La terra sta riprendendo quello che il mare aveva preso. E lo Stretto di Hormuz — quella sottile linea d’acqua tra l’Oman e l’Iran — è il punto in cui la storia ha scelto di voltare pagina.
Quando l’acqua ferma il mondo
Vi sono momenti nella storia in cui una crisi non si limita a scuotere l’ordine esistente, ma ne rivela le fondamenta marce. La chiusura dello Stretto di Hormuz — quella striscia d’acqua larga appena quaranta chilometri attraverso cui scorre il venti per cento del petrolio mondiale — non è soltanto uno shock energetico di proporzioni straordinarie. È lo specchio attraverso cui il mondo osserva, forse per la prima volta con piena chiarezza, quanto sia fragile l’architettura commerciale e finanziaria costruita dall’Occidente nel secondo dopoguerra. E, al tempo stesso, è il catalizzatore che potrebbe accelerare la nascita di un ordine alternativo: più continentale, più multipolare, più terrestre.
Il blocco dello Stretto di Hormuz — innescato dall’escalation del conflitto tra Iran e la coalizione Israele-USA dal 28 febbraio e tuttora in vigore a — ha prodotto uno tsunami economico senza precedenti. Il prezzo del greggio Brent ha superato i 160 dollari al barile nel giro di settantadue ore dall’annuncio della chiusura, mentre il gas naturale liquefatto ha visto i propri contratti futures triplicare di valore. Le catene di approvvigionamento dell’industria manifatturiera europea e nordamericana, già indebolite dai postumi pandemici e dalla crisi dei semiconduttori del decennio precedente, hanno mostrato una fragilità drammatica: decine di stabilimenti dalla Germania alla California hanno ridotto o sospeso la produzione per mancanza di componenti e materie prime. I costi della rotta alternativa via Capo di Buona Speranza, che allunga i tragitti di diciotto giorni e aumenta i costi di trasporto del trenta-cinquanta per cento, hanno scaricato pressioni inflazionistiche su un sistema già in tensione. La volatilità sui mercati finanziari globali ha raggiunto livelli comparabili solo alla crisi del 2008: l’indice VIX ha toccato quota 58, mentre i mercati azionari di New York, Londra e Francoforte hanno registrato perdite cumulative superiori al dodici per cento nelle prime quattro settimane. Il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso le sue proiezioni di crescita globale di due punti percentuali per il 2026, portandole allo 0,8 per cento.
Per comprendere la portata storica di questo momento occorre guardare al sistema che la crisi di Hormuz sta corrodendo. L’ordine economico globale del XX secolo è stato, nella sua essenza più profonda, un ordine marittimo. La Pax Americana che ha dominato il pianeta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale si fondava su tre pilastri strettamente interconnessi: la supremazia navale degli Stati Uniti nei mari del mondo, il dollaro come valuta di riserva universale e il controllo delle grandi rotte oceaniche da parte delle marine occidentali — in primis quella americana e, in subordine, quella britannica.
Questa architettura non era ideologicamente neutra: era il prolungamento geopolitico della tradizione anglosassone di potenza marittima, codificata già nell’Ottocento dall’ammiraglio Alfred Thayer Mahan nella sua opera The Influence of Sea Power upon History. Il controllo dei mari significava controllo del commercio; il controllo del commercio significava controllo dell’economia mondiale; il controllo dell’economia mondiale significava egemonia politica. Per quasi ottant’anni, questo sistema ha funzionato con efficacia sorprendente, distribuendo privilegi straordinari agli Stati Uniti — primo tra tutti il cosiddetto “privilegio esorbitante” di emettere la valuta di riserva mondiale — e ai suoi alleati.
Ma i sistemi egemonici hanno cicli di vita. E la crisi di Hormuz ha reso evidente ciò che molti affermano da anni con crescente insistenza: l’era della dominanza occidentale non è in declino, è già finita. Quello che stiamo vivendo sono le convulsioni terminali di un ordine che si ostina a non riconoscere la propria obsolescenza. L’impossibilità della Marina statunitense di tenere aperto lo Stretto nonostante la presenza della V Flotta nel Golfo Persico ha dimostrato che anche la potenza navale americana ha limiti operativi che un tempo sembravano impensabili. La dottrina della libertà di navigazione, cardine dell’ordine liberale internazionale, si è incrinata davanti alla realtà di uno Stato mediorientale — con i suoi proxy e le sue capacità missilistiche asimmetriche — capace di sfidare con successo la superpotenza marittima per eccellenza.
Il declino dell’egemonia marittima occidentale non è fenomeno di oggi. Ha radici nell’ascesa economica della Cina, nell’affermazione geopolitica della Russia post-2014, nella progressiva de-dollarizzazione avviata da un numero crescente di economie emergenti e nell’erosione del multilateralismo liberale nelle sedi internazionali tradizionali — dall’OMC al FMI, dall’ONU alla Banca Mondiale. La crisi di Hormuz non ha creato questa deriva; l’ha semplicemente accelerata con la brutalità propria degli shock storici.
L’Heartland alla riscossa: Mackinder aveva ragione?
Lo abbiamo citato tante volte, una in più non ci stupirà. Nel 1904, il geografo e stratega britannico Halford John Mackinder presentò alla Royal Geographical Society di Londra un saggio destinato a diventare uno dei testi fondativi della geopolitica moderna. Il titolo era The Geographical Pivot of History e la tesi centrale era rivoluzionaria per l’epoca: il futuro del potere mondiale non apparteneva alle potenze marittime, ma a chi avrebbe controllato quello che Mackinder chiamava “Heartland”, ovvero il cuore del supercontinente eurasiatico, quella vasta zona continentale che si estende dalle pianure dell’Europa orientale alle steppe della Siberia e alle altipiani dell’Asia centrale, impenetrabile alle flotte navali e naturalmente inaccessibile al dominio marittimo. La sintesi strategica di Mackinder, che tutti abbiamo imparato a conoscere, è entrata nella storia con la formula «Chi governa l’Europa orientale comanda l’Heartland; chi governa l’Heartland comanda l’Isola del Mondo; chi governa l’Isola del Mondo governa il Mondo». Le potenze marittime anglosassoni del XX secolo hanno costruito la propria egemonia globale proprio tentando di neutralizzare questo assioma: il contenimento dell’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda era, nella sua essenza, un tentativo di impedire che la potenza dell’Heartland si estendesse fino a dominare le coste del supercontinente.
Ebbene, con la crisi di Hormuz, la logica di Mackinder torna al centro della riflessione strategica globale. Se le rotte marittime diventano inaffidabili — per guerra, instabilità regionale o semplice rivalità tra grandi potenze — il commercio globale deve necessariamente cercare percorsi alternativi, e quei percorsi alternativi passano quasi inevitabilmente attraverso l’Heartland. Le ferrovie, i gasdotti, i corridoi stradali transcontinentali che attraversano l’Asia centrale, la Russia, l’Iran, il Pakistan, la Turchia: è qui che si gioca la posta in gioco del nuovo ordine mondiale ed è qui che i BRICS+ hanno già costruito, o stanno costruendo proprio mentre ne scriviamo, le infrastrutture del futuro.
Mackinder è stato riscoperto nelle cancellerie di Mosca, Pechino e New Delhi con un’attenzione che non aveva mai avuto nemmeno nelle università britanniche. La crisi di Hormuz ha dato a quella riscoperta una concretezza che finora mancava: improvvisamente le rotte terrestri non sono più un’alternativa teorica, sono l’unica alternativa pratica.
L’unica via d’uscita: l’architettura BRICS+ e il post-Hormuz
È qui e ora che i BRICS+ si trovano nella posizione straordinaria di poter offrire al resto del mondo quello che nessuna potenza occidentale è in grado di proporre in questo momento: una via d’uscita concreta e già parzialmente operativa dalla crisi delle rotte marittime.
Questa via d’uscita ha quattro dimensioni che si rafforzano a vicenda: le nuove rotte terrestri eurasiatiche, i corridoi energetici alternativi, la dedollarizzazione degli scambi commerciali e la costruzione di un’architettura finanziaria indipendente da SWIFT e dal sistema bancario occidentale. Consideriamole separatamente, avendo però cura di non perdere la visione d’insieme: è la loro combinazione a rendere l’offerta BRICS+ strategicamente credibile.
La Belt and Road Initiative cinese ha costruito in silenzio, negli ultimi dieci anni, la spina dorsale di un commercio eurasiatico che non dipende dallo Stretto di Hormuz né da nessun altro passaggio marittimo critico. I corridoi ferroviari Cina-Europa attraverso l’Asia Centrale, in particolare il China-Europe Railway Express, che ha movimentato nel 2025 circa 1,9 milioni di TEU (container equivalenti da venti piedi) con una crescita del 22 per cento sull’anno precedente, rappresentano oggi un’alternativa credibile alle rotte via Suez per le merci ad alto valore aggiunto.
Il blocco di Hormuz ha moltiplicato per tre le richieste di capacità su queste linee in poche settimane. Secondo dati preliminari pubblicati dal China State Railway Group, nel solo mese di aprile 2026 le prenotazioni di spazio ferroviario sulla rotta Cina-Europa sono aumentate del 340 per cento rispetto alla media del 2025. I tempi di transito, tipicamente quindici-diciotto giorni rispetto ai trenta-quaranta della via marittima via Suez, rendono la soluzione ferroviaria particolarmente attraente per settori come l’elettronica, le automotive e i prodotti farmaceutici.
Ma la BRI non è l’unico elemento di questa riarticolazione. Il Corridoio Internazionale dei Trasporti Nord-Sud (INSTC), promosso da Russia, India e Iran e oggi allargato ad Azerbaijan, Armenia e diversi paesi centroasiatici, sta vivendo una seconda giovinezza. Questo corridoio — che collega Mumbai a San Pietroburgo via mare Arabico, Iran e Caspio — permette di collegare l’India con l’Europa in circa venticinque giorni, rispetto ai quaranta-quarantacinque della via tradizionale via Suez, riducendo i costi logistici stimati tra il venti e il trenta per cento. Con Hormuz chiuso, il segmento marittimo del corridoio deve essere ricalibrato, ma i tratti ferroviari e stradali iraniani — oggetto di significativi investimenti negli ultimi tre anni — permettono bypass efficaci. L’INSTC era considerato un corridoio secondario ma la crisi di Hormuz l’ha trasformato in una priorità strategica di primo ordine per tutta l’Asia Meridionale.
Sul fronte energetico, la crisi di Hormuz ha dato un’accelerazione decisiva a progetti di pipeline e infrastrutture energetiche terrestri che erano stati rallentati da opposizioni politiche, difficoltà finanziarie o semplicemente dalla convenienza economica delle rotte marittime. Il Power of Siberia 2 — il gasdotto che dovrebbe collegare i giacimenti siberiani con la Cina attraverso la Mongolia — ha visto le trattative accelerare significativamente dopo il blocco dello Stretto. L’accordo, discusso per anni senza una conclusione definitiva per le divergenze sui prezzi, è oggi presentato come urgenza strategica da entrambe le parti: la Cina, che importava circa il diciotto per cento del suo gas via GNL dal Golfo Persico, deve trovare alternative terrestri; la Russia, esclusa dai mercati europei dopo le sanzioni del 2022, ha bisogno di sbocchi commerciali stabili verso est.
Nel frattempo, il gasdotto TAP (Trans-Adriatic Pipeline) che porta il gas azero in Italia via Turchia, e il TurkStream che collega la Russia alla Turchia e ai Balcani, stanno lavorando a piena capacità. La Turchia — che non ha aderito alle sanzioni occidentali contro la Russia e mantiene rapporti stabili con tutti gli attori BRICS+ — si trova in una posizione di leverage straordinaria come hub energetico continentale. Ankara, non a caso, ha formalmente richiesto di entrare nell’organizzazione BRICS nel 2024, una candidatura che potrebbe essere definitivamente accolta entro la fine dell’anno.
La pipeline India-Iran-Pakistan — un progetto rimasto congelato per decenni a causa delle pressioni americane su Islamabad — è stata rilanciata in forma diversa, con un collegamento diretto India-Iran attraverso il Golfo di Oman (bypassando lo Stretto) e poi via terra sino ai mercati centroasiatici. I tecnici del ministero del Petrolio iraniano e quelli del Ministry of Petroleum and Natural Gas indiano hanno ripreso i contatti diretti per la prima volta dal 2012.
La crisi di Hormuz ha trasformato in priorità strategica ciò che era considerato un’alternativa teorica: le rotte terrestri eurasiatiche sono oggi l’unica risposta credibile al blocco dei passaggi marittimi.
Bye bye Mr. Dollar
“Il petrolio si compra e si vende in dollari”, questo diceva la sacra legge di Nixon. Non erano concesse alternativo ed è ciò che ha permesso agli Stati Uniti di finanziare i propri deficit commerciali praticamente senza costi, di esercitare pressioni economiche attraverso le sanzioni e di mantenere il dollaro al centro del sistema finanziario globale indipendentemente dalla performance reale dell’economia americana. La crisi di Hormuz ha accelerato in modo drammatico una tendenza che era già in corso da anni: la de-dollarizzazione degli scambi energetici ed commerciali tra i paesi BRICS+. Il processo era iniziato con gli accordi bilaterali Cina-Russia denominati in yuan e rubli dopo il 2022; si era esteso agli scambi India-Russia per il petrolio (saldati in gran parte in rupie) e agli accordi Cina-Arabia Saudita per forniture di greggio denominate parzialmente in yuan. Poco a poco, la banconota verde ha smesso di avere potere. Con il blocco di Hormuz, la de-dollarizzazione ha subito una accelerazione sistemica particolarmente impattante. Quando le rotte commerciali si ridisegnano su tracciati terrestri eurasiatici, quando il commercio avviene tra paesi BRICS+ attraverso corridoi che non passano per i sistemi finanziari occidentali, quando le sanzioni americane perdono efficacia perché i flussi commerciali evitano i nodi bancari su cui Washington esercita la propria influenza — il dollaro smette di essere l’unica opzione praticabile e diventa sempre più uno strumento di una parte sola.
Il BRICS Bridge — il sistema di pagamenti interbancari proposto dal blocco come alternativa a SWIFT, operativo in forma pilota dal gennaio 2026 — ha visto le transazioni raddoppiare nel solo mese di aprile rispetto alla media del trimestre precedente. Il sistema, basato su una piattaforma distribuita che consente pagamenti bilaterali nelle valute nazionali dei paesi aderenti, non è ancora competitivo con SWIFT in termini di volumi assoluti, ma la sua crescita è esponenziale. Quello che stiamo assistendo è un cambiamento strutturale nel sistema monetario internazionale che potrebbe dimostrarsi più profondo di quello che ci aspettavamo, e sta avvenendo più rapidamente di quanto i modelli economici standard prevedessero.
L’accordo annunciato in aprile tra Brasile, Russia, India e Cina per denominare in yuan e in un paniere di valute BRICS il commercio di commodities agricole — cereali, soia, carne bovina — all’interno del blocco rappresenta un passo storico che potrebbe accelerare la de-dollarizzazione ben oltre il settore energetico. Il Brasile, primo esportatore mondiale di soia e carne bovina, è il tassello che mancava: la sua adesione a questo schema significa che una fetta significativa del commercio agricolo mondiale potrà bypassare il dollaro.
La direzione è chiara. Non si tratta di una sostituzione istantanea del dollaro — nessun analista serio la prevede a breve termine — ma di una progressiva erosione del suo monopolio. Il Fondo Monetario Internazionale, nel suo World Economic Outlook di aprile 2026, ha rilevato per la prima volta che la quota del dollaro nelle riserve valutarie mondiali è scesa sotto il 55 per cento, al minimo storico. Venticinque anni fa era al 71 per cento.
L’Europa senza bussola
In questo scenario di ridisegno globale, l’Europa si trova in una posizione di singolare impotenza. Dipendente per il settanta per cento del proprio fabbisogno energetico da importazioni extra-continentali, priva di una politica estera comune capace di proiettare autonomia strategica, militarmente subordinata all’ombrello NATO e quindi alle priorità americane, e commercialmente esposta sia all’instabilità delle rotte marittime sia alla competizione industriale cinese, il Vecchio Continente rischia di essere la grande vittima collaterale del riassetto in corso. Le elite politiche europee — ancora impegnate a declinare la crisi di Hormuz come problema di sicurezza regionale piuttosto che come catalizzatore di un cambio d’epoca — faticano a cogliere che il tempo delle scelte si sta restringendo rapidamente. L’Europa ha una finestra — che molti analisti stimano in non più di tre-cinque anni — per ridefinire la propria posizione nell’ordine globale emergente: o come appendice strategica dell’Occidente a guida americana, oppure come attore autonomo capace di dialogare con tutti i poli del sistema multipolare.
Le crisi geopolitiche ed economiche sono, nella storia, i momenti in cui gli ordini si disintegrano e i nuovi emergono. La Prima Guerra Mondiale ha distrutto l’ordine imperiale europeo e aperto la strada alla supremazia angloamericana. La Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale hanno liquidato quel primo tentativo di ordine liberale multilaterale e costruito, sulle sue ceneri, il sistema di Bretton Woods. Lo shock petrolifero del 1973 ha anticipato la fine della crescita illimitata del dopoguerra e aperto l’era della finanziarizzazione e della globalizzazione neoliberale.
La crisi di Hormuz del 2026 appartiene a questa categoria di eventi fondativi. Non è un’interruzione temporanea che si risolverà con qualche aggiustamento marginale — è la prova generale di un ordine che viene. Le infrastrutture terrestri eurasiatiche che i BRICS+ stanno attivando non torneranno inutilizzate quando lo Stretto riaprirà. Le relazioni commerciali denominate in valute non-dollaro non si dissolveranno con il ritorno alla normalità nei mercati energetici. La fiducia nelle rotte marittime controllate dalle potenze anglosassoni — già incrinata dopo l’episodio del Canale di Suez del 2021 (la nave Ever Given) e l’instabilità nel Mar Rosso del 2023-2024 — ha subito una frattura che non si sutura semplicemente con la riapertura di un passaggio.
Le crisi non creano le condizioni del cambiamento, le rivelano. Le rotte terrestri eurasiatiche, la de-dollarizzazione, i nuovi sistemi di pagamento BRICS+, tutto questo esisteva già, lo sappiamo. Hormuz ha semplicemente reso evidente che è il futuro, non un esperimento marginale.
Gli investitori globali lo hanno capito prima dei governi occidentali. Il rendimento dei Treasury americani a dieci anni ha toccato il 5,8 per cento a metà maggio — il massimo da decenni — mentre le valute dei paesi BRICS+ hanno mostrato una tenuta sorprendente nonostante la volatilità generale. Il rublo, supportato dalle esportazioni energetiche terrestri verso la Cina, è rimasto stabile. Lo yuan ha guadagnato terreno come valuta di riserva. La rupia indiana si è apprezzata rispetto all’euro.
Il panorama delle istituzioni finanziarie internazionali riflette questa transizione. La New Development Bank dei BRICS ha approvato in aprile un pacchetto di emergenza da 15 miliardi per finanziare l’adeguamento infrastrutturale dei paesi membri più colpiti dalla crisi logistica. La velocità e l’entità di questa risposta non hanno precedenti nella storia dell’istituzione, e sono state deliberatamente messe a confronto con i tempi burocratici del FMI e della Banca Mondiale.
Verso la Grande Convergenza Eurasiatica
Guardando oltre l’emergenza immediata, quello che si intravvede è uno scenario di riassetto strutturale del commercio e della geopolitica globale che potrebbe dispiegarsi nel corso del prossimo decennio con conseguenze paragonabili a quelle della fine della Guerra Fredda. La grande convergenza eurasiatica — il progressivo allineamento degli interessi commerciali e strategici di Cina, Russia, India, Iran, paesi del Golfo e dell’Africa subsahariana attorno a un sistema di rotte, valute e istituzioni alternativo a quello occidentale — ha nell’allargamento BRICS+ il suo quadro istituzionale e nella crisi di Hormuz il suo momento catalizzatore.
La presenza nell’organizzazione BRICS+ sia dell’Arabia Saudita sia dell’Iran — nonostante le tensioni bilaterali che hanno contribuito alla crisi stessa — è di per sé un dato straordinario. Il blocco comprende oggi paesi che rappresentano il 46 per cento della popolazione mondiale, il 37 per cento del PIL globale in parità di potere d’acquisto, il 44 per cento della produzione petrolifera mondiale e oltre il 55 per cento delle riserve accertate di gas naturale. Non si tratta di un club di paesi marginali in cerca di visibilità: è la maggioranza economica e demografica del pianeta che si organizza in forma alternativa.
Le proiezioni demografiche e di crescita economica rendono questo dato ancora più significativo. Secondo le stime di Goldman Sachs Asset Management, entro il 2035 i paesi BRICS+ rappresenteranno il 50 per cento del PIL mondiale in PPP e due terzi della crescita globale. L’Europa e gli Stati Uniti, pur mantenendo livelli di reddito pro capite superiori, vedranno la loro quota di commercio mondiale e di influenza nelle istituzioni finanziarie internazionali ridursi progressivamente.
La crisi di Hormuz appare meno come un incidente drammatico e più come il prologo di una storia già scritta.
C’è un’ironia nella storia che non sfugge a chi osserva i grandi cicli della geopolitica: l’ordine commerciale moderno è nato dalla terra — dalle carovane della Via della Seta, dai corridoi speziati dell’Asia centrale, dai mercati continentali dell’Eurasia medievale — prima che i navigatori portoghesi e spagnoli spostassero il baricentro del potere verso i mari. Per cinque secoli, le potenze marittime hanno dominato il pianeta. La crisi di Hormuz del 2026 potrebbe segnare l’inizio del ciclo successivo: il ritorno della terra.
Non si tratta di un ritorno al passato, ma di una sintesi nuova: reti ferroviarie ad alta velocità invece di carovane, gasdotti e cavi dati invece di caravanserragli, sistemi di pagamento digitali in valute nazionali invece di monete d’oro. I BRICS+ non stanno offrendo al mondo un’utopia; stanno offrendo un’infrastruttura che è già in costruzione e che la crisi di Hormuz ha reso urgente e visibile. Questo è.
Il vecchio ordine non scomparirà domani mattina. Il dollaro rimarrà valuta di riserva significativa per decenni. La Marina americana resterà la più potente del mondo. Le istituzioni di Bretton Woods continueranno a operare. Ma l’egemonia — quell’uso del potere che non richiede spiegazioni perché appare naturale e inevitabile — quella sì, si sta concludendo. E quando un’egemonia finisce, non torna.
Mackinder scrisse la sua teoria dell’Heartland per avvertire l’Impero Britannico del pericolo che veniva dall’interno del continente eurasiatico. L’avvertimento arrivò tardi e fu ignorato. Oggi, centoventidue anni dopo, la sua profezia si compie non come trionfo di una singola potenza terrestre, ma come riequilibrio di un sistema che aveva perso il proprio centro di gravità.
La terra sta riprendendo quello che il mare aveva preso. E lo Stretto di Hormuz — quella sottile linea d’acqua tra l’Oman e l’Iran — è il punto in cui la storia ha scelto di voltare pagina.


