Un seggio parlamentare non è un premio di fedeltà, né un risarcimento per servizi resi, né un investimento che si ammortizza in cinque anni. Dovrebbe essere un compito affidato a chi possiede competenza, misura, indipendenza di giudizio e la disponibilità — francamente rara — a mettere l’interesse generale davanti a quello della corrente, del territorio o del proprio portafoglio.
I capibastone non si votano
C’è un modo infallibile per capire quanto una classe politica tema il giudizio degli elettori: guardare non a come si vota, ma a chi decide chi si può votare. Il 14 luglio a Montecitorio è andata in scena la solita commedia — bocciato per un voto solo l’emendamento che avrebbe affiancato al capolista bloccato la possibilità di esprimere fino a tre preferenze — e per ventiquattr’ore il dibattito pubblico si è avvitato su una domanda che, per quanto legittima, è la seconda della lista. La prima nessuno l’ha posta.
Chi compila le liste?
La risposta la conoscono tutti e proprio per questo non si dice ad alta voce. Le compilano le segreterie, le correnti, i gruppi dirigenti che si autoriproducono per cooptazione, i capibastone territoriali che portano pacchetti di voti e in cambio esigono posti. Sono loro a delimitare in anticipo il campo del possibile. Al cittadino resta il diritto di preferire un nome a un altro, purché entrambi i nomi siano stati previamente autorizzati da chi conta. È una libertà notarile: certifica una scelta compiuta altrove.
Vale la pena ricordare cosa disse davvero la Consulta, perché in questi giorni la sentenza n. 1/2014 è stata citata come si citano i santi patroni, cioè a sproposito. La Corte non ha mai scritto che le liste bloccate siano incostituzionali tout court. Ha censurato quelle liste lunghissime del Porcellum in cui l’elettore era chiamato a ratificare al buio una teoria di sconosciuti. La sentenza n. 35/2017 ha poi chiarito il criterio: contano la brevità della lista e l’ampiezza del collegio, perché in un perimetro ristretto il candidato può essere conosciuto e valutato davvero. Il discrimine, insomma, non è tra bloccato e non bloccato — è la conoscibilità. Un dettaglio tecnico che i tifosi dell’una e dell’altra tesi hanno trovato comodo dimenticare.
Ammettiamo pure che le preferenze passino. Chi vince, poi?
Vince chi ha i soldi. Vince chi ha la struttura sul territorio, la rete di rapporti, la capacità di mobilitare interessi organizzati. Una campagna a preferenze è una campagna personale, e le campagne personali costano — manifesti, gazebo, cene, telefonate, uomini che si muovono. Il candidato competente ma privo di mezzi si trova a competere con chi dispone di una macchina, e la competenza non ha mai vinto contro una macchina. La storia italiana del voto di preferenza, quella vera, non quella nostalgica, è una storia di cordate, di scambi, di pacchetti gestiti da mediatori locali che dopo il voto presentano il conto. Non a caso il meccanismo fu abolito nel 1991 con un referendum plebiscitario, quando l’elettorato aveva capito benissimo a cosa servissero le preferenze multiple. Che oggi vengano riproposte come antidoto all’oligarchia ha del comico.
Perché il punto è che tanto le liste bloccate quanto le preferenze lasciano intatto il meccanismo a monte. Nel primo caso l’apparato nomina direttamente; nel secondo delega la selezione a una competizione dove il criterio d’accesso è la disponibilità di risorse. Cambia il modo, non cambia il padrone. Si passa dalla designazione all’asta, e chiamare questo passaggio “restituzione della sovranità al popolo” richiede una faccia di bronzo notevole — di cui, per fortuna, il ceto politico nazionale dispone in abbondanza.
Il nodo è a monte, non alle urne
Se davvero si volesse migliorare la qualità della rappresentanza, si interverrebbe sul momento che precede la scheda. Procedure di selezione delle candidature pubbliche, scritte, verificabili, con criteri di competenza e di radicamento che non siano formule da statuto ma vincoli opponibili. Tetti rigorosi e reali alle spese individuali, non le soglie fittizie che tutti aggirano da trent’anni. Trasparenza integrale sui finanziamenti, con sanzioni che facciano paura. Parità di accesso agli spazi di comunicazione. E una responsabilità politica esplicita di chi propone candidati manifestamente inadeguati: se un dirigente piazza in lista un impresentabile, ne risponde.
Nulla di rivoluzionario. Sono regole che in mezza Europa esistono da tempo, in forme diverse: selezioni interne aperte e disciplinate per legge, obblighi di rendicontazione, controlli veri sulle spese dei singoli candidati. In Italia si preferisce discutere all’infinito di formule matematiche — proporzionale, premi, soglie, capolista — perché la formula si può cambiare in una notte e lascia intatti gli assetti di potere, mentre le regole sulla selezione delle candidature toccano l’unica cosa che ai gruppi dirigenti interessi davvero: il controllo dell’accesso.
Ecco perché la riforma elettorale in Italia torna ciclicamente e non conclude mai nulla. Non è incapacità tecnica. È che ogni maggioranza scrive la legge pensando al proprio vantaggio contingente, e nessuna ha interesse a scrivere quella parte del testo che ridurrebbe il potere di chi la sta scrivendo. Il risultato è un Paese che ha cambiato sistema elettorale cinque volte in trent’anni senza mai affrontare la domanda decisiva: che tipo di persone vogliamo mandare in Parlamento, e con quale procedura le individuiamo?
Un seggio parlamentare non è un premio di fedeltà, né un risarcimento per servizi resi, né un investimento che si ammortizza in cinque anni. Dovrebbe essere un compito affidato a chi possiede competenza, misura, indipendenza di giudizio e la disponibilità — francamente rara — a mettere l’interesse generale davanti a quello della corrente, del territorio o del proprio portafoglio.
Finché non si tocca il momento della selezione, le preferenze resteranno il diritto di scegliere tra candidati già scelti dai potenti, e le liste bloccate corte una designazione controllata dalle stesse oligarchie con un vestito più elegante. Due porte, un solo corridoio, e in fondo sempre le stesse persone.
Il resto è teatro. Ben recitato, va detto: quel voto di scarto ha del virtuosismo.


