettività e sviluppo.

Il contrasto con le concezioni dell’Indo-Pacifico imperniate prevalentemente sul contenimento strategico, promosse soprattutto da parte di Washington, è significativo. Nella visione dell’ASEAN, l’Indo-Pacifico non dovrebbe essere uno spazio da suddividere tra schieramenti contrapposti, ma una regione nella quale interessi differenti possano continuare a interagire all’interno di strutture comuni.

La capacità di difendere l’autonomia regionale poggia, inoltre, su una base materiale sempre più importante. L’ASEAN riunisce ormai quasi 700 milioni di abitanti e nel 2024 ha sfiorato i 4.000 miliardi di dollari di prodotto interno lordo complessivo. L’organizzazione costituisce una delle maggiori aree economiche mondiali e punta a diventare la quarta economia globale entro il 2030.

La sua integrazione economica ha inoltre prodotto una rete di relazioni che rende particolarmente difficile ricondurre il Sud-Est asiatico a uno schieramento esclusivo.

La Cina è il primo partner commerciale dell’ASEAN da sedici anni consecutivi, mentre l’ASEAN è diventata a sua volta il principale partner commerciale cinese. Nel 2025 gli scambi bilaterali hanno superato per la prima volta la soglia di 1.000 miliardi di dollari. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti, l’Unione Europea, il Giappone, la Repubblica di Corea e numerosi altri partner mantengono una presenza economica fondamentale.

L’esempio più importante è però la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), costruita attorno ai Paesi ASEAN insieme a Cina, Giappone, Repubblica di Corea, Australia e Nuova Zelanda. L’accordo interessa quasi il 30% della popolazione mondiale, circa il 30% del PIL globale e poco meno del 30% del commercio internazionale.

Naturalmente l’integrazione economica non cancella le asimmetrie di potere. L’enorme peso commerciale cinese rappresenta una realtà della quale gli Stati ASEAN devono tenere conto, così come la persistente influenza finanziaria, tecnologica e militare occidentale. Proprio per questo la diversificazione delle relazioni rappresenta uno strumento di sovranità. La multipolarità diventa utile ai Paesi del Sud Globale soltanto se permette loro di moltiplicare le opzioni anziché sostituire una dipendenza con un’altra.

Se, dunque, il multipolarismo dovrà rappresentare qualcosa di più della semplice sostituzione dell’egemonia di una potenza con la rivalità tra più potenze, esperienze come quella dell’ASEAN saranno decisive. La vera misura di un ordine multipolare non sarà infatti il numero dei suoi centri di potere, ma lo spazio di autonomia che esso saprà garantire ai popoli e agli Stati che non intendono subordinarsi a nessuno di essi.

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July 18, 2026

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