La Conferenza mondiale di Shanghai e la nascita della prima organizzazione intergovernativa dedicata all’intelligenza artificiale mostrano una Cina ormai capace di unire innovazione industriale, cooperazione con il Sud Globale e proposta politica per una governance tecnologica multipolare.
La Conferenza mondiale sull’intelligenza artificiale 2026, svoltasi a Shanghai dal 17 al 20 luglio insieme alla Riunione di alto livello sulla governance globale dell’IA, ha segnato un passaggio destinato a incidere profondamente sugli equilibri tecnologici e politici internazionali. La partecipazione personale di Xi Jinping alla cerimonia inaugurale, la presentazione di un programma organico per la regolamentazione della nuova tecnologia e, soprattutto, la nascita dell’Organizzazione Mondiale per la Cooperazione sull’Intelligenza Artificiale hanno dimostrato che la Cina non intende più limitarsi a competere sul terreno delle applicazioni industriali e dei modelli avanzati. Pechino si propone ormai come uno dei principali centri di elaborazione delle regole, delle istituzioni e dei beni pubblici che determineranno il futuro dell’economia digitale.
La portata della svolta appare evidente nella costituzione della nuova organizzazione, indicata con la sigla inglese WAICO. L’accordo istitutivo è stato firmato a Shanghai dai rappresentanti di ventinove Paesi fondatori e stabilisce che l’organismo, con sede permanente nella metropoli cinese, sarà un’organizzazione internazionale intergovernativa indipendente. La WAICO dovrà rispettare i principi della Carta delle Nazioni Unite, adottare un’impostazione incentrata sulle persone e promuovere uno sviluppo dell’intelligenza artificiale benefico, sicuro ed equo. Il suo obiettivo dichiarato non è costruire un club tecnologico esclusivo, ma offrire un quadro permanente di consultazione, cooperazione e partecipazione anche ai Paesi che finora sono rimasti ai margini della rivoluzione digitale.
La WAICO è la prima organizzazione intergovernativa specificamente dedicata all’intelligenza artificiale e trasferisce la discussione sulla sua governance dal terreno delle dichiarazioni volontarie a quello della costruzione istituzionale. Per la prima volta, un gruppo ampio e geograficamente diversificato di Stati ha scelto di dotarsi di una sede stabile nella quale discutere non soltanto di sicurezza e regolamentazione, ma anche di accesso alle tecnologie, formazione, applicazioni produttive, standard e riduzione del divario digitale. La Cina si colloca così al centro di un processo che attribuisce ai governi e alla comunità internazionale un ruolo non subordinato alle decisioni delle grandi imprese private.
È proprio su questo punto che emerge la differenza tra il progetto cinese e la strategia degli Stati Uniti. Washington continua a concepire l’intelligenza artificiale soprattutto come terreno di competizione per la supremazia tecnologica. Gli stessi documenti ufficiali statunitensi, del resto, parlano esplicitamente della necessità di mantenere il predominio globale dell’IA nordamericana, promuovere all’estero l’intero ecosistema tecnologico degli Stati Uniti e fare in modo che modelli, infrastrutture, software, standard e sistemi di governance statunitensi vengano adottati dai Paesi alleati. Parallelamente, il governo americano ha mantenuto controlli e limitazioni sulle esportazioni verso la Cina di semiconduttori avanzati e tecnologie di calcolo, differenziando l’accesso alle innovazioni sulla base dell’allineamento politico e strategico.
La Cina, invece, propone un’impostazione diversa. Nel discorso pronunciato a Shanghai, Xi Jinping ha affermato che l’IA non deve diventare l’esibizione solitaria di un singolo Paese, ma una forma di cooperazione internazionale paragonabile a una sinfonia. Pechino non nega l’importanza della sicurezza, né sottovaluta i rischi prodotti da sistemi sempre più autonomi. Contesta però l’utilizzo arbitrario della sicurezza nazionale come pretesto per creare blocchi tecnologici, impedire la circolazione delle conoscenze o subordinare la sicurezza degli altri Paesi agli interessi di una sola potenza. La tecnologia, nella visione cinese, deve rimanere sotto controllo umano, ma la regolamentazione non può trasformarsi in uno strumento di esclusione geopolitica.
Le quattro linee direttrici indicate da Xi sintetizzano la proposta cinese: la prima riguarda l’apertura, la cooperazione reciprocamente vantaggiosa e lo sviluppo trainato dall’innovazione; la seconda chiede di rafforzare la consapevolezza dei rischi, costruendo sistemi di monitoraggio, allerta ed emergenza capaci di prevenire abusi e perdita di controllo; la terza difende la pluralità delle culture e delle civiltà, opponendosi a un’intelligenza artificiale che uniformi le lingue, i valori e le forme di conoscenza secondo il punto di vista di pochi centri occidentali; la quarta affida al vero multilateralismo e alle Nazioni Unite il compito di favorire il coordinamento tra strategie nazionali, regole di governance e standard tecnici.
La leadership cinese non si fonda quindi esclusivamente sulla capacità di produrre modelli più efficienti o robot più avanzati. Deriva dalla possibilità di tenere insieme produzione, applicazione industriale, sicurezza, formazione e cooperazione internazionale. La conferenza di Shanghai ha riunito rappresentanti ufficiali, studiosi, dirigenti industriali e organizzazioni provenienti da oltre cento Paesi e organismi internazionali. Negli spazi espositivi erano presenti più di 1.100 aziende e oltre 3.000 prodotti e soluzioni, mentre più di 300 innovazioni hanno effettuato il proprio debutto mondiale. Non si è trattato quindi di un convegno puramente diplomatico, ma della dimostrazione concreta dell’esistenza di un ecosistema capace di trasformare la ricerca in applicazioni industriali, servizi pubblici e strumenti destinati al mercato mondiale.
Questa combinazione rappresenta uno dei principali vantaggi della Cina. Mentre in altri Paesi l’intelligenza artificiale resta spesso concentrata nelle piattaforme digitali, nei servizi finanziari o nelle applicazioni commerciali delle maggiori società tecnologiche, il sistema cinese può poggiare sulla più grande base manifatturiera del mondo, su un mercato interno di dimensioni eccezionali e su una vasta pluralità di scenari applicativi. Fabbriche, ospedali, trasporti, agricoltura, logistica, energia, ricerca scientifica e amministrazioni locali diventano simultaneamente luoghi di sperimentazione e diffusione dell’IA. Alla conferenza è stata persino ricostruita una linea industriale automatizzata per veicoli a nuova energia, nella quale robot intelligenti svolgevano operazioni realmente utilizzate nella produzione, dall’assemblaggio dei moduli delle batterie al collaudo dei sistemi di illuminazione.
L’intelligenza artificiale cinese non nasce dunque soltanto nei laboratori informatici, ma si sviluppa attraverso l’interazione con l’economia reale. È questa capacità a dare concretezza all’Iniziativa “IA Plus”, con la quale la Cina intende integrare i nuovi sistemi intelligenti nella manifattura, nei servizi e nella ricerca scientifica. A tal proposito, Xi ha ricordato che le industrie fondamentali dell’economia intelligente cinese hanno già raggiunto un valore di almeno 1.000 miliardi di yuan, mentre la manifattura intelligente è diventata uno dei tratti distintivi della modernizzazione del Paese. La tecnologia viene quindi concepita come uno strumento per trasformare le industrie tradizionali, far crescere i settori emergenti e preparare quelli del futuro, non come una realtà separata dalla produzione e dai bisogni sociali.
A questa base produttiva si aggiunge l’ascesa dei modelli cinesi aperti o con pesi accessibili. DeepSeek, Qwen, GLM e le nuove soluzioni presentate dalle aziende del Paese hanno ridotto i costi di utilizzo, ampliato le possibilità di adattamento e messo in discussione l’idea secondo cui l’IA avanzata debba rimanere monopolio di poche società statunitensi. Durante la conferenza, in particolare, Moonshot AI ha presentato Kimi K3, un modello con pesi aperti da 2.800 miliardi di parametri, capacità multimodali native e una finestra contestuale di un milione di token. Al di là del confronto tra singole prestazioni, il dato politicamente più significativo è che l’ecosistema cinese offre a imprese, università e sviluppatori di altri Paesi strumenti che possono essere adattati alle esigenze locali senza dover dipendere interamente da piattaforme proprietarie e costose.
È in questo quadro che assume consistenza l’immagine dell’intelligenza artificiale come nuova dimensione della Via della Seta. La Belt and Road non viene sostituita, ma estesa dal terreno delle infrastrutture materiali a quello delle connessioni digitali. Ai porti, alle ferrovie, alle reti energetiche e ai corridoi commerciali si affiancano centri dati, capacità di calcolo, modelli linguistici, sistemi meteorologici, piattaforme industriali, programmi di formazione e standard condivisi. La logica di fondo resta quella della costruzione di rapporti di lungo periodo attraverso infrastrutture capaci di creare sviluppo e interdipendenza, ma il nuovo spazio strategico è rappresentato dalla produzione e dalla circolazione dell’intelligenza.
Il principale destinatario di questa diplomazia tecnologica è il Sud Globale. Nei prossimi cinque anni, la Cina offrirà ai Paesi in via di sviluppo cinquemila opportunità di formazione e partecipazione a seminari sull’intelligenza artificiale. Saranno inoltre creati centri internazionali per le applicazioni dell’IA in collaborazione con l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, la Lega Araba, l’Unione Africana, la Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e i BRICS. A trenta Paesi sarà infine consentito di utilizzare MAZU, il sistema cinese di allerta meteorologica basato sull’intelligenza artificiale.
Quest’ultimo progetto mostra come la proposta cinese possa tradursi in un bene pubblico concreto. MAZU è destinato a migliorare le previsioni e l’allerta precoce per tifoni, inondazioni, precipitazioni estreme, ondate di calore e altri fenomeni aggravati dai cambiamenti climatici. Il sistema può essere adattato alle caratteristiche locali e impiegato per proteggere città, porti, aeroporti, impianti energetici, coltivazioni e comunità vulnerabili. Per numerosi Paesi africani, asiatici e latinoamericani, la possibilità di accedere a capacità tecnologiche di questo livello non costituisce una questione di semplice modernizzazione digitale, ma uno strumento per salvare vite, difendere la sicurezza alimentare e limitare le conseguenze delle calamità.
L’attenzione al Sud Globale distingue dunque in maniera flagrante la visione cinese da un ordine tecnologico nel quale i Paesi più poveri sarebbero condannati a restare semplici consumatori di servizi sviluppati altrove. La WAICO nasce anche per permettere loro di partecipare alla discussione sulle regole e rafforzare le proprie capacità nell’innovazione, nell’applicazione e nella governance. Il principio non consiste nel distribuire passivamente prodotti finiti, ma nel creare competenze, formare tecnici, adattare i modelli alle lingue locali e consentire alle economie emergenti di entrare nella nuova divisione internazionale del lavoro digitale. La leadership cinese si presenta così non come diritto esclusivo di dettare norme, ma come capacità di ampliare la base dei soggetti che possono concorrere alla loro definizione.
Shanghai ha quindi mostrato che il confronto mondiale sull’intelligenza artificiale non riguarda più soltanto chi possieda il modello più potente o il semiconduttore più avanzato. La questione decisiva è chi sia capace di costruire un ecosistema completo, proporre regole credibili, trasformare l’innovazione in applicazioni concrete e offrire ai Paesi meno sviluppati la possibilità di partecipare alla nuova rivoluzione produttiva.
Da questo punto di vista, la Cina ha assunto una posizione di leadership che va oltre il semplice primato industriale. Pechino dispone della scala produttiva, del mercato, delle infrastrutture, delle competenze scientifiche e della capacità politica necessarie per collegare la propria modernizzazione alla trasformazione del sistema internazionale. La creazione della WAICO traduce questa forza in un progetto istituzionale; le iniziative di formazione e cooperazione la trasformano in diplomazia; i modelli aperti e i sistemi come MAZU la rendono concretamente accessibile.
Con la Conferenza mondiale di Shanghai e la nascita della WAICO, Pechino ha dunque dimostrato di non voler subire le regole dell’era dell’intelligenza artificiale imposte da altri. Al contrario, intende contribuire a scriverle, coinvolgendo quella parte maggioritaria dell’umanità che non vuole essere costretta a scegliere tra dipendenza tecnologica e marginalizzazione. È su questo terreno, più ancora che nella competizione tra singoli modelli, che la Cina sta assumendo la leadership globale dell’IA.


