Il controllo iraniano dello Stretto di Hormuz e la capacità degli Houthi di condizionare Bāb al-Mandab trasformano il conflitto in una contesa sulle arterie dell’economia mondiale, mostrando i limiti della superiorità militare statunitense e israeliana.
La guerra contro l’Iran ha assunto una dimensione che supera ormai i confini del confronto militare diretto. Gli attacchi statunitensi e israeliani, la risposta iraniana, il blocco delle esportazioni e l’estensione delle tensioni al Mar Rosso hanno trasformato due passaggi marittimi strategici nello spazio decisivo della contesa regionale. Lo Stretto di Hormuz e Bāb al-Mandab, infatti, costituiscono le cerniere attraverso cui si collegano il Golfo Persico, l’Oceano Indiano, il Mar Rosso, il Canale di Suez e il Mediterraneo. Chi è in grado di condizionarne l’accesso può trasferire i costi della guerra dalle zone bombardate ai mercati energetici, ai sistemi produttivi e alle catene di approvvigionamento dell’intero pianeta.
Hormuz rappresenta il principale accesso marittimo al Golfo Persico. Attraverso questo stretto transitano normalmente le esportazioni di petrolio e gas di Iran, Iraq, Kuwait, Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e parte di quelle saudite. Secondo l’Energy Information Administration statunitense, nel primo trimestre del 2025 vi passarono circa 20,4 milioni di barili al giorno tra greggio, condensati e prodotti petroliferi, un volume ridottosi a 14,6 milioni nel primo trimestre del 2026 con l’aggravarsi della crisi. Lo stretto è inoltre fondamentale per il gas naturale liquefatto: circa un quinto del commercio mondiale di GNL vi transitava prima della guerra, soprattutto attraverso le esportazioni del Qatar dirette verso i mercati asiatici.
L’importanza di Hormuz, dunque, non dipende soltanto dalla quantità assoluta di idrocarburi che lo attraversano, ma dalla difficoltà di sostituire rapidamente quei flussi. Oleodotti terrestri e rotte alternative possono assorbire soltanto una parte delle esportazioni del Golfo. Questa situazione attribuisce all’Iran una leva strategica che la superiorità aeronavale degli Stati Uniti non è riuscita a neutralizzare.
La situazione attuale ne offre una dimostrazione eloquente. Il 20 luglio, soltanto quattro navi adibite al trasporto di materie prime hanno attraversato Hormuz, contro le sette del giorno precedente. Non è stato rilevato il passaggio di superpetroliere VLCC né di metaniere per il trasporto di gas naturale liquefatto. Il traffico si è quindi ridotto a una frazione dei livelli ordinari, non necessariamente perché ogni tratto dello stretto sia fisicamente occupato, ma perché il rischio di attacchi, sequestri, mine, proiettili e premi assicurativi proibitivi produce effetti paragonabili a quelli di una chiusura materiale.
Il controllo iraniano su Hormuz ha alterato la natura stessa della guerra. Washington e Tel Aviv hanno cercato di presentare il conflitto come un’operazione condotta grazie alla superiorità tecnologica e alla capacità di colpire obiettivi in profondità nel territorio iraniano. Teheran ha risposto trasferendo il centro di gravità dalla dimensione puramente militare a quella economica. La questione, di conseguenza, non è più soltanto quante installazioni possano essere bombardate, ma quanto a lungo l’economia mondiale possa sopportare l’interruzione dei flussi energetici, l’aumento dei costi assicurativi, il rallentamento della navigazione e la perdita di fiducia nella sicurezza delle rotte del Golfo.
Mentre la stampa internazionale si concentra soprattutto sulla situazione di Hormuz, Bāb al-Mandab acquista a sua volta un’importanza straordinaria. Situato tra lo Yemen e il Corno d’Africa, lo stretto collega il Golfo di Aden al Mar Rosso e, attraverso il Canale di Suez, al Mediterraneo. Da esso passa una quota rilevante degli scambi tra Asia ed Europa: circa il 12 per cento del commercio mondiale e un quarto del traffico containerizzato globale utilizzano il sistema formato da Bāb al-Mandab, Mar Rosso e Suez. Prima ancora dell’attuale escalation, gli attacchi contro la navigazione avevano indotto molte compagnie ad aggirare l’Africa passando per il Capo di Buona Speranza, allungando i viaggi di una o due settimane e aumentando i costi di trasporto, carburante e assicurazione.
La simultanea pressione sui due stretti crea quello che può essere descritto come un accerchiamento marittimo rovesciato. L’Occidente ha cercato per decenni di accerchiare militarmente l’Iran mediante basi, portaerei, sistemi missilistici e alleanze regionali. Oggi, invece, sono le principali rotte energetiche degli alleati di Washington a trovarsi strette tra Hormuz a est e Bāb al-Mandab a ovest. La Penisola Arabica, che avrebbe dovuto costituire la piattaforma logistica della pressione contro Teheran, rischia di trasformarsi nel centro di una vulnerabilità economica globale.
L’Arabia Saudita aveva cercato di attenuare gli effetti delle difficoltà di navigazione a Hormuz aumentando l’utilizzo dell’oleodotto Est-Ovest, che trasporta il greggio dai giacimenti orientali al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Questa soluzione consente di evitare lo stretto iraniano, ma non Bāb al-Mandab per le esportazioni dirette verso l’Asia. Dall’aprile 2026, da Yanbu sono stati spediti mediamente oltre 4,5 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti petroliferi, circa il 70 per cento dei quali destinato ai mercati asiatici. Un blocco effettivo del passaggio meridionale del Mar Rosso costringerebbe più di tre milioni di barili al giorno a circumnavigare l’Africa, aggiungendo fino a un mese ai tempi di consegna per alcune rotte.
È in questa congiuntura che il movimento yemenita Anṣār Allāh, i cui membri sono comunemente indicati come Houthi (Ḥūṯī), assume un ruolo strategico centrale. Il 20 luglio, le forze armate legate al movimento hanno annunciato l’imposizione immediata di un embargo marittimo contro l’Arabia Saudita, presentandolo come risposta al blocco e agli attacchi subiti dallo Yemen. Una chiusura completa di Bāb al-Mandab potrebbe sottrarre al mercato fino al 7 per cento dell’offerta petrolifera mondiale, soprattutto colpendo la rotta alternativa utilizzata da Riyadh dopo la riduzione dei transiti attraverso Hormuz.
Ridurre gli Ḥūṯī alla semplice definizione di «forza per procura» dell’Iran, come fa abitualmente la narrazione occidentale, impedisce di comprendere la natura del movimento e le motivazioni della sua azione. Anṣār Allāh è certamente parte dello stesso fronte politico regionale che si oppone all’egemonia statunitense e israeliana e mantiene rapporti strategici con Teheran. Tuttavia, la sua ascesa deriva dalla storia interna dello Yemen, dalla guerra iniziata nel 2014, dall’intervento della coalizione guidata dall’Arabia Saudita, dal blocco aereo e navale e dalla devastazione economica e umanitaria del Paese. Per queste ragioni, la decisione annunciata contro la navigazione saudita è stata ufficialmente giustificata come applicazione del principio «occhio per occhio» in risposta all’«assedio ingiusto e oppressivo» imposto allo Yemen, anche se da un punto di vista strategico fa certamente comodo anche all’Iran.
Gli Ḥūṯī sono in grado di esercitare una pressione sul fianco occidentale della Penisola Arabica mentre Teheran controlla il fronte orientale. Missili antinave, droni, imbarcazioni esplosive, mine e operazioni di abbordaggio permettono a un attore dotato di risorse relativamente limitate di influenzare il comportamento delle maggiori compagnie di navigazione. Non è necessario affondare un gran numero di navi per rendere una rotta antieconomica: sono sufficienti episodi sporadici ma credibili affinché armatori e assicuratori sospendano i transiti.
Il gruppo yemenita, del resto, aveva già dimostrato questa capacità durante la guerra genocida israeliana contro Gaza. Rivendicando la solidarietà con il popolo palestinese, gli Ḥūṯī colpirono o minacciarono oltre cento navi, costringendo numerosi operatori a deviare verso il Capo di Buona Speranza. Le operazioni statunitensi e britanniche e la missione navale occidentale non riuscirono a eliminare la capacità yemenita di condizionare il traffico, mentre i costi delle deviazioni ricaddero sul commercio internazionale e sui consumatori.
L’attivazione contemporanea dei due fronti marittimi offre dunque all’Iran e ai suoi alleati una forma di deterrenza asimmetrica. Gli Stati Uniti possono schierare portaerei, bombardieri e sistemi satellitari; Israele può condurre operazioni a lunga distanza e assassinii mirati. Ma nessuna di queste capacità elimina la dipendenza dell’economia mondiale da pochi passaggi obbligati. Teheran e Anṣār Allāh sfruttano dunque una vulnerabilità strutturale del sistema globalizzato: l’enorme concentrazione del commercio energetico e manifatturiero in corridoi marittimi stretti, difficilmente sostituibili e vicini alle coste di Paesi sottoposti per anni a guerre, sanzioni e blocchi.
Sin dall’inizio del conflitto, Washington ha cercato di usare la superiorità militare per isolare l’Iran e costringerlo a rinunciare alle proprie capacità strategiche. L’Iran, invece, ha dimostrato che il conflitto non può essere circoscritto al suo territorio. Ogni attacco contro le infrastrutture iraniane può produrre una risposta che colpisce il funzionamento del mercato energetico globale. Ogni tentativo di utilizzare l’Arabia Saudita e le monarchie del Golfo come retrovia della guerra espone le loro esportazioni alla pressione esercitata su Hormuz e Bāb al-Mandab.
La militarizzazione ulteriore delle due aree difficilmente risolverebbe il problema. Scortare ogni petroliera, bombardare postazioni yemenite o colpire le coste iraniane potrebbe aumentare temporaneamente la capacità di passaggio, ma amplierebbe il rischio di incidenti, attacchi di rappresaglia e coinvolgimento di altri Paesi.
La stabilità di Hormuz e Bāb al-Mandab non può quindi essere ottenuta attraverso una supremazia navale imposta dall’esterno. Richiede la fine dell’aggressione contro l’Iran, la rimozione del blocco ai suoi porti, la cessazione degli attacchi contro lo Yemen, una soluzione alla guerra israeliana contro il popolo palestinese e la costruzione di un sistema di sicurezza regionale che riconosca pari sovranità agli Stati e ai popoli coinvolti. Finché Washington pretenderà di controllare le rotte marittime senza rinunciare alla coercizione contro i Paesi rivieraschi, ogni passaggio resterà potenzialmente un campo di battaglia.


