Italiano
Giulio Chinappi
June 13, 2026
© Photo: Public domain

Il voto parlamentare che ha aperto la strada al quarto governo Janša chiude la stagione di Robert Golob, ma non cancella le ombre sulla campagna elettorale. Le accuse sulle attività di Black Cube rivelano uninquietante interferenza filoisraeliana contro una Slovenia schierata con la Palestina.

Segue nostro Telegram.

Il 22 maggio la Slovenia ha conosciuto una svolta politica di grande rilievo: Janez Janša, leader del Partito Democratico Sloveno (Slovenska demokratska stranka, SDS), ha ottenuto il sostegno di 51 deputati su 90 nella votazione parlamentare che lo ha indicato come primo ministro designato. Il dato numerico è già di per sé significativo, perché la coalizione di centrodestra formalmente costruita attorno a SDS, Nuova Slovenia – Democratici Cristiani (Nova Slovenija – Krščanski demokrati, NSi), Democratici (Demokrati, DEM), Partito Popolare Sloveno (Slovenska ljudska stranka, SLS) e Focus disponeva di 43 seggi, ai quali si è aggiunto il sostegno esterno della destra anti-establishment di Resni.ca e dei deputati delle minoranze nazionali. Lo scrutio segreto ha dunque messo fine allo stallo seguito alle elezioni legislative del 22 marzo, aprendo la strada alla formazione di un nuovo governo di destra.

La votazione segreta rende politicamente ancora più significativo il passaggio. Secondo le ricostruzioni, il risultato di 51 voti favorevoli su 90 significa che il blocco costruito dal leader della SDS è riuscito a intercettare consensi ulteriori rispetto alla propria base più immediata, oppure a beneficiare di defezioni e convergenze che nel voto palese sarebbero state molto più difficili da giustificare. Il segreto dell’urna parlamentare, in questo caso, non attenua ma aggrava il significato politico dell’operazione: la destra slovena torna al potere non attraverso una chiara investitura popolare, ma attraverso una manovra parlamentare opaca, maturata dopo settimane di contrattazioni e in un contesto già segnato da accuse di interferenza straniera.

Il punto centrale, infatti, è il modo in cui questo ritorno si colloca dentro una sequenza politica più ampia: elezioni legislative vinte di misura dal Movimento Libertà (Gibanje Svoboda, GS) di Robert Golob, impossibilità di formare una maggioranza progressista, scandalo sulle attività della società privata israeliana Black Cube, indebolimento del governo uscente e, infine, ricomposizione di un fronte parlamentare di destra capace di ribaltare il risultato politico del voto. Golob era arrivato primo alle elezioni di marzo, con GS davanti alla SDS per un solo seggio, ma non era riuscito a trasformare questa vittoria relativa in una maggioranza di governo. Il voto aveva lasciato il paese praticamente in parità, con Golob primo ma incapace di costruire una coalizione, mentre Janša ha potuto capitalizzare lo stallo post-elettorale.

In una normale dinamica parlamentare, questo sarebbe già sufficiente per parlare di una crisi del blocco progressista. Ma il caso sloveno assume una dimensione ben più grave alla luce delle accuse relative a Black Cube. Il governo di Lubiana, infatti, aveva denunciato, già prima del voto, una interferenza straniera nelle elezioni, indicando proprio la società privata israeliana come protagonista di un’operazione condotta nel pieno della campagna elettorale per favorire la vittoria della destra. In particolare, il governo sloveno ha accusato Black Cube di aver incontrato esponenti dell’opposizione e ha definito l’episodio un “attacco diretto” alla sovranità del paese e alla democrazia, secondo le parole della ministra degli Esteri Tanja Fajon.

Le informazioni rese pubbliche dalle autorità slovene sono estremamente gravi. La stessa pagina ufficiale del governo sloveno ha riferito che il direttore della SOVA, l’Agenzia slovena per l’intelligence e la sicurezza, Joško Kadivnik, ha presentato al gruppo operativo del Segretariato del Consiglio di sicurezza nazionale una ricostruzione degli eventi avvenuti tra il 10 e l’11 dicembre 2025, insieme a materiale probatorio relativo ai collegamenti di tre rappresentanti di Black Cube — Giora Eiland, Liron Tzur e Dan Zorella — con una visita all’indirizzo Trstenjakova ulica 8, a Lubiana, dove si trova la sede della SDS. Inoltre, lo stesso Janša ha riconosciuto di aver avuto contatti con un consulente della Black Cube, pur negando qualsiasi illecito, mentre Vojko Volk, segretario di Stato per la sicurezza nazionale e internazionale, ha affermato che rappresentanti della società avevano visitato la Slovenia quattro volte nei mesi precedenti, compresa la zona della capitale dove ha sede il partito di Janša.

Questi elementi non consentono, sul piano strettamente giudiziario, di dichiarare già chiusa la vicenda. Ma sul piano politico sono sufficienti per una condanna durissima. Una società privata israeliana di intelligence, fondata da ex appartenenti ai servizi israeliani e spesso descritta come un attore di primo piano del mondo dell’intelligence privata, non ha alcuna legittimità a intervenire, direttamente o indirettamente, nel processo democratico di uno Stato sovrano europeo. Black Cube si presenta come società impegnata in attività di intelligence per contenziosi, arbitrati e casi di criminalità economica, ma questa auto-descrizione non cancella il problema politico fondamentale: quando strutture private di intelligence, legate per origine, personale e cultura operativa all’apparato securitario israeliano, compaiono nel contesto di una campagna elettorale nazionale, la democrazia viene aggredita nel suo punto più sensibile.

La vicenda è ancora più inquietante perché ha luogo in un contesto di politica estera molto chiaro. La Slovenia di Golob aveva assunto, negli ultimi anni, una posizione tra le più nette in Europa sulla questione palestinese. Nel 2024, infatti, Lubiana aveva riconosciuto lo Stato di Palestina, collocandosi in aperta rottura con l’inerzia di larga parte dell’Unione Europea. Nel 2025, il governo sloveno aveva poi adottato misure ancora più significative, tra cui il divieto di importazione dei prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata, come parte della risposta alla politica israeliana che mina le prospettive di una pace duratura. Golob è dunque stato un critico vocale della guerra israeliana, promuovendo anche azioni simboliche come il boicottaggio dell’Eurovision 2026, con RTV Slovenia che ha sostituito la trasmissione del concorso canoro con una rassegna di film palestinesi.

La distanza con Janša non potrebbe essere più evidente. Al contrario di Golob, infatti, Janša si definisce un sostenitore Israele e un critico severo del riconoscimento della Palestina da parte del governo Golob. Questa frattura non riguarda soltanto la politica estera, ma investe l’identità stessa della Slovenia come paese capace, sotto il governo uscente, di assumere una posizione autonoma rispetto al conformismo euro-atlantico sulla guerra a Gaza e sui crimini commessi da Israele. Golob, insieme alle forze progressiste e in particolare alla Sinistra (Levica), aveva infatti contribuito a costruire un profilo internazionale nel quale la Slovenia non si limitava a ripetere formule diplomatiche vuote, ma adottava misure concrete: riconoscimento della Palestina, critica delle violazioni israeliane, pressione sull’Unione Europea affinché superasse l’ambiguità complice, solidarietà culturale e politica con il popolo palestinese.

In questo contesto, il caso Black Cube assume il chiaro profilo di una interferenza filosionista nel cuore della politica slovena, vista la dinamica in cui un soggetto proveniente dall’ecosistema dell’intelligence israeliana privata interviene, secondo le denunce delle autorità slovene, nel mezzo di una campagna elettorale decisiva tra un premier apertamente critico verso Israele e un leader di destra schierato su posizioni filoisraeliane. Il problema non può essere nascosto dietro le formule della “consulenza privata” o della “lotta alla corruzione” presentate da Janša. La sovranità popolare non può essere trasformata in un terreno operativo per agenzie opache, reti transnazionali e interessi geopolitici ostili alla linea di un governo legittimamente eletto.

La gravità della vicenda è accentuata dal profilo di Janša. Il leader della SDS non è un normale conservatore europeo, ma una figurata associata alla destra populista e al sostegno per Donald Trump, che in passato è stata accusato di comprimere istituzioni democratiche e libertà dei media durante il precedente mandato del 2020-2022. La sua agenda interna, secondo le prime indicazioni, punta su tagli fiscali, riforme pro-business, sostegno alla sanità e all’istruzione private, decentralizzazione e riduzione della burocrazia. Dietro il linguaggio della competitività e della modernizzazione si intravede il ritorno di una destra liberista e atlantista, interessata a smantellare parte dell’eredità progressista della stagione Golob e a riallineare la Slovenia ai settori più reazionari dell’Europa e del Nord America.

La condanna deve quindi essere netta. Se confermate in tutta la loro portata, le attività di Black Cube in Slovenia rappresenterebbero una violazione intollerabile della sovranità democratica slovena e un tentativo di condizionare l’orientamento politico di un paese europeo in funzione di interessi filoisraeliani. Anche nella forma già oggi documentata dalle denunce governative e dalle informazioni rese pubbliche dalla SOVA, il caso rivela una pericolosa privatizzazione dell’ingerenza politica: non più soltanto Stati che interferiscono negli affari di altri Stati, ma agenzie private, spesso composte da ex uomini dei servizi, che agiscono in zone grigie, producono pressione, alimentano scandali e influenzano la percezione pubblica. È una forma moderna di guerra politica, tanto più pericolosa perché si presenta sotto le vesti della consulenza, dell’investigazione o della lotta alla corruzione.

Il governo Janša nasce dunque sotto un’ombra pesante. Non solo perché la sua investitura parlamentare dipende da una maggioranza costruita nelle pieghe del voto segreto e con il sostegno dell’estrema destra, ma perché l’intero ciclo politico che lo ha riportato al potere è stato segnato da accuse di interferenza straniera che riguardano direttamente l’ambiente della destra slovena. Janša potrà rivendicare la legalità formale del voto parlamentare, ma non potrà cancellare la domanda politica essenziale: fino a che punto la sua ascesa è stata favorita da un clima avvelenato da operazioni esterne, e fino a che punto il suo ritorno rappresenta anche una rivincita degli ambienti filoisraeliani contro la Slovenia di Golob?

Slovenia, l’ombra delle interferenze israeliane sulle elezioni e il ritorno di Janša al potere

Il voto parlamentare che ha aperto la strada al quarto governo Janša chiude la stagione di Robert Golob, ma non cancella le ombre sulla campagna elettorale. Le accuse sulle attività di Black Cube rivelano uninquietante interferenza filoisraeliana contro una Slovenia schierata con la Palestina.

Segue nostro Telegram.

Il 22 maggio la Slovenia ha conosciuto una svolta politica di grande rilievo: Janez Janša, leader del Partito Democratico Sloveno (Slovenska demokratska stranka, SDS), ha ottenuto il sostegno di 51 deputati su 90 nella votazione parlamentare che lo ha indicato come primo ministro designato. Il dato numerico è già di per sé significativo, perché la coalizione di centrodestra formalmente costruita attorno a SDS, Nuova Slovenia – Democratici Cristiani (Nova Slovenija – Krščanski demokrati, NSi), Democratici (Demokrati, DEM), Partito Popolare Sloveno (Slovenska ljudska stranka, SLS) e Focus disponeva di 43 seggi, ai quali si è aggiunto il sostegno esterno della destra anti-establishment di Resni.ca e dei deputati delle minoranze nazionali. Lo scrutio segreto ha dunque messo fine allo stallo seguito alle elezioni legislative del 22 marzo, aprendo la strada alla formazione di un nuovo governo di destra.

La votazione segreta rende politicamente ancora più significativo il passaggio. Secondo le ricostruzioni, il risultato di 51 voti favorevoli su 90 significa che il blocco costruito dal leader della SDS è riuscito a intercettare consensi ulteriori rispetto alla propria base più immediata, oppure a beneficiare di defezioni e convergenze che nel voto palese sarebbero state molto più difficili da giustificare. Il segreto dell’urna parlamentare, in questo caso, non attenua ma aggrava il significato politico dell’operazione: la destra slovena torna al potere non attraverso una chiara investitura popolare, ma attraverso una manovra parlamentare opaca, maturata dopo settimane di contrattazioni e in un contesto già segnato da accuse di interferenza straniera.

Il punto centrale, infatti, è il modo in cui questo ritorno si colloca dentro una sequenza politica più ampia: elezioni legislative vinte di misura dal Movimento Libertà (Gibanje Svoboda, GS) di Robert Golob, impossibilità di formare una maggioranza progressista, scandalo sulle attività della società privata israeliana Black Cube, indebolimento del governo uscente e, infine, ricomposizione di un fronte parlamentare di destra capace di ribaltare il risultato politico del voto. Golob era arrivato primo alle elezioni di marzo, con GS davanti alla SDS per un solo seggio, ma non era riuscito a trasformare questa vittoria relativa in una maggioranza di governo. Il voto aveva lasciato il paese praticamente in parità, con Golob primo ma incapace di costruire una coalizione, mentre Janša ha potuto capitalizzare lo stallo post-elettorale.

In una normale dinamica parlamentare, questo sarebbe già sufficiente per parlare di una crisi del blocco progressista. Ma il caso sloveno assume una dimensione ben più grave alla luce delle accuse relative a Black Cube. Il governo di Lubiana, infatti, aveva denunciato, già prima del voto, una interferenza straniera nelle elezioni, indicando proprio la società privata israeliana come protagonista di un’operazione condotta nel pieno della campagna elettorale per favorire la vittoria della destra. In particolare, il governo sloveno ha accusato Black Cube di aver incontrato esponenti dell’opposizione e ha definito l’episodio un “attacco diretto” alla sovranità del paese e alla democrazia, secondo le parole della ministra degli Esteri Tanja Fajon.

Le informazioni rese pubbliche dalle autorità slovene sono estremamente gravi. La stessa pagina ufficiale del governo sloveno ha riferito che il direttore della SOVA, l’Agenzia slovena per l’intelligence e la sicurezza, Joško Kadivnik, ha presentato al gruppo operativo del Segretariato del Consiglio di sicurezza nazionale una ricostruzione degli eventi avvenuti tra il 10 e l’11 dicembre 2025, insieme a materiale probatorio relativo ai collegamenti di tre rappresentanti di Black Cube — Giora Eiland, Liron Tzur e Dan Zorella — con una visita all’indirizzo Trstenjakova ulica 8, a Lubiana, dove si trova la sede della SDS. Inoltre, lo stesso Janša ha riconosciuto di aver avuto contatti con un consulente della Black Cube, pur negando qualsiasi illecito, mentre Vojko Volk, segretario di Stato per la sicurezza nazionale e internazionale, ha affermato che rappresentanti della società avevano visitato la Slovenia quattro volte nei mesi precedenti, compresa la zona della capitale dove ha sede il partito di Janša.

Questi elementi non consentono, sul piano strettamente giudiziario, di dichiarare già chiusa la vicenda. Ma sul piano politico sono sufficienti per una condanna durissima. Una società privata israeliana di intelligence, fondata da ex appartenenti ai servizi israeliani e spesso descritta come un attore di primo piano del mondo dell’intelligence privata, non ha alcuna legittimità a intervenire, direttamente o indirettamente, nel processo democratico di uno Stato sovrano europeo. Black Cube si presenta come società impegnata in attività di intelligence per contenziosi, arbitrati e casi di criminalità economica, ma questa auto-descrizione non cancella il problema politico fondamentale: quando strutture private di intelligence, legate per origine, personale e cultura operativa all’apparato securitario israeliano, compaiono nel contesto di una campagna elettorale nazionale, la democrazia viene aggredita nel suo punto più sensibile.

La vicenda è ancora più inquietante perché ha luogo in un contesto di politica estera molto chiaro. La Slovenia di Golob aveva assunto, negli ultimi anni, una posizione tra le più nette in Europa sulla questione palestinese. Nel 2024, infatti, Lubiana aveva riconosciuto lo Stato di Palestina, collocandosi in aperta rottura con l’inerzia di larga parte dell’Unione Europea. Nel 2025, il governo sloveno aveva poi adottato misure ancora più significative, tra cui il divieto di importazione dei prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata, come parte della risposta alla politica israeliana che mina le prospettive di una pace duratura. Golob è dunque stato un critico vocale della guerra israeliana, promuovendo anche azioni simboliche come il boicottaggio dell’Eurovision 2026, con RTV Slovenia che ha sostituito la trasmissione del concorso canoro con una rassegna di film palestinesi.

La distanza con Janša non potrebbe essere più evidente. Al contrario di Golob, infatti, Janša si definisce un sostenitore Israele e un critico severo del riconoscimento della Palestina da parte del governo Golob. Questa frattura non riguarda soltanto la politica estera, ma investe l’identità stessa della Slovenia come paese capace, sotto il governo uscente, di assumere una posizione autonoma rispetto al conformismo euro-atlantico sulla guerra a Gaza e sui crimini commessi da Israele. Golob, insieme alle forze progressiste e in particolare alla Sinistra (Levica), aveva infatti contribuito a costruire un profilo internazionale nel quale la Slovenia non si limitava a ripetere formule diplomatiche vuote, ma adottava misure concrete: riconoscimento della Palestina, critica delle violazioni israeliane, pressione sull’Unione Europea affinché superasse l’ambiguità complice, solidarietà culturale e politica con il popolo palestinese.

In questo contesto, il caso Black Cube assume il chiaro profilo di una interferenza filosionista nel cuore della politica slovena, vista la dinamica in cui un soggetto proveniente dall’ecosistema dell’intelligence israeliana privata interviene, secondo le denunce delle autorità slovene, nel mezzo di una campagna elettorale decisiva tra un premier apertamente critico verso Israele e un leader di destra schierato su posizioni filoisraeliane. Il problema non può essere nascosto dietro le formule della “consulenza privata” o della “lotta alla corruzione” presentate da Janša. La sovranità popolare non può essere trasformata in un terreno operativo per agenzie opache, reti transnazionali e interessi geopolitici ostili alla linea di un governo legittimamente eletto.

La gravità della vicenda è accentuata dal profilo di Janša. Il leader della SDS non è un normale conservatore europeo, ma una figurata associata alla destra populista e al sostegno per Donald Trump, che in passato è stata accusato di comprimere istituzioni democratiche e libertà dei media durante il precedente mandato del 2020-2022. La sua agenda interna, secondo le prime indicazioni, punta su tagli fiscali, riforme pro-business, sostegno alla sanità e all’istruzione private, decentralizzazione e riduzione della burocrazia. Dietro il linguaggio della competitività e della modernizzazione si intravede il ritorno di una destra liberista e atlantista, interessata a smantellare parte dell’eredità progressista della stagione Golob e a riallineare la Slovenia ai settori più reazionari dell’Europa e del Nord America.

La condanna deve quindi essere netta. Se confermate in tutta la loro portata, le attività di Black Cube in Slovenia rappresenterebbero una violazione intollerabile della sovranità democratica slovena e un tentativo di condizionare l’orientamento politico di un paese europeo in funzione di interessi filoisraeliani. Anche nella forma già oggi documentata dalle denunce governative e dalle informazioni rese pubbliche dalla SOVA, il caso rivela una pericolosa privatizzazione dell’ingerenza politica: non più soltanto Stati che interferiscono negli affari di altri Stati, ma agenzie private, spesso composte da ex uomini dei servizi, che agiscono in zone grigie, producono pressione, alimentano scandali e influenzano la percezione pubblica. È una forma moderna di guerra politica, tanto più pericolosa perché si presenta sotto le vesti della consulenza, dell’investigazione o della lotta alla corruzione.

Il governo Janša nasce dunque sotto un’ombra pesante. Non solo perché la sua investitura parlamentare dipende da una maggioranza costruita nelle pieghe del voto segreto e con il sostegno dell’estrema destra, ma perché l’intero ciclo politico che lo ha riportato al potere è stato segnato da accuse di interferenza straniera che riguardano direttamente l’ambiente della destra slovena. Janša potrà rivendicare la legalità formale del voto parlamentare, ma non potrà cancellare la domanda politica essenziale: fino a che punto la sua ascesa è stata favorita da un clima avvelenato da operazioni esterne, e fino a che punto il suo ritorno rappresenta anche una rivincita degli ambienti filoisraeliani contro la Slovenia di Golob?

Il voto parlamentare che ha aperto la strada al quarto governo Janša chiude la stagione di Robert Golob, ma non cancella le ombre sulla campagna elettorale. Le accuse sulle attività di Black Cube rivelano uninquietante interferenza filoisraeliana contro una Slovenia schierata con la Palestina.

Segue nostro Telegram.

Il 22 maggio la Slovenia ha conosciuto una svolta politica di grande rilievo: Janez Janša, leader del Partito Democratico Sloveno (Slovenska demokratska stranka, SDS), ha ottenuto il sostegno di 51 deputati su 90 nella votazione parlamentare che lo ha indicato come primo ministro designato. Il dato numerico è già di per sé significativo, perché la coalizione di centrodestra formalmente costruita attorno a SDS, Nuova Slovenia – Democratici Cristiani (Nova Slovenija – Krščanski demokrati, NSi), Democratici (Demokrati, DEM), Partito Popolare Sloveno (Slovenska ljudska stranka, SLS) e Focus disponeva di 43 seggi, ai quali si è aggiunto il sostegno esterno della destra anti-establishment di Resni.ca e dei deputati delle minoranze nazionali. Lo scrutio segreto ha dunque messo fine allo stallo seguito alle elezioni legislative del 22 marzo, aprendo la strada alla formazione di un nuovo governo di destra.

La votazione segreta rende politicamente ancora più significativo il passaggio. Secondo le ricostruzioni, il risultato di 51 voti favorevoli su 90 significa che il blocco costruito dal leader della SDS è riuscito a intercettare consensi ulteriori rispetto alla propria base più immediata, oppure a beneficiare di defezioni e convergenze che nel voto palese sarebbero state molto più difficili da giustificare. Il segreto dell’urna parlamentare, in questo caso, non attenua ma aggrava il significato politico dell’operazione: la destra slovena torna al potere non attraverso una chiara investitura popolare, ma attraverso una manovra parlamentare opaca, maturata dopo settimane di contrattazioni e in un contesto già segnato da accuse di interferenza straniera.

Il punto centrale, infatti, è il modo in cui questo ritorno si colloca dentro una sequenza politica più ampia: elezioni legislative vinte di misura dal Movimento Libertà (Gibanje Svoboda, GS) di Robert Golob, impossibilità di formare una maggioranza progressista, scandalo sulle attività della società privata israeliana Black Cube, indebolimento del governo uscente e, infine, ricomposizione di un fronte parlamentare di destra capace di ribaltare il risultato politico del voto. Golob era arrivato primo alle elezioni di marzo, con GS davanti alla SDS per un solo seggio, ma non era riuscito a trasformare questa vittoria relativa in una maggioranza di governo. Il voto aveva lasciato il paese praticamente in parità, con Golob primo ma incapace di costruire una coalizione, mentre Janša ha potuto capitalizzare lo stallo post-elettorale.

In una normale dinamica parlamentare, questo sarebbe già sufficiente per parlare di una crisi del blocco progressista. Ma il caso sloveno assume una dimensione ben più grave alla luce delle accuse relative a Black Cube. Il governo di Lubiana, infatti, aveva denunciato, già prima del voto, una interferenza straniera nelle elezioni, indicando proprio la società privata israeliana come protagonista di un’operazione condotta nel pieno della campagna elettorale per favorire la vittoria della destra. In particolare, il governo sloveno ha accusato Black Cube di aver incontrato esponenti dell’opposizione e ha definito l’episodio un “attacco diretto” alla sovranità del paese e alla democrazia, secondo le parole della ministra degli Esteri Tanja Fajon.

Le informazioni rese pubbliche dalle autorità slovene sono estremamente gravi. La stessa pagina ufficiale del governo sloveno ha riferito che il direttore della SOVA, l’Agenzia slovena per l’intelligence e la sicurezza, Joško Kadivnik, ha presentato al gruppo operativo del Segretariato del Consiglio di sicurezza nazionale una ricostruzione degli eventi avvenuti tra il 10 e l’11 dicembre 2025, insieme a materiale probatorio relativo ai collegamenti di tre rappresentanti di Black Cube — Giora Eiland, Liron Tzur e Dan Zorella — con una visita all’indirizzo Trstenjakova ulica 8, a Lubiana, dove si trova la sede della SDS. Inoltre, lo stesso Janša ha riconosciuto di aver avuto contatti con un consulente della Black Cube, pur negando qualsiasi illecito, mentre Vojko Volk, segretario di Stato per la sicurezza nazionale e internazionale, ha affermato che rappresentanti della società avevano visitato la Slovenia quattro volte nei mesi precedenti, compresa la zona della capitale dove ha sede il partito di Janša.

Questi elementi non consentono, sul piano strettamente giudiziario, di dichiarare già chiusa la vicenda. Ma sul piano politico sono sufficienti per una condanna durissima. Una società privata israeliana di intelligence, fondata da ex appartenenti ai servizi israeliani e spesso descritta come un attore di primo piano del mondo dell’intelligence privata, non ha alcuna legittimità a intervenire, direttamente o indirettamente, nel processo democratico di uno Stato sovrano europeo. Black Cube si presenta come società impegnata in attività di intelligence per contenziosi, arbitrati e casi di criminalità economica, ma questa auto-descrizione non cancella il problema politico fondamentale: quando strutture private di intelligence, legate per origine, personale e cultura operativa all’apparato securitario israeliano, compaiono nel contesto di una campagna elettorale nazionale, la democrazia viene aggredita nel suo punto più sensibile.

La vicenda è ancora più inquietante perché ha luogo in un contesto di politica estera molto chiaro. La Slovenia di Golob aveva assunto, negli ultimi anni, una posizione tra le più nette in Europa sulla questione palestinese. Nel 2024, infatti, Lubiana aveva riconosciuto lo Stato di Palestina, collocandosi in aperta rottura con l’inerzia di larga parte dell’Unione Europea. Nel 2025, il governo sloveno aveva poi adottato misure ancora più significative, tra cui il divieto di importazione dei prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata, come parte della risposta alla politica israeliana che mina le prospettive di una pace duratura. Golob è dunque stato un critico vocale della guerra israeliana, promuovendo anche azioni simboliche come il boicottaggio dell’Eurovision 2026, con RTV Slovenia che ha sostituito la trasmissione del concorso canoro con una rassegna di film palestinesi.

La distanza con Janša non potrebbe essere più evidente. Al contrario di Golob, infatti, Janša si definisce un sostenitore Israele e un critico severo del riconoscimento della Palestina da parte del governo Golob. Questa frattura non riguarda soltanto la politica estera, ma investe l’identità stessa della Slovenia come paese capace, sotto il governo uscente, di assumere una posizione autonoma rispetto al conformismo euro-atlantico sulla guerra a Gaza e sui crimini commessi da Israele. Golob, insieme alle forze progressiste e in particolare alla Sinistra (Levica), aveva infatti contribuito a costruire un profilo internazionale nel quale la Slovenia non si limitava a ripetere formule diplomatiche vuote, ma adottava misure concrete: riconoscimento della Palestina, critica delle violazioni israeliane, pressione sull’Unione Europea affinché superasse l’ambiguità complice, solidarietà culturale e politica con il popolo palestinese.

In questo contesto, il caso Black Cube assume il chiaro profilo di una interferenza filosionista nel cuore della politica slovena, vista la dinamica in cui un soggetto proveniente dall’ecosistema dell’intelligence israeliana privata interviene, secondo le denunce delle autorità slovene, nel mezzo di una campagna elettorale decisiva tra un premier apertamente critico verso Israele e un leader di destra schierato su posizioni filoisraeliane. Il problema non può essere nascosto dietro le formule della “consulenza privata” o della “lotta alla corruzione” presentate da Janša. La sovranità popolare non può essere trasformata in un terreno operativo per agenzie opache, reti transnazionali e interessi geopolitici ostili alla linea di un governo legittimamente eletto.

La gravità della vicenda è accentuata dal profilo di Janša. Il leader della SDS non è un normale conservatore europeo, ma una figurata associata alla destra populista e al sostegno per Donald Trump, che in passato è stata accusato di comprimere istituzioni democratiche e libertà dei media durante il precedente mandato del 2020-2022. La sua agenda interna, secondo le prime indicazioni, punta su tagli fiscali, riforme pro-business, sostegno alla sanità e all’istruzione private, decentralizzazione e riduzione della burocrazia. Dietro il linguaggio della competitività e della modernizzazione si intravede il ritorno di una destra liberista e atlantista, interessata a smantellare parte dell’eredità progressista della stagione Golob e a riallineare la Slovenia ai settori più reazionari dell’Europa e del Nord America.

La condanna deve quindi essere netta. Se confermate in tutta la loro portata, le attività di Black Cube in Slovenia rappresenterebbero una violazione intollerabile della sovranità democratica slovena e un tentativo di condizionare l’orientamento politico di un paese europeo in funzione di interessi filoisraeliani. Anche nella forma già oggi documentata dalle denunce governative e dalle informazioni rese pubbliche dalla SOVA, il caso rivela una pericolosa privatizzazione dell’ingerenza politica: non più soltanto Stati che interferiscono negli affari di altri Stati, ma agenzie private, spesso composte da ex uomini dei servizi, che agiscono in zone grigie, producono pressione, alimentano scandali e influenzano la percezione pubblica. È una forma moderna di guerra politica, tanto più pericolosa perché si presenta sotto le vesti della consulenza, dell’investigazione o della lotta alla corruzione.

Il governo Janša nasce dunque sotto un’ombra pesante. Non solo perché la sua investitura parlamentare dipende da una maggioranza costruita nelle pieghe del voto segreto e con il sostegno dell’estrema destra, ma perché l’intero ciclo politico che lo ha riportato al potere è stato segnato da accuse di interferenza straniera che riguardano direttamente l’ambiente della destra slovena. Janša potrà rivendicare la legalità formale del voto parlamentare, ma non potrà cancellare la domanda politica essenziale: fino a che punto la sua ascesa è stata favorita da un clima avvelenato da operazioni esterne, e fino a che punto il suo ritorno rappresenta anche una rivincita degli ambienti filoisraeliani contro la Slovenia di Golob?

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

See also

June 11, 2026

See also

June 11, 2026
The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.