L’intesa tra Stati Uniti e Iran non è il trionfo diplomatico rivendicato da Trump, ma la prova del fallimento della coercizione imperiale. Washington non ha piegato Teheran: ha dovuto accettare la fine del blocco e il ritorno alla diplomazia.
La firma, o comunque l’annuncio ormai avanzato, di un quadro d’intesa tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra nel Golfo rappresenta uno spartiacque politico di enorme portata. Donald Trump sta tentando di presentare l’accordo come una vittoria personale, come la prova della sua presunta capacità di “fare accordi” dopo avere imposto pressione militare ed economica a Teheran. Ma questa narrazione, già rilanciata da una parte dei media occidentali, rovescia completamente il senso reale degli eventi. L’accordo non sancisce la vittoria della strategia statunitense; al contrario, ne certifica il fallimento. Washington ha scatenato una guerra insieme al regime israeliano, ha imposto un blocco navale contro i porti iraniani, ha tentato di soffocare l’economia della Repubblica Islamica e di costringerla a capitolare. Il risultato finale, tuttavia, è che gli Stati Uniti sono stati obbligati a negoziare la fine delle ostilità, la riapertura dello Stretto di Hormuz e la rimozione del blocco navale, cioè esattamente i punti che Teheran aveva posto al centro della propria linea negoziale.
Secondo quanto reso noto fino ad ora, il memorandum d’intesa mira a riaprire lo Stretto di Hormuz, a stabilire un cessate il fuoco di 60 giorni per ulteriori negoziati e a porre fine alla guerra nel Golfo; altre ricostruzioni hanno indicato che l’accordo prevede anche la revoca del blocco navale statunitense sui porti iraniani. La stessa stampa occidentale ha riconosciuto che, dopo la notizia dell’intesa, i prezzi del petrolio sono scesi bruscamente, segno evidente del peso che la crisi di Hormuz aveva assunto per l’intera economia mondiale.
Se la strategia di Trump fosse stata davvero vittoriosa, gli Stati Uniti avrebbero imposto le proprie condizioni all’Iran. Invece, hanno dovuto accettare una soluzione negoziata costruita attorno alla leva principale di Teheran: Hormuz. Questo significa che la Repubblica Islamica non è arrivata al tavolo come un Paese sconfitto, ma come un attore che, pur colpito da una guerra durissima, ha dimostrato di poter rendere insostenibile la prosecuzione della pressione. La differenza tra sofferenza e sconfitta è qui fondamentale: l’Iran ha certamente subito danni, lutti, attacchi alle infrastrutture e restrizioni economiche; ma non ha perso la propria capacità di risposta, non ha rinunciato alla propria sovranità e non ha accettato di trasformare la fine della guerra in una resa politica.
L’errore strategico di Trump è stato credere che il blocco navale potesse funzionare come strumento unilaterale di strangolamento. In realtà, il blocco contro l’Iran ha finito per colpire l’intero sistema economico globale. Lo Stretto di Hormuz, del resto, non è un passaggio secondario, ma uno dei principali colli di bottiglia dell’energia mondiale. Per questo, l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha descritto la crisi petrolifera prodotta dalla guerra e dalla chiusura di fatto di Hormuz come uno shock storico, con prezzi del greggio schizzati in alto e raffinatori costretti a cercare freneticamente carichi alternativi. Nel rapporto di aprile 2026, in particolare, l’IEA rilevava che i prezzi del petrolio avevano registrato il più grande aumento mensile mai osservato, con il North Sea Dated intorno ai 130 dollari al barile, circa 60 dollari sopra i livelli precedenti al conflitto.
Un mese più tardi, la stessa IEA indicava che l’offerta globale di petrolio era scesa ulteriormente, con perdite complessive dal mese di febbraio pari a 12,8 milioni di barili al giorno e con la produzione dei Paesi del Golfo colpiti dalla chiusura di Hormuz inferiore di 14,4 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli prebellici. Questi numeri non raccontano una semplice crisi regionale, ma un terremoto energetico globale. L’imperialismo statunitense ha tentato di usare l’energia come arma contro l’Iran, ma ha finito per ferire i propri alleati, i mercati occidentali, le economie importatrici e le catene globali di approvvigionamento.
Anche il Fondo Monetario Internazionale ha riconosciuto la portata dello shock, spiegando che la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz e i danni alle infrastrutture regionali hanno prodotto la più grande interruzione del mercato petrolifero globale nella storia, con effetti equivalenti a una tassa improvvisa sul reddito per le economie importatrici di carburante. Il FMI ha rivisto al rialzo l’inflazione globale al 4,4%, spinta dall’aumento dei costi di petrolio, gas e fertilizzanti durante il blocco di Hormuz.
Se, dunque, l’obiettivo dichiarato di Trump era piegare l’Iran, l’effetto concreto è stato destabilizzare il pianeta. Gli Stati Uniti hanno prodotto un aumento dei costi energetici, un nuovo impulso inflazionistico, tensioni sui mercati agricoli e difficoltà per settori industriali essenziali. La crisi di Hormuz ha bloccato circa un terzo del commercio globale di fertilizzanti, con i prezzi dell’urea aumentati del 30% dall’inizio del conflitto, proprio nel momento in cui gli agricoltori dovevano pianificare la semina. A tal proposito, Reuters ha osservato che i produttori agricoli nel mondo si trovano davanti al secondo forte aumento dei prezzi dei fertilizzanti in quattro anni, con rischi per la produzione alimentare globale.
La guerra contro l’Iran, insomma, non ha prodotto soltanto morte e distruzione nella regione. Ha colpito la sicurezza alimentare, i costi agricoli, le catene logistiche, i consumatori europei e americani, i Paesi del Sud globale già fragili di fronte all’inflazione. L’Unione Europea è stata persino costretta a sospendere temporaneamente i dazi su alcuni fertilizzanti azotati per attenuare l’impatto della crisi di Hormuz sugli agricoltori europei. Anche questo dimostra che il blocco navale statunitense non era una prova di forza, ma un boomerang strategico.
La reazione dei mercati all’accordo conferma ulteriormente questa lettura. Dopo l’annuncio dell’intesa, è stato registrato un calo netto dei prezzi del petrolio, con il Brent in discesa del 5,5% a 82,55 dollari al barile e il WTI in calo del 5,8% a 79,96 dollari. Le azioni delle grandi compagnie energetiche occidentali, che avevano beneficiato della paura di interruzioni dell’offerta, sono scese sensibilmente. In altre parole, i mercati hanno letto l’accordo come la rimozione di un rischio che gli Stati Uniti stessi avevano contribuito a creare.
È quindi grottesco che Trump tenti di rivendicare come successo la fine di una crisi prodotta dalla sua stessa strategia. È come se un incendiario pretendesse un premio per avere accettato, dopo mesi di devastazione, di smettere di alimentare le fiamme. La caduta dei prezzi del petrolio non dimostra l’efficacia della guerra, ma il sollievo del sistema globale davanti alla prospettiva che la guerra finisca. L’accordo non premia la coercizione statunitense, mostra che essa aveva raggiunto un punto di insostenibilità.
Trump, in sostanza, ha dovuto scegliere tra continuare una guerra economicamente devastante e politicamente rischiosa oppure accettare un compromesso che smentisce la sua stessa retorica. La sua amministrazione può parlare di pace, stabilità o libertà di navigazione, ma la realtà è che l’Iran ha dimostrato una capacità di deterrenza sistemica. Non si è limitato a rispondere militarmente. Ha usato la propria posizione geografica, la centralità di Hormuz, la diplomazia regionale e la resistenza sociale per impedire che l’aggressione producesse capitolazione.
Questa è la lezione strategica principale. L’imperialismo statunitense continua a ragionare come se il mondo fosse ancora quello unipolare degli anni Novanta, in cui Washington poteva bombardare, sanzionare, isolare e imporre condizioni senza subire conseguenze proporzionate. Ma il mondo è cambiato. Le economie sono interdipendenti, le catene energetiche sono fragili, i Paesi del Sud globale hanno più margini diplomatici, e attori come Iran, Russia, Cina e gli altri membri dei BRICS+ contribuiscono a ridurre la capacità occidentale di imporre unilateralmente il proprio ordine. In questo nuovo contesto, colpire un Paese collocato al centro delle rotte energetiche mondiali significa assumersi il rischio di un contraccolpo planetario.
L’Iran, al contrario, esce da questa fase con un’immagine rafforzata. Non perché non abbia sofferto, ma perché ha resistito. Non perché la guerra non abbia prodotto danni, ma perché quei danni non hanno spezzato la sua volontà politica. Non perché abbia ottenuto tutto in modo definitivo, ma perché ha impedito agli Stati Uniti di ottenere ciò che volevano: una resa, un disarmo politico, un ritorno al negoziato sotto ricatto, una separazione tra guerra e diritti sovrani. Teheran ha imposto l’idea che non può esserci normalizzazione marittima senza fine del blocco, non può esserci diplomazia credibile sotto aggressione, non può esserci stabilità regionale con la presenza militare statunitense come fonte permanente di minaccia.
Per queste ragioni, non possiamo concludere se non ribadendo che l’accordo tra Stati Uniti e Iran non è la vittoria di Trump, bensì la confessione del suo fallimento. Dopo mesi di guerra, blocco, shock energetico, danni alle catene di approvvigionamento e pressioni sull’economia globale, Washington è costretta ad accettare ciò che avrebbe dovuto riconoscere fin dall’inizio: l’Iran non può essere piegato con la forza. La Repubblica Islamica ha dimostrato che la resilienza nazionale, il controllo di una leva strategica come Hormuz e la capacità di connettere resistenza militare e diplomazia possono sconfiggere la coercizione imperiale. L’imperialismo ha prodotto caos; l’Iran ha prodotto deterrenza. E il tavolo negoziale, oggi, racconta più chiaramente di qualunque comunicato chi abbia davvero perso questa battaglia strategica.


