Italiano
Davide Rossi
July 29, 2026
© Photo: Public domain

Tutto questo dimostra che, se il calcio è sempre più uno spettacolo e sempre meno uno sport, è comunque anche politica, massi

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Fuochi d’artificio, incassi miliardari dagli sponsor a loro vantaggio e a sostegno della FIFA, stadi imprevedibilmente gremiti per una nazione, gli Stati Uniti, che non hanno mai mostrato grande amore per il “soccer”, ovvero il calcio, anche se con biglietti dai prezzi spesso proibitivi. Gradinate gremite anche in Canada e in Messico, ma il debordante protagonismo di Donald Trump e le poche partite giocate nelle altre due nazioni hanno di fatto trasformato questa competizione in un grande carosello a celebrazione del 250° anniversario della fondazione della potenza statunitense fattasi per lungo tempo brutalmente egemone sul resto del pianeta.

Apparentemente dunque un trionfo, in realtà un mondiale certo divertente, ma fortemente condizionato da interessi personali, massimamente quelli del presidente della FIFA Gianni Infantino e dei suoi protetti e accoliti, come mai forse prima. Molte squadre, anzi troppe, ben quarantotto, centoquattro partite, ma anche una serie di errori voluti e anzi anticipatamente orchestrati e di intromissioni indebite, massimamente da parte dello stesso Infantino, errori che hanno per molti aspetti indirizzato e compromesso il torneo, rendendolo il più imbarazzante della storia del calcio.

Per carità, da quello italiano del 1934, a quello nippo – sudcoreano del 2002, la volontà di decidere in anticipo l’esito della competizione non è una novità e ad esempio nei due mondiali appena citati lo è stato senza alcun dubbio, anche più di quest’ultima occasione, tuttavia questo 2026 lascia l’amarezza di un ripetersi di interessi esterni che, se non esclusi o eliminati, si sperava, forse ingenuamente, che potessero essere contenuti.

Sui social furoreggiano i video costruiti con l’intelligenza artificiale in cui il presidente della FIFA e Lionel Messi sono una coppia di fatto, con l’isterica principessina con la barbetta che pretende di essere trattata in modo diverso dal resto dei giocatori di tutto il globo terracqueo. Fatto accaduto, nelle prime partite Messi sarebbe dovuto essere espulso due volte, una per aver spintonato violentemente da dietro un giocatore algerino, la seconda per aver parlato con la mano sulla bocca, comportamento oggi vietato e costato l’espulsione ad esempio a un paraguayano. I rigori regalati a Messi non si contano, negli ultimi tre mondiali ne ha tirati, anche sbagliandone, otto, la nazionale italiana ne ha avuti dieci in quasi un secolo e diciotto partecipazioni alla competizione, la partita degli ottavi di finale dell’Argentina con l’Egitto è stata persa dai sudamericani, ma inopinate le decisioni arbitrali hanno ribaltato il risultato, ai quarti lo scontro con la Svizzera è stato favorito da tutta una serie di decisioni dubbie che hanno portato alla fine i rioplatensi a giocare con un uomo in più contro i rossocrociati, penalizzati per l’espulsione di Embolo, nella semifinale con gli inglesi gli argentini hanno picchiato tutto il tempo, meritando almeno tre espulsioni per altro ovviamente non comminate, la rete del successo argentino è poi scaturita da una fallo durissimo di Messi ai danni di un britannico un pestone sul piede dell’avversario che ha permesso al sudamericano di impadronirsi del pallone, mentre l’avversario zoppicava, evidentemente il gol doveva essere annullato e Messi espulso, ma nulla di tutto questo è successo.

L’allenatore Marco Tardelli, già campione del mondo nel 1982, così come la presidentessa messicana Claudia Sheinbaum hanno pubblicamente commentato che se intenzione di Infantino era quella di avere Messi in finale a tutti i costi, ci è riuscito.

Tuttavia gli spagnoli, pronosticati fin dalla primavera da tutti coloro che abbiano saputo soppesare le forze in campo come inevitabili campioni, hanno dovuto segnare tre reti per vedersene riconosciuta una e vincere 1 a 0 la finale, dominando per capacità di gioco e possesso di palla, certo migliorando di molto con l’ingresso del portentoso Nico Williams, non solo autore di una delle reti annullate, ma anche di uno straordinario passaggio di testa per la rete decisiva di Ferran Torres.

In un mondiale che tatticamente ha mostrato una certa omogeneità di gioco, con squadre certo veloci, spesso attente a difendersi compattamente davanti al proprio portiere, il Pallone d’Oro si spera quest’anno venga assegnato a Kylian Mbappé, che ancora attende di vincerlo per almeno una volta, capocannoniere del torneo con ben dieci reti, avendone realizzate ventidue in tre mondiali e diventando il massimo realizzatore di tutti i tempi, nonostante il solo quarto posto dei transalpini, che hanno perso la finalina contro gli inglesi con un rocambolesco 6 a 4. La Francia del sempre un po’ altezzoso commissario tecnico Didier Deschamps ha infatti perso la semifinale con un secco 2 a 0 a vantaggio degli iberici, in uno degli incontri più qualitativamente rilevanti del torneo.  Gli spagnoli hanno certamente meritato, dimostrando che quando si controlla il centrocampo i fenomeni transalpini, che pur avevano dato lezioni di calcio lungo tutto il mese dei mondiali, finiscono per spegnersi, obbligando Dembélé e Olise a girare a vuoto, non aiutati nello specifico della partita da un Barcola vanesio sempre alla ricerca della rete personale, per altro non trovata, invece dell’azione collettiva, e dal terzino Digne, fuori tempo e fuori posto contro il fenomenale Lamine Yamal, contenuto solo da Theo Hernández inserito quando oramai non c’era più tempo per rimediare alla sconfitta.

Si dirà che questo Mondiale ha lasciato dei ricordi iconici, i bambini di tutto il mondo che si divertono a cantare sui social la canzoncina dedicata all’energumeno norvegese Erling Braut Haaland, i norvegesi stessi, eliminati ai quarti inopinatamente per decisione arbitrale, un gol inglese, seppur convalidato, era del tutto non valido, essendo viziato dal tocco di un cavo televisivo, mentre uno norvegese è stato ingiustamente annullato, ma è pesata la volontà superiore, pare che il solito Messi non gradisse affrontarli in semifinale, i quali per tutto il torneo si sono prodigati alla fine di ogni incontro a vogare al ritmo dei vichinghi, imitati non solo dai loro connazionali sugli spalti, ma anche da un’intera nazione, anche in questo caso social trasmessa, ci sono le tre cenerentole centro – americane Curaçao, Haiti e Panama felicemente orgogliose del momento di gloria, miracolate per la qualificazione d’ufficio delle tre organizzatrici, ovvero Stati Uniti, Messico e Canada, che di solito si contendono tutti i posti disponibili dell’area centro – nord – americana, c’è il  portiere di Curaçao Eloy Room, trentasettenne, che volando da palo a palo ha dato il contributo fondamentale per impattare 0 a 0 l’incontro con gli ecuadoregni regalando il primo punto mondiale ai suoi conterranei, c’è la favola frammista di riscatto ed emancipazione dalla povertà del portiere quarantenne Vozinha, al secolo Josimar José Évora Dias, la muraglia capoverdiana che tanto ha contributo ai tre storici pareggi di Capo Verde con spagnoli, uruguayani e sauditi, fino poi alla sconfitta per 3 a 2 con l’Argentina, guarda caso quest’ultima inserita in una parte del tabellone molto facile, dopo i tempi supplementari ai sedicesimi di finale.

Tuttavia è stato anche il Mondiale delle discriminazioni, contro le squadre di Africa, Asia e America Latina, angariate dalla polizia statunitense come se fossero terroristi o narcotrafficanti, il Pallone d’Oro e campione del mondo Fabio Cannavaro, allenatore dell’Uzbekistan, controllato sotto il sole appena sceso dall’aereo insieme ai suoi collaboratori e ai suoi giocatori con prolungate indagini personali, gli uruguayani fatti scendere dal bus che li stava portando presso il loro ritiro dopo una partita e trattati come soggetti pericolosi, i tifosi a cui è stato negato il visto d’ingresso, dopo aver speso cifre esorbitanti per i biglietti delle partite e il viaggio stesso, l’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, il migliore del continente africano, rispedito a Mogadiscio e a cui la UEFA farà arbitrare a fine estate la finale di Supercoppa Europea tra Paris Saint Germain e Aston Villa, per non dire del terribile trattamento subito dalla nazionale iraniana, discriminata in ogni circostanza e costretta a soggiornare a Tijuana in territorio messicano, fino all’eliminazione dal torneo avvenuta nella fase a gironi, con il complice aggiustamento da parte della FIFA di un paio di risultati in modo da cacciare dal torneo gli sportivi della Repubblica Islamica.

Molto si è insistito sulla squalifica fatta togliere da Donald Trump al centravanti a stelle e strisce Folarin Balogun, per potergli permettere di giocare l’incontro a eliminazione diretta con i belgi, poi comunque malamente perso dagli statunitensi, intanto senza rendersi contro che le manipolazioni e gli indirizzamenti a favore di Lionel Messi orchestrati da Infantino son stati ben più invadenti e pesanti, quindi dimenticando due altri episodi del passato, nel 1962 la FIFA cancella il cartellino rosso comminato a Garrincha durante la semifinale con il Cile per un fallo di reazione, esasperato dai continui calci e pugni ricevuti in tutta la partita dai padroni di casa, la cancellazione avviene perché l’allora presidente inglese della FIFA Stanley Rous, sentita la Segreteria di Stato statunitense dell’allora presidente John Fitzgerald Kennedy, decide che i comunisti cecoslovacchi non debbano vincere il mondiale, Pelè infatti non giocava perché infortunato e senza neppure la stella nata in una favela di Rio de Janeiro i brasiliani rischiavano certamente di perdere la finale, invece grazie anche a Garrincha si impongono per 3 a 1. Tuttavia molto peggio ha fatto Richard Nixon nel 1970, avvelenando, allora era sembrata una strana intossicazione, oggi proprio Trump ha desecretato le carte che svelano la macchinazione statunitense, il grande portiere inglese Gordon Banks, sostituito contro i tedeschi dal povero Peter Bonetti, figlio di immigrati della Svizzera italiana e brillante portiere del Chelsea per tutti gli anni sessanta e settanta, ma accusato della sconfitta patita quel giorno dai britannici e dopo quell’incontro messicano mai più chiamato in nazionale. In quell’occasione l’obiettivo della Casa Bianca era garantire il successo ai mondiali del Brasile, in mano alla feroce dittatura fascista e filostatunitense di Medici, eliminando la squadra più temibile per il trionfo finale di Pelè e compagni.

Il solo merito che si possa attribuire a Messi in questo mondiale è quello di aver sventolato, alla fine dell’incontro con gli inglesi, un grande striscione che ha ricordato giustamente al mondo come le Malvinas siano argentine.

Coretto non sanzionare per questo la squadra albiceleste, peccato che due anni fa all’Europeo gli spagnoli lo siano invece stati quando hanno ricordato che Gibilterra non è inglese ma parte della Spagna, come però Ceuta e Melilla, purtroppo ancora spagnole, son parte del Marocco.

Tutto questo dimostra che, se il calcio è sempre più uno spettacolo e sempre meno uno sport, è comunque anche politica, massimamente ai mondiali, come anche questa edizione ha dimostrato.

Le intromissioni e gli indirizzamenti di Gianni Infantino non impediscono agli spagnoli di imporsi nel mondiale di calcio

Tutto questo dimostra che, se il calcio è sempre più uno spettacolo e sempre meno uno sport, è comunque anche politica, massi

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Fuochi d’artificio, incassi miliardari dagli sponsor a loro vantaggio e a sostegno della FIFA, stadi imprevedibilmente gremiti per una nazione, gli Stati Uniti, che non hanno mai mostrato grande amore per il “soccer”, ovvero il calcio, anche se con biglietti dai prezzi spesso proibitivi. Gradinate gremite anche in Canada e in Messico, ma il debordante protagonismo di Donald Trump e le poche partite giocate nelle altre due nazioni hanno di fatto trasformato questa competizione in un grande carosello a celebrazione del 250° anniversario della fondazione della potenza statunitense fattasi per lungo tempo brutalmente egemone sul resto del pianeta.

Apparentemente dunque un trionfo, in realtà un mondiale certo divertente, ma fortemente condizionato da interessi personali, massimamente quelli del presidente della FIFA Gianni Infantino e dei suoi protetti e accoliti, come mai forse prima. Molte squadre, anzi troppe, ben quarantotto, centoquattro partite, ma anche una serie di errori voluti e anzi anticipatamente orchestrati e di intromissioni indebite, massimamente da parte dello stesso Infantino, errori che hanno per molti aspetti indirizzato e compromesso il torneo, rendendolo il più imbarazzante della storia del calcio.

Per carità, da quello italiano del 1934, a quello nippo – sudcoreano del 2002, la volontà di decidere in anticipo l’esito della competizione non è una novità e ad esempio nei due mondiali appena citati lo è stato senza alcun dubbio, anche più di quest’ultima occasione, tuttavia questo 2026 lascia l’amarezza di un ripetersi di interessi esterni che, se non esclusi o eliminati, si sperava, forse ingenuamente, che potessero essere contenuti.

Sui social furoreggiano i video costruiti con l’intelligenza artificiale in cui il presidente della FIFA e Lionel Messi sono una coppia di fatto, con l’isterica principessina con la barbetta che pretende di essere trattata in modo diverso dal resto dei giocatori di tutto il globo terracqueo. Fatto accaduto, nelle prime partite Messi sarebbe dovuto essere espulso due volte, una per aver spintonato violentemente da dietro un giocatore algerino, la seconda per aver parlato con la mano sulla bocca, comportamento oggi vietato e costato l’espulsione ad esempio a un paraguayano. I rigori regalati a Messi non si contano, negli ultimi tre mondiali ne ha tirati, anche sbagliandone, otto, la nazionale italiana ne ha avuti dieci in quasi un secolo e diciotto partecipazioni alla competizione, la partita degli ottavi di finale dell’Argentina con l’Egitto è stata persa dai sudamericani, ma inopinate le decisioni arbitrali hanno ribaltato il risultato, ai quarti lo scontro con la Svizzera è stato favorito da tutta una serie di decisioni dubbie che hanno portato alla fine i rioplatensi a giocare con un uomo in più contro i rossocrociati, penalizzati per l’espulsione di Embolo, nella semifinale con gli inglesi gli argentini hanno picchiato tutto il tempo, meritando almeno tre espulsioni per altro ovviamente non comminate, la rete del successo argentino è poi scaturita da una fallo durissimo di Messi ai danni di un britannico un pestone sul piede dell’avversario che ha permesso al sudamericano di impadronirsi del pallone, mentre l’avversario zoppicava, evidentemente il gol doveva essere annullato e Messi espulso, ma nulla di tutto questo è successo.

L’allenatore Marco Tardelli, già campione del mondo nel 1982, così come la presidentessa messicana Claudia Sheinbaum hanno pubblicamente commentato che se intenzione di Infantino era quella di avere Messi in finale a tutti i costi, ci è riuscito.

Tuttavia gli spagnoli, pronosticati fin dalla primavera da tutti coloro che abbiano saputo soppesare le forze in campo come inevitabili campioni, hanno dovuto segnare tre reti per vedersene riconosciuta una e vincere 1 a 0 la finale, dominando per capacità di gioco e possesso di palla, certo migliorando di molto con l’ingresso del portentoso Nico Williams, non solo autore di una delle reti annullate, ma anche di uno straordinario passaggio di testa per la rete decisiva di Ferran Torres.

In un mondiale che tatticamente ha mostrato una certa omogeneità di gioco, con squadre certo veloci, spesso attente a difendersi compattamente davanti al proprio portiere, il Pallone d’Oro si spera quest’anno venga assegnato a Kylian Mbappé, che ancora attende di vincerlo per almeno una volta, capocannoniere del torneo con ben dieci reti, avendone realizzate ventidue in tre mondiali e diventando il massimo realizzatore di tutti i tempi, nonostante il solo quarto posto dei transalpini, che hanno perso la finalina contro gli inglesi con un rocambolesco 6 a 4. La Francia del sempre un po’ altezzoso commissario tecnico Didier Deschamps ha infatti perso la semifinale con un secco 2 a 0 a vantaggio degli iberici, in uno degli incontri più qualitativamente rilevanti del torneo.  Gli spagnoli hanno certamente meritato, dimostrando che quando si controlla il centrocampo i fenomeni transalpini, che pur avevano dato lezioni di calcio lungo tutto il mese dei mondiali, finiscono per spegnersi, obbligando Dembélé e Olise a girare a vuoto, non aiutati nello specifico della partita da un Barcola vanesio sempre alla ricerca della rete personale, per altro non trovata, invece dell’azione collettiva, e dal terzino Digne, fuori tempo e fuori posto contro il fenomenale Lamine Yamal, contenuto solo da Theo Hernández inserito quando oramai non c’era più tempo per rimediare alla sconfitta.

Si dirà che questo Mondiale ha lasciato dei ricordi iconici, i bambini di tutto il mondo che si divertono a cantare sui social la canzoncina dedicata all’energumeno norvegese Erling Braut Haaland, i norvegesi stessi, eliminati ai quarti inopinatamente per decisione arbitrale, un gol inglese, seppur convalidato, era del tutto non valido, essendo viziato dal tocco di un cavo televisivo, mentre uno norvegese è stato ingiustamente annullato, ma è pesata la volontà superiore, pare che il solito Messi non gradisse affrontarli in semifinale, i quali per tutto il torneo si sono prodigati alla fine di ogni incontro a vogare al ritmo dei vichinghi, imitati non solo dai loro connazionali sugli spalti, ma anche da un’intera nazione, anche in questo caso social trasmessa, ci sono le tre cenerentole centro – americane Curaçao, Haiti e Panama felicemente orgogliose del momento di gloria, miracolate per la qualificazione d’ufficio delle tre organizzatrici, ovvero Stati Uniti, Messico e Canada, che di solito si contendono tutti i posti disponibili dell’area centro – nord – americana, c’è il  portiere di Curaçao Eloy Room, trentasettenne, che volando da palo a palo ha dato il contributo fondamentale per impattare 0 a 0 l’incontro con gli ecuadoregni regalando il primo punto mondiale ai suoi conterranei, c’è la favola frammista di riscatto ed emancipazione dalla povertà del portiere quarantenne Vozinha, al secolo Josimar José Évora Dias, la muraglia capoverdiana che tanto ha contributo ai tre storici pareggi di Capo Verde con spagnoli, uruguayani e sauditi, fino poi alla sconfitta per 3 a 2 con l’Argentina, guarda caso quest’ultima inserita in una parte del tabellone molto facile, dopo i tempi supplementari ai sedicesimi di finale.

Tuttavia è stato anche il Mondiale delle discriminazioni, contro le squadre di Africa, Asia e America Latina, angariate dalla polizia statunitense come se fossero terroristi o narcotrafficanti, il Pallone d’Oro e campione del mondo Fabio Cannavaro, allenatore dell’Uzbekistan, controllato sotto il sole appena sceso dall’aereo insieme ai suoi collaboratori e ai suoi giocatori con prolungate indagini personali, gli uruguayani fatti scendere dal bus che li stava portando presso il loro ritiro dopo una partita e trattati come soggetti pericolosi, i tifosi a cui è stato negato il visto d’ingresso, dopo aver speso cifre esorbitanti per i biglietti delle partite e il viaggio stesso, l’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, il migliore del continente africano, rispedito a Mogadiscio e a cui la UEFA farà arbitrare a fine estate la finale di Supercoppa Europea tra Paris Saint Germain e Aston Villa, per non dire del terribile trattamento subito dalla nazionale iraniana, discriminata in ogni circostanza e costretta a soggiornare a Tijuana in territorio messicano, fino all’eliminazione dal torneo avvenuta nella fase a gironi, con il complice aggiustamento da parte della FIFA di un paio di risultati in modo da cacciare dal torneo gli sportivi della Repubblica Islamica.

Molto si è insistito sulla squalifica fatta togliere da Donald Trump al centravanti a stelle e strisce Folarin Balogun, per potergli permettere di giocare l’incontro a eliminazione diretta con i belgi, poi comunque malamente perso dagli statunitensi, intanto senza rendersi contro che le manipolazioni e gli indirizzamenti a favore di Lionel Messi orchestrati da Infantino son stati ben più invadenti e pesanti, quindi dimenticando due altri episodi del passato, nel 1962 la FIFA cancella il cartellino rosso comminato a Garrincha durante la semifinale con il Cile per un fallo di reazione, esasperato dai continui calci e pugni ricevuti in tutta la partita dai padroni di casa, la cancellazione avviene perché l’allora presidente inglese della FIFA Stanley Rous, sentita la Segreteria di Stato statunitense dell’allora presidente John Fitzgerald Kennedy, decide che i comunisti cecoslovacchi non debbano vincere il mondiale, Pelè infatti non giocava perché infortunato e senza neppure la stella nata in una favela di Rio de Janeiro i brasiliani rischiavano certamente di perdere la finale, invece grazie anche a Garrincha si impongono per 3 a 1. Tuttavia molto peggio ha fatto Richard Nixon nel 1970, avvelenando, allora era sembrata una strana intossicazione, oggi proprio Trump ha desecretato le carte che svelano la macchinazione statunitense, il grande portiere inglese Gordon Banks, sostituito contro i tedeschi dal povero Peter Bonetti, figlio di immigrati della Svizzera italiana e brillante portiere del Chelsea per tutti gli anni sessanta e settanta, ma accusato della sconfitta patita quel giorno dai britannici e dopo quell’incontro messicano mai più chiamato in nazionale. In quell’occasione l’obiettivo della Casa Bianca era garantire il successo ai mondiali del Brasile, in mano alla feroce dittatura fascista e filostatunitense di Medici, eliminando la squadra più temibile per il trionfo finale di Pelè e compagni.

Il solo merito che si possa attribuire a Messi in questo mondiale è quello di aver sventolato, alla fine dell’incontro con gli inglesi, un grande striscione che ha ricordato giustamente al mondo come le Malvinas siano argentine.

Coretto non sanzionare per questo la squadra albiceleste, peccato che due anni fa all’Europeo gli spagnoli lo siano invece stati quando hanno ricordato che Gibilterra non è inglese ma parte della Spagna, come però Ceuta e Melilla, purtroppo ancora spagnole, son parte del Marocco.

Tutto questo dimostra che, se il calcio è sempre più uno spettacolo e sempre meno uno sport, è comunque anche politica, massimamente ai mondiali, come anche questa edizione ha dimostrato.

Tutto questo dimostra che, se il calcio è sempre più uno spettacolo e sempre meno uno sport, è comunque anche politica, massi

Segue nostro Telegram.

Fuochi d’artificio, incassi miliardari dagli sponsor a loro vantaggio e a sostegno della FIFA, stadi imprevedibilmente gremiti per una nazione, gli Stati Uniti, che non hanno mai mostrato grande amore per il “soccer”, ovvero il calcio, anche se con biglietti dai prezzi spesso proibitivi. Gradinate gremite anche in Canada e in Messico, ma il debordante protagonismo di Donald Trump e le poche partite giocate nelle altre due nazioni hanno di fatto trasformato questa competizione in un grande carosello a celebrazione del 250° anniversario della fondazione della potenza statunitense fattasi per lungo tempo brutalmente egemone sul resto del pianeta.

Apparentemente dunque un trionfo, in realtà un mondiale certo divertente, ma fortemente condizionato da interessi personali, massimamente quelli del presidente della FIFA Gianni Infantino e dei suoi protetti e accoliti, come mai forse prima. Molte squadre, anzi troppe, ben quarantotto, centoquattro partite, ma anche una serie di errori voluti e anzi anticipatamente orchestrati e di intromissioni indebite, massimamente da parte dello stesso Infantino, errori che hanno per molti aspetti indirizzato e compromesso il torneo, rendendolo il più imbarazzante della storia del calcio.

Per carità, da quello italiano del 1934, a quello nippo – sudcoreano del 2002, la volontà di decidere in anticipo l’esito della competizione non è una novità e ad esempio nei due mondiali appena citati lo è stato senza alcun dubbio, anche più di quest’ultima occasione, tuttavia questo 2026 lascia l’amarezza di un ripetersi di interessi esterni che, se non esclusi o eliminati, si sperava, forse ingenuamente, che potessero essere contenuti.

Sui social furoreggiano i video costruiti con l’intelligenza artificiale in cui il presidente della FIFA e Lionel Messi sono una coppia di fatto, con l’isterica principessina con la barbetta che pretende di essere trattata in modo diverso dal resto dei giocatori di tutto il globo terracqueo. Fatto accaduto, nelle prime partite Messi sarebbe dovuto essere espulso due volte, una per aver spintonato violentemente da dietro un giocatore algerino, la seconda per aver parlato con la mano sulla bocca, comportamento oggi vietato e costato l’espulsione ad esempio a un paraguayano. I rigori regalati a Messi non si contano, negli ultimi tre mondiali ne ha tirati, anche sbagliandone, otto, la nazionale italiana ne ha avuti dieci in quasi un secolo e diciotto partecipazioni alla competizione, la partita degli ottavi di finale dell’Argentina con l’Egitto è stata persa dai sudamericani, ma inopinate le decisioni arbitrali hanno ribaltato il risultato, ai quarti lo scontro con la Svizzera è stato favorito da tutta una serie di decisioni dubbie che hanno portato alla fine i rioplatensi a giocare con un uomo in più contro i rossocrociati, penalizzati per l’espulsione di Embolo, nella semifinale con gli inglesi gli argentini hanno picchiato tutto il tempo, meritando almeno tre espulsioni per altro ovviamente non comminate, la rete del successo argentino è poi scaturita da una fallo durissimo di Messi ai danni di un britannico un pestone sul piede dell’avversario che ha permesso al sudamericano di impadronirsi del pallone, mentre l’avversario zoppicava, evidentemente il gol doveva essere annullato e Messi espulso, ma nulla di tutto questo è successo.

L’allenatore Marco Tardelli, già campione del mondo nel 1982, così come la presidentessa messicana Claudia Sheinbaum hanno pubblicamente commentato che se intenzione di Infantino era quella di avere Messi in finale a tutti i costi, ci è riuscito.

Tuttavia gli spagnoli, pronosticati fin dalla primavera da tutti coloro che abbiano saputo soppesare le forze in campo come inevitabili campioni, hanno dovuto segnare tre reti per vedersene riconosciuta una e vincere 1 a 0 la finale, dominando per capacità di gioco e possesso di palla, certo migliorando di molto con l’ingresso del portentoso Nico Williams, non solo autore di una delle reti annullate, ma anche di uno straordinario passaggio di testa per la rete decisiva di Ferran Torres.

In un mondiale che tatticamente ha mostrato una certa omogeneità di gioco, con squadre certo veloci, spesso attente a difendersi compattamente davanti al proprio portiere, il Pallone d’Oro si spera quest’anno venga assegnato a Kylian Mbappé, che ancora attende di vincerlo per almeno una volta, capocannoniere del torneo con ben dieci reti, avendone realizzate ventidue in tre mondiali e diventando il massimo realizzatore di tutti i tempi, nonostante il solo quarto posto dei transalpini, che hanno perso la finalina contro gli inglesi con un rocambolesco 6 a 4. La Francia del sempre un po’ altezzoso commissario tecnico Didier Deschamps ha infatti perso la semifinale con un secco 2 a 0 a vantaggio degli iberici, in uno degli incontri più qualitativamente rilevanti del torneo.  Gli spagnoli hanno certamente meritato, dimostrando che quando si controlla il centrocampo i fenomeni transalpini, che pur avevano dato lezioni di calcio lungo tutto il mese dei mondiali, finiscono per spegnersi, obbligando Dembélé e Olise a girare a vuoto, non aiutati nello specifico della partita da un Barcola vanesio sempre alla ricerca della rete personale, per altro non trovata, invece dell’azione collettiva, e dal terzino Digne, fuori tempo e fuori posto contro il fenomenale Lamine Yamal, contenuto solo da Theo Hernández inserito quando oramai non c’era più tempo per rimediare alla sconfitta.

Si dirà che questo Mondiale ha lasciato dei ricordi iconici, i bambini di tutto il mondo che si divertono a cantare sui social la canzoncina dedicata all’energumeno norvegese Erling Braut Haaland, i norvegesi stessi, eliminati ai quarti inopinatamente per decisione arbitrale, un gol inglese, seppur convalidato, era del tutto non valido, essendo viziato dal tocco di un cavo televisivo, mentre uno norvegese è stato ingiustamente annullato, ma è pesata la volontà superiore, pare che il solito Messi non gradisse affrontarli in semifinale, i quali per tutto il torneo si sono prodigati alla fine di ogni incontro a vogare al ritmo dei vichinghi, imitati non solo dai loro connazionali sugli spalti, ma anche da un’intera nazione, anche in questo caso social trasmessa, ci sono le tre cenerentole centro – americane Curaçao, Haiti e Panama felicemente orgogliose del momento di gloria, miracolate per la qualificazione d’ufficio delle tre organizzatrici, ovvero Stati Uniti, Messico e Canada, che di solito si contendono tutti i posti disponibili dell’area centro – nord – americana, c’è il  portiere di Curaçao Eloy Room, trentasettenne, che volando da palo a palo ha dato il contributo fondamentale per impattare 0 a 0 l’incontro con gli ecuadoregni regalando il primo punto mondiale ai suoi conterranei, c’è la favola frammista di riscatto ed emancipazione dalla povertà del portiere quarantenne Vozinha, al secolo Josimar José Évora Dias, la muraglia capoverdiana che tanto ha contributo ai tre storici pareggi di Capo Verde con spagnoli, uruguayani e sauditi, fino poi alla sconfitta per 3 a 2 con l’Argentina, guarda caso quest’ultima inserita in una parte del tabellone molto facile, dopo i tempi supplementari ai sedicesimi di finale.

Tuttavia è stato anche il Mondiale delle discriminazioni, contro le squadre di Africa, Asia e America Latina, angariate dalla polizia statunitense come se fossero terroristi o narcotrafficanti, il Pallone d’Oro e campione del mondo Fabio Cannavaro, allenatore dell’Uzbekistan, controllato sotto il sole appena sceso dall’aereo insieme ai suoi collaboratori e ai suoi giocatori con prolungate indagini personali, gli uruguayani fatti scendere dal bus che li stava portando presso il loro ritiro dopo una partita e trattati come soggetti pericolosi, i tifosi a cui è stato negato il visto d’ingresso, dopo aver speso cifre esorbitanti per i biglietti delle partite e il viaggio stesso, l’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, il migliore del continente africano, rispedito a Mogadiscio e a cui la UEFA farà arbitrare a fine estate la finale di Supercoppa Europea tra Paris Saint Germain e Aston Villa, per non dire del terribile trattamento subito dalla nazionale iraniana, discriminata in ogni circostanza e costretta a soggiornare a Tijuana in territorio messicano, fino all’eliminazione dal torneo avvenuta nella fase a gironi, con il complice aggiustamento da parte della FIFA di un paio di risultati in modo da cacciare dal torneo gli sportivi della Repubblica Islamica.

Molto si è insistito sulla squalifica fatta togliere da Donald Trump al centravanti a stelle e strisce Folarin Balogun, per potergli permettere di giocare l’incontro a eliminazione diretta con i belgi, poi comunque malamente perso dagli statunitensi, intanto senza rendersi contro che le manipolazioni e gli indirizzamenti a favore di Lionel Messi orchestrati da Infantino son stati ben più invadenti e pesanti, quindi dimenticando due altri episodi del passato, nel 1962 la FIFA cancella il cartellino rosso comminato a Garrincha durante la semifinale con il Cile per un fallo di reazione, esasperato dai continui calci e pugni ricevuti in tutta la partita dai padroni di casa, la cancellazione avviene perché l’allora presidente inglese della FIFA Stanley Rous, sentita la Segreteria di Stato statunitense dell’allora presidente John Fitzgerald Kennedy, decide che i comunisti cecoslovacchi non debbano vincere il mondiale, Pelè infatti non giocava perché infortunato e senza neppure la stella nata in una favela di Rio de Janeiro i brasiliani rischiavano certamente di perdere la finale, invece grazie anche a Garrincha si impongono per 3 a 1. Tuttavia molto peggio ha fatto Richard Nixon nel 1970, avvelenando, allora era sembrata una strana intossicazione, oggi proprio Trump ha desecretato le carte che svelano la macchinazione statunitense, il grande portiere inglese Gordon Banks, sostituito contro i tedeschi dal povero Peter Bonetti, figlio di immigrati della Svizzera italiana e brillante portiere del Chelsea per tutti gli anni sessanta e settanta, ma accusato della sconfitta patita quel giorno dai britannici e dopo quell’incontro messicano mai più chiamato in nazionale. In quell’occasione l’obiettivo della Casa Bianca era garantire il successo ai mondiali del Brasile, in mano alla feroce dittatura fascista e filostatunitense di Medici, eliminando la squadra più temibile per il trionfo finale di Pelè e compagni.

Il solo merito che si possa attribuire a Messi in questo mondiale è quello di aver sventolato, alla fine dell’incontro con gli inglesi, un grande striscione che ha ricordato giustamente al mondo come le Malvinas siano argentine.

Coretto non sanzionare per questo la squadra albiceleste, peccato che due anni fa all’Europeo gli spagnoli lo siano invece stati quando hanno ricordato che Gibilterra non è inglese ma parte della Spagna, come però Ceuta e Melilla, purtroppo ancora spagnole, son parte del Marocco.

Tutto questo dimostra che, se il calcio è sempre più uno spettacolo e sempre meno uno sport, è comunque anche politica, massimamente ai mondiali, come anche questa edizione ha dimostrato.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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