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Lorenzo Maria Pacini
May 5, 2026
© Photo: Public domain

La dimensione comunicativa è ormai parte integrante dei conflitti, non meno rilevante delle operazioni militari o delle dinamiche economiche.

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Collocamento

Nel panorama contemporaneo delle relazioni internazionali, la dimensione comunicativa è divenuta parte integrante del conflitto, non meno rilevante delle operazioni militari o delle dinamiche economiche. In questo contesto, la Repubblica Islamica dell’Iran sta progressivamente affinando una strategia mediatica che appare, a uno sguardo superficiale, contraddittoria e disarticolata, ma che può essere interpretata come una forma sofisticata di ambiguità strategica, un approccio che consente a Teheran di moltiplicare i livelli del discorso politico, confondere l’avversario e mantenere margini di manovra sia sul piano interno sia su quello internazionale.

Uno degli elementi più evidenti di questa strategia è la coesistenza di registri comunicativi differenti, talvolta divergenti, tra le principali componenti del sistema di potere iraniano. Da un lato, il governo civile e le istituzioni diplomatiche adottano un linguaggio relativamente prudente, aperto alla negoziazione e attento a non chiudere del tutto i canali con l’Occidente, in particolare con gli Stati Uniti e, indirettamente, con Israele. Dall’altro lato, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) mantiene una postura retorica decisamente più assertiva, se non apertamente conflittuale, sottolineando la legittimità della resistenza armata e la necessità di proseguire il confronto.

Questa apparente dicotomia, si badi bene, non deve essere letta esclusivamente come segnale di disfunzione interna, bensì come una possibile architettura deliberata. La presenza di una pluralità di voci consente all’Iran di parlare simultaneamente a pubblici diversi: agli interlocutori internazionali, ai propri alleati regionali e alla popolazione interna. In termini di teoria delle relazioni internazionali, si potrebbe parlare di una forma di “dual track messaging”, in cui diplomazia e deterrenza vengono esercitate in parallelo attraverso canali distinti ma complementari.

Sul piano strategico, tale impostazione offre vantaggi significativi. L’ambiguità riduce la prevedibilità dell’azione iraniana, complicando i processi decisionali degli avversari. Gli Stati Uniti e Israele, infatti, si trovano a dover interpretare segnali spesso discordanti, senza poter individuare con certezza quale sia la linea dominante all’interno del sistema iraniano. Questo genera un effetto di “rumore informativo” che può rallentare o distorcere le risposte politiche e militari occidentali.

Attenzione, in Occidente queste modalità sono ben note, l’Iran non si è inventato niente di nuovo. Il punto è che nessuno si aspettava un coinvolgimento così forte, preciso, puntuale, efficace da parte dell’Iran, tanto da cambiare velocemente la percezione collettiva. Forse gli occidentali hanno sottostimato le potenzialità iraniane o, forse, le stesse regole della comunicazione non sono più molto note agli occidentali, che si stanno rendendo conto della disfunzionalità di alcuni “prodotti culturali” che hanno immesso nel mondo.

Strategia estesa

Parallelamente, la narrativa iraniana si inserisce in un più ampio scontro discorsivo con l’Occidente. Mentre Washington e Tel Aviv continuano a presentare le proprie azioni come difesa dell’ordine internazionale e dei valori democratici, Teheran si propone come attore resistente a una forma di imperialismo percepito come aggressivo e destabilizzante. In questo senso, la comunicazione iraniana non si limita a reagire, ma costruisce attivamente un contro-discorso che trova eco in diversi contesti del Sud globale e tra attori critici dell’egemonia occidentale.

Un elemento cruciale di questa dinamica è la percezione del vantaggio strategico. Secondo alcune letture, l’Iran si troverebbe attualmente in una posizione relativamente favorevole, non tanto in termini di superiorità militare convenzionale, quanto per la sua capacità di sostenere un conflitto prolungato e asimmetrico. La rete di alleanze regionali, la resilienza economica sviluppata sotto regime sanzionatorio e l’abilità nel condurre operazioni indirette contribuiscono a rafforzare questa percezione. In tale contesto, la comunicazione assertiva dell’IRGC può essere interpretata come riflesso di una fiducia crescente, mentre l’apertura diplomatica del governo mantiene attive opzioni negoziali utili a consolidare i risultati ottenuti.

Tuttavia, questa rappresentazione esterna rischia di oscurare la complessità della situazione interna iraniana, giacché il sistema politico della Repubblica Islamica è caratterizzato da una molteplicità variopinta di centri di potere, le cui relazioni sono spesso segnate da competizione e tensione. Le differenze tra pragmatisti e conservatori, tra istituzioni civili e apparati militari, e tra diverse visioni del futuro del Paese generano una dinamica interna tutt’altro che monolitica.

In tal senso, la comunicazione divergente non è soltanto uno strumento verso l’esterno, ma riflette anche un conflitto intestino reale. Le scelte di politica estera e di gestione del confronto con l’Occidente diventano terreno di scontro tra fazioni che propongono strategie differenti: da un lato, l’integrazione controllata nel sistema internazionale; dall’altro, il rafforzamento di un modello di resistenza autonoma e antagonista.

Le implicazioni di questa competizione interna sono difficili da prevedere. Da essa potrebbe emergere un riequilibrio del potere tra le istituzioni, oppure una ridefinizione più profonda dell’identità politica della Repubblica Islamica. In ogni caso, la dimensione comunicativa continuerà a giocare un ruolo centrale, sia come strumento di legittimazione interna sia come mezzo di proiezione internazionale.

L’Iran sta dimostrando al mondo intero una notevole capacità di operare simultaneamente su più livelli comunicativi, sfruttando le proprie divisioni interne come risorsa strategica piuttosto che come debolezza. Questa abilità gli consente di tenere testa, almeno sul piano narrativo, a un Occidente che continua a fare affidamento su schemi comunicativi più lineari e meno flessibili. Comprendere questa dinamica richiede di superare letture semplicistiche e di riconoscere la complessità di un attore che, pur attraversato da tensioni interne, riesce a trasformarle in leva di potere nel contesto della competizione globale. E, soprattutto, comprendere questo aspetto è indispensabile per capire ciò che l’Iran è pronto a fare in futuro, combattendo su tutti i fronti, anche ibridi, pur di arrivare alla vittoria.

Cosa l’Occidente fatica a capire della strategia comunicativa iraniana

La dimensione comunicativa è ormai parte integrante dei conflitti, non meno rilevante delle operazioni militari o delle dinamiche economiche.

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Nel panorama contemporaneo delle relazioni internazionali, la dimensione comunicativa è divenuta parte integrante del conflitto, non meno rilevante delle operazioni militari o delle dinamiche economiche. In questo contesto, la Repubblica Islamica dell’Iran sta progressivamente affinando una strategia mediatica che appare, a uno sguardo superficiale, contraddittoria e disarticolata, ma che può essere interpretata come una forma sofisticata di ambiguità strategica, un approccio che consente a Teheran di moltiplicare i livelli del discorso politico, confondere l’avversario e mantenere margini di manovra sia sul piano interno sia su quello internazionale.

Uno degli elementi più evidenti di questa strategia è la coesistenza di registri comunicativi differenti, talvolta divergenti, tra le principali componenti del sistema di potere iraniano. Da un lato, il governo civile e le istituzioni diplomatiche adottano un linguaggio relativamente prudente, aperto alla negoziazione e attento a non chiudere del tutto i canali con l’Occidente, in particolare con gli Stati Uniti e, indirettamente, con Israele. Dall’altro lato, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) mantiene una postura retorica decisamente più assertiva, se non apertamente conflittuale, sottolineando la legittimità della resistenza armata e la necessità di proseguire il confronto.

Questa apparente dicotomia, si badi bene, non deve essere letta esclusivamente come segnale di disfunzione interna, bensì come una possibile architettura deliberata. La presenza di una pluralità di voci consente all’Iran di parlare simultaneamente a pubblici diversi: agli interlocutori internazionali, ai propri alleati regionali e alla popolazione interna. In termini di teoria delle relazioni internazionali, si potrebbe parlare di una forma di “dual track messaging”, in cui diplomazia e deterrenza vengono esercitate in parallelo attraverso canali distinti ma complementari.

Sul piano strategico, tale impostazione offre vantaggi significativi. L’ambiguità riduce la prevedibilità dell’azione iraniana, complicando i processi decisionali degli avversari. Gli Stati Uniti e Israele, infatti, si trovano a dover interpretare segnali spesso discordanti, senza poter individuare con certezza quale sia la linea dominante all’interno del sistema iraniano. Questo genera un effetto di “rumore informativo” che può rallentare o distorcere le risposte politiche e militari occidentali.

Attenzione, in Occidente queste modalità sono ben note, l’Iran non si è inventato niente di nuovo. Il punto è che nessuno si aspettava un coinvolgimento così forte, preciso, puntuale, efficace da parte dell’Iran, tanto da cambiare velocemente la percezione collettiva. Forse gli occidentali hanno sottostimato le potenzialità iraniane o, forse, le stesse regole della comunicazione non sono più molto note agli occidentali, che si stanno rendendo conto della disfunzionalità di alcuni “prodotti culturali” che hanno immesso nel mondo.

Strategia estesa

Parallelamente, la narrativa iraniana si inserisce in un più ampio scontro discorsivo con l’Occidente. Mentre Washington e Tel Aviv continuano a presentare le proprie azioni come difesa dell’ordine internazionale e dei valori democratici, Teheran si propone come attore resistente a una forma di imperialismo percepito come aggressivo e destabilizzante. In questo senso, la comunicazione iraniana non si limita a reagire, ma costruisce attivamente un contro-discorso che trova eco in diversi contesti del Sud globale e tra attori critici dell’egemonia occidentale.

Un elemento cruciale di questa dinamica è la percezione del vantaggio strategico. Secondo alcune letture, l’Iran si troverebbe attualmente in una posizione relativamente favorevole, non tanto in termini di superiorità militare convenzionale, quanto per la sua capacità di sostenere un conflitto prolungato e asimmetrico. La rete di alleanze regionali, la resilienza economica sviluppata sotto regime sanzionatorio e l’abilità nel condurre operazioni indirette contribuiscono a rafforzare questa percezione. In tale contesto, la comunicazione assertiva dell’IRGC può essere interpretata come riflesso di una fiducia crescente, mentre l’apertura diplomatica del governo mantiene attive opzioni negoziali utili a consolidare i risultati ottenuti.

Tuttavia, questa rappresentazione esterna rischia di oscurare la complessità della situazione interna iraniana, giacché il sistema politico della Repubblica Islamica è caratterizzato da una molteplicità variopinta di centri di potere, le cui relazioni sono spesso segnate da competizione e tensione. Le differenze tra pragmatisti e conservatori, tra istituzioni civili e apparati militari, e tra diverse visioni del futuro del Paese generano una dinamica interna tutt’altro che monolitica.

In tal senso, la comunicazione divergente non è soltanto uno strumento verso l’esterno, ma riflette anche un conflitto intestino reale. Le scelte di politica estera e di gestione del confronto con l’Occidente diventano terreno di scontro tra fazioni che propongono strategie differenti: da un lato, l’integrazione controllata nel sistema internazionale; dall’altro, il rafforzamento di un modello di resistenza autonoma e antagonista.

Le implicazioni di questa competizione interna sono difficili da prevedere. Da essa potrebbe emergere un riequilibrio del potere tra le istituzioni, oppure una ridefinizione più profonda dell’identità politica della Repubblica Islamica. In ogni caso, la dimensione comunicativa continuerà a giocare un ruolo centrale, sia come strumento di legittimazione interna sia come mezzo di proiezione internazionale.

L’Iran sta dimostrando al mondo intero una notevole capacità di operare simultaneamente su più livelli comunicativi, sfruttando le proprie divisioni interne come risorsa strategica piuttosto che come debolezza. Questa abilità gli consente di tenere testa, almeno sul piano narrativo, a un Occidente che continua a fare affidamento su schemi comunicativi più lineari e meno flessibili. Comprendere questa dinamica richiede di superare letture semplicistiche e di riconoscere la complessità di un attore che, pur attraversato da tensioni interne, riesce a trasformarle in leva di potere nel contesto della competizione globale. E, soprattutto, comprendere questo aspetto è indispensabile per capire ciò che l’Iran è pronto a fare in futuro, combattendo su tutti i fronti, anche ibridi, pur di arrivare alla vittoria.

La dimensione comunicativa è ormai parte integrante dei conflitti, non meno rilevante delle operazioni militari o delle dinamiche economiche.

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Collocamento

Nel panorama contemporaneo delle relazioni internazionali, la dimensione comunicativa è divenuta parte integrante del conflitto, non meno rilevante delle operazioni militari o delle dinamiche economiche. In questo contesto, la Repubblica Islamica dell’Iran sta progressivamente affinando una strategia mediatica che appare, a uno sguardo superficiale, contraddittoria e disarticolata, ma che può essere interpretata come una forma sofisticata di ambiguità strategica, un approccio che consente a Teheran di moltiplicare i livelli del discorso politico, confondere l’avversario e mantenere margini di manovra sia sul piano interno sia su quello internazionale.

Uno degli elementi più evidenti di questa strategia è la coesistenza di registri comunicativi differenti, talvolta divergenti, tra le principali componenti del sistema di potere iraniano. Da un lato, il governo civile e le istituzioni diplomatiche adottano un linguaggio relativamente prudente, aperto alla negoziazione e attento a non chiudere del tutto i canali con l’Occidente, in particolare con gli Stati Uniti e, indirettamente, con Israele. Dall’altro lato, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) mantiene una postura retorica decisamente più assertiva, se non apertamente conflittuale, sottolineando la legittimità della resistenza armata e la necessità di proseguire il confronto.

Questa apparente dicotomia, si badi bene, non deve essere letta esclusivamente come segnale di disfunzione interna, bensì come una possibile architettura deliberata. La presenza di una pluralità di voci consente all’Iran di parlare simultaneamente a pubblici diversi: agli interlocutori internazionali, ai propri alleati regionali e alla popolazione interna. In termini di teoria delle relazioni internazionali, si potrebbe parlare di una forma di “dual track messaging”, in cui diplomazia e deterrenza vengono esercitate in parallelo attraverso canali distinti ma complementari.

Sul piano strategico, tale impostazione offre vantaggi significativi. L’ambiguità riduce la prevedibilità dell’azione iraniana, complicando i processi decisionali degli avversari. Gli Stati Uniti e Israele, infatti, si trovano a dover interpretare segnali spesso discordanti, senza poter individuare con certezza quale sia la linea dominante all’interno del sistema iraniano. Questo genera un effetto di “rumore informativo” che può rallentare o distorcere le risposte politiche e militari occidentali.

Attenzione, in Occidente queste modalità sono ben note, l’Iran non si è inventato niente di nuovo. Il punto è che nessuno si aspettava un coinvolgimento così forte, preciso, puntuale, efficace da parte dell’Iran, tanto da cambiare velocemente la percezione collettiva. Forse gli occidentali hanno sottostimato le potenzialità iraniane o, forse, le stesse regole della comunicazione non sono più molto note agli occidentali, che si stanno rendendo conto della disfunzionalità di alcuni “prodotti culturali” che hanno immesso nel mondo.

Strategia estesa

Parallelamente, la narrativa iraniana si inserisce in un più ampio scontro discorsivo con l’Occidente. Mentre Washington e Tel Aviv continuano a presentare le proprie azioni come difesa dell’ordine internazionale e dei valori democratici, Teheran si propone come attore resistente a una forma di imperialismo percepito come aggressivo e destabilizzante. In questo senso, la comunicazione iraniana non si limita a reagire, ma costruisce attivamente un contro-discorso che trova eco in diversi contesti del Sud globale e tra attori critici dell’egemonia occidentale.

Un elemento cruciale di questa dinamica è la percezione del vantaggio strategico. Secondo alcune letture, l’Iran si troverebbe attualmente in una posizione relativamente favorevole, non tanto in termini di superiorità militare convenzionale, quanto per la sua capacità di sostenere un conflitto prolungato e asimmetrico. La rete di alleanze regionali, la resilienza economica sviluppata sotto regime sanzionatorio e l’abilità nel condurre operazioni indirette contribuiscono a rafforzare questa percezione. In tale contesto, la comunicazione assertiva dell’IRGC può essere interpretata come riflesso di una fiducia crescente, mentre l’apertura diplomatica del governo mantiene attive opzioni negoziali utili a consolidare i risultati ottenuti.

Tuttavia, questa rappresentazione esterna rischia di oscurare la complessità della situazione interna iraniana, giacché il sistema politico della Repubblica Islamica è caratterizzato da una molteplicità variopinta di centri di potere, le cui relazioni sono spesso segnate da competizione e tensione. Le differenze tra pragmatisti e conservatori, tra istituzioni civili e apparati militari, e tra diverse visioni del futuro del Paese generano una dinamica interna tutt’altro che monolitica.

In tal senso, la comunicazione divergente non è soltanto uno strumento verso l’esterno, ma riflette anche un conflitto intestino reale. Le scelte di politica estera e di gestione del confronto con l’Occidente diventano terreno di scontro tra fazioni che propongono strategie differenti: da un lato, l’integrazione controllata nel sistema internazionale; dall’altro, il rafforzamento di un modello di resistenza autonoma e antagonista.

Le implicazioni di questa competizione interna sono difficili da prevedere. Da essa potrebbe emergere un riequilibrio del potere tra le istituzioni, oppure una ridefinizione più profonda dell’identità politica della Repubblica Islamica. In ogni caso, la dimensione comunicativa continuerà a giocare un ruolo centrale, sia come strumento di legittimazione interna sia come mezzo di proiezione internazionale.

L’Iran sta dimostrando al mondo intero una notevole capacità di operare simultaneamente su più livelli comunicativi, sfruttando le proprie divisioni interne come risorsa strategica piuttosto che come debolezza. Questa abilità gli consente di tenere testa, almeno sul piano narrativo, a un Occidente che continua a fare affidamento su schemi comunicativi più lineari e meno flessibili. Comprendere questa dinamica richiede di superare letture semplicistiche e di riconoscere la complessità di un attore che, pur attraversato da tensioni interne, riesce a trasformarle in leva di potere nel contesto della competizione globale. E, soprattutto, comprendere questo aspetto è indispensabile per capire ciò che l’Iran è pronto a fare in futuro, combattendo su tutti i fronti, anche ibridi, pur di arrivare alla vittoria.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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