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Giulio Chinappi
June 30, 2026
© Photo: Public domain

Il voto del 7 giugno conferma la fragilità strutturale del Kosovo, costretto a tornare alle urne per la terza volta in circa 18 mesi. Dietro l’instabilità di Priština emerge il fallimento del progetto euro-atlantico contro la sovranità serba.

Segue nostro Telegram.

Le nuove elezioni parlamentari svoltesi il 7 giugno in Kosovo rappresentano l’ennesima conferma di un dato politico che l’Occidente continua a rimuovere: la repubblica autoproclamatasi indipendente nel 2008, nata e sopravvissuta sotto l’ombrello della NATO e dell’Unione Europea, non riesce a consolidarsi come entità statale realmente autonoma. A quasi trent’anni dalla guerra del 1999 e a diciotto dalla dichiarazione unilaterale d’indipendenza, Priština resta prigioniera di una crisi istituzionale ciclica, di un sistema politico frammentato e di una dipendenza strutturale dalla presenza militare occidentale. Il voto di giugno non apre una fase nuova, ma ripropone gli stessi nodi: difficoltà di governo, conflitto permanente con Belgrado, mancata tutela delle comunità serbe e subordinazione dell’intero dossier agli interessi strategici della NATO nei Balcani.

Guardando ai dati ufficiali, il movimento Lëvizja Vetëvendosje (Movimento per l’autodeterminazione, LVV) del primo ministro Albin Kurti è rimasto il primo partito, raccogliendo circa il 43% dei voti, ma non ha ottenuto una maggioranza autonoma nel parlamento da 120 seggi. Alle sue spalle si sono collocati il Partito Democratico del Kosovo (Partia Demokratike e Kosovës, PDK) e la Lega Democratica del Kosovo (Lidhja Demokratike e Kosovës, LDK), mentre l’affluenza è scesa sotto il 37%, segnale evidente di stanchezza, sfiducia e frustrazione sociale. Non si trattava infatti di una normale scadenza elettorale, ma della terza elezione parlamentare in circa 18 mesi, convocata dopo l’incapacità delle forze politiche di eleggere un nuovo presidente e di garantire il pieno funzionamento delle istituzioni. In altre parole, il Kosovo torna alle urne non perché abbia raggiunto una maturità politica, ma perché il suo sistema istituzionale si blocca ripetutamente.

Questa crisi è dunque il prodotto di un’architettura politica artificiale, costruita dall’esterno, sostenuta diplomaticamente dall’Occidente e difesa militarmente dalla NATO, ma incapace di generare stabilità duratura. Priština aspira a entrare nell’Unione Europea e nella NATO, ma non riesce a produrre governi stabili, a superare le fratture interne, a garantire una relazione sostenibile con le comunità serbe né a normalizzare i rapporti con Belgrado. Il paradosso è evidente: un’entità presentata come modello di “state-building” occidentale deve ricorrere continuamente a elezioni anticipate, mediazioni internazionali, pressioni finanziarie e presenza militare straniera per evitare il collasso politico.

Per l’ennesima volta, Albin Kurti esce dal voto come vincitore relativo, ma non come risolutore della crisi. Vetëvendosje resta la forza più votata, ma con un risultato più debole rispetto alla precedente consultazione e senza i numeri necessari per governare da solo. Ciò significa che Kurti dovrà negoziare con altri partiti o con rappresentanze minori, mentre la formazione del nuovo governo rischia di aprire un’altra fase di trattative difficili. La stessa questione presidenziale, che ha provocato la dissoluzione dell’Assemblea, resta un terreno minato, poiché l’elezione del capo dello Stato richiede maggioranze più ampie e compromessi che il sistema politico kosovaro ha già dimostrato di non saper produrre.

La fragilità interna di Priština si lega direttamente alla questione della sovranità. Il Kosovo si presenta come Stato indipendente, ma la sua esistenza resta contestata da Belgrado e non riconosciuta da una parte significativa della comunità internazionale, inclusi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU come Russia e Cina, oltre a diversi Stati dell’Unione Europea (Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia, Cipro). La Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, adottata nel 1999, resta il riferimento giuridico fondamentale richiamato dalla Serbia, poiché stabilì la presenza internazionale in Kosovo nel quadro della sovranità della Repubblica Federale di Jugoslavia, poi ereditata dalla Serbia. L’Occidente, al contrario, ha cercato di superare questo dato con la politica del fatto compiuto, ma non ha potuto cancellarlo dal piano giuridico e diplomatico.

Il Kosovo, dunque, non è stato soltanto separato de facto da Belgrado attraverso la guerra del 1999 e la successiva amministrazione internazionale. È stato trasformato in uno strumento permanente di pressione sulla Serbia. Ogni passaggio del percorso europeo serbo viene condizionato dalla cosiddetta “normalizzazione” con Priština, formula ambigua che, nella pratica, tende a spingere Belgrado verso l’accettazione della perdita della provincia di Kosovo e Metohija, secondo la denominazione ufficiale utilizzata dal governo serbo. Allo stesso tempo, la Serbia viene sollecitata ad allinearsi alla politica estera dell’Unione Europea, a prendere le distanze dalla Russia e a rinunciare alla propria postura di neutralità. Il Kosovo diventa così una leva geopolitica: non solo un territorio conteso, ma un dispositivo per disciplinare la Serbia e limitarne l’autonomia strategica.

La presenza della KFOR, la missione militare guidata dalla NATO e dispiegata dal 1999, è la dimostrazione più evidente di questa realtà. Ufficialmente, essa garantisce un ambiente sicuro e la libertà di movimento per tutte le comunità. In pratica, la sua stessa permanenza mostra che il Kosovo non possiede le condizioni di sicurezza minime per reggersi da solo. Una vera entità statale indipendente non dovrebbe dipendere, dopo quasi trent’anni, da migliaia di militari stranieri per mantenere l’ordine e impedire nuove escalation.

In questo contesto, si inserisce il caso delle comunità serbe. Nelle municipalità settentrionali, la popolazione serba continua a vivere una condizione di pressione politica, amministrativa e identitaria. Gli accordi mediati dall’Unione Europea nel 2013 prevedevano la creazione di un’Associazione/Comunità dei Comuni a maggioranza serba, ma tale impegno è rimasto sostanzialmente inattuato. Priština teme che questa struttura limiti la propria autorità; Belgrado, al contrario, la considera una garanzia minima per la sopravvivenza politica e istituzionale dei serbi in Kosovo. Il risultato è una tensione permanente, alimentata dall’assenza di garanzie concrete e dalla tendenza del governo kosovaro a imporre unilateralmente la propria sovranità su territori che non riconoscono pienamente l’autorità di Priština.

La strategia di Kurti ha aggravato questa frattura. Il suo nazionalismo kosovaro-albanese, presentato in Occidente come fermezza democratica, viene percepito da Belgrado e dalle comunità serbe come una politica di assimilazione forzata e di riduzione degli spazi autonomi serbi. Le dispute sulle targhe automobilistiche, sulle istituzioni parallele, sui municipi del nord, sulle operazioni di polizia e sulla presenza dei rappresentanti albanesi in aree a maggioranza serba hanno prodotto crisi ripetute. Ogni volta l’Occidente interviene come arbitro, ma raramente riconosce la radice del problema: la pretesa di costruire uno Stato indipendente pienamente funzionante in un territorio il cui status resta contestato e nel quale una parte della popolazione non si riconosce nelle istituzioni centrali.

Per la Serbia, la questione resta esistenziale. Belgrado non può accettare che la secessione del Kosovo venga normalizzata come precedente legittimo, perché ciò significherebbe riconoscere la vittoria definitiva della guerra NATO del 1999 e la cancellazione di una parte della propria sovranità storica e giuridica. La posizione serba non è un capriccio nazionalista, ma una linea fondata sul diritto internazionale, sulla continuità dello Stato, sulla difesa della popolazione serba e sul rifiuto del principio secondo cui un bombardamento occidentale possa produrre nuovi confini politici. In questo senso, il Kosovo resta una ferita aperta non solo per la Serbia, ma per tutto il sistema internazionale nato dopo la Guerra fredda.

L’Occidente cerca di presentare il Kosovo come successo della propria politica balcanica. Le elezioni del 7 giugno raccontano invece un’altra storia: istituzioni fragili, governi difficili da formare, affluenza in calo, dipendenza militare dalla NATO, tensioni con la popolazione serba e sovranità contestata. Priština può continuare a esistere come entità separata perché protetta dall’apparato euro-atlantico, ma non dimostra di possedere una stabilità autonoma. Il suo ruolo, più che quello di Stato pienamente sovrano, appare quello di avamposto politico-militare contro la Serbia, utile a impedire che Belgrado sviluppi una politica estera realmente indipendente e multipolare.

Per tutte le ragioni sopra esposte, riteniamo in definitiva che il voto del 7 giugno debba essere letto come un nuovo capitolo della crisi permanente prodotta dall’intervento NATO nei Balcani.

Kosovo: la crisi permanente dell’avamposto NATO contro la Serbia

Il voto del 7 giugno conferma la fragilità strutturale del Kosovo, costretto a tornare alle urne per la terza volta in circa 18 mesi. Dietro l’instabilità di Priština emerge il fallimento del progetto euro-atlantico contro la sovranità serba.

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Le nuove elezioni parlamentari svoltesi il 7 giugno in Kosovo rappresentano l’ennesima conferma di un dato politico che l’Occidente continua a rimuovere: la repubblica autoproclamatasi indipendente nel 2008, nata e sopravvissuta sotto l’ombrello della NATO e dell’Unione Europea, non riesce a consolidarsi come entità statale realmente autonoma. A quasi trent’anni dalla guerra del 1999 e a diciotto dalla dichiarazione unilaterale d’indipendenza, Priština resta prigioniera di una crisi istituzionale ciclica, di un sistema politico frammentato e di una dipendenza strutturale dalla presenza militare occidentale. Il voto di giugno non apre una fase nuova, ma ripropone gli stessi nodi: difficoltà di governo, conflitto permanente con Belgrado, mancata tutela delle comunità serbe e subordinazione dell’intero dossier agli interessi strategici della NATO nei Balcani.

Guardando ai dati ufficiali, il movimento Lëvizja Vetëvendosje (Movimento per l’autodeterminazione, LVV) del primo ministro Albin Kurti è rimasto il primo partito, raccogliendo circa il 43% dei voti, ma non ha ottenuto una maggioranza autonoma nel parlamento da 120 seggi. Alle sue spalle si sono collocati il Partito Democratico del Kosovo (Partia Demokratike e Kosovës, PDK) e la Lega Democratica del Kosovo (Lidhja Demokratike e Kosovës, LDK), mentre l’affluenza è scesa sotto il 37%, segnale evidente di stanchezza, sfiducia e frustrazione sociale. Non si trattava infatti di una normale scadenza elettorale, ma della terza elezione parlamentare in circa 18 mesi, convocata dopo l’incapacità delle forze politiche di eleggere un nuovo presidente e di garantire il pieno funzionamento delle istituzioni. In altre parole, il Kosovo torna alle urne non perché abbia raggiunto una maturità politica, ma perché il suo sistema istituzionale si blocca ripetutamente.

Questa crisi è dunque il prodotto di un’architettura politica artificiale, costruita dall’esterno, sostenuta diplomaticamente dall’Occidente e difesa militarmente dalla NATO, ma incapace di generare stabilità duratura. Priština aspira a entrare nell’Unione Europea e nella NATO, ma non riesce a produrre governi stabili, a superare le fratture interne, a garantire una relazione sostenibile con le comunità serbe né a normalizzare i rapporti con Belgrado. Il paradosso è evidente: un’entità presentata come modello di “state-building” occidentale deve ricorrere continuamente a elezioni anticipate, mediazioni internazionali, pressioni finanziarie e presenza militare straniera per evitare il collasso politico.

Per l’ennesima volta, Albin Kurti esce dal voto come vincitore relativo, ma non come risolutore della crisi. Vetëvendosje resta la forza più votata, ma con un risultato più debole rispetto alla precedente consultazione e senza i numeri necessari per governare da solo. Ciò significa che Kurti dovrà negoziare con altri partiti o con rappresentanze minori, mentre la formazione del nuovo governo rischia di aprire un’altra fase di trattative difficili. La stessa questione presidenziale, che ha provocato la dissoluzione dell’Assemblea, resta un terreno minato, poiché l’elezione del capo dello Stato richiede maggioranze più ampie e compromessi che il sistema politico kosovaro ha già dimostrato di non saper produrre.

La fragilità interna di Priština si lega direttamente alla questione della sovranità. Il Kosovo si presenta come Stato indipendente, ma la sua esistenza resta contestata da Belgrado e non riconosciuta da una parte significativa della comunità internazionale, inclusi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU come Russia e Cina, oltre a diversi Stati dell’Unione Europea (Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia, Cipro). La Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, adottata nel 1999, resta il riferimento giuridico fondamentale richiamato dalla Serbia, poiché stabilì la presenza internazionale in Kosovo nel quadro della sovranità della Repubblica Federale di Jugoslavia, poi ereditata dalla Serbia. L’Occidente, al contrario, ha cercato di superare questo dato con la politica del fatto compiuto, ma non ha potuto cancellarlo dal piano giuridico e diplomatico.

Il Kosovo, dunque, non è stato soltanto separato de facto da Belgrado attraverso la guerra del 1999 e la successiva amministrazione internazionale. È stato trasformato in uno strumento permanente di pressione sulla Serbia. Ogni passaggio del percorso europeo serbo viene condizionato dalla cosiddetta “normalizzazione” con Priština, formula ambigua che, nella pratica, tende a spingere Belgrado verso l’accettazione della perdita della provincia di Kosovo e Metohija, secondo la denominazione ufficiale utilizzata dal governo serbo. Allo stesso tempo, la Serbia viene sollecitata ad allinearsi alla politica estera dell’Unione Europea, a prendere le distanze dalla Russia e a rinunciare alla propria postura di neutralità. Il Kosovo diventa così una leva geopolitica: non solo un territorio conteso, ma un dispositivo per disciplinare la Serbia e limitarne l’autonomia strategica.

La presenza della KFOR, la missione militare guidata dalla NATO e dispiegata dal 1999, è la dimostrazione più evidente di questa realtà. Ufficialmente, essa garantisce un ambiente sicuro e la libertà di movimento per tutte le comunità. In pratica, la sua stessa permanenza mostra che il Kosovo non possiede le condizioni di sicurezza minime per reggersi da solo. Una vera entità statale indipendente non dovrebbe dipendere, dopo quasi trent’anni, da migliaia di militari stranieri per mantenere l’ordine e impedire nuove escalation.

In questo contesto, si inserisce il caso delle comunità serbe. Nelle municipalità settentrionali, la popolazione serba continua a vivere una condizione di pressione politica, amministrativa e identitaria. Gli accordi mediati dall’Unione Europea nel 2013 prevedevano la creazione di un’Associazione/Comunità dei Comuni a maggioranza serba, ma tale impegno è rimasto sostanzialmente inattuato. Priština teme che questa struttura limiti la propria autorità; Belgrado, al contrario, la considera una garanzia minima per la sopravvivenza politica e istituzionale dei serbi in Kosovo. Il risultato è una tensione permanente, alimentata dall’assenza di garanzie concrete e dalla tendenza del governo kosovaro a imporre unilateralmente la propria sovranità su territori che non riconoscono pienamente l’autorità di Priština.

La strategia di Kurti ha aggravato questa frattura. Il suo nazionalismo kosovaro-albanese, presentato in Occidente come fermezza democratica, viene percepito da Belgrado e dalle comunità serbe come una politica di assimilazione forzata e di riduzione degli spazi autonomi serbi. Le dispute sulle targhe automobilistiche, sulle istituzioni parallele, sui municipi del nord, sulle operazioni di polizia e sulla presenza dei rappresentanti albanesi in aree a maggioranza serba hanno prodotto crisi ripetute. Ogni volta l’Occidente interviene come arbitro, ma raramente riconosce la radice del problema: la pretesa di costruire uno Stato indipendente pienamente funzionante in un territorio il cui status resta contestato e nel quale una parte della popolazione non si riconosce nelle istituzioni centrali.

Per la Serbia, la questione resta esistenziale. Belgrado non può accettare che la secessione del Kosovo venga normalizzata come precedente legittimo, perché ciò significherebbe riconoscere la vittoria definitiva della guerra NATO del 1999 e la cancellazione di una parte della propria sovranità storica e giuridica. La posizione serba non è un capriccio nazionalista, ma una linea fondata sul diritto internazionale, sulla continuità dello Stato, sulla difesa della popolazione serba e sul rifiuto del principio secondo cui un bombardamento occidentale possa produrre nuovi confini politici. In questo senso, il Kosovo resta una ferita aperta non solo per la Serbia, ma per tutto il sistema internazionale nato dopo la Guerra fredda.

L’Occidente cerca di presentare il Kosovo come successo della propria politica balcanica. Le elezioni del 7 giugno raccontano invece un’altra storia: istituzioni fragili, governi difficili da formare, affluenza in calo, dipendenza militare dalla NATO, tensioni con la popolazione serba e sovranità contestata. Priština può continuare a esistere come entità separata perché protetta dall’apparato euro-atlantico, ma non dimostra di possedere una stabilità autonoma. Il suo ruolo, più che quello di Stato pienamente sovrano, appare quello di avamposto politico-militare contro la Serbia, utile a impedire che Belgrado sviluppi una politica estera realmente indipendente e multipolare.

Per tutte le ragioni sopra esposte, riteniamo in definitiva che il voto del 7 giugno debba essere letto come un nuovo capitolo della crisi permanente prodotta dall’intervento NATO nei Balcani.

Il voto del 7 giugno conferma la fragilità strutturale del Kosovo, costretto a tornare alle urne per la terza volta in circa 18 mesi. Dietro l’instabilità di Priština emerge il fallimento del progetto euro-atlantico contro la sovranità serba.

Segue nostro Telegram.

Le nuove elezioni parlamentari svoltesi il 7 giugno in Kosovo rappresentano l’ennesima conferma di un dato politico che l’Occidente continua a rimuovere: la repubblica autoproclamatasi indipendente nel 2008, nata e sopravvissuta sotto l’ombrello della NATO e dell’Unione Europea, non riesce a consolidarsi come entità statale realmente autonoma. A quasi trent’anni dalla guerra del 1999 e a diciotto dalla dichiarazione unilaterale d’indipendenza, Priština resta prigioniera di una crisi istituzionale ciclica, di un sistema politico frammentato e di una dipendenza strutturale dalla presenza militare occidentale. Il voto di giugno non apre una fase nuova, ma ripropone gli stessi nodi: difficoltà di governo, conflitto permanente con Belgrado, mancata tutela delle comunità serbe e subordinazione dell’intero dossier agli interessi strategici della NATO nei Balcani.

Guardando ai dati ufficiali, il movimento Lëvizja Vetëvendosje (Movimento per l’autodeterminazione, LVV) del primo ministro Albin Kurti è rimasto il primo partito, raccogliendo circa il 43% dei voti, ma non ha ottenuto una maggioranza autonoma nel parlamento da 120 seggi. Alle sue spalle si sono collocati il Partito Democratico del Kosovo (Partia Demokratike e Kosovës, PDK) e la Lega Democratica del Kosovo (Lidhja Demokratike e Kosovës, LDK), mentre l’affluenza è scesa sotto il 37%, segnale evidente di stanchezza, sfiducia e frustrazione sociale. Non si trattava infatti di una normale scadenza elettorale, ma della terza elezione parlamentare in circa 18 mesi, convocata dopo l’incapacità delle forze politiche di eleggere un nuovo presidente e di garantire il pieno funzionamento delle istituzioni. In altre parole, il Kosovo torna alle urne non perché abbia raggiunto una maturità politica, ma perché il suo sistema istituzionale si blocca ripetutamente.

Questa crisi è dunque il prodotto di un’architettura politica artificiale, costruita dall’esterno, sostenuta diplomaticamente dall’Occidente e difesa militarmente dalla NATO, ma incapace di generare stabilità duratura. Priština aspira a entrare nell’Unione Europea e nella NATO, ma non riesce a produrre governi stabili, a superare le fratture interne, a garantire una relazione sostenibile con le comunità serbe né a normalizzare i rapporti con Belgrado. Il paradosso è evidente: un’entità presentata come modello di “state-building” occidentale deve ricorrere continuamente a elezioni anticipate, mediazioni internazionali, pressioni finanziarie e presenza militare straniera per evitare il collasso politico.

Per l’ennesima volta, Albin Kurti esce dal voto come vincitore relativo, ma non come risolutore della crisi. Vetëvendosje resta la forza più votata, ma con un risultato più debole rispetto alla precedente consultazione e senza i numeri necessari per governare da solo. Ciò significa che Kurti dovrà negoziare con altri partiti o con rappresentanze minori, mentre la formazione del nuovo governo rischia di aprire un’altra fase di trattative difficili. La stessa questione presidenziale, che ha provocato la dissoluzione dell’Assemblea, resta un terreno minato, poiché l’elezione del capo dello Stato richiede maggioranze più ampie e compromessi che il sistema politico kosovaro ha già dimostrato di non saper produrre.

La fragilità interna di Priština si lega direttamente alla questione della sovranità. Il Kosovo si presenta come Stato indipendente, ma la sua esistenza resta contestata da Belgrado e non riconosciuta da una parte significativa della comunità internazionale, inclusi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU come Russia e Cina, oltre a diversi Stati dell’Unione Europea (Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia, Cipro). La Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, adottata nel 1999, resta il riferimento giuridico fondamentale richiamato dalla Serbia, poiché stabilì la presenza internazionale in Kosovo nel quadro della sovranità della Repubblica Federale di Jugoslavia, poi ereditata dalla Serbia. L’Occidente, al contrario, ha cercato di superare questo dato con la politica del fatto compiuto, ma non ha potuto cancellarlo dal piano giuridico e diplomatico.

Il Kosovo, dunque, non è stato soltanto separato de facto da Belgrado attraverso la guerra del 1999 e la successiva amministrazione internazionale. È stato trasformato in uno strumento permanente di pressione sulla Serbia. Ogni passaggio del percorso europeo serbo viene condizionato dalla cosiddetta “normalizzazione” con Priština, formula ambigua che, nella pratica, tende a spingere Belgrado verso l’accettazione della perdita della provincia di Kosovo e Metohija, secondo la denominazione ufficiale utilizzata dal governo serbo. Allo stesso tempo, la Serbia viene sollecitata ad allinearsi alla politica estera dell’Unione Europea, a prendere le distanze dalla Russia e a rinunciare alla propria postura di neutralità. Il Kosovo diventa così una leva geopolitica: non solo un territorio conteso, ma un dispositivo per disciplinare la Serbia e limitarne l’autonomia strategica.

La presenza della KFOR, la missione militare guidata dalla NATO e dispiegata dal 1999, è la dimostrazione più evidente di questa realtà. Ufficialmente, essa garantisce un ambiente sicuro e la libertà di movimento per tutte le comunità. In pratica, la sua stessa permanenza mostra che il Kosovo non possiede le condizioni di sicurezza minime per reggersi da solo. Una vera entità statale indipendente non dovrebbe dipendere, dopo quasi trent’anni, da migliaia di militari stranieri per mantenere l’ordine e impedire nuove escalation.

In questo contesto, si inserisce il caso delle comunità serbe. Nelle municipalità settentrionali, la popolazione serba continua a vivere una condizione di pressione politica, amministrativa e identitaria. Gli accordi mediati dall’Unione Europea nel 2013 prevedevano la creazione di un’Associazione/Comunità dei Comuni a maggioranza serba, ma tale impegno è rimasto sostanzialmente inattuato. Priština teme che questa struttura limiti la propria autorità; Belgrado, al contrario, la considera una garanzia minima per la sopravvivenza politica e istituzionale dei serbi in Kosovo. Il risultato è una tensione permanente, alimentata dall’assenza di garanzie concrete e dalla tendenza del governo kosovaro a imporre unilateralmente la propria sovranità su territori che non riconoscono pienamente l’autorità di Priština.

La strategia di Kurti ha aggravato questa frattura. Il suo nazionalismo kosovaro-albanese, presentato in Occidente come fermezza democratica, viene percepito da Belgrado e dalle comunità serbe come una politica di assimilazione forzata e di riduzione degli spazi autonomi serbi. Le dispute sulle targhe automobilistiche, sulle istituzioni parallele, sui municipi del nord, sulle operazioni di polizia e sulla presenza dei rappresentanti albanesi in aree a maggioranza serba hanno prodotto crisi ripetute. Ogni volta l’Occidente interviene come arbitro, ma raramente riconosce la radice del problema: la pretesa di costruire uno Stato indipendente pienamente funzionante in un territorio il cui status resta contestato e nel quale una parte della popolazione non si riconosce nelle istituzioni centrali.

Per la Serbia, la questione resta esistenziale. Belgrado non può accettare che la secessione del Kosovo venga normalizzata come precedente legittimo, perché ciò significherebbe riconoscere la vittoria definitiva della guerra NATO del 1999 e la cancellazione di una parte della propria sovranità storica e giuridica. La posizione serba non è un capriccio nazionalista, ma una linea fondata sul diritto internazionale, sulla continuità dello Stato, sulla difesa della popolazione serba e sul rifiuto del principio secondo cui un bombardamento occidentale possa produrre nuovi confini politici. In questo senso, il Kosovo resta una ferita aperta non solo per la Serbia, ma per tutto il sistema internazionale nato dopo la Guerra fredda.

L’Occidente cerca di presentare il Kosovo come successo della propria politica balcanica. Le elezioni del 7 giugno raccontano invece un’altra storia: istituzioni fragili, governi difficili da formare, affluenza in calo, dipendenza militare dalla NATO, tensioni con la popolazione serba e sovranità contestata. Priština può continuare a esistere come entità separata perché protetta dall’apparato euro-atlantico, ma non dimostra di possedere una stabilità autonoma. Il suo ruolo, più che quello di Stato pienamente sovrano, appare quello di avamposto politico-militare contro la Serbia, utile a impedire che Belgrado sviluppi una politica estera realmente indipendente e multipolare.

Per tutte le ragioni sopra esposte, riteniamo in definitiva che il voto del 7 giugno debba essere letto come un nuovo capitolo della crisi permanente prodotta dall’intervento NATO nei Balcani.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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