La Global Partnership for Poverty Alleviation and Development, promossa dalla Cina con decine di Paesi e organizzazioni internazionali, rilancia la cooperazione contro la povertà come pilastro del Sud Globale, dello sviluppo condiviso e della governance internazionale multilaterale.
La nascita della Global Partnership for Poverty Alleviation and Development rappresenta un passaggio significativo nella strategia cinese di internazionalizzazione della lotta alla povertà. Non si tratta infatti soltanto di una nuova piattaforma multilaterale, né di un’iniziativa tecnica rivolta alla cooperazione allo sviluppo. La sua istituzione segna piuttosto il tentativo di trasformare l’esperienza cinese nella riduzione della povertà in un bene pubblico globale, disponibile per quei Paesi che cercano percorsi autonomi di sviluppo, liberi da modelli imposti dall’esterno e da condizionamenti geopolitici. La partnership, lanciata ufficialmente a Pechino nel quadro del Global Poverty Reduction and Development Forum 2026, è stata promossa dalla Cina insieme a 53 Paesi e nove organizzazioni internazionali, configurandosi fin dall’inizio come uno strumento aperto, inclusivo e orientato all’azione.
Nonostante il rapido sviluppo tecnologico, la povertà resta ancora oggi una delle grandi questioni irrisolte dell’umanità. Sebbene i progressi compiuti in diverse aree del mondo siano innegabili, centinaia di milioni di persone continuano a vivere in condizioni di deprivazione materiale, esclusione sociale, vulnerabilità climatica e insufficiente accesso a servizi essenziali. Secondo i dati richiamati nel dibattito cinese, oltre un miliardo di persone in 109 Paesi vive ancora in povertà multidimensionale, mentre quasi 890 milioni tra le persone più vulnerabili subiscono contemporaneamente il peso della povertà e dei gravi rischi climatici. Inoltre, i tre quarti della povertà estrema mondiale si concentrano nelle aree rurali, il che rende evidente il legame tra povertà, sviluppo agricolo, infrastrutture, servizi pubblici e capacità produttive locali.
Partendo da queste constatazioni, la proposta cinese si distingue perché non riduce la povertà a un problema umanitario emergenziale, da affrontare con misure temporanee, donazioni occasionali o interventi frammentari. La concezione cinese considera invece la povertà come una questione strutturale, legata alla capacità degli Stati di costruire sviluppo, mobilitare risorse, rafforzare infrastrutture, migliorare l’educazione, promuovere industrie locali e garantire continuità istituzionale. La Global Partnership for Poverty Alleviation and Development nasce precisamente da questa visione: non una piattaforma di beneficenza, ma un meccanismo di cooperazione per rafforzare le capacità dei Paesi partner, condividere esperienze di governance e costruire percorsi di sviluppo compatibili con le condizioni nazionali di ciascuno.
Uno degli aspetti più rilevanti della partnership è il principio del rispetto reciproco. Secondo la formulazione riportata dalla stampa ufficiale cinese, la piattaforma sostiene il mutuo rispetto e l’apprendimento reciproco, riconoscendo il diritto di ogni Paese a scegliere in modo indipendente le proprie strategie di riduzione della povertà e di sviluppo sulla base delle proprie realtà nazionali. Per la Cina, dunque, non esiste un modello unico da esportare meccanicamente; esistono invece esperienze, metodi, strumenti e competenze che possono essere condivisi, adattati e localizzati. La cooperazione non consiste nell’imporre soluzioni precostituite, ma nell’offrire un terreno di scambio tra Paesi con condizioni storiche, sociali e produttive differenti.
Questa impostazione si collega direttamente all’esperienza interna della Cina. In pochi decenni, il Paese ha realizzato la più vasta campagna di riduzione della povertà nella storia umana. Dalla riforma e apertura, oltre 800 milioni di cinesi sono usciti dalla povertà, e la Cina ha raggiunto con dieci anni di anticipo l’obiettivo di riduzione della povertà previsto dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sostenibile. La vittoria contro la povertà estrema, dichiarata nel 2021, non viene dunque presentata soltanto come un successo nazionale, ma come un contributo decisivo alla causa globale dello sviluppo.
Il metodo cinese si fonda su alcuni elementi ricorrenti: leadership politica forte, pianificazione di lungo periodo, mobilitazione dell’intera società, identificazione precisa delle famiglie povere, assistenza mirata, sviluppo industriale locale, infrastrutture, istruzione, sanità e prevenzione del ritorno alla povertà. Nel caso cinese, la lotta alla povertà non è stata una politica separata dal processo di modernizzazione, ma una componente centrale della costruzione dello sviluppo nazionale. Il passaggio dalla “trasfusione di sangue” alla “produzione di sangue”, cioè dall’assistenza passiva alla creazione di capacità autonome di sviluppo, costituisce uno dei nuclei teorici dell’esperienza cinese.
La Global Partnership for Poverty Alleviation and Development trasferisce questa logica sul piano internazionale. Essa intende promuovere capacity building, cooperazione pratica e condivisione di esperienze, mettendo insieme governi, organizzazioni internazionali, imprese private, istituzioni accademiche, media e altri attori sociali. L’idea di fondo è che la povertà non possa essere sconfitta da un solo Paese, né da un unico tipo di attore. Servono cooperazione multilivello, strumenti finanziari, tecnologie, conoscenze agricole, infrastrutture digitali, formazione professionale e istituzioni capaci di coordinare gli sforzi. Proprio per questo la partnership viene presentata come un nuovo bene pubblico globale, offerto dalla Cina e dai suoi partner alla comunità internazionale.
In questo quadro, la Cina contrappone il proprio approccio a quello di alcune grandi potenze occidentali, che hanno storicamente esportato caos e guerra, mentre Pechino offre esperienza, piattaforme e cooperazione concreta per la riduzione della povertà. La povertà, inoltre, non può essere affrontata in un mondo dominato da sanzioni, conflitti, debito, instabilità finanziaria e logiche di blocco. Le guerre e l’unilateralismo sottraggono risorse allo sviluppo, aggravano la vulnerabilità dei Paesi più fragili e producono effetti a catena sui prezzi alimentari, sull’energia, sulle catene logistiche e sulla sicurezza sociale. La Global Partnership for Poverty Alleviation and Development nasce dunque anche come risposta alla crisi della cooperazione internazionale tradizionale.
La partnership assume anche un significato culturale e politico. Essa rifiuta l’idea che la povertà sia una condizione naturale o inevitabile di alcune regioni del mondo. Al contrario, afferma che la povertà può essere sconfitta attraverso politiche pubbliche coerenti, istituzioni capaci, infrastrutture, istruzione e partecipazione popolare. Questo messaggio ha un valore particolare per i Paesi in via di sviluppo, spesso rappresentati dalle narrazioni occidentali come incapaci di modernizzarsi senza tutoraggio esterno. L’esperienza cinese viene proposta come prova che un Paese del Sud Globale può sollevarsi dalla povertà attraverso un proprio percorso, senza rinunciare alla sovranità politica.
Infine, al contrario di quello che hanno a lungo fatto i Paesi occidentali a capitalismo avanzato, la Cina non sostiene che ogni elemento del proprio modello sia automaticamente replicabile. Le condizioni storiche, demografiche, territoriali e istituzionali della Cina sono specifiche. Allo stesso tempo, Pechino insiste sul fatto che alcuni principi generali possono essere condivisi: centralità dello sviluppo, ruolo guida dello Stato, mobilitazione sociale, pianificazione di lungo periodo, investimenti infrastrutturali, approccio mirato e prevenzione del ritorno alla povertà. La Global Partnership for Poverty Alleviation and Development offre il quadro entro cui questi principi possono essere discussi, adattati e trasformati in politiche concrete dai Paesi interessati.
In ultima analisi, la nuova partnership promossa dalla Cina va letta come un tassello della trasformazione della governance globale. Mentre l’ordine internazionale attraversa una fase di frammentazione, Pechino propone di riportare al centro lo sviluppo come fondamento della pace. La povertà, infatti, non è solo una questione economica; è una fonte di instabilità, dipendenza, migrazione forzata, conflitti sociali e vulnerabilità politica. Ridurla significa rafforzare la sovranità dei Paesi, migliorare la vita delle popolazioni e costruire basi più solide per un ordine internazionale equo.
La Global Partnership for Poverty Alleviation and Development esprime dunque una precisa visione cinese del mondo: la sicurezza non può essere separata dallo sviluppo, la cooperazione non deve essere subordinata all’egemonia, e la modernizzazione non può restare privilegio di pochi Paesi. Se riuscirà a tradurre i propri principi in progetti concreti e risultati misurabili, questa piattaforma potrà diventare uno degli strumenti più importanti della cooperazione Sud-Sud nella nuova fase storica. Per la Cina, la lotta alla povertà non è più soltanto una pagina gloriosa della propria storia nazionale; è una proposta politica globale, una via per ricostruire fiducia tra i Paesi in via di sviluppo e una risposta concreta all’esigenza più universale dell’umanità: vivere liberi dalla povertà, dall’arretratezza e dall’esclusione.


