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Daniele Perra
May 26, 2026
© Photo: Public domain

Ben poco si conosce della storia (anche recente) del Sultanato dell’Oman e del suo preciso ruolo geopolitico nel complesso contesto dell’Asia occidentale. La nuova aggressione USA-Israele all’Iran ha riportato al centro dell’attenzione l’attivismo negoziale dello Stato arabo, con la sua enfasi per la ricerca di soluzioni pacifiche che si lega indissolubilmente anche alla particolare corrente religiosa islamica alla base del suo governo: l’ibadismo.

Segue nostro Telegram.

Non si può comprendere l’Oman senza fare direttamente riferimento sia alla sua natura “tribale”, sia  alla confessione religiosa maggioritaria all’interno del Paese. In questo contesto si cercherà di analizzare in primo luogo il secondo aspetto, per poi utilizzarlo come volano per lo studio del carattere tribale del suo governo, della sua storia e della sua geopolitica.

L’ibadismo, ad oggi, è l’unica setta esistente del kharigismo. Nonostante sia presente soprattutto in Oman, piccole enclavi esistono anche a Zanzibar, in Tunisia (nell’isola di Gerba), ed in alcune aree di Libia ed Algeria. Qui, nel Nord Africa, l’ibadismo conobbe infatti una notevole diffusione sotto il regno rustumide di Tahert (oggi Tagdemt) tra il 761 ed 909 (d. C.).

I kharigiti, come noto, sono coloro che abbandonarono i “partigiani di Ali” dopo la Battaglia di Siffin (657), quando lo stesso Ali, di fronte allo stratagemma di Mu’awiyya (governatore della Siria) di innalzare il Corano sul campo di battaglia, scelse un arbitrato per evitare uno scontro fratricida interno alla comunità musulmana. Mu’awiyya, futuro primo califfo omayyade, sarà anche il padre di Yazid I, colui che soffocherà nel sangue la rivolta di Hussein (figlio di Ali) a Kerbala nel 680: evento al centro dell’intera teologia sciita. E fu proprio un kharigita ad assassinare Ali nella moschea di Kufa, in Iraq, nel 661.

Ora, diversamente da altri rami del kharigismo, gli ibaditi ripudiano l’utilizzo estremo della violenza. Ad onor del vero, essi stessi stentano a definirsi come eredi del kharigismo. Tuttavia, sembrano essere nati a tutti gli effetti da questa particolare corrente di ex sostenitori di Ali. Il vero e e proprio fondatore della setta sarebbe stato Jabir ibn Zayd al-Azdi. Originario di Bassora, questi avrebbe raccolto gli hadith (detti e fatti del Profeta dell’Islam) da loro accettati e ne avrebbe definito la dottrina in modo sistematico. E proprio lui, insieme ai suoi seguaci, avrebbe scelto di ritirarsi nell’Oman a seguito della repressione contro le “deviazioni” scatenata dal governatore dell’Iraq Hajjaj ibn Yusuf. Quest’ultimo ha un ruolo del tutto particolare nella storia dell’Iraq, tanto che ancora oggi i giovani iracheni imparano a memoria parti di un suo celebre discorso rilasciato nella moschea di Kufa nel 694: “Il comandante dei fedeli [il califfo omayyade] ha vuotato la sua faretra e morso le sue frecce e ha trovato in me la più dura e più amara di tutte. Perciò mi ha mandato a voi. A lungo siete stati pronti alla sedizione; siete giaciuti nei covili dell’errore e avete fatto della trasgressione la vostra regola. Per Dio, io vi scorteccerò come si fa con gli alberi, vi legherò come una fascina di stecchi, vi batterò come cammelli randagi […] Per Dio, quello che prometto, mantengo; quello che propongo, realizzo; quello che misuro, taglio”.

Una grande insurrezione ibadita scoppiò nel 747, sotto il califfato di Marwan. Due uomini la guidavano: Abd Allah ibn Yahya, che ne fu il capo militare, ed Abu Hamza che ne fu il teorico. La rivolta prese piede nella regione yemenita dell’Hadramawt, ma ben presto si estese a tutto le Yemen, con Abu Hamza che scelse di espanderla verso l’Hijaz prendendo di mira i luoghi santi dell’Islam: Mecca e Medina. Si impadronì di queste a seguito di uno scontro notturno (nel quale i kharigiti storicamente eccellevano) contro le truppe guidate dal governatore califfale della regione presso Qudayd.

Il califfo omayyade, conscio dell’importanza rappresentata dal possesso dei luoghi santi, organizzò subito una spedizione per riprenderne il controllo. Cosa che avvenne nel 748 ed a seguito della morte in battaglia di Abu Hamza. Tuttavia, anche se gli Omayyadi tornarono in possesso dei centri simbolici dell’Islam in tempi relativamente brevi, non è affatto errato affermare che il loro califfato sia stato pesantemente compromesso dalle continue rivolte interne (soprattutto kharigite) che lo contraddistinsero, preparando di fatto il terreno all’ascesa degli Abbasidi.

Per ciò che concerne la dottrina ibadita, questa presenta molte similitudini con il mutazilismo: una teologia pregna di influenze neoplatoniche che proprio gli Abbasidi cercarono di imporre come “ideologia di Stato” anche attraverso l’utilizzo di un vero e proprio tribunale dell’inquisizione (la Mihna). Dunque, il Corano non è increato o eterno, perché ciò significherebbe associarlo a Dio, minando così il dogma dell’unicità divina. Allo stesso tempo, la salvezza non deriva solo dalla fede ma anche dalle opere e dalle azioni quotidiane (compreso l’impegno nelle rispettive attività lavorative). Di grande interesse è anche il rapporto con gli altri musulmani che differenzia l’ibadismo dalle correnti estremiste del kharigismo. Questo si fonda su tre diversi livelli: walaya, l’amicizia ed unità con i veri credenti e praticanti; barah, dissociazione e ostilità dai non credenti e peccatori; wuquf, riserva e sospensione del giudizio nei confronti di coloro di cui non è chiara la situazione.

Gli ibaditi non considerano gli altri musulmani come miscredenti ed il loro credo è impostato sulla sostanziale tolleranza, sebbene caratterizzato da una profonda rigidità morale. Essi considerano come califfi “ben guidati” sia Abu Bakr che Omar (i primi due successori di Muhammad per il sunnismo), ma non Uthman (il terzo); mentre riconoscono solo la prima fase del califfato di Ali (cugino e genero del Profeta) come buona.

A differenza della corrente azraqita del kharigismo, gli ibaditi non apprezzano il ricorso all’assassinio politico come strumento di lotta. Assassinio che spesso coinvolgeva pure famiglia, mogli e figli, dei nemici. Va da sé che gli azraqiti imponevano come prova al neofita del loro credo lo sgozzamento di un prigioniero; rifiutavano il principio della taqiyya (la dissimulazione per proteggere la fede, tipico del primo sciismo) e qualsiasi forma di neutralità.

In definitiva, la dottrina degli ibaditi si presenta come più vicina alla corrente kharigita della sufriyya che arrivava a distinguere tra forme di infedeltà minori e maggiori. Ancora, questa prevede una precisa e rigorosa dottrina sul gihad (lo scontro armato è possibile solo dopo tentativi reiterati di conciliazione) e sull’eventuale spartizione del bottino.

Tutti questi aspetti hanno profondamente caratterizzato il panorama culturale e tribale dell’Oman nel corso dei secoli. A questo proposito è fondamentale riportare che il Paese solo a partire dagli anni ’70 del secolo scorso ha conosciuto una rapida trasformazione: ovvero, dal momento in cui le crescenti entrate petrolifere hanno modificato la sua costruzione economica. Questa, infatti, è rimasta identica per quasi due millenni e fondata su tre pilastri: 1) agricoltura di sussistenza; 2) pesca di sussistenza; 3) l’accumulazione della ricchezza per pochi (soprattutto lungo il litorale costiero) attraverso il commercio oltremare. A questo, intorno alla metà del XX secolo, si sono aggiunte le rendite dei lavoratori migrati nei vicini Paesi arabi.

La divisione tra hadar, la popolazione sedentaria dei centri costieri (erede dello stile persiano), e badu, la popolazione nomade dell’interno, segna ancora oggi la demografia del Paese, con l’apertura verso l’esterno della costa (che ha trasformato Muscat in una “città globale”) e la sostanziale chiusura dei centri tribali interni.

Alcuni eventi storici hanno indubbiamente marcato la storia dell’Oman. Uno è l’avvento dell’Islam sin dai tempi del Profeta, grazie alla conquista della regione da parte di ‘Amr ibn al-As, colui che prese possesso anche dell’Egitto. Questo portò alla riduzione dell’influenza persiana sull’area, sebbene i conquistatori arabi non rinunciarono ad utilizzare il loro sistema di irrigazione a canali (anche sotterranei) per migliorare la rendita agricola. Ma l’evento più importante della storia recente rimane l’instaurazione della dinastia al Bu Said intorno alla metà del XVIII secolo.

Questa arrivò a seguito della crisi della precedente case regnante, gli Ya’rubi, a loro volta giunti al potere grazie all’opposizione alla presenza coloniale portoghese. Gli Ya’rubi caddero in disgrazia  dopo l’elezione di un Imam minorenne (cosa che portò ad una vera e propria guerra civile) ed alla nuova pressione persiana lungo le coste. La resistenza ad essa di Ahmed bin Said (membro della famiglia al Bu Said) nel porto di Suhar, di fatto, portò quest’ultimo ad acquisire notevole fama ed a venir eletto come nuovo Imam. Le mosse successive furono la ricerca di forme di alleanza sia con gli Ottomani, sia con i Britannici, proprio in chiave anti-persiana, e lo sviluppo di una notevole flotta che lo portò a trasferire il centro del potere da Nizwa (all’interno) a Muscat, sul mare. Di fatto, i nuovi sovrani sono stati i primi a modificare radicalmente il panorama geopolitico dell’Oman, storicamente incentrato sul sistema delle oasi interne e su ricorrenti scontri o alleanze tra le tribù (le due principali confederazioni tribali sono i Ghafiri e gli Hinawi).

Il carattere multietnico ma compatto delle zone costiere ed il rapporto privilegiato con i Britannici hanno a lungo rappresentato i punti di forza della dinastia al Bu Said, che almeno fino alla metà del XIX secolo rimase anche sovrana di Zanzibar. Già nel 1798 venne firmato un trattato con Londra su navigazione e commercio lungo le coste dell’Oman che, nel corso del tempo, assunse la forma di un vero e proprio protettorato, formalizzato nel 1891.

Londra è stata a lungo interessata alla protezione soprattutto dei commercianti indiani che avevano posto le loro basi nei porti del Paese arabo. In queste aree, infatti, si trova la maggiore concentrazione di “migranti”. I Britannici, tra l’altro, diedero la loro cittadinanza agli Indiani hindù che commerciavano in Oman, ma non a quelli musulmani, soprattutto sciiti khoja (termine che deriva dal persiano kwaja e che indica “nobiltà”), ovvero ismailiti nizariti. Altre minoranze sono rappresentate in primo luogo da Persiani e Baluci, mentre la presenza ebraica nell’area (già piuttosto ridotta a differenza di quella del vicino Yemen) terminò sin dal XIX secolo. Le missioni cristiane, invece, ed in particolar modo quelle protestanti, furono le uniche a provvedere forme di assistenza medica alla popolazione almeno fino agli anni ’70 del Novecento.

Un punto di svolta nella storia del Sultanato (termine paradossalmente utilizzato proprio dai Britannici a partire dall’Ottocento per definire le istituzioni del Paese) è stato il colpo di Stato (piuttosto incruento) che portò al potere Qaboos al posto del padre Said bin Taimur, a sua volta sovrano dal 1932. Qaboos, che ricoprirà il ruolo fino al 2020, divenne Sultano in un momento particolarmente difficile per il Paese: ovvero, nel pieno della guerra civile nella regione del Dhufar. Iniziata intorno alla metà degli anni ’60, questa si presentava come una vera e propria ribellione secessionista dal carattere marxista-leninista (e sostenuta dallo Yemen del Sud) contro la dinastia al Bu Said, percepita come retrograda ed incapace di garantire sviluppo al Paese.

A questo proposito, tuttavia, bisogna riconoscere che quello dei sultani omaniti solo fino ad un certo punto può essere considerato come un governo dispotico o autoritario. Di fatto, questi, al di fuori della capitale e di alcune zone costiere (la regione di Batinah, ad esempio) hanno sempre mantenuto un controllo piuttosto limitato sul territorio e sulle aree tribali. Un caso emblematico in questo senso è quello della regione di al-Dhahira – che collega l’Oman al resto della Penisola Arabica ed è abitata in larga parte da musulmani sunniti ortodossi – dove si trova la strategica oasi di al-Buraymi, a lungo contesa con gli Emirati Arabi Uniti. Visto il fondamentale valore strategico dell’area, anche i Sauditi vi hanno spesso operato per imporvi una sorta di sistema di patronaggio del tutto simile a quello mantenuto per decenni (almeno sino all’affermazione del movimento di ispirazione zaydita  Ansarullah) sulle regioni di confine dello Yemen.

Ad ogni modo, in questo contesto, il cambio di regime in favore di un sovrano più aperto alle riforme venne considerato dai Britannici come la soluzione più favorevole a mantenere la propria presa sul Paese. Londra, infatti, arrivò a schierare forze speciali ed a sostenere una rapida modernizzazione dell’esercito dell’Oman che, nel 1971, ottenne anche l’indipendenza. E sempre nel 1971 arrivò la firma di un trattato di alleanza con l’Iran monarchico di Reza Pahlavi, il cui aiuto sarà determinante anche nella definitiva sconfitta della ribellione. Interessante notare come gli ottimi rapporti tra i due Paesi non siano stati intaccati più di tanto dalla Rivoluzione Islamica del 1979 che portò alla caduta dello Shah. Lo stesso Qaboos, infatti, approfittò dell’occasione per enfatizzare il suo disegno geopolitico di un Oman neutrale e perno dei negoziati di pace regionali. Fu lui il primo a cercare una soluzione negoziale al terribile conflitto Iran-Iraq, mentre il resto delle monarchie del Golfo sostenevano apertamente l’Iraq. Nello specifico, il Sultano, nonostante l’ingresso nel Consiglio di Cooperazione del Golfo nel 1981, cercò immediatamente di trasformare il proprio Paese come un ponte tra le istanze sunnite e quelle sciite, rifiutando le pressioni saudite a trasformare lo stesso Consiglio in una alleanza militare dal preciso carattere anti-iraniano.

La sua neutralità, tra l’altro, ha permesso all’Oman di ospitare i primi colloqui sull’accordo nucleare con l’Iran del 2015, dal quale poi gli Stati Uniti della prima amministrazione trumpista usciranno unilateralmente. E, ancora, Muscat ha cercato di mediare nel corso della crisi tra Arabia Saudita e Qatar del 2018 e nelle ripetute fasi conflittuali tra Iran ed il binomio USA-Israele.

Sul piano economico, invece, Qaboos – aiutato dall’aumento delle entrate petrolifere della compagnia statale PDO (Petroleum Development Oman), che ha portato anche ad una sostanziale crescita della popolazione (oggi si aggira intorno ai 5,5 milioni) – ha proposto una modernizzazione dei diversi settori interessati (con parziale processo di privatizzazione) sotto suo rigido controllo. Nonostante le riforme, anche politiche, il sistema dell’Oman rimane invece profondamente legato a dinamiche tribali, al riconoscimento del Sultano da parte delle due principali confederazioni, ed alla capacità di questo di garantire loro precisi benefici.

Con la morte di Qaboos nel 2020 è salito al potere suo cugino Haytham bin Tariq bin Taimur al Said. Questi, da taluni considerato come più vicino all’Iran, ha a lungo ricoperto diverse cariche governative sotto il precedente Sultano. La sua linea in politica estera sembra essere la medesima del suo predecessore (il cosiddetto “quietismo strategico”) ed è stata ampiamente riconfermata a seguito della “Guerra del Ramadan”. Anche in questa occasione, l’Oman si è infatti presentato come sostenitore della linea negoziale (con Pakistan e Turchia) e come l’unico vero Paese “responsabile” tra le monarchie del Golfo Persico. Cosa che rende il suo ruolo sempre più importante all’interno di una regione particolarmente complessa ed in un sistema globale in rapida evoluzione.

L’Oman nel mondo multipolare

Ben poco si conosce della storia (anche recente) del Sultanato dell’Oman e del suo preciso ruolo geopolitico nel complesso contesto dell’Asia occidentale. La nuova aggressione USA-Israele all’Iran ha riportato al centro dell’attenzione l’attivismo negoziale dello Stato arabo, con la sua enfasi per la ricerca di soluzioni pacifiche che si lega indissolubilmente anche alla particolare corrente religiosa islamica alla base del suo governo: l’ibadismo.

Segue nostro Telegram.

Non si può comprendere l’Oman senza fare direttamente riferimento sia alla sua natura “tribale”, sia  alla confessione religiosa maggioritaria all’interno del Paese. In questo contesto si cercherà di analizzare in primo luogo il secondo aspetto, per poi utilizzarlo come volano per lo studio del carattere tribale del suo governo, della sua storia e della sua geopolitica.

L’ibadismo, ad oggi, è l’unica setta esistente del kharigismo. Nonostante sia presente soprattutto in Oman, piccole enclavi esistono anche a Zanzibar, in Tunisia (nell’isola di Gerba), ed in alcune aree di Libia ed Algeria. Qui, nel Nord Africa, l’ibadismo conobbe infatti una notevole diffusione sotto il regno rustumide di Tahert (oggi Tagdemt) tra il 761 ed 909 (d. C.).

I kharigiti, come noto, sono coloro che abbandonarono i “partigiani di Ali” dopo la Battaglia di Siffin (657), quando lo stesso Ali, di fronte allo stratagemma di Mu’awiyya (governatore della Siria) di innalzare il Corano sul campo di battaglia, scelse un arbitrato per evitare uno scontro fratricida interno alla comunità musulmana. Mu’awiyya, futuro primo califfo omayyade, sarà anche il padre di Yazid I, colui che soffocherà nel sangue la rivolta di Hussein (figlio di Ali) a Kerbala nel 680: evento al centro dell’intera teologia sciita. E fu proprio un kharigita ad assassinare Ali nella moschea di Kufa, in Iraq, nel 661.

Ora, diversamente da altri rami del kharigismo, gli ibaditi ripudiano l’utilizzo estremo della violenza. Ad onor del vero, essi stessi stentano a definirsi come eredi del kharigismo. Tuttavia, sembrano essere nati a tutti gli effetti da questa particolare corrente di ex sostenitori di Ali. Il vero e e proprio fondatore della setta sarebbe stato Jabir ibn Zayd al-Azdi. Originario di Bassora, questi avrebbe raccolto gli hadith (detti e fatti del Profeta dell’Islam) da loro accettati e ne avrebbe definito la dottrina in modo sistematico. E proprio lui, insieme ai suoi seguaci, avrebbe scelto di ritirarsi nell’Oman a seguito della repressione contro le “deviazioni” scatenata dal governatore dell’Iraq Hajjaj ibn Yusuf. Quest’ultimo ha un ruolo del tutto particolare nella storia dell’Iraq, tanto che ancora oggi i giovani iracheni imparano a memoria parti di un suo celebre discorso rilasciato nella moschea di Kufa nel 694: “Il comandante dei fedeli [il califfo omayyade] ha vuotato la sua faretra e morso le sue frecce e ha trovato in me la più dura e più amara di tutte. Perciò mi ha mandato a voi. A lungo siete stati pronti alla sedizione; siete giaciuti nei covili dell’errore e avete fatto della trasgressione la vostra regola. Per Dio, io vi scorteccerò come si fa con gli alberi, vi legherò come una fascina di stecchi, vi batterò come cammelli randagi […] Per Dio, quello che prometto, mantengo; quello che propongo, realizzo; quello che misuro, taglio”.

Una grande insurrezione ibadita scoppiò nel 747, sotto il califfato di Marwan. Due uomini la guidavano: Abd Allah ibn Yahya, che ne fu il capo militare, ed Abu Hamza che ne fu il teorico. La rivolta prese piede nella regione yemenita dell’Hadramawt, ma ben presto si estese a tutto le Yemen, con Abu Hamza che scelse di espanderla verso l’Hijaz prendendo di mira i luoghi santi dell’Islam: Mecca e Medina. Si impadronì di queste a seguito di uno scontro notturno (nel quale i kharigiti storicamente eccellevano) contro le truppe guidate dal governatore califfale della regione presso Qudayd.

Il califfo omayyade, conscio dell’importanza rappresentata dal possesso dei luoghi santi, organizzò subito una spedizione per riprenderne il controllo. Cosa che avvenne nel 748 ed a seguito della morte in battaglia di Abu Hamza. Tuttavia, anche se gli Omayyadi tornarono in possesso dei centri simbolici dell’Islam in tempi relativamente brevi, non è affatto errato affermare che il loro califfato sia stato pesantemente compromesso dalle continue rivolte interne (soprattutto kharigite) che lo contraddistinsero, preparando di fatto il terreno all’ascesa degli Abbasidi.

Per ciò che concerne la dottrina ibadita, questa presenta molte similitudini con il mutazilismo: una teologia pregna di influenze neoplatoniche che proprio gli Abbasidi cercarono di imporre come “ideologia di Stato” anche attraverso l’utilizzo di un vero e proprio tribunale dell’inquisizione (la Mihna). Dunque, il Corano non è increato o eterno, perché ciò significherebbe associarlo a Dio, minando così il dogma dell’unicità divina. Allo stesso tempo, la salvezza non deriva solo dalla fede ma anche dalle opere e dalle azioni quotidiane (compreso l’impegno nelle rispettive attività lavorative). Di grande interesse è anche il rapporto con gli altri musulmani che differenzia l’ibadismo dalle correnti estremiste del kharigismo. Questo si fonda su tre diversi livelli: walaya, l’amicizia ed unità con i veri credenti e praticanti; barah, dissociazione e ostilità dai non credenti e peccatori; wuquf, riserva e sospensione del giudizio nei confronti di coloro di cui non è chiara la situazione.

Gli ibaditi non considerano gli altri musulmani come miscredenti ed il loro credo è impostato sulla sostanziale tolleranza, sebbene caratterizzato da una profonda rigidità morale. Essi considerano come califfi “ben guidati” sia Abu Bakr che Omar (i primi due successori di Muhammad per il sunnismo), ma non Uthman (il terzo); mentre riconoscono solo la prima fase del califfato di Ali (cugino e genero del Profeta) come buona.

A differenza della corrente azraqita del kharigismo, gli ibaditi non apprezzano il ricorso all’assassinio politico come strumento di lotta. Assassinio che spesso coinvolgeva pure famiglia, mogli e figli, dei nemici. Va da sé che gli azraqiti imponevano come prova al neofita del loro credo lo sgozzamento di un prigioniero; rifiutavano il principio della taqiyya (la dissimulazione per proteggere la fede, tipico del primo sciismo) e qualsiasi forma di neutralità.

In definitiva, la dottrina degli ibaditi si presenta come più vicina alla corrente kharigita della sufriyya che arrivava a distinguere tra forme di infedeltà minori e maggiori. Ancora, questa prevede una precisa e rigorosa dottrina sul gihad (lo scontro armato è possibile solo dopo tentativi reiterati di conciliazione) e sull’eventuale spartizione del bottino.

Tutti questi aspetti hanno profondamente caratterizzato il panorama culturale e tribale dell’Oman nel corso dei secoli. A questo proposito è fondamentale riportare che il Paese solo a partire dagli anni ’70 del secolo scorso ha conosciuto una rapida trasformazione: ovvero, dal momento in cui le crescenti entrate petrolifere hanno modificato la sua costruzione economica. Questa, infatti, è rimasta identica per quasi due millenni e fondata su tre pilastri: 1) agricoltura di sussistenza; 2) pesca di sussistenza; 3) l’accumulazione della ricchezza per pochi (soprattutto lungo il litorale costiero) attraverso il commercio oltremare. A questo, intorno alla metà del XX secolo, si sono aggiunte le rendite dei lavoratori migrati nei vicini Paesi arabi.

La divisione tra hadar, la popolazione sedentaria dei centri costieri (erede dello stile persiano), e badu, la popolazione nomade dell’interno, segna ancora oggi la demografia del Paese, con l’apertura verso l’esterno della costa (che ha trasformato Muscat in una “città globale”) e la sostanziale chiusura dei centri tribali interni.

Alcuni eventi storici hanno indubbiamente marcato la storia dell’Oman. Uno è l’avvento dell’Islam sin dai tempi del Profeta, grazie alla conquista della regione da parte di ‘Amr ibn al-As, colui che prese possesso anche dell’Egitto. Questo portò alla riduzione dell’influenza persiana sull’area, sebbene i conquistatori arabi non rinunciarono ad utilizzare il loro sistema di irrigazione a canali (anche sotterranei) per migliorare la rendita agricola. Ma l’evento più importante della storia recente rimane l’instaurazione della dinastia al Bu Said intorno alla metà del XVIII secolo.

Questa arrivò a seguito della crisi della precedente case regnante, gli Ya’rubi, a loro volta giunti al potere grazie all’opposizione alla presenza coloniale portoghese. Gli Ya’rubi caddero in disgrazia  dopo l’elezione di un Imam minorenne (cosa che portò ad una vera e propria guerra civile) ed alla nuova pressione persiana lungo le coste. La resistenza ad essa di Ahmed bin Said (membro della famiglia al Bu Said) nel porto di Suhar, di fatto, portò quest’ultimo ad acquisire notevole fama ed a venir eletto come nuovo Imam. Le mosse successive furono la ricerca di forme di alleanza sia con gli Ottomani, sia con i Britannici, proprio in chiave anti-persiana, e lo sviluppo di una notevole flotta che lo portò a trasferire il centro del potere da Nizwa (all’interno) a Muscat, sul mare. Di fatto, i nuovi sovrani sono stati i primi a modificare radicalmente il panorama geopolitico dell’Oman, storicamente incentrato sul sistema delle oasi interne e su ricorrenti scontri o alleanze tra le tribù (le due principali confederazioni tribali sono i Ghafiri e gli Hinawi).

Il carattere multietnico ma compatto delle zone costiere ed il rapporto privilegiato con i Britannici hanno a lungo rappresentato i punti di forza della dinastia al Bu Said, che almeno fino alla metà del XIX secolo rimase anche sovrana di Zanzibar. Già nel 1798 venne firmato un trattato con Londra su navigazione e commercio lungo le coste dell’Oman che, nel corso del tempo, assunse la forma di un vero e proprio protettorato, formalizzato nel 1891.

Londra è stata a lungo interessata alla protezione soprattutto dei commercianti indiani che avevano posto le loro basi nei porti del Paese arabo. In queste aree, infatti, si trova la maggiore concentrazione di “migranti”. I Britannici, tra l’altro, diedero la loro cittadinanza agli Indiani hindù che commerciavano in Oman, ma non a quelli musulmani, soprattutto sciiti khoja (termine che deriva dal persiano kwaja e che indica “nobiltà”), ovvero ismailiti nizariti. Altre minoranze sono rappresentate in primo luogo da Persiani e Baluci, mentre la presenza ebraica nell’area (già piuttosto ridotta a differenza di quella del vicino Yemen) terminò sin dal XIX secolo. Le missioni cristiane, invece, ed in particolar modo quelle protestanti, furono le uniche a provvedere forme di assistenza medica alla popolazione almeno fino agli anni ’70 del Novecento.

Un punto di svolta nella storia del Sultanato (termine paradossalmente utilizzato proprio dai Britannici a partire dall’Ottocento per definire le istituzioni del Paese) è stato il colpo di Stato (piuttosto incruento) che portò al potere Qaboos al posto del padre Said bin Taimur, a sua volta sovrano dal 1932. Qaboos, che ricoprirà il ruolo fino al 2020, divenne Sultano in un momento particolarmente difficile per il Paese: ovvero, nel pieno della guerra civile nella regione del Dhufar. Iniziata intorno alla metà degli anni ’60, questa si presentava come una vera e propria ribellione secessionista dal carattere marxista-leninista (e sostenuta dallo Yemen del Sud) contro la dinastia al Bu Said, percepita come retrograda ed incapace di garantire sviluppo al Paese.

A questo proposito, tuttavia, bisogna riconoscere che quello dei sultani omaniti solo fino ad un certo punto può essere considerato come un governo dispotico o autoritario. Di fatto, questi, al di fuori della capitale e di alcune zone costiere (la regione di Batinah, ad esempio) hanno sempre mantenuto un controllo piuttosto limitato sul territorio e sulle aree tribali. Un caso emblematico in questo senso è quello della regione di al-Dhahira – che collega l’Oman al resto della Penisola Arabica ed è abitata in larga parte da musulmani sunniti ortodossi – dove si trova la strategica oasi di al-Buraymi, a lungo contesa con gli Emirati Arabi Uniti. Visto il fondamentale valore strategico dell’area, anche i Sauditi vi hanno spesso operato per imporvi una sorta di sistema di patronaggio del tutto simile a quello mantenuto per decenni (almeno sino all’affermazione del movimento di ispirazione zaydita  Ansarullah) sulle regioni di confine dello Yemen.

Ad ogni modo, in questo contesto, il cambio di regime in favore di un sovrano più aperto alle riforme venne considerato dai Britannici come la soluzione più favorevole a mantenere la propria presa sul Paese. Londra, infatti, arrivò a schierare forze speciali ed a sostenere una rapida modernizzazione dell’esercito dell’Oman che, nel 1971, ottenne anche l’indipendenza. E sempre nel 1971 arrivò la firma di un trattato di alleanza con l’Iran monarchico di Reza Pahlavi, il cui aiuto sarà determinante anche nella definitiva sconfitta della ribellione. Interessante notare come gli ottimi rapporti tra i due Paesi non siano stati intaccati più di tanto dalla Rivoluzione Islamica del 1979 che portò alla caduta dello Shah. Lo stesso Qaboos, infatti, approfittò dell’occasione per enfatizzare il suo disegno geopolitico di un Oman neutrale e perno dei negoziati di pace regionali. Fu lui il primo a cercare una soluzione negoziale al terribile conflitto Iran-Iraq, mentre il resto delle monarchie del Golfo sostenevano apertamente l’Iraq. Nello specifico, il Sultano, nonostante l’ingresso nel Consiglio di Cooperazione del Golfo nel 1981, cercò immediatamente di trasformare il proprio Paese come un ponte tra le istanze sunnite e quelle sciite, rifiutando le pressioni saudite a trasformare lo stesso Consiglio in una alleanza militare dal preciso carattere anti-iraniano.

La sua neutralità, tra l’altro, ha permesso all’Oman di ospitare i primi colloqui sull’accordo nucleare con l’Iran del 2015, dal quale poi gli Stati Uniti della prima amministrazione trumpista usciranno unilateralmente. E, ancora, Muscat ha cercato di mediare nel corso della crisi tra Arabia Saudita e Qatar del 2018 e nelle ripetute fasi conflittuali tra Iran ed il binomio USA-Israele.

Sul piano economico, invece, Qaboos – aiutato dall’aumento delle entrate petrolifere della compagnia statale PDO (Petroleum Development Oman), che ha portato anche ad una sostanziale crescita della popolazione (oggi si aggira intorno ai 5,5 milioni) – ha proposto una modernizzazione dei diversi settori interessati (con parziale processo di privatizzazione) sotto suo rigido controllo. Nonostante le riforme, anche politiche, il sistema dell’Oman rimane invece profondamente legato a dinamiche tribali, al riconoscimento del Sultano da parte delle due principali confederazioni, ed alla capacità di questo di garantire loro precisi benefici.

Con la morte di Qaboos nel 2020 è salito al potere suo cugino Haytham bin Tariq bin Taimur al Said. Questi, da taluni considerato come più vicino all’Iran, ha a lungo ricoperto diverse cariche governative sotto il precedente Sultano. La sua linea in politica estera sembra essere la medesima del suo predecessore (il cosiddetto “quietismo strategico”) ed è stata ampiamente riconfermata a seguito della “Guerra del Ramadan”. Anche in questa occasione, l’Oman si è infatti presentato come sostenitore della linea negoziale (con Pakistan e Turchia) e come l’unico vero Paese “responsabile” tra le monarchie del Golfo Persico. Cosa che rende il suo ruolo sempre più importante all’interno di una regione particolarmente complessa ed in un sistema globale in rapida evoluzione.

Ben poco si conosce della storia (anche recente) del Sultanato dell’Oman e del suo preciso ruolo geopolitico nel complesso contesto dell’Asia occidentale. La nuova aggressione USA-Israele all’Iran ha riportato al centro dell’attenzione l’attivismo negoziale dello Stato arabo, con la sua enfasi per la ricerca di soluzioni pacifiche che si lega indissolubilmente anche alla particolare corrente religiosa islamica alla base del suo governo: l’ibadismo.

Segue nostro Telegram.

Non si può comprendere l’Oman senza fare direttamente riferimento sia alla sua natura “tribale”, sia  alla confessione religiosa maggioritaria all’interno del Paese. In questo contesto si cercherà di analizzare in primo luogo il secondo aspetto, per poi utilizzarlo come volano per lo studio del carattere tribale del suo governo, della sua storia e della sua geopolitica.

L’ibadismo, ad oggi, è l’unica setta esistente del kharigismo. Nonostante sia presente soprattutto in Oman, piccole enclavi esistono anche a Zanzibar, in Tunisia (nell’isola di Gerba), ed in alcune aree di Libia ed Algeria. Qui, nel Nord Africa, l’ibadismo conobbe infatti una notevole diffusione sotto il regno rustumide di Tahert (oggi Tagdemt) tra il 761 ed 909 (d. C.).

I kharigiti, come noto, sono coloro che abbandonarono i “partigiani di Ali” dopo la Battaglia di Siffin (657), quando lo stesso Ali, di fronte allo stratagemma di Mu’awiyya (governatore della Siria) di innalzare il Corano sul campo di battaglia, scelse un arbitrato per evitare uno scontro fratricida interno alla comunità musulmana. Mu’awiyya, futuro primo califfo omayyade, sarà anche il padre di Yazid I, colui che soffocherà nel sangue la rivolta di Hussein (figlio di Ali) a Kerbala nel 680: evento al centro dell’intera teologia sciita. E fu proprio un kharigita ad assassinare Ali nella moschea di Kufa, in Iraq, nel 661.

Ora, diversamente da altri rami del kharigismo, gli ibaditi ripudiano l’utilizzo estremo della violenza. Ad onor del vero, essi stessi stentano a definirsi come eredi del kharigismo. Tuttavia, sembrano essere nati a tutti gli effetti da questa particolare corrente di ex sostenitori di Ali. Il vero e e proprio fondatore della setta sarebbe stato Jabir ibn Zayd al-Azdi. Originario di Bassora, questi avrebbe raccolto gli hadith (detti e fatti del Profeta dell’Islam) da loro accettati e ne avrebbe definito la dottrina in modo sistematico. E proprio lui, insieme ai suoi seguaci, avrebbe scelto di ritirarsi nell’Oman a seguito della repressione contro le “deviazioni” scatenata dal governatore dell’Iraq Hajjaj ibn Yusuf. Quest’ultimo ha un ruolo del tutto particolare nella storia dell’Iraq, tanto che ancora oggi i giovani iracheni imparano a memoria parti di un suo celebre discorso rilasciato nella moschea di Kufa nel 694: “Il comandante dei fedeli [il califfo omayyade] ha vuotato la sua faretra e morso le sue frecce e ha trovato in me la più dura e più amara di tutte. Perciò mi ha mandato a voi. A lungo siete stati pronti alla sedizione; siete giaciuti nei covili dell’errore e avete fatto della trasgressione la vostra regola. Per Dio, io vi scorteccerò come si fa con gli alberi, vi legherò come una fascina di stecchi, vi batterò come cammelli randagi […] Per Dio, quello che prometto, mantengo; quello che propongo, realizzo; quello che misuro, taglio”.

Una grande insurrezione ibadita scoppiò nel 747, sotto il califfato di Marwan. Due uomini la guidavano: Abd Allah ibn Yahya, che ne fu il capo militare, ed Abu Hamza che ne fu il teorico. La rivolta prese piede nella regione yemenita dell’Hadramawt, ma ben presto si estese a tutto le Yemen, con Abu Hamza che scelse di espanderla verso l’Hijaz prendendo di mira i luoghi santi dell’Islam: Mecca e Medina. Si impadronì di queste a seguito di uno scontro notturno (nel quale i kharigiti storicamente eccellevano) contro le truppe guidate dal governatore califfale della regione presso Qudayd.

Il califfo omayyade, conscio dell’importanza rappresentata dal possesso dei luoghi santi, organizzò subito una spedizione per riprenderne il controllo. Cosa che avvenne nel 748 ed a seguito della morte in battaglia di Abu Hamza. Tuttavia, anche se gli Omayyadi tornarono in possesso dei centri simbolici dell’Islam in tempi relativamente brevi, non è affatto errato affermare che il loro califfato sia stato pesantemente compromesso dalle continue rivolte interne (soprattutto kharigite) che lo contraddistinsero, preparando di fatto il terreno all’ascesa degli Abbasidi.

Per ciò che concerne la dottrina ibadita, questa presenta molte similitudini con il mutazilismo: una teologia pregna di influenze neoplatoniche che proprio gli Abbasidi cercarono di imporre come “ideologia di Stato” anche attraverso l’utilizzo di un vero e proprio tribunale dell’inquisizione (la Mihna). Dunque, il Corano non è increato o eterno, perché ciò significherebbe associarlo a Dio, minando così il dogma dell’unicità divina. Allo stesso tempo, la salvezza non deriva solo dalla fede ma anche dalle opere e dalle azioni quotidiane (compreso l’impegno nelle rispettive attività lavorative). Di grande interesse è anche il rapporto con gli altri musulmani che differenzia l’ibadismo dalle correnti estremiste del kharigismo. Questo si fonda su tre diversi livelli: walaya, l’amicizia ed unità con i veri credenti e praticanti; barah, dissociazione e ostilità dai non credenti e peccatori; wuquf, riserva e sospensione del giudizio nei confronti di coloro di cui non è chiara la situazione.

Gli ibaditi non considerano gli altri musulmani come miscredenti ed il loro credo è impostato sulla sostanziale tolleranza, sebbene caratterizzato da una profonda rigidità morale. Essi considerano come califfi “ben guidati” sia Abu Bakr che Omar (i primi due successori di Muhammad per il sunnismo), ma non Uthman (il terzo); mentre riconoscono solo la prima fase del califfato di Ali (cugino e genero del Profeta) come buona.

A differenza della corrente azraqita del kharigismo, gli ibaditi non apprezzano il ricorso all’assassinio politico come strumento di lotta. Assassinio che spesso coinvolgeva pure famiglia, mogli e figli, dei nemici. Va da sé che gli azraqiti imponevano come prova al neofita del loro credo lo sgozzamento di un prigioniero; rifiutavano il principio della taqiyya (la dissimulazione per proteggere la fede, tipico del primo sciismo) e qualsiasi forma di neutralità.

In definitiva, la dottrina degli ibaditi si presenta come più vicina alla corrente kharigita della sufriyya che arrivava a distinguere tra forme di infedeltà minori e maggiori. Ancora, questa prevede una precisa e rigorosa dottrina sul gihad (lo scontro armato è possibile solo dopo tentativi reiterati di conciliazione) e sull’eventuale spartizione del bottino.

Tutti questi aspetti hanno profondamente caratterizzato il panorama culturale e tribale dell’Oman nel corso dei secoli. A questo proposito è fondamentale riportare che il Paese solo a partire dagli anni ’70 del secolo scorso ha conosciuto una rapida trasformazione: ovvero, dal momento in cui le crescenti entrate petrolifere hanno modificato la sua costruzione economica. Questa, infatti, è rimasta identica per quasi due millenni e fondata su tre pilastri: 1) agricoltura di sussistenza; 2) pesca di sussistenza; 3) l’accumulazione della ricchezza per pochi (soprattutto lungo il litorale costiero) attraverso il commercio oltremare. A questo, intorno alla metà del XX secolo, si sono aggiunte le rendite dei lavoratori migrati nei vicini Paesi arabi.

La divisione tra hadar, la popolazione sedentaria dei centri costieri (erede dello stile persiano), e badu, la popolazione nomade dell’interno, segna ancora oggi la demografia del Paese, con l’apertura verso l’esterno della costa (che ha trasformato Muscat in una “città globale”) e la sostanziale chiusura dei centri tribali interni.

Alcuni eventi storici hanno indubbiamente marcato la storia dell’Oman. Uno è l’avvento dell’Islam sin dai tempi del Profeta, grazie alla conquista della regione da parte di ‘Amr ibn al-As, colui che prese possesso anche dell’Egitto. Questo portò alla riduzione dell’influenza persiana sull’area, sebbene i conquistatori arabi non rinunciarono ad utilizzare il loro sistema di irrigazione a canali (anche sotterranei) per migliorare la rendita agricola. Ma l’evento più importante della storia recente rimane l’instaurazione della dinastia al Bu Said intorno alla metà del XVIII secolo.

Questa arrivò a seguito della crisi della precedente case regnante, gli Ya’rubi, a loro volta giunti al potere grazie all’opposizione alla presenza coloniale portoghese. Gli Ya’rubi caddero in disgrazia  dopo l’elezione di un Imam minorenne (cosa che portò ad una vera e propria guerra civile) ed alla nuova pressione persiana lungo le coste. La resistenza ad essa di Ahmed bin Said (membro della famiglia al Bu Said) nel porto di Suhar, di fatto, portò quest’ultimo ad acquisire notevole fama ed a venir eletto come nuovo Imam. Le mosse successive furono la ricerca di forme di alleanza sia con gli Ottomani, sia con i Britannici, proprio in chiave anti-persiana, e lo sviluppo di una notevole flotta che lo portò a trasferire il centro del potere da Nizwa (all’interno) a Muscat, sul mare. Di fatto, i nuovi sovrani sono stati i primi a modificare radicalmente il panorama geopolitico dell’Oman, storicamente incentrato sul sistema delle oasi interne e su ricorrenti scontri o alleanze tra le tribù (le due principali confederazioni tribali sono i Ghafiri e gli Hinawi).

Il carattere multietnico ma compatto delle zone costiere ed il rapporto privilegiato con i Britannici hanno a lungo rappresentato i punti di forza della dinastia al Bu Said, che almeno fino alla metà del XIX secolo rimase anche sovrana di Zanzibar. Già nel 1798 venne firmato un trattato con Londra su navigazione e commercio lungo le coste dell’Oman che, nel corso del tempo, assunse la forma di un vero e proprio protettorato, formalizzato nel 1891.

Londra è stata a lungo interessata alla protezione soprattutto dei commercianti indiani che avevano posto le loro basi nei porti del Paese arabo. In queste aree, infatti, si trova la maggiore concentrazione di “migranti”. I Britannici, tra l’altro, diedero la loro cittadinanza agli Indiani hindù che commerciavano in Oman, ma non a quelli musulmani, soprattutto sciiti khoja (termine che deriva dal persiano kwaja e che indica “nobiltà”), ovvero ismailiti nizariti. Altre minoranze sono rappresentate in primo luogo da Persiani e Baluci, mentre la presenza ebraica nell’area (già piuttosto ridotta a differenza di quella del vicino Yemen) terminò sin dal XIX secolo. Le missioni cristiane, invece, ed in particolar modo quelle protestanti, furono le uniche a provvedere forme di assistenza medica alla popolazione almeno fino agli anni ’70 del Novecento.

Un punto di svolta nella storia del Sultanato (termine paradossalmente utilizzato proprio dai Britannici a partire dall’Ottocento per definire le istituzioni del Paese) è stato il colpo di Stato (piuttosto incruento) che portò al potere Qaboos al posto del padre Said bin Taimur, a sua volta sovrano dal 1932. Qaboos, che ricoprirà il ruolo fino al 2020, divenne Sultano in un momento particolarmente difficile per il Paese: ovvero, nel pieno della guerra civile nella regione del Dhufar. Iniziata intorno alla metà degli anni ’60, questa si presentava come una vera e propria ribellione secessionista dal carattere marxista-leninista (e sostenuta dallo Yemen del Sud) contro la dinastia al Bu Said, percepita come retrograda ed incapace di garantire sviluppo al Paese.

A questo proposito, tuttavia, bisogna riconoscere che quello dei sultani omaniti solo fino ad un certo punto può essere considerato come un governo dispotico o autoritario. Di fatto, questi, al di fuori della capitale e di alcune zone costiere (la regione di Batinah, ad esempio) hanno sempre mantenuto un controllo piuttosto limitato sul territorio e sulle aree tribali. Un caso emblematico in questo senso è quello della regione di al-Dhahira – che collega l’Oman al resto della Penisola Arabica ed è abitata in larga parte da musulmani sunniti ortodossi – dove si trova la strategica oasi di al-Buraymi, a lungo contesa con gli Emirati Arabi Uniti. Visto il fondamentale valore strategico dell’area, anche i Sauditi vi hanno spesso operato per imporvi una sorta di sistema di patronaggio del tutto simile a quello mantenuto per decenni (almeno sino all’affermazione del movimento di ispirazione zaydita  Ansarullah) sulle regioni di confine dello Yemen.

Ad ogni modo, in questo contesto, il cambio di regime in favore di un sovrano più aperto alle riforme venne considerato dai Britannici come la soluzione più favorevole a mantenere la propria presa sul Paese. Londra, infatti, arrivò a schierare forze speciali ed a sostenere una rapida modernizzazione dell’esercito dell’Oman che, nel 1971, ottenne anche l’indipendenza. E sempre nel 1971 arrivò la firma di un trattato di alleanza con l’Iran monarchico di Reza Pahlavi, il cui aiuto sarà determinante anche nella definitiva sconfitta della ribellione. Interessante notare come gli ottimi rapporti tra i due Paesi non siano stati intaccati più di tanto dalla Rivoluzione Islamica del 1979 che portò alla caduta dello Shah. Lo stesso Qaboos, infatti, approfittò dell’occasione per enfatizzare il suo disegno geopolitico di un Oman neutrale e perno dei negoziati di pace regionali. Fu lui il primo a cercare una soluzione negoziale al terribile conflitto Iran-Iraq, mentre il resto delle monarchie del Golfo sostenevano apertamente l’Iraq. Nello specifico, il Sultano, nonostante l’ingresso nel Consiglio di Cooperazione del Golfo nel 1981, cercò immediatamente di trasformare il proprio Paese come un ponte tra le istanze sunnite e quelle sciite, rifiutando le pressioni saudite a trasformare lo stesso Consiglio in una alleanza militare dal preciso carattere anti-iraniano.

La sua neutralità, tra l’altro, ha permesso all’Oman di ospitare i primi colloqui sull’accordo nucleare con l’Iran del 2015, dal quale poi gli Stati Uniti della prima amministrazione trumpista usciranno unilateralmente. E, ancora, Muscat ha cercato di mediare nel corso della crisi tra Arabia Saudita e Qatar del 2018 e nelle ripetute fasi conflittuali tra Iran ed il binomio USA-Israele.

Sul piano economico, invece, Qaboos – aiutato dall’aumento delle entrate petrolifere della compagnia statale PDO (Petroleum Development Oman), che ha portato anche ad una sostanziale crescita della popolazione (oggi si aggira intorno ai 5,5 milioni) – ha proposto una modernizzazione dei diversi settori interessati (con parziale processo di privatizzazione) sotto suo rigido controllo. Nonostante le riforme, anche politiche, il sistema dell’Oman rimane invece profondamente legato a dinamiche tribali, al riconoscimento del Sultano da parte delle due principali confederazioni, ed alla capacità di questo di garantire loro precisi benefici.

Con la morte di Qaboos nel 2020 è salito al potere suo cugino Haytham bin Tariq bin Taimur al Said. Questi, da taluni considerato come più vicino all’Iran, ha a lungo ricoperto diverse cariche governative sotto il precedente Sultano. La sua linea in politica estera sembra essere la medesima del suo predecessore (il cosiddetto “quietismo strategico”) ed è stata ampiamente riconfermata a seguito della “Guerra del Ramadan”. Anche in questa occasione, l’Oman si è infatti presentato come sostenitore della linea negoziale (con Pakistan e Turchia) e come l’unico vero Paese “responsabile” tra le monarchie del Golfo Persico. Cosa che rende il suo ruolo sempre più importante all’interno di una regione particolarmente complessa ed in un sistema globale in rapida evoluzione.

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