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Lorenzo Maria Pacini
May 13, 2026
© Photo: Public domain

La vicenda della flottiglia Sumud mette in luce come la gestione delle acque internazionali nel Mediterraneo sia un ambito caratterizzato da conflitti instabili.

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Come funziona il controllo del Mediterraneo

La notte fra il 29 e il 30 Aprile, l’entità sionista Israele ha attaccato le 22 navi della Global Sumud Flotilla a 600 chilometri dalle coste italiane, da dove il gruppo era partito. Tutto ciò indisturbatamente, compiendo l’ennesimo atto di prepotenza, pirateria e barbarie. Ma come funziona il Mediterraneo?

Il Mediterraneo, definito spesso “Mare Nostrum” nelle cultura politica europee, è uno dei teatri marittimi più complessi al mondo: crocevia di rotte commerciali, scenario di crisi migratorie, conflitti regionali e interesse strategico di grandi potenze. La gestione delle acque internazionali, il controllo militare delle rotte e le iniziative di navi civili come la Global Sumud Flotilla costituiscono tre facce della stessa dinamica: il tentativo di regolare, controllare l’uso del mare nel nome di interessi statali, sicurezza e solidarietà umanitaria.

Il quadro normativo di base per la gestione delle acque internazionali è la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del malte, detta UNCLOS, adottata nel 1982 e in vigore dal 1994, che regola mappatura, uso e responsabilità degli Stati sulle diverse zone marittime. Nel Mediterraneo, che è un mare quasi chiuso, questa convenzione si applica in modo particolare, perché la distanza tra le coste è spesso inferiore a 400 miglia nautiche, cioè alla somma delle ZEE massime di due Stati opposti.

Le principali zone riconosciute dalla UNCLOS sono: il mare territoriale, (fino a 12 miglia dalla linea di base), dove vi è sovranità piena dello Stato costiero, ma con obbligo di garantire il “passaggio innocente” alle navi straniere. La zona contigua (fino a 24 miglia), con il controllo limitato per leggi doganali, fiscali, sanitarie e d’immigrazione. La zona economica esclusiva (fino a 200 miglia), per i diritti di sfruttamento delle risorse biologiche e minerarie, bilanciati dalla libertà di navigazione e sorvolo delle altre nazioni. Infine il cosiddetto Alto Mare (oltre le ZEE), spazio aperto a tutti gli Stati, con principio di libertà di navigazione, pesca, ricerca scientifica e posa di cavi e condotte, purché in modo pacifico e rispettando la protezione dell’ambiente. Nel Mediterraneo, la scarsità di “vero” alto mare rende delicate le delimitazioni delle zone economiche esclusive tra Stati rivieraschi, come Italia–Grecia, Grecia–Turchia, o Cipro–Turchia, spesso legate a risorse di gas e petrolio e a contenziosi politicomilitari.

La gestione delle acque internazionali avviene quindi attraverso: accordi bilaterali e multilaterali di delimitazione; misure di cooperazione regionale (ad esempio nel quadro della Convenzione di Barcellona per la protezione dell’ambiente marino e del Protocollo sulla gestione integrata delle zone costiere); istituzioni come l’ Autorità del UNCLOS per le risorse oltre le ZEE, che regolano anche l’uso del fondo marino “al di fuori della giurisdizione nazionale”. Parallelamente al diritto del mare, il Mediterraneo è soggetto a una densa sorveglianza militare che riflette la sovrapposizione di interessi delle principali potenze mondiali e regionali.

La “gestione” delle acque internazionali non è quindi solo un affare di norme, ma anche di capacità operativa, infrastrutture di intelligence e alleanze militari.

Diversi, poi, sono gli attori principali e le aree di influenza. In primis, la NATO e gli USA: la VI° Flotta statunitense ha la sua base principale a Gaeta (Italia) e proietta potere in tutto il Mediterraneo, con particolare attenzione alle rotte che collegano il Golfo Persico e il Mar Caspio alle economie europee. Gli Stati Uniti utilizzano il Mediterraneo come fulcro per controllare le vie di rifornimento energetico e per proiettare potere verso il Medio Oriente e il Nord Africa. Poi abbiamo la Russia, pur numericamente meno presente, che dispone di una task force in Mediterraneo, con basi logistiche in Siria e un’attenzione strategica ai passaggi tra il Mediterraneo orientale e il Mar Nero. Ovviamente l’UE e i singoli Stati membri, come l’Italia, la Francia, la Grecia e la Spagna che mantengono una forte presenza navale, alle dipendenze sia nazionali sia di operazioni UE e NATO. Quindi Israele e Turchia, che  dispongono di Marine avanzate e operano pattugliamenti e controllo del traffico marittimo intorno alle proprie coste, Israele soprattutto rispetto alla Striscia di Gaza, la Turchia nel Mediterraneo orientale legato alle risorse energetiche.

Questi attori definiscono, in pratica, diverse aree di influenza:

  • Il Mediterraneo Occidentale (Gibilterra–Tunisia): forte presenza UENATO, con controllo delle rotte migratorie e dei traffici marittimi verso il porto di Gibilterra, unico accesso strategico al Mediterraneo.
  • Il Mediterraneo Centrale (Sicilia–Libia): spazio di prime linee per le operazioni italiane di sorveglianza, soccorso e controllo migratorio, con l’operazione mediterraneo Sicuro che ha ampliato la presenza navale italiana a oltre 2 milioni di km².
  • Il Mediterraneo Orientale (Grecia–Turchia–Cipro–Israele): teatro di conflitti sulle ZEE e sulla sovranità energetica, con dislocamento di navi militari e unità specializzate che vegliano su giacimenti di gas naturale.

La gestione operativa del controllo marittimo si basa su reti rada costiere, che monitorano traffico navale e aereo a diverse centinaia di miglia dalle coste, sistemi di comando e controllo (come il MCCIS, Marittime Commando and Control Information System) che collegano radar, navi e velivoli in un’unica “situazione marittima” in tempo reale, e, ovviamente, la cooperazione internazionale coordina la sorveglianza marittima tra le Marine di una ventina di paesi europei, e la rete di scambio di informazioni con la NATO e la sponda Sud del Mediterraneo.

Questo apparato di “consapevolezza” permette di controllare, oltre che il traffico commerciale, flussi migratori, illeciti (narcotraffico, traffico di armi, pesca illegale), attività di intelligenza sulle comunicazioni via cavo sottomarino e, in generale, qualsiasi tentativo di attraversare il Mediterraneo senza ricadere sotto l’attenzione degli Stati interessati.

 

La Global Sumud Flotilla sfida il blocco del Mediterraneo

Quanto avvenuto con la Global Sumud Flotilla è l’ennesimo atto che dimostra che c’è un aggressore ed un aggredito. Una flottiglia civile organizzata da attivisti, organizzazioni umanitarie, ONG e cittadini provenienti da decine di paesi, con l’obiettivo dichiarato di rompere il blocco marittimo imposto da Israele alla Striscia di Gaza e portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese, viene assalita e sequestrata, il tutto mentre gli altri Stati che interagiscono nel Mediterraneo stanno a guardare, sottomessi all’autorità di Israele.

La Sumud Flotilla non è una singola imbarcazione, ma un coordinamento internazionale di decine di navi che sono partite da diversi porti del Mediterraneo per convergere in acque internazionale e puntare verso le coste palestinesi. Migliaia di attivisti e volontari si imbarcano a bordo, spesso in condizioni di rischio elevato, ma consapevoli del grande valore simbolico della loro azione per il popolo palestinese, mentre le élite continuano a lucrare sulla loro sofferenza.

Le navi della Sumud Flotilla trasportano principalmente aiuti umanitari essenziali, come   cibo, farmaci, materiali medici, dispositivi per la ricostruzione delle infrastrutture distrutte e di supporto sanitario, tutte cose che Israele ha vietato da anni, dimostrando la più atroce barbarie che la recente storia umana abbia mai vissuto. La presenza di una flotta medica  dedicata, con più di 1.000 professionisti sanitari, è stata esplicitamente legata al tentativo di alleviare la crisi del sistema sanitario di Gaza, devastato da anni di guerra e blocco.

È un atto di resistenza non violenta simbolica e perfettamente legale, dove l’uso di decine di imbarcazioni, bandiere multiple e simboli di pace, comunità LGBTQ+, movimenti antifascisti e solidarietà internazionali mira a creare una “presenza visibile” che renda più difficile l’uso di forza da parte delle forze navali israeliane, in quanto la coercizione contro civili disarmati suscita un forte impatto mediatico e politico. Si può essere o non essere d’accordo con le modalità e le qualità di questa iniziativa, ma resta il fatto che l’impatto sociale è altissimo e che, soprattutto, Israele ha compiuto un atto di pirateria che coinvolge numerosi Paesi.

La Marina Israeliana dispone di un blocco navale rafforzato, con pattuglie navali, fregate e mezzi subacquei che operano in prossimità delle acque territoriali israeliane e di Gaza. In missioni precedenti, la flottiglia è stata intercettata in acque internazionali e le navi sono state scortate o fermate, con accuse di violazione di misure di sicurezza imposte da Tel Aviv. L’evento di queste ultime ore, purtroppo, rientra in una prassi operativa che lo stato terrorista di Israele continua ad impiegare.

Certo, la Sumud Flotilla, pur appoggiandosi sul diritto del mare (libertà di navigazione e dovere di assistenza alla vita umana in mare), deve comunque calcolare il rischio di intercettazione, violenza, arresti o incidenti. Allo stesso tempo, la dimensione mediatica e politica della missione spinge gli Stati a bilanciare il rigore di sicurezza con la preoccupazione di eccessi di forza che potrebbero generare ulteriore pressione internazionale su Israele.

La vicenda della Sumud Flotilla evidenzia anche quanto la gestione delle acque internazionali nel Mediterraneo sia un dominio di instabile conflitto. E, soprattutto, di come non vi sia equilibrio: c’è un sovrano, Israele, che è libero di fare quello che vuole, ed una serie di Stati sudditi che obbediscono in silenzio, con omertà. L’azione della Israele contro la Flotilla impone una presa di posizione ed una azione risolutoria nei confronti di chi ha trasformato il Mediterraneo, mare che dovrebbe rappresentare un segno di pace fra tre continenti, in uno spazio di scorribande e violenze ingiustificabili.

Pirati del Mediterraneo: Israele fa quello che vuole nel mare dei tre continenti

La vicenda della flottiglia Sumud mette in luce come la gestione delle acque internazionali nel Mediterraneo sia un ambito caratterizzato da conflitti instabili.

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La notte fra il 29 e il 30 Aprile, l’entità sionista Israele ha attaccato le 22 navi della Global Sumud Flotilla a 600 chilometri dalle coste italiane, da dove il gruppo era partito. Tutto ciò indisturbatamente, compiendo l’ennesimo atto di prepotenza, pirateria e barbarie. Ma come funziona il Mediterraneo?

Il Mediterraneo, definito spesso “Mare Nostrum” nelle cultura politica europee, è uno dei teatri marittimi più complessi al mondo: crocevia di rotte commerciali, scenario di crisi migratorie, conflitti regionali e interesse strategico di grandi potenze. La gestione delle acque internazionali, il controllo militare delle rotte e le iniziative di navi civili come la Global Sumud Flotilla costituiscono tre facce della stessa dinamica: il tentativo di regolare, controllare l’uso del mare nel nome di interessi statali, sicurezza e solidarietà umanitaria.

Il quadro normativo di base per la gestione delle acque internazionali è la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del malte, detta UNCLOS, adottata nel 1982 e in vigore dal 1994, che regola mappatura, uso e responsabilità degli Stati sulle diverse zone marittime. Nel Mediterraneo, che è un mare quasi chiuso, questa convenzione si applica in modo particolare, perché la distanza tra le coste è spesso inferiore a 400 miglia nautiche, cioè alla somma delle ZEE massime di due Stati opposti.

Le principali zone riconosciute dalla UNCLOS sono: il mare territoriale, (fino a 12 miglia dalla linea di base), dove vi è sovranità piena dello Stato costiero, ma con obbligo di garantire il “passaggio innocente” alle navi straniere. La zona contigua (fino a 24 miglia), con il controllo limitato per leggi doganali, fiscali, sanitarie e d’immigrazione. La zona economica esclusiva (fino a 200 miglia), per i diritti di sfruttamento delle risorse biologiche e minerarie, bilanciati dalla libertà di navigazione e sorvolo delle altre nazioni. Infine il cosiddetto Alto Mare (oltre le ZEE), spazio aperto a tutti gli Stati, con principio di libertà di navigazione, pesca, ricerca scientifica e posa di cavi e condotte, purché in modo pacifico e rispettando la protezione dell’ambiente. Nel Mediterraneo, la scarsità di “vero” alto mare rende delicate le delimitazioni delle zone economiche esclusive tra Stati rivieraschi, come Italia–Grecia, Grecia–Turchia, o Cipro–Turchia, spesso legate a risorse di gas e petrolio e a contenziosi politicomilitari.

La gestione delle acque internazionali avviene quindi attraverso: accordi bilaterali e multilaterali di delimitazione; misure di cooperazione regionale (ad esempio nel quadro della Convenzione di Barcellona per la protezione dell’ambiente marino e del Protocollo sulla gestione integrata delle zone costiere); istituzioni come l’ Autorità del UNCLOS per le risorse oltre le ZEE, che regolano anche l’uso del fondo marino “al di fuori della giurisdizione nazionale”. Parallelamente al diritto del mare, il Mediterraneo è soggetto a una densa sorveglianza militare che riflette la sovrapposizione di interessi delle principali potenze mondiali e regionali.

La “gestione” delle acque internazionali non è quindi solo un affare di norme, ma anche di capacità operativa, infrastrutture di intelligence e alleanze militari.

Diversi, poi, sono gli attori principali e le aree di influenza. In primis, la NATO e gli USA: la VI° Flotta statunitense ha la sua base principale a Gaeta (Italia) e proietta potere in tutto il Mediterraneo, con particolare attenzione alle rotte che collegano il Golfo Persico e il Mar Caspio alle economie europee. Gli Stati Uniti utilizzano il Mediterraneo come fulcro per controllare le vie di rifornimento energetico e per proiettare potere verso il Medio Oriente e il Nord Africa. Poi abbiamo la Russia, pur numericamente meno presente, che dispone di una task force in Mediterraneo, con basi logistiche in Siria e un’attenzione strategica ai passaggi tra il Mediterraneo orientale e il Mar Nero. Ovviamente l’UE e i singoli Stati membri, come l’Italia, la Francia, la Grecia e la Spagna che mantengono una forte presenza navale, alle dipendenze sia nazionali sia di operazioni UE e NATO. Quindi Israele e Turchia, che  dispongono di Marine avanzate e operano pattugliamenti e controllo del traffico marittimo intorno alle proprie coste, Israele soprattutto rispetto alla Striscia di Gaza, la Turchia nel Mediterraneo orientale legato alle risorse energetiche.

Questi attori definiscono, in pratica, diverse aree di influenza:

  • Il Mediterraneo Occidentale (Gibilterra–Tunisia): forte presenza UENATO, con controllo delle rotte migratorie e dei traffici marittimi verso il porto di Gibilterra, unico accesso strategico al Mediterraneo.
  • Il Mediterraneo Centrale (Sicilia–Libia): spazio di prime linee per le operazioni italiane di sorveglianza, soccorso e controllo migratorio, con l’operazione mediterraneo Sicuro che ha ampliato la presenza navale italiana a oltre 2 milioni di km².
  • Il Mediterraneo Orientale (Grecia–Turchia–Cipro–Israele): teatro di conflitti sulle ZEE e sulla sovranità energetica, con dislocamento di navi militari e unità specializzate che vegliano su giacimenti di gas naturale.

La gestione operativa del controllo marittimo si basa su reti rada costiere, che monitorano traffico navale e aereo a diverse centinaia di miglia dalle coste, sistemi di comando e controllo (come il MCCIS, Marittime Commando and Control Information System) che collegano radar, navi e velivoli in un’unica “situazione marittima” in tempo reale, e, ovviamente, la cooperazione internazionale coordina la sorveglianza marittima tra le Marine di una ventina di paesi europei, e la rete di scambio di informazioni con la NATO e la sponda Sud del Mediterraneo.

Questo apparato di “consapevolezza” permette di controllare, oltre che il traffico commerciale, flussi migratori, illeciti (narcotraffico, traffico di armi, pesca illegale), attività di intelligenza sulle comunicazioni via cavo sottomarino e, in generale, qualsiasi tentativo di attraversare il Mediterraneo senza ricadere sotto l’attenzione degli Stati interessati.

 

La Global Sumud Flotilla sfida il blocco del Mediterraneo

Quanto avvenuto con la Global Sumud Flotilla è l’ennesimo atto che dimostra che c’è un aggressore ed un aggredito. Una flottiglia civile organizzata da attivisti, organizzazioni umanitarie, ONG e cittadini provenienti da decine di paesi, con l’obiettivo dichiarato di rompere il blocco marittimo imposto da Israele alla Striscia di Gaza e portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese, viene assalita e sequestrata, il tutto mentre gli altri Stati che interagiscono nel Mediterraneo stanno a guardare, sottomessi all’autorità di Israele.

La Sumud Flotilla non è una singola imbarcazione, ma un coordinamento internazionale di decine di navi che sono partite da diversi porti del Mediterraneo per convergere in acque internazionale e puntare verso le coste palestinesi. Migliaia di attivisti e volontari si imbarcano a bordo, spesso in condizioni di rischio elevato, ma consapevoli del grande valore simbolico della loro azione per il popolo palestinese, mentre le élite continuano a lucrare sulla loro sofferenza.

Le navi della Sumud Flotilla trasportano principalmente aiuti umanitari essenziali, come   cibo, farmaci, materiali medici, dispositivi per la ricostruzione delle infrastrutture distrutte e di supporto sanitario, tutte cose che Israele ha vietato da anni, dimostrando la più atroce barbarie che la recente storia umana abbia mai vissuto. La presenza di una flotta medica  dedicata, con più di 1.000 professionisti sanitari, è stata esplicitamente legata al tentativo di alleviare la crisi del sistema sanitario di Gaza, devastato da anni di guerra e blocco.

È un atto di resistenza non violenta simbolica e perfettamente legale, dove l’uso di decine di imbarcazioni, bandiere multiple e simboli di pace, comunità LGBTQ+, movimenti antifascisti e solidarietà internazionali mira a creare una “presenza visibile” che renda più difficile l’uso di forza da parte delle forze navali israeliane, in quanto la coercizione contro civili disarmati suscita un forte impatto mediatico e politico. Si può essere o non essere d’accordo con le modalità e le qualità di questa iniziativa, ma resta il fatto che l’impatto sociale è altissimo e che, soprattutto, Israele ha compiuto un atto di pirateria che coinvolge numerosi Paesi.

La Marina Israeliana dispone di un blocco navale rafforzato, con pattuglie navali, fregate e mezzi subacquei che operano in prossimità delle acque territoriali israeliane e di Gaza. In missioni precedenti, la flottiglia è stata intercettata in acque internazionali e le navi sono state scortate o fermate, con accuse di violazione di misure di sicurezza imposte da Tel Aviv. L’evento di queste ultime ore, purtroppo, rientra in una prassi operativa che lo stato terrorista di Israele continua ad impiegare.

Certo, la Sumud Flotilla, pur appoggiandosi sul diritto del mare (libertà di navigazione e dovere di assistenza alla vita umana in mare), deve comunque calcolare il rischio di intercettazione, violenza, arresti o incidenti. Allo stesso tempo, la dimensione mediatica e politica della missione spinge gli Stati a bilanciare il rigore di sicurezza con la preoccupazione di eccessi di forza che potrebbero generare ulteriore pressione internazionale su Israele.

La vicenda della Sumud Flotilla evidenzia anche quanto la gestione delle acque internazionali nel Mediterraneo sia un dominio di instabile conflitto. E, soprattutto, di come non vi sia equilibrio: c’è un sovrano, Israele, che è libero di fare quello che vuole, ed una serie di Stati sudditi che obbediscono in silenzio, con omertà. L’azione della Israele contro la Flotilla impone una presa di posizione ed una azione risolutoria nei confronti di chi ha trasformato il Mediterraneo, mare che dovrebbe rappresentare un segno di pace fra tre continenti, in uno spazio di scorribande e violenze ingiustificabili.

La vicenda della flottiglia Sumud mette in luce come la gestione delle acque internazionali nel Mediterraneo sia un ambito caratterizzato da conflitti instabili.

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Come funziona il controllo del Mediterraneo

La notte fra il 29 e il 30 Aprile, l’entità sionista Israele ha attaccato le 22 navi della Global Sumud Flotilla a 600 chilometri dalle coste italiane, da dove il gruppo era partito. Tutto ciò indisturbatamente, compiendo l’ennesimo atto di prepotenza, pirateria e barbarie. Ma come funziona il Mediterraneo?

Il Mediterraneo, definito spesso “Mare Nostrum” nelle cultura politica europee, è uno dei teatri marittimi più complessi al mondo: crocevia di rotte commerciali, scenario di crisi migratorie, conflitti regionali e interesse strategico di grandi potenze. La gestione delle acque internazionali, il controllo militare delle rotte e le iniziative di navi civili come la Global Sumud Flotilla costituiscono tre facce della stessa dinamica: il tentativo di regolare, controllare l’uso del mare nel nome di interessi statali, sicurezza e solidarietà umanitaria.

Il quadro normativo di base per la gestione delle acque internazionali è la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del malte, detta UNCLOS, adottata nel 1982 e in vigore dal 1994, che regola mappatura, uso e responsabilità degli Stati sulle diverse zone marittime. Nel Mediterraneo, che è un mare quasi chiuso, questa convenzione si applica in modo particolare, perché la distanza tra le coste è spesso inferiore a 400 miglia nautiche, cioè alla somma delle ZEE massime di due Stati opposti.

Le principali zone riconosciute dalla UNCLOS sono: il mare territoriale, (fino a 12 miglia dalla linea di base), dove vi è sovranità piena dello Stato costiero, ma con obbligo di garantire il “passaggio innocente” alle navi straniere. La zona contigua (fino a 24 miglia), con il controllo limitato per leggi doganali, fiscali, sanitarie e d’immigrazione. La zona economica esclusiva (fino a 200 miglia), per i diritti di sfruttamento delle risorse biologiche e minerarie, bilanciati dalla libertà di navigazione e sorvolo delle altre nazioni. Infine il cosiddetto Alto Mare (oltre le ZEE), spazio aperto a tutti gli Stati, con principio di libertà di navigazione, pesca, ricerca scientifica e posa di cavi e condotte, purché in modo pacifico e rispettando la protezione dell’ambiente. Nel Mediterraneo, la scarsità di “vero” alto mare rende delicate le delimitazioni delle zone economiche esclusive tra Stati rivieraschi, come Italia–Grecia, Grecia–Turchia, o Cipro–Turchia, spesso legate a risorse di gas e petrolio e a contenziosi politicomilitari.

La gestione delle acque internazionali avviene quindi attraverso: accordi bilaterali e multilaterali di delimitazione; misure di cooperazione regionale (ad esempio nel quadro della Convenzione di Barcellona per la protezione dell’ambiente marino e del Protocollo sulla gestione integrata delle zone costiere); istituzioni come l’ Autorità del UNCLOS per le risorse oltre le ZEE, che regolano anche l’uso del fondo marino “al di fuori della giurisdizione nazionale”. Parallelamente al diritto del mare, il Mediterraneo è soggetto a una densa sorveglianza militare che riflette la sovrapposizione di interessi delle principali potenze mondiali e regionali.

La “gestione” delle acque internazionali non è quindi solo un affare di norme, ma anche di capacità operativa, infrastrutture di intelligence e alleanze militari.

Diversi, poi, sono gli attori principali e le aree di influenza. In primis, la NATO e gli USA: la VI° Flotta statunitense ha la sua base principale a Gaeta (Italia) e proietta potere in tutto il Mediterraneo, con particolare attenzione alle rotte che collegano il Golfo Persico e il Mar Caspio alle economie europee. Gli Stati Uniti utilizzano il Mediterraneo come fulcro per controllare le vie di rifornimento energetico e per proiettare potere verso il Medio Oriente e il Nord Africa. Poi abbiamo la Russia, pur numericamente meno presente, che dispone di una task force in Mediterraneo, con basi logistiche in Siria e un’attenzione strategica ai passaggi tra il Mediterraneo orientale e il Mar Nero. Ovviamente l’UE e i singoli Stati membri, come l’Italia, la Francia, la Grecia e la Spagna che mantengono una forte presenza navale, alle dipendenze sia nazionali sia di operazioni UE e NATO. Quindi Israele e Turchia, che  dispongono di Marine avanzate e operano pattugliamenti e controllo del traffico marittimo intorno alle proprie coste, Israele soprattutto rispetto alla Striscia di Gaza, la Turchia nel Mediterraneo orientale legato alle risorse energetiche.

Questi attori definiscono, in pratica, diverse aree di influenza:

  • Il Mediterraneo Occidentale (Gibilterra–Tunisia): forte presenza UENATO, con controllo delle rotte migratorie e dei traffici marittimi verso il porto di Gibilterra, unico accesso strategico al Mediterraneo.
  • Il Mediterraneo Centrale (Sicilia–Libia): spazio di prime linee per le operazioni italiane di sorveglianza, soccorso e controllo migratorio, con l’operazione mediterraneo Sicuro che ha ampliato la presenza navale italiana a oltre 2 milioni di km².
  • Il Mediterraneo Orientale (Grecia–Turchia–Cipro–Israele): teatro di conflitti sulle ZEE e sulla sovranità energetica, con dislocamento di navi militari e unità specializzate che vegliano su giacimenti di gas naturale.

La gestione operativa del controllo marittimo si basa su reti rada costiere, che monitorano traffico navale e aereo a diverse centinaia di miglia dalle coste, sistemi di comando e controllo (come il MCCIS, Marittime Commando and Control Information System) che collegano radar, navi e velivoli in un’unica “situazione marittima” in tempo reale, e, ovviamente, la cooperazione internazionale coordina la sorveglianza marittima tra le Marine di una ventina di paesi europei, e la rete di scambio di informazioni con la NATO e la sponda Sud del Mediterraneo.

Questo apparato di “consapevolezza” permette di controllare, oltre che il traffico commerciale, flussi migratori, illeciti (narcotraffico, traffico di armi, pesca illegale), attività di intelligenza sulle comunicazioni via cavo sottomarino e, in generale, qualsiasi tentativo di attraversare il Mediterraneo senza ricadere sotto l’attenzione degli Stati interessati.

 

La Global Sumud Flotilla sfida il blocco del Mediterraneo

Quanto avvenuto con la Global Sumud Flotilla è l’ennesimo atto che dimostra che c’è un aggressore ed un aggredito. Una flottiglia civile organizzata da attivisti, organizzazioni umanitarie, ONG e cittadini provenienti da decine di paesi, con l’obiettivo dichiarato di rompere il blocco marittimo imposto da Israele alla Striscia di Gaza e portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese, viene assalita e sequestrata, il tutto mentre gli altri Stati che interagiscono nel Mediterraneo stanno a guardare, sottomessi all’autorità di Israele.

La Sumud Flotilla non è una singola imbarcazione, ma un coordinamento internazionale di decine di navi che sono partite da diversi porti del Mediterraneo per convergere in acque internazionale e puntare verso le coste palestinesi. Migliaia di attivisti e volontari si imbarcano a bordo, spesso in condizioni di rischio elevato, ma consapevoli del grande valore simbolico della loro azione per il popolo palestinese, mentre le élite continuano a lucrare sulla loro sofferenza.

Le navi della Sumud Flotilla trasportano principalmente aiuti umanitari essenziali, come   cibo, farmaci, materiali medici, dispositivi per la ricostruzione delle infrastrutture distrutte e di supporto sanitario, tutte cose che Israele ha vietato da anni, dimostrando la più atroce barbarie che la recente storia umana abbia mai vissuto. La presenza di una flotta medica  dedicata, con più di 1.000 professionisti sanitari, è stata esplicitamente legata al tentativo di alleviare la crisi del sistema sanitario di Gaza, devastato da anni di guerra e blocco.

È un atto di resistenza non violenta simbolica e perfettamente legale, dove l’uso di decine di imbarcazioni, bandiere multiple e simboli di pace, comunità LGBTQ+, movimenti antifascisti e solidarietà internazionali mira a creare una “presenza visibile” che renda più difficile l’uso di forza da parte delle forze navali israeliane, in quanto la coercizione contro civili disarmati suscita un forte impatto mediatico e politico. Si può essere o non essere d’accordo con le modalità e le qualità di questa iniziativa, ma resta il fatto che l’impatto sociale è altissimo e che, soprattutto, Israele ha compiuto un atto di pirateria che coinvolge numerosi Paesi.

La Marina Israeliana dispone di un blocco navale rafforzato, con pattuglie navali, fregate e mezzi subacquei che operano in prossimità delle acque territoriali israeliane e di Gaza. In missioni precedenti, la flottiglia è stata intercettata in acque internazionali e le navi sono state scortate o fermate, con accuse di violazione di misure di sicurezza imposte da Tel Aviv. L’evento di queste ultime ore, purtroppo, rientra in una prassi operativa che lo stato terrorista di Israele continua ad impiegare.

Certo, la Sumud Flotilla, pur appoggiandosi sul diritto del mare (libertà di navigazione e dovere di assistenza alla vita umana in mare), deve comunque calcolare il rischio di intercettazione, violenza, arresti o incidenti. Allo stesso tempo, la dimensione mediatica e politica della missione spinge gli Stati a bilanciare il rigore di sicurezza con la preoccupazione di eccessi di forza che potrebbero generare ulteriore pressione internazionale su Israele.

La vicenda della Sumud Flotilla evidenzia anche quanto la gestione delle acque internazionali nel Mediterraneo sia un dominio di instabile conflitto. E, soprattutto, di come non vi sia equilibrio: c’è un sovrano, Israele, che è libero di fare quello che vuole, ed una serie di Stati sudditi che obbediscono in silenzio, con omertà. L’azione della Israele contro la Flotilla impone una presa di posizione ed una azione risolutoria nei confronti di chi ha trasformato il Mediterraneo, mare che dovrebbe rappresentare un segno di pace fra tre continenti, in uno spazio di scorribande e violenze ingiustificabili.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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