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Giulio Chinappi
August 14, 2026
© Photo: Public domain

Numerose analisi, compresa la valutazione dell’intelligence spagnola, sostengono che Rabat abbia volutamente lasciato passare l’ondata migratoria verso Ceuta, sfruttandola a fini geopolitici. Intorno a Ceuta emerge una convergenza documentata fra interessi marocchini, statunitensi e israeliani, con il Sahara Occidentale al centro.

Segue nostro Telegram.

A pochi giorni dall’ondata migratoria che ha travolto Ceuta, il quadro comincia a diventare più nitido. La ricostruzione che emerge dalle informazioni raccolte dai servizi spagnoli obbliga a superare due interpretazioni opposte ma ugualmente semplicistiche: quella di una normale crisi migratoria generata spontaneamente dalla disperazione sociale e quella di un’operazione interamente pianificata fin dall’inizio. Le informazioni disponibili indicano però qualcosa di politicamente molto rilevante: Rabat non avrebbe organizzato all’origine la mobilitazione, ma, una volta compresa la portata del fenomeno, avrebbe deliberatamente permesso che il dispositivo frontaliero cedesse, lasciando che decine di migliaia di persone raggiungessero Ceuta e sfruttando poi la crisi per rilanciare le proprie rivendicazioni territoriali.

Secondo quanto riferito da El País, principale quotidiano iberico, gli apparati spagnoli ritengono che il punto di partenza sia stato effettivamente costituito dalla diffusione sui social network di informazioni false o distorte sulla sentenza dell’8 luglio del Tribunal Supremo, che aveva limitato la possibilità di effettuare respingimenti immediati nei confronti di chi raggiunge Ceuta o Melilla via mare. Nel corso di luglio, tuttavia, i controlli marocchini sarebbero stati progressivamente alleggeriti e, in coincidenza con le celebrazioni della Festa del Trono, sarebbero arrivati a un livello minimo proprio mentre masse sempre più grandi di persone convergevano verso il confine. La conclusione degli analisti spagnoli è che non si sia trattato di una provocazione concepita fin dall’inizio da Rabat, ma di un fenomeno che le autorità marocchine hanno visto crescere, hanno deciso di non fermare e hanno quindi utilizzato politicamente.

Le dimensioni dell’episodio rendono il problema ancora più evidente. Le prime stime spagnole parlavano di circa 50.000 ingressi, mentre le autorità locali indicavano cifre ancora superiori. Al 3 agosto, Madrid aveva contato circa 69.500 rientri in Marocco, un numero superiore alle prime stime degli stessi ingressi e indicativo della difficoltà di ricostruire statisticamente un movimento avvenuto in poche ore e attraverso più punti della frontiera. A Ceuta restavano tra 3.000 e 5.000 persone, compresi 862 minori non accompagnati. Il bilancio delle vittime era salito ad almeno 83 morti, 72 sul lato spagnolo e 11 su quello marocchino.

Rabat respinge questa interpretazione. Un alto funzionario marocchino ha sostenuto che il dispositivo di sicurezza, composto secondo le autorità da circa 24.000 uomini lungo la costa settentrionale, non sarebbe mai stato deliberatamente ridotto. La responsabilità sarebbe invece da attribuire alle reti di trafficanti e all’errata interpretazione della sentenza spagnola, che avrebbe fatto credere a migliaia di giovani che raggiungere Ceuta a nuoto equivalesse a ottenere automaticamente la possibilità di restare in territorio spagnolo. Il governo marocchino sostiene inoltre di avere avvertito Madrid dei rischi prodotti dalla decisione giudiziaria. La versione merita di essere registrata, ma non elimina la domanda centrale: se Rabat aveva compreso in anticipo la possibilità di una mobilitazione di massa e disponeva di un apparato tanto imponente, come è stato possibile che uno dei confini più sorvegliati del Mediterraneo venisse attraversato in così breve tempo da decine di migliaia di persone?

La domanda diventa ancora più pertinente alla luce dei precedenti. Nel maggio 2021, circa 9.000 persone entrarono a Ceuta dopo che la polizia marocchina aveva temporaneamente alleggerito i controlli. Allora il movente politico era chiarissimo: Madrid aveva consentito a Brahim Ghali, segretario generale del Fronte Polisario, di ricevere cure mediche in Spagna. Il Parlamento Europeo concluse che un movimento di quelle dimensioni «difficilmente poteva essere considerato spontaneo», collegò la crisi alla questione del Sahara Occidentale e arrivò a «respingere l’uso da parte del Marocco del controllo delle frontiere e della migrazione» come forma di pressione politica contro uno Stato membro dell’Unione Europea.

Nel novembre 2025, uno studio pubblicato dal Centro Superiore di Studi della Difesa Nazionale spagnolo descriveva esplicitamente la migrazione proveniente dall’Africa come possibile «strumento di politica estera» e affermava che il Marocco aveva imparato ad «attivare o disattivare» la pressione migratoria in funzione dei propri interessi geopolitici. Lo stesso studio individuava nella dipendenza spagnola e dell’Unione Europea dalla collaborazione marocchina un elemento strutturale di vulnerabilità.

Ancora più significativo è il Panorama Estratégico 2026 pubblicato dal Ministero della Difesa spagnolo. L’analisi sostiene che la politica estera marocchina abbia deliberatamente fatto ricorso alla creazione di crisi diplomatiche con partner tradizionali per ottenere concessioni sul dossier prioritario della monarchia: il Sahara Occidentale. Il fine di Rabat, secondo lo studio, consiste nel sostituire progressivamente il quadro internazionale della decolonizzazione e dell’autodeterminazione con quello di un’autonomia amministrativa sotto sovranità marocchina. In questa prospettiva vengono collocate le crisi con Germania, Spagna e Francia, nonché l’utilizzo della leva migratoria.

Il Sahara Occidentale rimane infatti il centro della strategia regionale del Marocco. Per le Nazioni Unite il territorio figura ancora, dal 1963, nell’elenco dei Territori non autonomi, ossia di quei territori il cui processo di autodeterminazione non è stato completato. Nel 1990 l’Assemblea Generale ribadì che la questione del popolo sahrawi rimaneva un problema di decolonizzazione da portare a compimento attraverso un processo di autodeterminazione del Sahara Occidentale.

È proprio su questo terreno che nasce l’attuale triangolo Washington-Tel Aviv-Rabat. Nel dicembre 2020, Donald Trump riconobbe unilateralmente la sovranità marocchina sull’intero Sahara Occidentale. La decisione fu annunciata contemporaneamente all’accordo attraverso il quale il Marocco normalizzava le relazioni con Israele nell’ambito degli Accordi di Abramo. Il riconoscimento statunitense, dunque, costituiva parte dell’accordo negoziato da Washington per riavvicinare Rabat e Tel Aviv. La proclamazione presidenziale statunitense affermava esplicitamente che gli Stati Uniti consideravano l’intero Sahara Occidentale parte del Regno del Marocco.

Da quel momento, il rapporto fra Rabat, Washington e Tel Aviv si è approfondito ben oltre la diplomazia formale. Il Panorama Estratégico 2026 del Ministero della Difesa spagnolo ricostruisce il rafforzamento della cooperazione militare e securitaria marocchino-israeliana attraverso acquisti di armamenti, trasferimenti tecnologici, produzione di droni e cooperazione nell’industria aerospaziale. Nel gennaio 2026, durante la terza riunione del Comitato Militare Congiunto a Tel Aviv, Marocco e Israele hanno inoltre sottoscritto un piano di lavoro militare comune per l’anno in corso. Lo stesso documento spagnolo parla esplicitamente di una «triangolazione di interessi» attraverso la quale la diplomazia marocchina cerca di ottenere dall’amministrazione Trump il massimo sostegno possibile sulla questione del Sahara Occidentale.

Questo dato è fondamentale per interpretare Ceuta senza cadere nell’errore di descrivere il Marocco come semplice esecutore di ordini stranieri. Lungi dall’essere una semplice pedina della strategia di Washington e Tel Aviv, Rabat persegue una propria strategia nazionale: consolidare definitivamente l’annessione del Sahara Occidentale, contenere l’Algeria, accrescere la propria egemonia nel Maghreb, valorizzare il controllo delle rotte migratorie verso l’Europa e mantenere aperta, almeno sul piano politico, la rivendicazione su Ceuta e Melilla. Gli Stati Uniti e Israele non hanno creato questi obiettivi, ma negli ultimi anni hanno fornito al Marocco strumenti diplomatici, militari e politici che ne hanno ampliato considerevolmente il margine d’azione.

Un altro elemento da non trascurare è infatti il recente riavvicinamento fra Madrid e Algeri. Il 20 luglio, appena dieci giorni prima dell’esplosione della crisi, Pedro Sánchez ha compiuto una visita ufficiale in Algeria annunciando l’apertura di una «nuova fase» nelle relazioni bilaterali, una riunione di alto livello per l’autunno e un rafforzamento della cooperazione politica, economica, energetica e persino nella gestione dei flussi migratori. Sánchez ha definito l’Algeria «partner strategico» e «Paese amico», ricordando inoltre che nel 2026 essa è tornata a essere il principale fornitore di gas naturale della Spagna.

Sebbene l’evento non possa essere collegato direttamente alla crisi di Ceuta, è impossibile ignorarne il peso nel contesto regionale. Algeria e Marocco hanno infatti interrotto le relazioni diplomatiche nel 2021, sono impegnati in una competizione strategica per l’egemonia maghrebina e occupano posizioni opposte sul Sahara Occidentale, con Algeri principale sostenitore regionale del Fronte Polisario. Lo stesso Ministero della Difesa spagnolo individua proprio il Sahara Occidentale e l’asse Marocco-Israele come fattori centrali della rivalità fra i due Paesi.

È tuttavia nei mesi immediatamente precedenti alla crisi che compaiono gli elementi più delicati sul versante statunitense e israeliano. Il 16 marzo, Michael Rubin, ex funzionario del Pentagono e studioso dell’American Enterprise Institute, pubblicò sul Middle East Forum un articolo dal titolo «Morocco Should Send a New Green March into Ceuta and Melilla» («Il Marocco dovrebbe organizzare una nuova Marcia Verde su Ceuta e Melilla»). La proposta era straordinariamente esplicita: replicare contro le due città spagnole la strategia della Marcia Verde utilizzata da Hassan II nel 1975 contro il Sahara Occidentale, mobilitando una grande massa di civili marocchini per modificare sul terreno la situazione senza ricorrere a una guerra convenzionale. Rubin non parlava a nome del governo statunitense e il suo intervento non costituisce dunque una prova di pianificazione, ma testimonia che, quattro mesi prima degli eventi, l’idea di utilizzare una pressione demografica di massa contro Ceuta e Melilla veniva apertamente discussa in ambienti neoconservatori statunitensi.

Pochi giorni dopo, il discorso entrò nelle istituzioni nordamericane. Il 30 aprile, la Commissione Stanziamenti della Camera dei Rappresentanti presentò il rapporto relativo al finanziamento dei programmi di sicurezza nazionale e del Dipartimento di Stato per il 2027. Il documento prevede almeno 20 milioni di dollari per i National Security Investment Programs destinati al Marocco e altri 20 milioni attraverso il Foreign Military Financing Program. Ma il passaggio politicamente più significativo è un altro: la Commissione afferma che Ceuta e Melilla, pur «amministrate dalla Spagna», sarebbero «situate in territorio marocchino» e sostiene l’azione del segretario di Stato volta a promuovere un dialogo fra Madrid e Rabat sul loro «status futuro».

Il versante israeliano è persino più esplicito sul piano dell’elaborazione politica. Il 25 aprile, pochi giorni prima della pubblicazione del rapporto congressuale, la testata Ynet ospitò un’analisi del marocchino Amine Ayoub, fellow del Middle East Forum, intitolata «Abraham Accords reach the Strait: how Israel can help Morocco reclaim its north» («Gli Accordi di Abramo raggiungono lo Stretto: come Israele può aiutare il Marocco a riconquistare il suo Nord»). L’articolo interpretava il deterioramento dei rapporti fra Washington e Madrid — dovuto alle divergenze sulla NATO, sulla guerra contro l’Iran e più in generale all’atteggiamento del governo Sánchez — come una finestra strategica favorevole alle rivendicazioni marocchine su Ceuta e Melilla.

Secondo l’autore, Israele avrebbe dovuto sostenere diplomaticamente le pretese marocchine, utilizzare la propria influenza a Washington e mettere in evidenza quella che definiva l’«ipocrisia» della Spagna: un Paese che critica l’occupazione israeliana e ha riconosciuto lo Stato palestinese, ma mantiene Ceuta e Melilla in territorio africano. L’articolo concludeva che aiutare il Marocco a recuperare le due città avrebbe rafforzato l’architettura degli Accordi di Abramo e permesso di «punire» un membro della NATO considerato poco collaborativo.

Questa retorica, del resto, non nasce nel 2026. Già nel maggio 2019, Yair Netanyahu, figlio del primo ministro Benjamin Netanyahu, aveva pubblicato una carta di Ceuta e Melilla invitando «arabi e musulmani» che volessero «liberare terre arabe e islamiche occupate» a cominciare proprio dai possedimenti spagnoli del Nordafrica. Anche allora la provocazione era collegata polemicamente alle posizioni spagnole sulla Palestina, costituendo un precedente significativo della trasformazione di Ceuta e Melilla in argomento di rappresaglia retorica contro Madrid.

Quando la crisi è effettivamente esplosa, il collegamento ha smesso di appartenere soltanto agli ambienti dei think tank. Danny Danon, rappresentante permanente di Israele alle Nazioni Unite, ha sfruttato pubblicamente gli eventi per chiedere alla Spagna perché continuasse a mantenere «enclave coloniali in Africa». Il riferimento a Ceuta era diretto e si inseriva esplicitamente nella polemica con un governo spagnolo accusato di impartire lezioni a Israele. La rappresentanza israeliana a Madrid ha successivamente preso le distanze da quella formulazione, ma il dato politico rimane: nel momento di massima vulnerabilità spagnola, uno dei principali diplomatici israeliani ha utilizzato la stessa argomentazione territoriale che ambienti filoisraeliani avevano elaborato nei mesi precedenti.

Washington ha reagito nella stessa direzione, anche se attraverso il dossier migratorio. Donald Trump ha definito le immagini di Ceuta simili a una «invasione» e le ha immediatamente trasformate in materiale per la politica interna statunitense. Ancora più significativa è stata la posizione del Dipartimento di Stato, che ha attribuito l’episodio direttamente alle politiche del governo spagnolo, accusando Madrid di avere deliberatamente favorito la migrazione irregolare in Europa. Nessuna analoga accusa è stata rivolta al Marocco, dal cui territorio erano partite le decine di migliaia di persone e sul cui comportamento frontaliero si stavano concentrando i dubbi dei servizi spagnoli.

La mole di indizi che abbiamo elencato in questa nostra ricostruzione non ci autorizza a immaginare che qualcuno negli Stati Uniti o in Israele abbia impartito un ordine alla gendarmeria marocchina. Il Marocco, come detto, è un attore regionale di primo piano, consapevole di essere un partner privilegiato degli Stati Uniti. Rabat sa anche che Washington ha riconosciuto la sua sovranità sul Sahara Occidentale, permettendogli di costruire con Israele una cooperazione militare e di sicurezza sempre più profonda, mentre importanti settori politici statunitensi hanno cominciato a mettere in discussione apertamente la sovranità spagnola su Ceuta e Melilla e il governo Sánchez attraversa una fase di aperto contrasto con Trump e Netanyahu.

In altre parole, l’asse Washington-Tel Aviv-Rabat non deve necessariamente essere una struttura di comando comune per produrre effetti destabilizzanti. Può funzionare attraverso la convergenza degli interessi. Rabat esercita una pressione che serve ai propri obiettivi territoriali e regionali; Washington sfrutta la crisi contro un governo europeo considerato poco disciplinato; Tel Aviv utilizza la vulnerabilità spagnola per rispondere a Madrid sul terreno della Palestina; ciascun attore agisce con motivazioni proprie, ma il risultato complessivo tende nella stessa direzione.

La crisi di fine luglio deve quindi essere letta su almeno tre livelli. Il primo è sociale e umanitario: decine di migliaia di giovani, spinti da disoccupazione, povertà e assenza di prospettive, hanno creduto che si fosse aperta una finestra per raggiungere il territorio spagnolo. Il secondo è marocchino: una mobilitazione inizialmente non orchestrata sarebbe stata lasciata sviluppare e trasformata in uno strumento di pressione. Il terzo è internazionale: Washington e Tel Aviv non risultano aver organizzato materialmente l’operazione, ma avevano già costruito un contesto politico nel quale le rivendicazioni marocchine su Ceuta e Melilla venivano legittimate, incoraggiate o presentate come strumento utile per esercitare pressione sulla Spagna.

Questo insieme di elementi non dimostra dunque una regia operativa tripartita, bensì l’esistenza di una convergenza strategica fra Washington, Tel Aviv e Rabat che aumenta la capacità del Marocco di esercitare pressioni sulla Spagna e trasforma Ceuta, Melilla e il Sahara Occidentale in tasselli della stessa partita per il controllo politico del Mediterraneo occidentale e della strozzatura strategica che collega lo stesso Mediterraneo all’Oceano Atlantico.

Il caso Ceuta: anatomia di una pressione geopolitica sulla Spagna

Numerose analisi, compresa la valutazione dell’intelligence spagnola, sostengono che Rabat abbia volutamente lasciato passare l’ondata migratoria verso Ceuta, sfruttandola a fini geopolitici. Intorno a Ceuta emerge una convergenza documentata fra interessi marocchini, statunitensi e israeliani, con il Sahara Occidentale al centro.

Segue nostro Telegram.

A pochi giorni dall’ondata migratoria che ha travolto Ceuta, il quadro comincia a diventare più nitido. La ricostruzione che emerge dalle informazioni raccolte dai servizi spagnoli obbliga a superare due interpretazioni opposte ma ugualmente semplicistiche: quella di una normale crisi migratoria generata spontaneamente dalla disperazione sociale e quella di un’operazione interamente pianificata fin dall’inizio. Le informazioni disponibili indicano però qualcosa di politicamente molto rilevante: Rabat non avrebbe organizzato all’origine la mobilitazione, ma, una volta compresa la portata del fenomeno, avrebbe deliberatamente permesso che il dispositivo frontaliero cedesse, lasciando che decine di migliaia di persone raggiungessero Ceuta e sfruttando poi la crisi per rilanciare le proprie rivendicazioni territoriali.

Secondo quanto riferito da El País, principale quotidiano iberico, gli apparati spagnoli ritengono che il punto di partenza sia stato effettivamente costituito dalla diffusione sui social network di informazioni false o distorte sulla sentenza dell’8 luglio del Tribunal Supremo, che aveva limitato la possibilità di effettuare respingimenti immediati nei confronti di chi raggiunge Ceuta o Melilla via mare. Nel corso di luglio, tuttavia, i controlli marocchini sarebbero stati progressivamente alleggeriti e, in coincidenza con le celebrazioni della Festa del Trono, sarebbero arrivati a un livello minimo proprio mentre masse sempre più grandi di persone convergevano verso il confine. La conclusione degli analisti spagnoli è che non si sia trattato di una provocazione concepita fin dall’inizio da Rabat, ma di un fenomeno che le autorità marocchine hanno visto crescere, hanno deciso di non fermare e hanno quindi utilizzato politicamente.

Le dimensioni dell’episodio rendono il problema ancora più evidente. Le prime stime spagnole parlavano di circa 50.000 ingressi, mentre le autorità locali indicavano cifre ancora superiori. Al 3 agosto, Madrid aveva contato circa 69.500 rientri in Marocco, un numero superiore alle prime stime degli stessi ingressi e indicativo della difficoltà di ricostruire statisticamente un movimento avvenuto in poche ore e attraverso più punti della frontiera. A Ceuta restavano tra 3.000 e 5.000 persone, compresi 862 minori non accompagnati. Il bilancio delle vittime era salito ad almeno 83 morti, 72 sul lato spagnolo e 11 su quello marocchino.

Rabat respinge questa interpretazione. Un alto funzionario marocchino ha sostenuto che il dispositivo di sicurezza, composto secondo le autorità da circa 24.000 uomini lungo la costa settentrionale, non sarebbe mai stato deliberatamente ridotto. La responsabilità sarebbe invece da attribuire alle reti di trafficanti e all’errata interpretazione della sentenza spagnola, che avrebbe fatto credere a migliaia di giovani che raggiungere Ceuta a nuoto equivalesse a ottenere automaticamente la possibilità di restare in territorio spagnolo. Il governo marocchino sostiene inoltre di avere avvertito Madrid dei rischi prodotti dalla decisione giudiziaria. La versione merita di essere registrata, ma non elimina la domanda centrale: se Rabat aveva compreso in anticipo la possibilità di una mobilitazione di massa e disponeva di un apparato tanto imponente, come è stato possibile che uno dei confini più sorvegliati del Mediterraneo venisse attraversato in così breve tempo da decine di migliaia di persone?

La domanda diventa ancora più pertinente alla luce dei precedenti. Nel maggio 2021, circa 9.000 persone entrarono a Ceuta dopo che la polizia marocchina aveva temporaneamente alleggerito i controlli. Allora il movente politico era chiarissimo: Madrid aveva consentito a Brahim Ghali, segretario generale del Fronte Polisario, di ricevere cure mediche in Spagna. Il Parlamento Europeo concluse che un movimento di quelle dimensioni «difficilmente poteva essere considerato spontaneo», collegò la crisi alla questione del Sahara Occidentale e arrivò a «respingere l’uso da parte del Marocco del controllo delle frontiere e della migrazione» come forma di pressione politica contro uno Stato membro dell’Unione Europea.

Nel novembre 2025, uno studio pubblicato dal Centro Superiore di Studi della Difesa Nazionale spagnolo descriveva esplicitamente la migrazione proveniente dall’Africa come possibile «strumento di politica estera» e affermava che il Marocco aveva imparato ad «attivare o disattivare» la pressione migratoria in funzione dei propri interessi geopolitici. Lo stesso studio individuava nella dipendenza spagnola e dell’Unione Europea dalla collaborazione marocchina un elemento strutturale di vulnerabilità.

Ancora più significativo è il Panorama Estratégico 2026 pubblicato dal Ministero della Difesa spagnolo. L’analisi sostiene che la politica estera marocchina abbia deliberatamente fatto ricorso alla creazione di crisi diplomatiche con partner tradizionali per ottenere concessioni sul dossier prioritario della monarchia: il Sahara Occidentale. Il fine di Rabat, secondo lo studio, consiste nel sostituire progressivamente il quadro internazionale della decolonizzazione e dell’autodeterminazione con quello di un’autonomia amministrativa sotto sovranità marocchina. In questa prospettiva vengono collocate le crisi con Germania, Spagna e Francia, nonché l’utilizzo della leva migratoria.

Il Sahara Occidentale rimane infatti il centro della strategia regionale del Marocco. Per le Nazioni Unite il territorio figura ancora, dal 1963, nell’elenco dei Territori non autonomi, ossia di quei territori il cui processo di autodeterminazione non è stato completato. Nel 1990 l’Assemblea Generale ribadì che la questione del popolo sahrawi rimaneva un problema di decolonizzazione da portare a compimento attraverso un processo di autodeterminazione del Sahara Occidentale.

È proprio su questo terreno che nasce l’attuale triangolo Washington-Tel Aviv-Rabat. Nel dicembre 2020, Donald Trump riconobbe unilateralmente la sovranità marocchina sull’intero Sahara Occidentale. La decisione fu annunciata contemporaneamente all’accordo attraverso il quale il Marocco normalizzava le relazioni con Israele nell’ambito degli Accordi di Abramo. Il riconoscimento statunitense, dunque, costituiva parte dell’accordo negoziato da Washington per riavvicinare Rabat e Tel Aviv. La proclamazione presidenziale statunitense affermava esplicitamente che gli Stati Uniti consideravano l’intero Sahara Occidentale parte del Regno del Marocco.

Da quel momento, il rapporto fra Rabat, Washington e Tel Aviv si è approfondito ben oltre la diplomazia formale. Il Panorama Estratégico 2026 del Ministero della Difesa spagnolo ricostruisce il rafforzamento della cooperazione militare e securitaria marocchino-israeliana attraverso acquisti di armamenti, trasferimenti tecnologici, produzione di droni e cooperazione nell’industria aerospaziale. Nel gennaio 2026, durante la terza riunione del Comitato Militare Congiunto a Tel Aviv, Marocco e Israele hanno inoltre sottoscritto un piano di lavoro militare comune per l’anno in corso. Lo stesso documento spagnolo parla esplicitamente di una «triangolazione di interessi» attraverso la quale la diplomazia marocchina cerca di ottenere dall’amministrazione Trump il massimo sostegno possibile sulla questione del Sahara Occidentale.

Questo dato è fondamentale per interpretare Ceuta senza cadere nell’errore di descrivere il Marocco come semplice esecutore di ordini stranieri. Lungi dall’essere una semplice pedina della strategia di Washington e Tel Aviv, Rabat persegue una propria strategia nazionale: consolidare definitivamente l’annessione del Sahara Occidentale, contenere l’Algeria, accrescere la propria egemonia nel Maghreb, valorizzare il controllo delle rotte migratorie verso l’Europa e mantenere aperta, almeno sul piano politico, la rivendicazione su Ceuta e Melilla. Gli Stati Uniti e Israele non hanno creato questi obiettivi, ma negli ultimi anni hanno fornito al Marocco strumenti diplomatici, militari e politici che ne hanno ampliato considerevolmente il margine d’azione.

Un altro elemento da non trascurare è infatti il recente riavvicinamento fra Madrid e Algeri. Il 20 luglio, appena dieci giorni prima dell’esplosione della crisi, Pedro Sánchez ha compiuto una visita ufficiale in Algeria annunciando l’apertura di una «nuova fase» nelle relazioni bilaterali, una riunione di alto livello per l’autunno e un rafforzamento della cooperazione politica, economica, energetica e persino nella gestione dei flussi migratori. Sánchez ha definito l’Algeria «partner strategico» e «Paese amico», ricordando inoltre che nel 2026 essa è tornata a essere il principale fornitore di gas naturale della Spagna.

Sebbene l’evento non possa essere collegato direttamente alla crisi di Ceuta, è impossibile ignorarne il peso nel contesto regionale. Algeria e Marocco hanno infatti interrotto le relazioni diplomatiche nel 2021, sono impegnati in una competizione strategica per l’egemonia maghrebina e occupano posizioni opposte sul Sahara Occidentale, con Algeri principale sostenitore regionale del Fronte Polisario. Lo stesso Ministero della Difesa spagnolo individua proprio il Sahara Occidentale e l’asse Marocco-Israele come fattori centrali della rivalità fra i due Paesi.

È tuttavia nei mesi immediatamente precedenti alla crisi che compaiono gli elementi più delicati sul versante statunitense e israeliano. Il 16 marzo, Michael Rubin, ex funzionario del Pentagono e studioso dell’American Enterprise Institute, pubblicò sul Middle East Forum un articolo dal titolo «Morocco Should Send a New Green March into Ceuta and Melilla» («Il Marocco dovrebbe organizzare una nuova Marcia Verde su Ceuta e Melilla»). La proposta era straordinariamente esplicita: replicare contro le due città spagnole la strategia della Marcia Verde utilizzata da Hassan II nel 1975 contro il Sahara Occidentale, mobilitando una grande massa di civili marocchini per modificare sul terreno la situazione senza ricorrere a una guerra convenzionale. Rubin non parlava a nome del governo statunitense e il suo intervento non costituisce dunque una prova di pianificazione, ma testimonia che, quattro mesi prima degli eventi, l’idea di utilizzare una pressione demografica di massa contro Ceuta e Melilla veniva apertamente discussa in ambienti neoconservatori statunitensi.

Pochi giorni dopo, il discorso entrò nelle istituzioni nordamericane. Il 30 aprile, la Commissione Stanziamenti della Camera dei Rappresentanti presentò il rapporto relativo al finanziamento dei programmi di sicurezza nazionale e del Dipartimento di Stato per il 2027. Il documento prevede almeno 20 milioni di dollari per i National Security Investment Programs destinati al Marocco e altri 20 milioni attraverso il Foreign Military Financing Program. Ma il passaggio politicamente più significativo è un altro: la Commissione afferma che Ceuta e Melilla, pur «amministrate dalla Spagna», sarebbero «situate in territorio marocchino» e sostiene l’azione del segretario di Stato volta a promuovere un dialogo fra Madrid e Rabat sul loro «status futuro».

Il versante israeliano è persino più esplicito sul piano dell’elaborazione politica. Il 25 aprile, pochi giorni prima della pubblicazione del rapporto congressuale, la testata Ynet ospitò un’analisi del marocchino Amine Ayoub, fellow del Middle East Forum, intitolata «Abraham Accords reach the Strait: how Israel can help Morocco reclaim its north» («Gli Accordi di Abramo raggiungono lo Stretto: come Israele può aiutare il Marocco a riconquistare il suo Nord»). L’articolo interpretava il deterioramento dei rapporti fra Washington e Madrid — dovuto alle divergenze sulla NATO, sulla guerra contro l’Iran e più in generale all’atteggiamento del governo Sánchez — come una finestra strategica favorevole alle rivendicazioni marocchine su Ceuta e Melilla.

Secondo l’autore, Israele avrebbe dovuto sostenere diplomaticamente le pretese marocchine, utilizzare la propria influenza a Washington e mettere in evidenza quella che definiva l’«ipocrisia» della Spagna: un Paese che critica l’occupazione israeliana e ha riconosciuto lo Stato palestinese, ma mantiene Ceuta e Melilla in territorio africano. L’articolo concludeva che aiutare il Marocco a recuperare le due città avrebbe rafforzato l’architettura degli Accordi di Abramo e permesso di «punire» un membro della NATO considerato poco collaborativo.

Questa retorica, del resto, non nasce nel 2026. Già nel maggio 2019, Yair Netanyahu, figlio del primo ministro Benjamin Netanyahu, aveva pubblicato una carta di Ceuta e Melilla invitando «arabi e musulmani» che volessero «liberare terre arabe e islamiche occupate» a cominciare proprio dai possedimenti spagnoli del Nordafrica. Anche allora la provocazione era collegata polemicamente alle posizioni spagnole sulla Palestina, costituendo un precedente significativo della trasformazione di Ceuta e Melilla in argomento di rappresaglia retorica contro Madrid.

Quando la crisi è effettivamente esplosa, il collegamento ha smesso di appartenere soltanto agli ambienti dei think tank. Danny Danon, rappresentante permanente di Israele alle Nazioni Unite, ha sfruttato pubblicamente gli eventi per chiedere alla Spagna perché continuasse a mantenere «enclave coloniali in Africa». Il riferimento a Ceuta era diretto e si inseriva esplicitamente nella polemica con un governo spagnolo accusato di impartire lezioni a Israele. La rappresentanza israeliana a Madrid ha successivamente preso le distanze da quella formulazione, ma il dato politico rimane: nel momento di massima vulnerabilità spagnola, uno dei principali diplomatici israeliani ha utilizzato la stessa argomentazione territoriale che ambienti filoisraeliani avevano elaborato nei mesi precedenti.

Washington ha reagito nella stessa direzione, anche se attraverso il dossier migratorio. Donald Trump ha definito le immagini di Ceuta simili a una «invasione» e le ha immediatamente trasformate in materiale per la politica interna statunitense. Ancora più significativa è stata la posizione del Dipartimento di Stato, che ha attribuito l’episodio direttamente alle politiche del governo spagnolo, accusando Madrid di avere deliberatamente favorito la migrazione irregolare in Europa. Nessuna analoga accusa è stata rivolta al Marocco, dal cui territorio erano partite le decine di migliaia di persone e sul cui comportamento frontaliero si stavano concentrando i dubbi dei servizi spagnoli.

La mole di indizi che abbiamo elencato in questa nostra ricostruzione non ci autorizza a immaginare che qualcuno negli Stati Uniti o in Israele abbia impartito un ordine alla gendarmeria marocchina. Il Marocco, come detto, è un attore regionale di primo piano, consapevole di essere un partner privilegiato degli Stati Uniti. Rabat sa anche che Washington ha riconosciuto la sua sovranità sul Sahara Occidentale, permettendogli di costruire con Israele una cooperazione militare e di sicurezza sempre più profonda, mentre importanti settori politici statunitensi hanno cominciato a mettere in discussione apertamente la sovranità spagnola su Ceuta e Melilla e il governo Sánchez attraversa una fase di aperto contrasto con Trump e Netanyahu.

In altre parole, l’asse Washington-Tel Aviv-Rabat non deve necessariamente essere una struttura di comando comune per produrre effetti destabilizzanti. Può funzionare attraverso la convergenza degli interessi. Rabat esercita una pressione che serve ai propri obiettivi territoriali e regionali; Washington sfrutta la crisi contro un governo europeo considerato poco disciplinato; Tel Aviv utilizza la vulnerabilità spagnola per rispondere a Madrid sul terreno della Palestina; ciascun attore agisce con motivazioni proprie, ma il risultato complessivo tende nella stessa direzione.

La crisi di fine luglio deve quindi essere letta su almeno tre livelli. Il primo è sociale e umanitario: decine di migliaia di giovani, spinti da disoccupazione, povertà e assenza di prospettive, hanno creduto che si fosse aperta una finestra per raggiungere il territorio spagnolo. Il secondo è marocchino: una mobilitazione inizialmente non orchestrata sarebbe stata lasciata sviluppare e trasformata in uno strumento di pressione. Il terzo è internazionale: Washington e Tel Aviv non risultano aver organizzato materialmente l’operazione, ma avevano già costruito un contesto politico nel quale le rivendicazioni marocchine su Ceuta e Melilla venivano legittimate, incoraggiate o presentate come strumento utile per esercitare pressione sulla Spagna.

Questo insieme di elementi non dimostra dunque una regia operativa tripartita, bensì l’esistenza di una convergenza strategica fra Washington, Tel Aviv e Rabat che aumenta la capacità del Marocco di esercitare pressioni sulla Spagna e trasforma Ceuta, Melilla e il Sahara Occidentale in tasselli della stessa partita per il controllo politico del Mediterraneo occidentale e della strozzatura strategica che collega lo stesso Mediterraneo all’Oceano Atlantico.

Numerose analisi, compresa la valutazione dell’intelligence spagnola, sostengono che Rabat abbia volutamente lasciato passare l’ondata migratoria verso Ceuta, sfruttandola a fini geopolitici. Intorno a Ceuta emerge una convergenza documentata fra interessi marocchini, statunitensi e israeliani, con il Sahara Occidentale al centro.

Segue nostro Telegram.

A pochi giorni dall’ondata migratoria che ha travolto Ceuta, il quadro comincia a diventare più nitido. La ricostruzione che emerge dalle informazioni raccolte dai servizi spagnoli obbliga a superare due interpretazioni opposte ma ugualmente semplicistiche: quella di una normale crisi migratoria generata spontaneamente dalla disperazione sociale e quella di un’operazione interamente pianificata fin dall’inizio. Le informazioni disponibili indicano però qualcosa di politicamente molto rilevante: Rabat non avrebbe organizzato all’origine la mobilitazione, ma, una volta compresa la portata del fenomeno, avrebbe deliberatamente permesso che il dispositivo frontaliero cedesse, lasciando che decine di migliaia di persone raggiungessero Ceuta e sfruttando poi la crisi per rilanciare le proprie rivendicazioni territoriali.

Secondo quanto riferito da El País, principale quotidiano iberico, gli apparati spagnoli ritengono che il punto di partenza sia stato effettivamente costituito dalla diffusione sui social network di informazioni false o distorte sulla sentenza dell’8 luglio del Tribunal Supremo, che aveva limitato la possibilità di effettuare respingimenti immediati nei confronti di chi raggiunge Ceuta o Melilla via mare. Nel corso di luglio, tuttavia, i controlli marocchini sarebbero stati progressivamente alleggeriti e, in coincidenza con le celebrazioni della Festa del Trono, sarebbero arrivati a un livello minimo proprio mentre masse sempre più grandi di persone convergevano verso il confine. La conclusione degli analisti spagnoli è che non si sia trattato di una provocazione concepita fin dall’inizio da Rabat, ma di un fenomeno che le autorità marocchine hanno visto crescere, hanno deciso di non fermare e hanno quindi utilizzato politicamente.

Le dimensioni dell’episodio rendono il problema ancora più evidente. Le prime stime spagnole parlavano di circa 50.000 ingressi, mentre le autorità locali indicavano cifre ancora superiori. Al 3 agosto, Madrid aveva contato circa 69.500 rientri in Marocco, un numero superiore alle prime stime degli stessi ingressi e indicativo della difficoltà di ricostruire statisticamente un movimento avvenuto in poche ore e attraverso più punti della frontiera. A Ceuta restavano tra 3.000 e 5.000 persone, compresi 862 minori non accompagnati. Il bilancio delle vittime era salito ad almeno 83 morti, 72 sul lato spagnolo e 11 su quello marocchino.

Rabat respinge questa interpretazione. Un alto funzionario marocchino ha sostenuto che il dispositivo di sicurezza, composto secondo le autorità da circa 24.000 uomini lungo la costa settentrionale, non sarebbe mai stato deliberatamente ridotto. La responsabilità sarebbe invece da attribuire alle reti di trafficanti e all’errata interpretazione della sentenza spagnola, che avrebbe fatto credere a migliaia di giovani che raggiungere Ceuta a nuoto equivalesse a ottenere automaticamente la possibilità di restare in territorio spagnolo. Il governo marocchino sostiene inoltre di avere avvertito Madrid dei rischi prodotti dalla decisione giudiziaria. La versione merita di essere registrata, ma non elimina la domanda centrale: se Rabat aveva compreso in anticipo la possibilità di una mobilitazione di massa e disponeva di un apparato tanto imponente, come è stato possibile che uno dei confini più sorvegliati del Mediterraneo venisse attraversato in così breve tempo da decine di migliaia di persone?

La domanda diventa ancora più pertinente alla luce dei precedenti. Nel maggio 2021, circa 9.000 persone entrarono a Ceuta dopo che la polizia marocchina aveva temporaneamente alleggerito i controlli. Allora il movente politico era chiarissimo: Madrid aveva consentito a Brahim Ghali, segretario generale del Fronte Polisario, di ricevere cure mediche in Spagna. Il Parlamento Europeo concluse che un movimento di quelle dimensioni «difficilmente poteva essere considerato spontaneo», collegò la crisi alla questione del Sahara Occidentale e arrivò a «respingere l’uso da parte del Marocco del controllo delle frontiere e della migrazione» come forma di pressione politica contro uno Stato membro dell’Unione Europea.

Nel novembre 2025, uno studio pubblicato dal Centro Superiore di Studi della Difesa Nazionale spagnolo descriveva esplicitamente la migrazione proveniente dall’Africa come possibile «strumento di politica estera» e affermava che il Marocco aveva imparato ad «attivare o disattivare» la pressione migratoria in funzione dei propri interessi geopolitici. Lo stesso studio individuava nella dipendenza spagnola e dell’Unione Europea dalla collaborazione marocchina un elemento strutturale di vulnerabilità.

Ancora più significativo è il Panorama Estratégico 2026 pubblicato dal Ministero della Difesa spagnolo. L’analisi sostiene che la politica estera marocchina abbia deliberatamente fatto ricorso alla creazione di crisi diplomatiche con partner tradizionali per ottenere concessioni sul dossier prioritario della monarchia: il Sahara Occidentale. Il fine di Rabat, secondo lo studio, consiste nel sostituire progressivamente il quadro internazionale della decolonizzazione e dell’autodeterminazione con quello di un’autonomia amministrativa sotto sovranità marocchina. In questa prospettiva vengono collocate le crisi con Germania, Spagna e Francia, nonché l’utilizzo della leva migratoria.

Il Sahara Occidentale rimane infatti il centro della strategia regionale del Marocco. Per le Nazioni Unite il territorio figura ancora, dal 1963, nell’elenco dei Territori non autonomi, ossia di quei territori il cui processo di autodeterminazione non è stato completato. Nel 1990 l’Assemblea Generale ribadì che la questione del popolo sahrawi rimaneva un problema di decolonizzazione da portare a compimento attraverso un processo di autodeterminazione del Sahara Occidentale.

È proprio su questo terreno che nasce l’attuale triangolo Washington-Tel Aviv-Rabat. Nel dicembre 2020, Donald Trump riconobbe unilateralmente la sovranità marocchina sull’intero Sahara Occidentale. La decisione fu annunciata contemporaneamente all’accordo attraverso il quale il Marocco normalizzava le relazioni con Israele nell’ambito degli Accordi di Abramo. Il riconoscimento statunitense, dunque, costituiva parte dell’accordo negoziato da Washington per riavvicinare Rabat e Tel Aviv. La proclamazione presidenziale statunitense affermava esplicitamente che gli Stati Uniti consideravano l’intero Sahara Occidentale parte del Regno del Marocco.

Da quel momento, il rapporto fra Rabat, Washington e Tel Aviv si è approfondito ben oltre la diplomazia formale. Il Panorama Estratégico 2026 del Ministero della Difesa spagnolo ricostruisce il rafforzamento della cooperazione militare e securitaria marocchino-israeliana attraverso acquisti di armamenti, trasferimenti tecnologici, produzione di droni e cooperazione nell’industria aerospaziale. Nel gennaio 2026, durante la terza riunione del Comitato Militare Congiunto a Tel Aviv, Marocco e Israele hanno inoltre sottoscritto un piano di lavoro militare comune per l’anno in corso. Lo stesso documento spagnolo parla esplicitamente di una «triangolazione di interessi» attraverso la quale la diplomazia marocchina cerca di ottenere dall’amministrazione Trump il massimo sostegno possibile sulla questione del Sahara Occidentale.

Questo dato è fondamentale per interpretare Ceuta senza cadere nell’errore di descrivere il Marocco come semplice esecutore di ordini stranieri. Lungi dall’essere una semplice pedina della strategia di Washington e Tel Aviv, Rabat persegue una propria strategia nazionale: consolidare definitivamente l’annessione del Sahara Occidentale, contenere l’Algeria, accrescere la propria egemonia nel Maghreb, valorizzare il controllo delle rotte migratorie verso l’Europa e mantenere aperta, almeno sul piano politico, la rivendicazione su Ceuta e Melilla. Gli Stati Uniti e Israele non hanno creato questi obiettivi, ma negli ultimi anni hanno fornito al Marocco strumenti diplomatici, militari e politici che ne hanno ampliato considerevolmente il margine d’azione.

Un altro elemento da non trascurare è infatti il recente riavvicinamento fra Madrid e Algeri. Il 20 luglio, appena dieci giorni prima dell’esplosione della crisi, Pedro Sánchez ha compiuto una visita ufficiale in Algeria annunciando l’apertura di una «nuova fase» nelle relazioni bilaterali, una riunione di alto livello per l’autunno e un rafforzamento della cooperazione politica, economica, energetica e persino nella gestione dei flussi migratori. Sánchez ha definito l’Algeria «partner strategico» e «Paese amico», ricordando inoltre che nel 2026 essa è tornata a essere il principale fornitore di gas naturale della Spagna.

Sebbene l’evento non possa essere collegato direttamente alla crisi di Ceuta, è impossibile ignorarne il peso nel contesto regionale. Algeria e Marocco hanno infatti interrotto le relazioni diplomatiche nel 2021, sono impegnati in una competizione strategica per l’egemonia maghrebina e occupano posizioni opposte sul Sahara Occidentale, con Algeri principale sostenitore regionale del Fronte Polisario. Lo stesso Ministero della Difesa spagnolo individua proprio il Sahara Occidentale e l’asse Marocco-Israele come fattori centrali della rivalità fra i due Paesi.

È tuttavia nei mesi immediatamente precedenti alla crisi che compaiono gli elementi più delicati sul versante statunitense e israeliano. Il 16 marzo, Michael Rubin, ex funzionario del Pentagono e studioso dell’American Enterprise Institute, pubblicò sul Middle East Forum un articolo dal titolo «Morocco Should Send a New Green March into Ceuta and Melilla» («Il Marocco dovrebbe organizzare una nuova Marcia Verde su Ceuta e Melilla»). La proposta era straordinariamente esplicita: replicare contro le due città spagnole la strategia della Marcia Verde utilizzata da Hassan II nel 1975 contro il Sahara Occidentale, mobilitando una grande massa di civili marocchini per modificare sul terreno la situazione senza ricorrere a una guerra convenzionale. Rubin non parlava a nome del governo statunitense e il suo intervento non costituisce dunque una prova di pianificazione, ma testimonia che, quattro mesi prima degli eventi, l’idea di utilizzare una pressione demografica di massa contro Ceuta e Melilla veniva apertamente discussa in ambienti neoconservatori statunitensi.

Pochi giorni dopo, il discorso entrò nelle istituzioni nordamericane. Il 30 aprile, la Commissione Stanziamenti della Camera dei Rappresentanti presentò il rapporto relativo al finanziamento dei programmi di sicurezza nazionale e del Dipartimento di Stato per il 2027. Il documento prevede almeno 20 milioni di dollari per i National Security Investment Programs destinati al Marocco e altri 20 milioni attraverso il Foreign Military Financing Program. Ma il passaggio politicamente più significativo è un altro: la Commissione afferma che Ceuta e Melilla, pur «amministrate dalla Spagna», sarebbero «situate in territorio marocchino» e sostiene l’azione del segretario di Stato volta a promuovere un dialogo fra Madrid e Rabat sul loro «status futuro».

Il versante israeliano è persino più esplicito sul piano dell’elaborazione politica. Il 25 aprile, pochi giorni prima della pubblicazione del rapporto congressuale, la testata Ynet ospitò un’analisi del marocchino Amine Ayoub, fellow del Middle East Forum, intitolata «Abraham Accords reach the Strait: how Israel can help Morocco reclaim its north» («Gli Accordi di Abramo raggiungono lo Stretto: come Israele può aiutare il Marocco a riconquistare il suo Nord»). L’articolo interpretava il deterioramento dei rapporti fra Washington e Madrid — dovuto alle divergenze sulla NATO, sulla guerra contro l’Iran e più in generale all’atteggiamento del governo Sánchez — come una finestra strategica favorevole alle rivendicazioni marocchine su Ceuta e Melilla.

Secondo l’autore, Israele avrebbe dovuto sostenere diplomaticamente le pretese marocchine, utilizzare la propria influenza a Washington e mettere in evidenza quella che definiva l’«ipocrisia» della Spagna: un Paese che critica l’occupazione israeliana e ha riconosciuto lo Stato palestinese, ma mantiene Ceuta e Melilla in territorio africano. L’articolo concludeva che aiutare il Marocco a recuperare le due città avrebbe rafforzato l’architettura degli Accordi di Abramo e permesso di «punire» un membro della NATO considerato poco collaborativo.

Questa retorica, del resto, non nasce nel 2026. Già nel maggio 2019, Yair Netanyahu, figlio del primo ministro Benjamin Netanyahu, aveva pubblicato una carta di Ceuta e Melilla invitando «arabi e musulmani» che volessero «liberare terre arabe e islamiche occupate» a cominciare proprio dai possedimenti spagnoli del Nordafrica. Anche allora la provocazione era collegata polemicamente alle posizioni spagnole sulla Palestina, costituendo un precedente significativo della trasformazione di Ceuta e Melilla in argomento di rappresaglia retorica contro Madrid.

Quando la crisi è effettivamente esplosa, il collegamento ha smesso di appartenere soltanto agli ambienti dei think tank. Danny Danon, rappresentante permanente di Israele alle Nazioni Unite, ha sfruttato pubblicamente gli eventi per chiedere alla Spagna perché continuasse a mantenere «enclave coloniali in Africa». Il riferimento a Ceuta era diretto e si inseriva esplicitamente nella polemica con un governo spagnolo accusato di impartire lezioni a Israele. La rappresentanza israeliana a Madrid ha successivamente preso le distanze da quella formulazione, ma il dato politico rimane: nel momento di massima vulnerabilità spagnola, uno dei principali diplomatici israeliani ha utilizzato la stessa argomentazione territoriale che ambienti filoisraeliani avevano elaborato nei mesi precedenti.

Washington ha reagito nella stessa direzione, anche se attraverso il dossier migratorio. Donald Trump ha definito le immagini di Ceuta simili a una «invasione» e le ha immediatamente trasformate in materiale per la politica interna statunitense. Ancora più significativa è stata la posizione del Dipartimento di Stato, che ha attribuito l’episodio direttamente alle politiche del governo spagnolo, accusando Madrid di avere deliberatamente favorito la migrazione irregolare in Europa. Nessuna analoga accusa è stata rivolta al Marocco, dal cui territorio erano partite le decine di migliaia di persone e sul cui comportamento frontaliero si stavano concentrando i dubbi dei servizi spagnoli.

La mole di indizi che abbiamo elencato in questa nostra ricostruzione non ci autorizza a immaginare che qualcuno negli Stati Uniti o in Israele abbia impartito un ordine alla gendarmeria marocchina. Il Marocco, come detto, è un attore regionale di primo piano, consapevole di essere un partner privilegiato degli Stati Uniti. Rabat sa anche che Washington ha riconosciuto la sua sovranità sul Sahara Occidentale, permettendogli di costruire con Israele una cooperazione militare e di sicurezza sempre più profonda, mentre importanti settori politici statunitensi hanno cominciato a mettere in discussione apertamente la sovranità spagnola su Ceuta e Melilla e il governo Sánchez attraversa una fase di aperto contrasto con Trump e Netanyahu.

In altre parole, l’asse Washington-Tel Aviv-Rabat non deve necessariamente essere una struttura di comando comune per produrre effetti destabilizzanti. Può funzionare attraverso la convergenza degli interessi. Rabat esercita una pressione che serve ai propri obiettivi territoriali e regionali; Washington sfrutta la crisi contro un governo europeo considerato poco disciplinato; Tel Aviv utilizza la vulnerabilità spagnola per rispondere a Madrid sul terreno della Palestina; ciascun attore agisce con motivazioni proprie, ma il risultato complessivo tende nella stessa direzione.

La crisi di fine luglio deve quindi essere letta su almeno tre livelli. Il primo è sociale e umanitario: decine di migliaia di giovani, spinti da disoccupazione, povertà e assenza di prospettive, hanno creduto che si fosse aperta una finestra per raggiungere il territorio spagnolo. Il secondo è marocchino: una mobilitazione inizialmente non orchestrata sarebbe stata lasciata sviluppare e trasformata in uno strumento di pressione. Il terzo è internazionale: Washington e Tel Aviv non risultano aver organizzato materialmente l’operazione, ma avevano già costruito un contesto politico nel quale le rivendicazioni marocchine su Ceuta e Melilla venivano legittimate, incoraggiate o presentate come strumento utile per esercitare pressione sulla Spagna.

Questo insieme di elementi non dimostra dunque una regia operativa tripartita, bensì l’esistenza di una convergenza strategica fra Washington, Tel Aviv e Rabat che aumenta la capacità del Marocco di esercitare pressioni sulla Spagna e trasforma Ceuta, Melilla e il Sahara Occidentale in tasselli della stessa partita per il controllo politico del Mediterraneo occidentale e della strozzatura strategica che collega lo stesso Mediterraneo all’Oceano Atlantico.

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