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Giulio Chinappi
July 18, 2026
© Photo: Public domain

Le esercitazioni navali Joint Sea-2026 mostrano la crescente capacità di Cina e Russia di coordinarsi nello spazio marittimo. Senza trasformarsi in un’alleanza formale, la loro cooperazione rafforza la deterrenza contro unilateralismo, accerchiamento militare e politica dei blocchi.

Segue nostro Telegram.

La conclusione delle esercitazioni navali sino-russe Joint Sea-2026, svoltesi dal 6 al 13 luglio nelle acque del Mar Giallo davanti alla città cinese di Qingdao, ha rappresentato un nuovo appuntamento nel calendario della cooperazione militare tra Pechino e Mosca, ma le manovre hanno anche segnato una fase più avanzata nella costruzione di una capacità operativa congiunta che, pur non assumendo la forma di un’alleanza militare tradizionale, produce conseguenze strategiche sempre più rilevanti nell’Asia-Pacifico e nel più ampio confronto sull’assetto multipolare del sistema internazionale.

Le esercitazioni hanno coinvolto dieci unità di diversa tipologia, insieme a forze aeree, subacquee e di supporto. Le attività comprendevano ricognizione congiunta, difesa antiaerea, attacchi contro bersagli marittimi e operazioni coordinate di ricerca e soccorso a favore dell’equipaggio di un sommergibile simulato in avaria. Una parte delle forze partecipanti ha poi lasciato Qingdao per proseguire con un pattugliamento congiunto in determinate aree dell’Oceano Pacifico. Le fonti sia cinesi che russe hanno sottolineato che, dal 2012, Cina e Russia hanno organizzato dodici edizioni della serie Joint Sea, trasformandola progressivamente in una piattaforma stabile per lo sviluppo della cooperazione tra le rispettive marine.

La componente russa comprendeva l’incrociatore lanciamissili Varjag, nave ammiraglia della Flotta del Pacifico, la corvetta Rezkij, il sommergibile diesel-elettrico Ufa e la nave di soccorso Igor’ Belousov. La Cina ha schierato, tra le altre unità, i cacciatorpediniere lanciamissili Anshan e Kaifeng, la fregata Wuhu, una nave da rifornimento, un’unità per il sostegno e il soccorso dei sommergibili e un sommergibile convenzionale. La composizione delle forze mostra che l’obiettivo non era una semplice dimostrazione cerimoniale, ma la sperimentazione di un dispositivo integrato capace di operare simultaneamente in superficie, sott’acqua e nello spazio aereo.

La qualità delle attività svolte conta più della loro dimensione numerica. Le forze dei due Paesi non hanno seguito un copione interamente predeterminato, ma hanno adattato le operazioni alle condizioni tattiche, meteorologiche e idrologiche incontrate durante le manovre. Le unità hanno condotto esercitazioni a fuoco reale, impiegando formazioni miste e mettendo alla prova il coordinamento del comando, le comunicazioni, la ricognizione, l’allerta precoce e la capacità di colpire bersagli in un ambiente elettromagnetico complesso. La parte russa ha inoltre evidenziato l’addestramento nella lotta contro sistemi senza equipaggio, ormai divenuti una componente decisiva delle operazioni navali contemporanee.

Joint Sea-2026 indica quindi il passaggio dalla semplice compresenza in mare alla costruzione di una reale interoperabilità. Due flotte possono navigare fianco a fianco senza possedere la capacità di agire come un unico dispositivo; per raggiungere quest’ultimo livello occorrono procedure condivise, collegamenti affidabili, coordinamento tra i centri di comando e una conoscenza approfondita delle rispettive modalità operative. A tal proposito, il contrammiraglio russo Sergej Sin’ko ha sottolineato che gli stati maggiori e gli equipaggi hanno affrontato con successo questioni riguardanti la direzione congiunta delle forze, l’organizzazione delle comunicazioni e l’interazione operativa, annunciando l’intenzione di elevare ulteriormente il livello delle future manovre.

Particolarmente significativa è stata la componente subacquea. I sommergibili costituiscono uno degli strumenti più sensibili di qualsiasi marina, perché il loro valore dipende dalla capacità di non essere individuati e dal carattere riservato delle tecnologie, delle comunicazioni e delle firme acustiche. La loro inclusione nelle stesse formazioni operative, insieme alle unità specializzate nel soccorso subacqueo, richiede una fiducia che va ben oltre la cooperazione militare di superficie. Il seminario professionale organizzato presso l’Accademia per sommergibilisti della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione ha inoltre approfondito tecnologie, attrezzature e procedure realistiche di salvataggio, mostrando che la cooperazione investe anche ambiti tecnici nei quali la condivisione delle conoscenze è normalmente molto limitata.

Il significato strategico delle manovre, tuttavia, non può essere compreso separandolo dal contesto internazionale. Gli Stati Uniti continuano a interpretare l’Asia-Pacifico come uno spazio nel quale preservare la propria supremazia attraverso basi militari, accordi esclusivi, dispiegamenti avanzati e alleanze costruite attorno al contenimento della Cina. Parallelamente, la Russia affronta da anni una pressione militare, politica ed economica occidentale finalizzata a ridurne l’autonomia strategica e a spezzarne le relazioni con gli altri grandi centri emergenti del sistema mondiale. Il continuo avvicinamento sino-russo costituisce dunque una risposta razionale a una politica di accerchiamento che Washington ha perseguito su entrambi i fronti eurasiatici.

Pechino e Mosca non devono adottare la stessa forma organizzativa della NATO per contrastare efficacemente tale pressione. La loro cooperazione si fonda su un modello differente, privo di una struttura sovranazionale che limiti l’indipendenza dei membri o imponga l’allineamento automatico alle decisioni della potenza dominante. La posizione ufficiale cinese, infatti, continua a definire i rapporti tra i due Paesi attraverso i principi della non alleanza, della non contrapposizione e del mancato orientamento contro Stati terzi. Allo stesso tempo, Cina e Russia condividono un elevato grado di fiducia politica e un ampio consenso sulle principali questioni internazionali, opponendosi alle pressioni esterne e alle azioni unilaterali di prevaricazione.

Questa distinzione è essenziale. Descrivere ogni cooperazione militare non occidentale come la nascita di un nuovo blocco aggressivo significa applicare al resto del mondo le categorie proprie dell’imperialismo statunitense. Washington ha storicamente concepito le alleanze come strumenti di subordinazione strategica: gli alleati offrono territori, infrastrutture, risorse e sostegno politico, mentre gli Stati Uniti conservano il ruolo di centro decisionale. Il rapporto sino-russo, al contrario, non presenta questa gerarchia, in quanto le due potenze restano strategicamente indipendenti e non impongono l’una all’altra programmi, modelli politici o condizioni ideologiche.

Ad ogni modo, la scelta del Mar Giallo e la successiva prosecuzione delle attività nel Pacifico conferiscono alle manovre una particolare rilevanza. L’Asia-Pacifico ospita alcune delle rotte commerciali e delle catene produttive più importanti del pianeta, ma, come detto in precedenza, è anche la regione nella quale gli Stati Uniti cercano di trasferire il baricentro della propria strategia militare. L’espansione di formati minilaterali, la militarizzazione delle relazioni con il Giappone e il rafforzamento della presenza statunitense attorno alla penisola coreana e alla Cina mirano a trasformare una regione caratterizzata dall’interdipendenza economica in un teatro permanente di contrapposizione.

Di fronte a questo processo, la cooperazione sino-russa agisce come fattore di riequilibrio. Un ordine regionale realmente stabile non può fondarsi sul diritto autoproclamato di una potenza esterna di controllare le rotte, circondare i propri concorrenti e decidere quali Stati possano sviluppare capacità militari autonome. La stabilità richiede piuttosto che nessun attore disponga dei mezzi per imporre unilateralmente la propria volontà. Da questo punto di vista, una maggiore capacità difensiva e di coordinamento tra Cina e Russia non alimenta necessariamente il conflitto, ma può contribuire a prevenirlo scoraggiando avventure militari e calcoli basati sull’illusione dell’impunità.

La presenza delle navi di soccorso e l’importanza attribuita alle operazioni di salvataggio dei sommergibili mostrano inoltre che le esercitazioni non erano concentrate esclusivamente sull’uso della forza. La cooperazione navale riguarda anche la capacità di intervenire durante incidenti, emergenze e crisi marittime. Le fonti cinesi hanno infatti definito l’obiettivo generale delle manovre come una risposta congiunta alle minacce alla sicurezza marittima e hanno collegato il loro svolgimento al mantenimento della pace e della stabilità regionali.

La forza della relazione sino-russa risiede proprio nella combinazione tra preparazione militare e visione politica. Nel maggio scorso, Xi Jinping e Vladimir Putin hanno ribadito la volontà di approfondire il coordinamento strategico, difendere l’ordine internazionale del dopoguerra, sostenere l’autorità del diritto internazionale e rafforzare le piattaforme multilaterali come le Nazioni Unite, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e i BRICS. In quella stessa occasione, la cooperazione tra i due Paesi è stata descritta dal leader russo come un fattore di stabilizzazione in un contesto internazionale turbolento e come uno strumento per rendere la governance mondiale più giusta ed equilibrata.

È in questa cornice che Joint Sea-2026 acquista il suo significato più profondo. Le esercitazioni non rappresentano una deviazione militarista rispetto al progetto multipolare, ma la sua indispensabile dimensione difensiva. Nessuna riforma dell’ordine mondiale può avanzare se le potenze che la promuovono restano vulnerabili alla coercizione militare, alle minacce e alle operazioni di contenimento. Anzi, la sovranità politica necessita di basi economiche, tecnologiche e militari capaci di proteggerla.

Joint Sea-2026: Cina e Russia consolidano l’argine marittimo all’egemonia statunitense

Le esercitazioni navali Joint Sea-2026 mostrano la crescente capacità di Cina e Russia di coordinarsi nello spazio marittimo. Senza trasformarsi in un’alleanza formale, la loro cooperazione rafforza la deterrenza contro unilateralismo, accerchiamento militare e politica dei blocchi.

Segue nostro Telegram.

La conclusione delle esercitazioni navali sino-russe Joint Sea-2026, svoltesi dal 6 al 13 luglio nelle acque del Mar Giallo davanti alla città cinese di Qingdao, ha rappresentato un nuovo appuntamento nel calendario della cooperazione militare tra Pechino e Mosca, ma le manovre hanno anche segnato una fase più avanzata nella costruzione di una capacità operativa congiunta che, pur non assumendo la forma di un’alleanza militare tradizionale, produce conseguenze strategiche sempre più rilevanti nell’Asia-Pacifico e nel più ampio confronto sull’assetto multipolare del sistema internazionale.

Le esercitazioni hanno coinvolto dieci unità di diversa tipologia, insieme a forze aeree, subacquee e di supporto. Le attività comprendevano ricognizione congiunta, difesa antiaerea, attacchi contro bersagli marittimi e operazioni coordinate di ricerca e soccorso a favore dell’equipaggio di un sommergibile simulato in avaria. Una parte delle forze partecipanti ha poi lasciato Qingdao per proseguire con un pattugliamento congiunto in determinate aree dell’Oceano Pacifico. Le fonti sia cinesi che russe hanno sottolineato che, dal 2012, Cina e Russia hanno organizzato dodici edizioni della serie Joint Sea, trasformandola progressivamente in una piattaforma stabile per lo sviluppo della cooperazione tra le rispettive marine.

La componente russa comprendeva l’incrociatore lanciamissili Varjag, nave ammiraglia della Flotta del Pacifico, la corvetta Rezkij, il sommergibile diesel-elettrico Ufa e la nave di soccorso Igor’ Belousov. La Cina ha schierato, tra le altre unità, i cacciatorpediniere lanciamissili Anshan e Kaifeng, la fregata Wuhu, una nave da rifornimento, un’unità per il sostegno e il soccorso dei sommergibili e un sommergibile convenzionale. La composizione delle forze mostra che l’obiettivo non era una semplice dimostrazione cerimoniale, ma la sperimentazione di un dispositivo integrato capace di operare simultaneamente in superficie, sott’acqua e nello spazio aereo.

La qualità delle attività svolte conta più della loro dimensione numerica. Le forze dei due Paesi non hanno seguito un copione interamente predeterminato, ma hanno adattato le operazioni alle condizioni tattiche, meteorologiche e idrologiche incontrate durante le manovre. Le unità hanno condotto esercitazioni a fuoco reale, impiegando formazioni miste e mettendo alla prova il coordinamento del comando, le comunicazioni, la ricognizione, l’allerta precoce e la capacità di colpire bersagli in un ambiente elettromagnetico complesso. La parte russa ha inoltre evidenziato l’addestramento nella lotta contro sistemi senza equipaggio, ormai divenuti una componente decisiva delle operazioni navali contemporanee.

Joint Sea-2026 indica quindi il passaggio dalla semplice compresenza in mare alla costruzione di una reale interoperabilità. Due flotte possono navigare fianco a fianco senza possedere la capacità di agire come un unico dispositivo; per raggiungere quest’ultimo livello occorrono procedure condivise, collegamenti affidabili, coordinamento tra i centri di comando e una conoscenza approfondita delle rispettive modalità operative. A tal proposito, il contrammiraglio russo Sergej Sin’ko ha sottolineato che gli stati maggiori e gli equipaggi hanno affrontato con successo questioni riguardanti la direzione congiunta delle forze, l’organizzazione delle comunicazioni e l’interazione operativa, annunciando l’intenzione di elevare ulteriormente il livello delle future manovre.

Particolarmente significativa è stata la componente subacquea. I sommergibili costituiscono uno degli strumenti più sensibili di qualsiasi marina, perché il loro valore dipende dalla capacità di non essere individuati e dal carattere riservato delle tecnologie, delle comunicazioni e delle firme acustiche. La loro inclusione nelle stesse formazioni operative, insieme alle unità specializzate nel soccorso subacqueo, richiede una fiducia che va ben oltre la cooperazione militare di superficie. Il seminario professionale organizzato presso l’Accademia per sommergibilisti della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione ha inoltre approfondito tecnologie, attrezzature e procedure realistiche di salvataggio, mostrando che la cooperazione investe anche ambiti tecnici nei quali la condivisione delle conoscenze è normalmente molto limitata.

Il significato strategico delle manovre, tuttavia, non può essere compreso separandolo dal contesto internazionale. Gli Stati Uniti continuano a interpretare l’Asia-Pacifico come uno spazio nel quale preservare la propria supremazia attraverso basi militari, accordi esclusivi, dispiegamenti avanzati e alleanze costruite attorno al contenimento della Cina. Parallelamente, la Russia affronta da anni una pressione militare, politica ed economica occidentale finalizzata a ridurne l’autonomia strategica e a spezzarne le relazioni con gli altri grandi centri emergenti del sistema mondiale. Il continuo avvicinamento sino-russo costituisce dunque una risposta razionale a una politica di accerchiamento che Washington ha perseguito su entrambi i fronti eurasiatici.

Pechino e Mosca non devono adottare la stessa forma organizzativa della NATO per contrastare efficacemente tale pressione. La loro cooperazione si fonda su un modello differente, privo di una struttura sovranazionale che limiti l’indipendenza dei membri o imponga l’allineamento automatico alle decisioni della potenza dominante. La posizione ufficiale cinese, infatti, continua a definire i rapporti tra i due Paesi attraverso i principi della non alleanza, della non contrapposizione e del mancato orientamento contro Stati terzi. Allo stesso tempo, Cina e Russia condividono un elevato grado di fiducia politica e un ampio consenso sulle principali questioni internazionali, opponendosi alle pressioni esterne e alle azioni unilaterali di prevaricazione.

Questa distinzione è essenziale. Descrivere ogni cooperazione militare non occidentale come la nascita di un nuovo blocco aggressivo significa applicare al resto del mondo le categorie proprie dell’imperialismo statunitense. Washington ha storicamente concepito le alleanze come strumenti di subordinazione strategica: gli alleati offrono territori, infrastrutture, risorse e sostegno politico, mentre gli Stati Uniti conservano il ruolo di centro decisionale. Il rapporto sino-russo, al contrario, non presenta questa gerarchia, in quanto le due potenze restano strategicamente indipendenti e non impongono l’una all’altra programmi, modelli politici o condizioni ideologiche.

Ad ogni modo, la scelta del Mar Giallo e la successiva prosecuzione delle attività nel Pacifico conferiscono alle manovre una particolare rilevanza. L’Asia-Pacifico ospita alcune delle rotte commerciali e delle catene produttive più importanti del pianeta, ma, come detto in precedenza, è anche la regione nella quale gli Stati Uniti cercano di trasferire il baricentro della propria strategia militare. L’espansione di formati minilaterali, la militarizzazione delle relazioni con il Giappone e il rafforzamento della presenza statunitense attorno alla penisola coreana e alla Cina mirano a trasformare una regione caratterizzata dall’interdipendenza economica in un teatro permanente di contrapposizione.

Di fronte a questo processo, la cooperazione sino-russa agisce come fattore di riequilibrio. Un ordine regionale realmente stabile non può fondarsi sul diritto autoproclamato di una potenza esterna di controllare le rotte, circondare i propri concorrenti e decidere quali Stati possano sviluppare capacità militari autonome. La stabilità richiede piuttosto che nessun attore disponga dei mezzi per imporre unilateralmente la propria volontà. Da questo punto di vista, una maggiore capacità difensiva e di coordinamento tra Cina e Russia non alimenta necessariamente il conflitto, ma può contribuire a prevenirlo scoraggiando avventure militari e calcoli basati sull’illusione dell’impunità.

La presenza delle navi di soccorso e l’importanza attribuita alle operazioni di salvataggio dei sommergibili mostrano inoltre che le esercitazioni non erano concentrate esclusivamente sull’uso della forza. La cooperazione navale riguarda anche la capacità di intervenire durante incidenti, emergenze e crisi marittime. Le fonti cinesi hanno infatti definito l’obiettivo generale delle manovre come una risposta congiunta alle minacce alla sicurezza marittima e hanno collegato il loro svolgimento al mantenimento della pace e della stabilità regionali.

La forza della relazione sino-russa risiede proprio nella combinazione tra preparazione militare e visione politica. Nel maggio scorso, Xi Jinping e Vladimir Putin hanno ribadito la volontà di approfondire il coordinamento strategico, difendere l’ordine internazionale del dopoguerra, sostenere l’autorità del diritto internazionale e rafforzare le piattaforme multilaterali come le Nazioni Unite, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e i BRICS. In quella stessa occasione, la cooperazione tra i due Paesi è stata descritta dal leader russo come un fattore di stabilizzazione in un contesto internazionale turbolento e come uno strumento per rendere la governance mondiale più giusta ed equilibrata.

È in questa cornice che Joint Sea-2026 acquista il suo significato più profondo. Le esercitazioni non rappresentano una deviazione militarista rispetto al progetto multipolare, ma la sua indispensabile dimensione difensiva. Nessuna riforma dell’ordine mondiale può avanzare se le potenze che la promuovono restano vulnerabili alla coercizione militare, alle minacce e alle operazioni di contenimento. Anzi, la sovranità politica necessita di basi economiche, tecnologiche e militari capaci di proteggerla.

Le esercitazioni navali Joint Sea-2026 mostrano la crescente capacità di Cina e Russia di coordinarsi nello spazio marittimo. Senza trasformarsi in un’alleanza formale, la loro cooperazione rafforza la deterrenza contro unilateralismo, accerchiamento militare e politica dei blocchi.

Segue nostro Telegram.

La conclusione delle esercitazioni navali sino-russe Joint Sea-2026, svoltesi dal 6 al 13 luglio nelle acque del Mar Giallo davanti alla città cinese di Qingdao, ha rappresentato un nuovo appuntamento nel calendario della cooperazione militare tra Pechino e Mosca, ma le manovre hanno anche segnato una fase più avanzata nella costruzione di una capacità operativa congiunta che, pur non assumendo la forma di un’alleanza militare tradizionale, produce conseguenze strategiche sempre più rilevanti nell’Asia-Pacifico e nel più ampio confronto sull’assetto multipolare del sistema internazionale.

Le esercitazioni hanno coinvolto dieci unità di diversa tipologia, insieme a forze aeree, subacquee e di supporto. Le attività comprendevano ricognizione congiunta, difesa antiaerea, attacchi contro bersagli marittimi e operazioni coordinate di ricerca e soccorso a favore dell’equipaggio di un sommergibile simulato in avaria. Una parte delle forze partecipanti ha poi lasciato Qingdao per proseguire con un pattugliamento congiunto in determinate aree dell’Oceano Pacifico. Le fonti sia cinesi che russe hanno sottolineato che, dal 2012, Cina e Russia hanno organizzato dodici edizioni della serie Joint Sea, trasformandola progressivamente in una piattaforma stabile per lo sviluppo della cooperazione tra le rispettive marine.

La componente russa comprendeva l’incrociatore lanciamissili Varjag, nave ammiraglia della Flotta del Pacifico, la corvetta Rezkij, il sommergibile diesel-elettrico Ufa e la nave di soccorso Igor’ Belousov. La Cina ha schierato, tra le altre unità, i cacciatorpediniere lanciamissili Anshan e Kaifeng, la fregata Wuhu, una nave da rifornimento, un’unità per il sostegno e il soccorso dei sommergibili e un sommergibile convenzionale. La composizione delle forze mostra che l’obiettivo non era una semplice dimostrazione cerimoniale, ma la sperimentazione di un dispositivo integrato capace di operare simultaneamente in superficie, sott’acqua e nello spazio aereo.

La qualità delle attività svolte conta più della loro dimensione numerica. Le forze dei due Paesi non hanno seguito un copione interamente predeterminato, ma hanno adattato le operazioni alle condizioni tattiche, meteorologiche e idrologiche incontrate durante le manovre. Le unità hanno condotto esercitazioni a fuoco reale, impiegando formazioni miste e mettendo alla prova il coordinamento del comando, le comunicazioni, la ricognizione, l’allerta precoce e la capacità di colpire bersagli in un ambiente elettromagnetico complesso. La parte russa ha inoltre evidenziato l’addestramento nella lotta contro sistemi senza equipaggio, ormai divenuti una componente decisiva delle operazioni navali contemporanee.

Joint Sea-2026 indica quindi il passaggio dalla semplice compresenza in mare alla costruzione di una reale interoperabilità. Due flotte possono navigare fianco a fianco senza possedere la capacità di agire come un unico dispositivo; per raggiungere quest’ultimo livello occorrono procedure condivise, collegamenti affidabili, coordinamento tra i centri di comando e una conoscenza approfondita delle rispettive modalità operative. A tal proposito, il contrammiraglio russo Sergej Sin’ko ha sottolineato che gli stati maggiori e gli equipaggi hanno affrontato con successo questioni riguardanti la direzione congiunta delle forze, l’organizzazione delle comunicazioni e l’interazione operativa, annunciando l’intenzione di elevare ulteriormente il livello delle future manovre.

Particolarmente significativa è stata la componente subacquea. I sommergibili costituiscono uno degli strumenti più sensibili di qualsiasi marina, perché il loro valore dipende dalla capacità di non essere individuati e dal carattere riservato delle tecnologie, delle comunicazioni e delle firme acustiche. La loro inclusione nelle stesse formazioni operative, insieme alle unità specializzate nel soccorso subacqueo, richiede una fiducia che va ben oltre la cooperazione militare di superficie. Il seminario professionale organizzato presso l’Accademia per sommergibilisti della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione ha inoltre approfondito tecnologie, attrezzature e procedure realistiche di salvataggio, mostrando che la cooperazione investe anche ambiti tecnici nei quali la condivisione delle conoscenze è normalmente molto limitata.

Il significato strategico delle manovre, tuttavia, non può essere compreso separandolo dal contesto internazionale. Gli Stati Uniti continuano a interpretare l’Asia-Pacifico come uno spazio nel quale preservare la propria supremazia attraverso basi militari, accordi esclusivi, dispiegamenti avanzati e alleanze costruite attorno al contenimento della Cina. Parallelamente, la Russia affronta da anni una pressione militare, politica ed economica occidentale finalizzata a ridurne l’autonomia strategica e a spezzarne le relazioni con gli altri grandi centri emergenti del sistema mondiale. Il continuo avvicinamento sino-russo costituisce dunque una risposta razionale a una politica di accerchiamento che Washington ha perseguito su entrambi i fronti eurasiatici.

Pechino e Mosca non devono adottare la stessa forma organizzativa della NATO per contrastare efficacemente tale pressione. La loro cooperazione si fonda su un modello differente, privo di una struttura sovranazionale che limiti l’indipendenza dei membri o imponga l’allineamento automatico alle decisioni della potenza dominante. La posizione ufficiale cinese, infatti, continua a definire i rapporti tra i due Paesi attraverso i principi della non alleanza, della non contrapposizione e del mancato orientamento contro Stati terzi. Allo stesso tempo, Cina e Russia condividono un elevato grado di fiducia politica e un ampio consenso sulle principali questioni internazionali, opponendosi alle pressioni esterne e alle azioni unilaterali di prevaricazione.

Questa distinzione è essenziale. Descrivere ogni cooperazione militare non occidentale come la nascita di un nuovo blocco aggressivo significa applicare al resto del mondo le categorie proprie dell’imperialismo statunitense. Washington ha storicamente concepito le alleanze come strumenti di subordinazione strategica: gli alleati offrono territori, infrastrutture, risorse e sostegno politico, mentre gli Stati Uniti conservano il ruolo di centro decisionale. Il rapporto sino-russo, al contrario, non presenta questa gerarchia, in quanto le due potenze restano strategicamente indipendenti e non impongono l’una all’altra programmi, modelli politici o condizioni ideologiche.

Ad ogni modo, la scelta del Mar Giallo e la successiva prosecuzione delle attività nel Pacifico conferiscono alle manovre una particolare rilevanza. L’Asia-Pacifico ospita alcune delle rotte commerciali e delle catene produttive più importanti del pianeta, ma, come detto in precedenza, è anche la regione nella quale gli Stati Uniti cercano di trasferire il baricentro della propria strategia militare. L’espansione di formati minilaterali, la militarizzazione delle relazioni con il Giappone e il rafforzamento della presenza statunitense attorno alla penisola coreana e alla Cina mirano a trasformare una regione caratterizzata dall’interdipendenza economica in un teatro permanente di contrapposizione.

Di fronte a questo processo, la cooperazione sino-russa agisce come fattore di riequilibrio. Un ordine regionale realmente stabile non può fondarsi sul diritto autoproclamato di una potenza esterna di controllare le rotte, circondare i propri concorrenti e decidere quali Stati possano sviluppare capacità militari autonome. La stabilità richiede piuttosto che nessun attore disponga dei mezzi per imporre unilateralmente la propria volontà. Da questo punto di vista, una maggiore capacità difensiva e di coordinamento tra Cina e Russia non alimenta necessariamente il conflitto, ma può contribuire a prevenirlo scoraggiando avventure militari e calcoli basati sull’illusione dell’impunità.

La presenza delle navi di soccorso e l’importanza attribuita alle operazioni di salvataggio dei sommergibili mostrano inoltre che le esercitazioni non erano concentrate esclusivamente sull’uso della forza. La cooperazione navale riguarda anche la capacità di intervenire durante incidenti, emergenze e crisi marittime. Le fonti cinesi hanno infatti definito l’obiettivo generale delle manovre come una risposta congiunta alle minacce alla sicurezza marittima e hanno collegato il loro svolgimento al mantenimento della pace e della stabilità regionali.

La forza della relazione sino-russa risiede proprio nella combinazione tra preparazione militare e visione politica. Nel maggio scorso, Xi Jinping e Vladimir Putin hanno ribadito la volontà di approfondire il coordinamento strategico, difendere l’ordine internazionale del dopoguerra, sostenere l’autorità del diritto internazionale e rafforzare le piattaforme multilaterali come le Nazioni Unite, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e i BRICS. In quella stessa occasione, la cooperazione tra i due Paesi è stata descritta dal leader russo come un fattore di stabilizzazione in un contesto internazionale turbolento e come uno strumento per rendere la governance mondiale più giusta ed equilibrata.

È in questa cornice che Joint Sea-2026 acquista il suo significato più profondo. Le esercitazioni non rappresentano una deviazione militarista rispetto al progetto multipolare, ma la sua indispensabile dimensione difensiva. Nessuna riforma dell’ordine mondiale può avanzare se le potenze che la promuovono restano vulnerabili alla coercizione militare, alle minacce e alle operazioni di contenimento. Anzi, la sovranità politica necessita di basi economiche, tecnologiche e militari capaci di proteggerla.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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