Le crisi mediorientali del 2026 segnano un momento di discontinuità strutturale nella politica estera indiana.
Attore strategico nella regione
In vista della sessione plenaria dei BRCS+ a Delhi, occorre inquadrare più nel dettaglio il ruolo dell’India, che quest’anno ricopre la presidenza, negli scenari più caldi di questo periodo.
Negli ultimi tre decenni, l’India ha progressivamente e profondamente trasformato il proprio ruolo nel sistema mediorientale, transitando da semplice partner commerciale ed energetico a protagonista geopolitico e geoeconomico di crescente rilevanza. Questo processo, avviato contestualmente alla fine della Guerra Fredda e alle riforme economiche degli anni Novanta, ha condotto Nuova Delhi a ridefinire i fondamenti epistemologici della propria politica estera: da un modello ispirato ai principi del Movimento dei Non Allineati a un approccio pragmatico, multilaterale e selettivamente assertivo verso una regione percepita come strutturalmente indispensabile alla proiezione internazionale indiana.
Dal punto di vista geoeconomico, il Medio Oriente si è consolidato come il principale bacino di approvvigionamento energetico dell’India. La rapida crescita industriale e demografica ha generato una domanda di idrocarburi senza precedenti, rendendo di interesse strategico prioritario le relazioni con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Qatar e Iraq. Parallelamente, le monarchie del Golfo hanno assunto la funzione di partner finanziari strutturali: i fondi sovrani hanno convogliato miliardi di dollari nei settori delle infrastrutture, della logistica, della transizione energetica e delle tecnologie avanzate dell’economia indiana.
La dimensione umana costituisce un ulteriore elemento di primaria rilevanza analitica. A partire dagli anni Novanta, milioni di lavoratori indiani si sono stabiliti nei Paesi del Golfo, dando origine a una delle più estese diaspore del mondo contemporaneo. Gli espatriati indiani rappresentano oggi una componente essenziale delle economie del Golfo, mentre le rimesse da essi inviate in patria costituiscono una fonte cruciale di stabilità macrofinanziaria per l’India. Tale interdipendenza strutturale ha progressivamente orientato la diplomazia di Nuova Delhi verso una crescente attenzione alla sicurezza regionale e alla protezione consolare dei propri cittadini.
Sul piano geopolitico, l’India ha perseguito una strategia di bilanciamento tra attori spesso antagonisti. Storicamente vicina ai Paesi arabi e sostenitrice della causa palestinese nel quadro del Non Allineamento, Nuova Delhi ha gradualmente intensificato le relazioni con Israele dopo la normalizzazione diplomatica del 1992. Nel corso degli anni Duemila, Israele è diventato uno dei principali fornitori di tecnologia militare e sistemi di difesa, dando vita a una cooperazione strategica progressivamente approfondita nei settori della sicurezza, dell’intelligence e dell’innovazione tecnologica duale.
Contestualmente, l’India ha mantenuto relazioni funzionali con l’Iran, identificato come partner geostrategico per l’accesso all’Asia Centrale e all’Afghanistan, in alternativa alle rotte terrestri pakistane. Il progetto del porto di Chabahar, sostenuto da Nuova Delhi, rappresenta l’espressione più emblematica di questa visione: un corridoio logistico pensato per aggirare il Pakistan e per contrastare l’espansione dell’influenza cinese nella regione, nell’ambito della Belt and Road Initiative.
Negli anni più recenti, l’India ha ulteriormente rafforzato la cooperazione con le monarchie del Golfo anche sul piano politico-securitario. Accordi bilaterali in materia di difesa, lotta al terrorismo, cybersicurezza, investimenti infrastrutturali e transizione energetica hanno consolidato il profilo di Nuova Delhi come interlocutore affidabile e autonomo. Un indicatore significativo di questa evoluzione è l’ingresso dell’India in nuove architetture multilaterali regionali, tra cui il formato I2U2 — India, Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti — concepito per promuovere integrazione economica, tecnologica e strategica tra i suoi membri.
È all’interno di questo contesto di lungo periodo che deve essere compresa la trasformazione della politica indiana nel Medio Oriente contemporaneo e la sua crescente assertività diplomatica negli scenari di crisi del 2026.
Multi-allineamento e tentativi di posizionamento bilanciato
Prima di procedere all’analisi empirica, dobbiamo inquadrare teoricamente la strategia adottata da Nuova Delhi. Il concetto di multi-allineamento, già impiegato fra le medie potenze emergenti, comporta una postura internazionale che rifiuta sia il non-allineamento passivo sia l’integrazione esclusiva in blocchi di alleanza, optando invece per una rete flessibile e contestuale di relazioni privilegiate con attori diversi e talvolta antagonisti.
Nel caso indiano, tale approccio affonda le proprie radici nella tradizione nehruviana dell’autonomia strategica, reinterpretata in chiave pragmatica dalle successive amministrazioni. Mentre la dottrina originaria privilegiava la distanza equidistante dai blocchi, il multi-allineamento contemporaneo implica un coinvolgimento selettivo e simultaneo con più poli di potere, calibrato in funzione degli interessi nazionali settoriali. L’India intrattiene pertanto relazioni di difesa approfondite con gli Stati Uniti attraverso il Quadrilateral Security Dialogue (QUAD), mantiene partenariati energetici e commerciali significativi con la Russia, coltiva relazioni economiche strutturali con la Cina e, contestualmente, proietta influenza nel Medio Oriente attraverso molteplici canali bilaterali e multilaterali. Più posizioni in contemporanea, talvolta non facili da gestire.
Le crisi mediorientali del 2026 hanno sottoposto questo modello a una pressione senza precedenti. L’escalation simultanea su più fronti ha reso sempre più difficile la tradizionale neutralità tattica, obbligando Nuova Delhi ad assumere posizioni più esplicite pur cercando di preservare la propria autonomia decisionale. L’esito di questa tensione strutturale è una forma di multi-allineamento dinamico, in cui le priorità relative tra i diversi assi di partenariato vengono ridefinite in funzione dell’evoluzione congiunturale.
Un passaggio importante è stato sicuramente il cambiamento di relazioni con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Una virata dalla intesa alla competizione. L’intesa tra Riyadh e Abu Dhabi, per anni considerata il pilastro portante della stabilità del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), si è progressivamente trasformata in una competizione strategica aperta, con implicazioni destabilizzanti per l’intero sistema regionale. La frattura, latente da anni in ragione di divergenti visioni geopolitiche e ambizioni egemoniche, è emersa in modo inequivocabile nel dicembre 2025, quando il Consiglio di Transizione del Sud (STC), sostenuto dagli Emirati, ha avviato un’offensiva nelle province yemenite di Hadhramaut e al-Mahra. L’Arabia Saudita ha interpretato tale espansione come una minaccia diretta alla propria sicurezza meridionale e come la manifestazione di un disegno emiratino volto alla creazione di un’entità separatista filo-Abu Dhabi nello spazio yemenita.
Questa tensione si è rapidamente estesa ad altri teatri regionali, assumendo i caratteri di una rivalità sistemica. In Sudan, la competizione tra le due monarchie ha contribuito ad alimentare la guerra civile: gli Emirati Arabi Uniti hanno sostenuto le Forze di Supporto Rapido (RSF) per il controllo di rotte commerciali strategiche e risorse aurifere, mentre Riyadh ha appoggiato le Forze Armate Sudanesi (SAF). Divergenze profonde sono emerse anche rispetto al dossier israeliano: Abu Dhabi ha progressivamente intensificato la cooperazione militare e di intelligence con Tel Aviv nell’ambito degli Accordi di Abramo, mentre l’Arabia Saudita ha interpretato tale avvicinamento come una minaccia alla propria preminenza regionale, rafforzando di conseguenza i legami con Pakistan e Turchia.
Per l’India, questa dinamica ha richiesto l’elaborazione di una strategia di gestione estremamente sofisticata. Nuova Delhi si è trovata nella necessità di preservare relazioni economiche e securitarie con entrambe le monarchie del Golfo, evitando al contempo di essere percepita come allineata con l’una o con l’altra. Un passaggio di particolare rilievo analitico è rappresentato dal ritiro formale degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC, avvenuto nel maggio 2026, dopo quasi sessant’anni di adesione al cartello petrolifero. La decisione di Abu Dhabi, motivata dall’insofferenza verso le quote produttive determinate in prevalenza dall’influenza saudita, ha ridimensionato il peso collettivo del cartello e ha rafforzato la posizione negoziale dei grandi Paesi importatori, tra i quali l’India occupa un ruolo di primo piano.
Il governo indiano ha colto con prontezza questa finestra di opportunità geopolitica. Nell’aprile 2026 ha importato circa 620.000 barili giornalieri di petrolio emiratino, non soggetto ai vincoli delle quote OPEC, una quantità corrispondente a circa il 10-14% delle importazioni petrolifere totali del Paese. Le transazioni sono state inoltre facilitate attraverso meccanismi di pagamento in rupie e dirham, riducendo la dipendenza dal dollaro statunitense e limitando l’esposizione dell’India alla volatilità dei mercati finanziari occidentali. Tale scelta riflette non soltanto una logica di diversificazione dei fornitori, ma anche una strategia di de-dollarizzazione progressiva degli scambi energetici, coerente con le tendenze più ampie dell’economia politica internazionale.
Parallelamente, al fine di evitare che Riyadh interpretasse l’intensificazione dei rapporti con Abu Dhabi come un segnale ostile, l’India ha contestualmente rafforzato la cooperazione economica con l’Arabia Saudita, ottenendo impegni di investimento pari a 10 miliardi di dollari destinati a progetti di idrogeno verde sul territorio indiano. Questa duplice strategia di engagement selettivo illustra con efficacia i meccanismi operativi del multi-allineamento dinamico: Nuova Delhi non sceglie tra i propri partner, ma calibra l’intensità relazionale in funzione degli interessi contingenti, mantenendo aperti tutti i canali diplomatici ed economici.
Tentativi di diplomazia geoeconomica nella crisi iraniana
L’ampliamento dell’intervento militare israelo-statunitense contro l’Iran ha prodotto shock di vasta portata anche per l’economia indiana. Per l’India, che dipende da fonti esterne per circa l’88% del proprio fabbisogno di petrolio greggio e per il 90% del GPL, la situazione ha richiesto l’adozione di misure di risposta tempestive e articolate. La crisi ha inoltre minacciato uno dei progetti infrastrutturali più significativi della strategia geoeconomica indiana: il porto iraniano di Chabahar, concepito come corridoio logistico alternativo per collegare l’India all’Afghanistan e all’Asia Centrale senza transitare attraverso il territorio pakistano, e al contempo per ridimensionare la rilevanza del porto cinese di Gwadar nell’ambito della Belt and Road Initiative. Il 26 aprile 2026, alla scadenza della deroga alle sanzioni statunitensi che proteggeva le attività indiane a Chabahar, Nuova Delhi ha adottato una soluzione di carattere pragmatico che merita una riflessione analitica approfondita. Per evitare l’esposizione a sanzioni secondarie da parte di Washington, l’India ha formalmente ridotto la propria partecipazione diretta nel porto, trasferendo parte delle quote operative a soggetti giuridici iraniani locali. Attraverso questa soluzione strutturale, Nuova Delhi ha mantenuto il ruolo operativo e gestionale della struttura portuale senza apparire come proprietaria diretta delle infrastrutture soggette a restrizioni, riuscendo così a preservare il valore strategico dell’asset pur accettandone una temporanea contrazione delle attività commerciali. Questa soluzione illustra con chiarezza la capacità indiana di operare nell’ambito di vincoli normativi internazionali attraverso soluzioni giuridicamente creative, senza rinunciare ai propri obiettivi strategici di fondo.
Per capirci meglio, l’approccio adottato da Nuova Delhi rispetto alla crisi iraniana riflette più in generale una visione geoeconomica della politica estera: la difesa degli interessi nazionali avviene primariamente attraverso strumenti economici, logistici e commerciali, piuttosto che mediante prese di posizione diplomatiche formali che rischierebbero di compromettere equilibri relazionali faticosamente costruiti nel tempo. E questo principio è coerente nel corso degli anni, con qualsiasi attore dello scenario.
Il problema chiamato “Israele”
C’è però una nota dolente, che spesso il grande pubblico imputa come un peccato originale dell’India contemporanea: il sostegno a Israele. Con il progressivo deterioramento dell’ordine regionale mediorientale, l’India ha operato una ridefinizione profonda della propria posizione diplomatica nel Levante e la transizione da una neutralità prudente a una collaborazione strategica più esplicita con Israele è divenuta manifesta durante la visita ufficiale del Primo Ministro Narendra Modi in Israele, svoltasi il 25-26 febbraio 2026. Si è trattato del primo intervento di un capo di governo indiano alla Knesset nel pieno di un conflitto regionale attivo, un gesto di rottura rispetto alla tradizionale riservatezza indiana sullo scacchiere levantino, carico di significato simbolico e politico.
La partnership indo-israeliana copre oggi un ampio spettro di domini: dalla cooperazione tecnologica avanzata alla condivisione di intelligence, dalla produzione congiunta di sistemi militari alla collaborazione in materia di cybersicurezza e difesa missilistica. Israele interpreta questa collaborazione come parte di una più ampia architettura di relazioni con democrazie non occidentali orientate a condividere capacità di deterrenza contro attori revisionisti. Per l’India, il valore aggiunto del partenariato con Tel Aviv risiede soprattutto nell’accesso privilegiato a tecnologie militari avanzate che contribuiscono ad alimentare la strategia di modernizzazione delle Forze Armate e di riduzione della dipendenza dalla tradizionale catena di fornitura russa.
Tuttavia, questo avvicinamento comporta significativi rischi diplomatici che la leadership indiana è chiamata a gestire con estrema cautela. L’Iran considera con crescente sospetto l’asse tra Nuova Delhi e Tel Aviv, interpretandolo come una forma di endorsement implicito delle strategie occidentali volte all’isolamento della Repubblica Islamica. Tale percezione potrebbe erodere progressivamente il tradizionale ruolo dell’India come interlocutore equilibrato nella regione e favorire un maggiore avvicinamento tra Teheran e Islamabad, con potenziali ripercussioni sulla stabilità del confine nord-occidentale indiano. Parallelamente, il legame sempre più visibile con Israele obbliga Nuova Delhi a gestire con accuratezza le relazioni con le monarchie del Golfo. In questi Paesi risiedono oltre 10 milioni di lavoratori indiani, che inviano annualmente in patria circa 45 miliardi di dollari in rimesse: una componente di assoluto rilievo per la stabilità finanziaria e la coesione sociale di intere regioni dell’India. Le opinioni pubbliche dei Paesi del Golfo mostrano una sensibilità elevata rispetto alla questione palestinese, il che rende politicamente delicato per le monarchie della penisola arabica mantenere relazioni di piena normalità con un’India che appaia eccessivamente allineata con la posizione israeliana.
La protezione dei cittadini indiani all’estero rappresenta una priorità strategica che ha assunto crescente rilevanza nel quadro della politica estera di Nuova Delhi. Un caso di studio particolarmente significativo è offerto dall’Operazione Sindhu, condotta tra il 18 e il 27 giugno 2025: nelle prime fasi dell’escalation militare nella regione, con la chiusura dei principali spazi aerei, il Ministero degli Esteri indiano ha coordinato l’evacuazione di 4.429 cittadini dall’Iran. Attraverso percorsi terrestri che conducevano in Armenia, seguiti da voli charter da Yerevan a Nuova Delhi, l’operazione si è conclusa senza vittime, dimostrando le considerevoli capacità logistiche e operative della macchina diplomatico-consolare indiana. Permane, però, il rischio che un conflitto prolungato possa destabilizzare i mercati del lavoro del Golfo, con conseguenze economiche severe per le regioni indiane storicamente dipendenti dalle rimesse degli emigrati. La tutela della diaspora non è dunque soltanto una questione di protezione consolare, ma una variabile strutturale della politica estera indiana, intrecciata con la stabilità finanziaria interna e con i calcoli geostrategici di lungo periodo.
Quale ruolo nel Medioriente multipolare?
Le crisi mediorientali del 2026 segnano un momento di discontinuità strutturale nella politica estera indiana. Di fronte al deterioramento della coesione intra-GCC, alle conseguenze geopolitiche della guerra in Iran e alla ridefinizione dell’architettura di sicurezza regionale, l’India ha progressivamente abbandonato la tradizionale neutralità passiva, optando per una strategia di multi-allineamento più dinamica, assertiva e articolata. La gestione simultanea della frattura saudita-emiratina, dell’escalation iraniana e del rafforzamento del partenariato con Israele configura un approccio di politica estera di crescente sofisticazione, che combina strumenti economici, diplomatici e securitari in una logica integrata.
Lo sfruttamento delle nuove dinamiche energetiche conseguenti al ritiro emiratino dall’OPEC, la soluzione pragmatica adottata per preservare le attività nel porto di Chabahar nonostante le pressioni sanzionatorie statunitensi, e il consolidamento della cooperazione militare e tecnologica con Israele illustrano concretamente come Nuova Delhi stia cercando di proteggere la propria crescita economica dall’instabilità strutturale della regione, senza tuttavia rinunciare alla propria autonomia strategica.
Il successo di lungo termine di questa strategia dipenderà dalla capacità indiana di navigare le contraddizioni del nuovo ordine multipolare senza compromettere gli equilibri diplomatici necessari a tutelare i propri interessi fondamentali: la sicurezza energetica, la protezione della diaspora, l’accesso ai mercati e alle tecnologie avanzate. In questo senso, la trasformazione della politica indiana nel Medio Oriente non è soltanto la risposta contingente a una stagione di crisi, ma la manifestazione di un progetto strategico più ampio: quello di un’India che aspira a essere riconosciuta come potenza globale responsabile e indispensabile, capace di proiettare influenza nei teatri più complessi del sistema internazionale contemporaneo.
In prospettiva, la ricerca futura dovrà approfondire in particolare le dinamiche di interazione tra la proiezione mediorientale dell’India e le sue relazioni con le altre grandi potenze — Stati Uniti, Cina e Russia — nel tentativo di valutare se il multi-allineamento dinamico possa costituire un modello replicabile e sostenibile nel lungo periodo, o se piuttosto le pressioni sistemiche dell’ordine bipolare emergente tenderanno a ridurre progressivamente i margini di manovra di cui i politici di Nuova Delhi hanno finora saputo avvalersi con notevole abilità.


