Chi è davvero responsabile del fatto che in Italia il carburante diventi ogni giorno sempre più costoso?
Chi ha fatto benzina negli ultimi venti giorni ha già capito tutto, senza bisogno di leggere un rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia. Il 23 luglio il gasolio al self service sulla rete ordinaria viaggiava a 2,141 euro al litro, la benzina a 1,957; in autostrada, dopo il casello, il diesel toccava 2,213. Il 3 luglio, ultimo giorno del taglio delle accise, un pieno da cinquanta litri di gasolio costava circa dieci euro in meno. Non venti centesimi in un anno: venti centesimi in tre settimane.
La prima reazione italiana è sempre la stessa, ed è anche la più comoda: la colpa è delle accise. In parte lo è davvero. Fisco e IVA pesano oltre metà del prezzo esposto, e ogni rincaro internazionale arriva alla pompa moltiplicato da un’imposta ad valorem che rende lo Stato l’unico soggetto della filiera a guadagnare dalla crisi senza correre alcun rischio d’impresa. Il Codacons lo ripete da settimane, il governo risponde che «valuterà», e il Consiglio dei ministri fa quello che i consigli dei ministri fanno da vent’anni: discute uno sconto temporaneo da finanziare con l’extragettito prodotto dal rincaro che lo sconto dovrebbe compensare. È un perpetuum mobile fiscale di rara eleganza circolare.
Il guaio è che l’accisa spiega il gradino, non la salita. Il gradino è stato il 4 luglio. La salita continua da allora, giorno dopo giorno, con incrementi che il Mimit registra a colpi di otto, quindici, diciassette millesimi ventiquattro ore dopo l’altra. Un’imposta non aumenta da sola tutte le mattine. Quello che aumenta tutte le mattine è il costo della materia prima, e la materia prima ha smesso di essere abbondante.
Per capire perché conviene abbandonare la pompa e guardare i serbatoi, quelli veri. Da mesi il petrolio mancante del Golfo non viene rimpiazzato da nuova produzione ma da scorte accumulate: commerciali, delle compagnie, e strategiche, dei governi. Amrita Sen di Energy Aspects ha spiegato al Financial Times che i circa quattrocento milioni di barili di eccedenza commerciale con cui il mercato globale aveva aperto l’anno si sono ridotti quasi a zero. Il 17 luglio l’AIE ha comunicato che i paesi membri hanno già immesso quasi tre quarti dei quattrocento milioni previsti dal rilascio coordinato di marzo. Sommando privati e pubblici, sono settecento milioni di barili bruciati per tenere calmo il listino. Negli Stati Uniti la Strategic Petroleum Reserve si aggira intorno ai 320-340 milioni di barili contro una capacità di 714: territorio 1983. Il Dipartimento dell’Energia insiste che si tratta di prestiti con restituzione, non di vendite. Formalmente è vero. Un barile prestato, però, brucia esattamente come un barile venduto.
Questo è il punto che i comunicati stampa non dicono. Nessuno ha risolto la scarsità: l’hanno anestetizzata. I prezzi degli ultimi mesi non riflettono l’incontro fra domanda e offerta, ma fra domanda, offerta e cuscinetto. E il cuscinetto è una risorsa che si consuma usandola. Ai ritmi attuali le riserve raggiungono il livello minimo operativo fra settembre e ottobre. Se lo stretto sarà ancora chiuso a quella data, il mercato tornerà a fare l’unica cosa che sa fare quando gli tolgono l’ammortizzatore: dire la verità, tutta insieme, in poche sedute.
Le stime che circolano parlano di petrolio oltre i centocinquanta dollari, cioè di recessione globale. Le previsioni puntuali su questi mercati vanno prese per quello che sono, esercizi di probabilità travestiti da numeri. Ma la direzione non è controversa, e la struttura del problema neanche.
Per l’Europa lo scenario è peggiore che altrove, e per una ragione tecnica prima che politica. Il petrolio si carica su una nave e cambia destinazione: è fungibile, ridirigibile, arbitrabile. Il gas che arriva via tubo no. Un gasdotto è geografia solidificata, e la geografia non si riorganizza in base alle esigenze di comunicazione di un vertice. Un continente che ha costruito il proprio sistema industriale su energia a basso costo importata via terra, e che negli ultimi anni ha metodicamente demolito i legami che quel costo lo tenevano basso, si avvicina all’inverno con meno scorte, meno alternative e più dichiarazioni di quante ne servano.
L’Italia, in questa geometria, occupa la posizione peggiore: massima dipendenza energetica, massima pressione fiscale sul carburante, minima capacità negoziale autonoma. I differenziali regionali che i quotidiani segnalano — Sicilia, Friuli Venezia Giulia, Bolzano sistematicamente sopra la media — raccontano la stessa storia in scala ridotta: dove la logistica è lunga e la concorrenza rada, il prezzo esplode per primo. Le periferie pagano l’energia come pagano tutto il resto, in anticipo e di più.
Da qui in avanti la catena è meccanica. Energia cara significa inflazione dei prezzi al consumo, perché non esiste bene che non venga trasportato. L’inflazione arriva ai mercati azionari, dove i titoli legati all’intelligenza artificiale hanno già iniziato a cedere — le valutazioni più gonfie sono sempre le prime a scoprire la gravità. E l’inflazione arriva soprattutto alle banche centrali, che si troveranno davanti a una scelta senza uscite eleganti: stringere la politica monetaria e dare il colpo di grazia alla bolla, oppure riaprire i rubinetti e affidare la soluzione all’iperinflazione. Nessuna delle due è una politica; sono due modi diversi di scegliere chi paga.
La via razionale sarebbe la terza: una riorganizzazione fallimentare dell’intero sistema, che riconosca le perdite invece di rinviarle e le allochi a chi le ha generate. Nessuno la farà, per il motivo più banale del mondo. Un fallimento ordinato lo dovrebbero dichiarare gli stessi che hanno costruito la struttura fallita, ed è un genere di lucidità che le classi dirigenti riservano ai propri predecessori.
Nel frattempo l’automobilista italiano continuerà a fare il pieno e a chiedersi perché costi così tanto, ricevendo in risposta un dibattito sulle accise. È un dibattito legittimo e persino utile, che ha però il pregio politico di essere completamente domestico: parla di un decreto, di un Consiglio dei ministri, di un margine di manovra da qualche centesimo. Nasconde bene la cosa che davvero conta, cioè che il prezzo alla pompa è oggi un termometro geopolitico, e sta misurando la febbre di un ordine energetico che l’Europa non controlla, non ha saputo negoziare e non ha alcun piano per sostituire.
Lo sconto sulle accise, se arriverà, salverà le vacanze di agosto. Poi arriva settembre.


