Il panafricanismo è stato storicamente ideologia e prassi. Agli occhi dei suoi ispiratori questo non poteva mai rimanere un discorso chiuso, rigido, dogmatico e limitato sulla consapevolezza razziale. Dopo la scomparsa dei suoi leader carismatici (da Nkrumah a Sankara, fino ad arrivare addirittura a Gheddafi) questo può ancora essere utile per comprendere l’africanità contemporanea?
Il termine panafricanismo venne coniato per la prima volta nel 1900 dall’avvocato e attivista di Trinidad e Tobago Henry Sylvester Williams. Nonostante ciò c’è chi sostiene che la sua origine possa essere datata addirittura al 1787, legandolo alle prime agitazioni contro la tratta degli schiavi in Africa occidentale, soprattutto nell’attuale Sierra Leone. Altri ancora ritengono che il termine sia retrodatabile fino al XV secolo, con l’inizio delle esplorazioni europee lungo le rotte oceaniche e la successiva affermazione del colonialismo. In questo senso, il panafricanismo potrebbe essere da subito inteso nel senso di prodotto della comune esperienza dei popoli africani di oppressione e sfruttamento. Prima del XV secolo, infatti, la razza non rappresentava un punto focale della categorizzazione umana. Non vi era una reale discriminazione/oppressione su basi razziali. Chiunque, a prescindere dal colore della pelle, poteva essere schiavo o padrone. Non sono pochi gli esempi di giovani europei rapiti per finire a fare gli eunuchi nelle corti musulmane spagnole.
La scoperta dell’America, tuttavia, impose in primo luogo la necessità del lavoro coatto. In altri termini, impose la necessità dell’oggettificazione delle categorie umane; un qualcosa che potesse riflettere la nuova realtà sociale e le nuove relazioni di potere. In questo senso non andrebbe dimenticato che la totalità dei “padri fondatori” degli Stati Uniti era proprietaria di schiavi.
Il panafricanismo, così, nasce in primo luogo come risposta all’istituzionalizzazione del razzismo e dello schiavismo. Il suo obiettivo primario, infatti, è stato quello di restituire una soggettività all’Africa e di sfidare le radici intellettuali a fondamento della storia coloniale.
Williams fu l’ispiratore della prima Conferenza panafricana tenutasi nel 1900. Mentre il sociologo americano W. E. Dubois fu il promotore del primo Congresso panafricano tenutosi a Parigi nel 1919. Quest’ultimo è stato considerato anche come il “padre del nazionalismo africano”. Altri congressi si tennero nel 1921 e 1923 a Londra, nel 1927 a New York, nel 1945 a Manchester, nel 1974 a Dar es Salam e nel 1994 a Kampala. L’argomento è stato quasi sempre il medesimo: la liberazione dei popoli africani dal colonialismo, dal neocolonialismo (o dalle forme imperialistiche) ed il diritto all’autodeterminazione e ad un governo indipendente. Come si evince dalle località in cui si sono tenuti i diversi congressi, la storia del panafricanismo può essere divisa in due momenti: uno “occidentale” ed uno puramente “africano”. Il primo momento si può articolare in tre movimenti particolari: la negritudine, l’etiopianismo ed il cosiddetto rinascimento di Harlem. Tutti si ricollegano all’idea di rinascita dell’identità nera. Un ruolo di primo piano spetta decisamente al pensatore Aimé Césaire che interpretava l’africanismo come una sorta di risposta spirituale al razionalismo cartesiano della modernità europea. A Césaire si deve la creazione del termine negritudine da lui utilizzato intorno alla prima metà degli anni ’30 del secolo scorso. Questo era rivolto alla riabilitazione dell’essere nero e dell’identità africana; era una rivolta contro la continua denigrazione dei neri, ritenuti come “privi di essere”. La negritudine, di fatto, era da intendersi come un compasso dell’universale identità africana, anche e soprattutto contro i tentativi coloniali di sfruttare la pratica del divide et impera. La ricostruzione dell’identità nera era, in questo senso, il primo passo della più complessa lotta anticoloniale.
L’idea di etiopianismo nasce invece dalla rilettura della Bibbia ed in particolar modo del Salmo 68:31: “Principi verranno dall’Egitto, e l’Etiopia stenderà le sue mani verso Dio”. Tale fenomeno risale alla fine del XIX secolo ed ha le sue radici nel messianismo politico e nella cristianità profetica etiope. Nonostante ciò, conoscerà le sue fortune nel XX secolo, anche grazie ad un notevole fiorire di sette ad esso collegate (si pensi, ad esempio, ai rastafariani).
L’etiopianismo, di fatto, offriva una chiave di lettura cristiana a tutte quelle persone di colore che volevano continuare a professare tale religione nonostante quella miriade di predicatori nordamericani che sostenevano la schiavitù o l’inferiorità razziale trovandone il fondamento proprio nelle Sacre Scritture.
L’attacco italiano all’Etiopia, durante l’era fascista, venne presentato propagandisticamente dagli esponenti di questa particolare corrente come un’aggressione alla Madre Patria di tutti gli africani, senza distinzione di sorta, anche perché l’Etiopia era uno dei rari Paesi indipendenti del continente.
Il rinascimento di Harlem (primi decenni del XX secolo) è il movimento che ha ispirato pure Césaire. Il suo padrino intellettuale è stato Alain Locke che rifiutava di considerare come inferiori o sinonimo di degrado tutti gli elementi propri della cultura africana, dall’arte alla musica, fino alla letteratura. Anzi, la sua idea era quella di ridare dignità letteraria al “negro”. Nel complesso, il rinascimento di Harlem si poneva come una presa di coscienza diasporica capace di abbracciare tutto ciò che dal Nilo arriva fino al fiume Congo; i due corsi d’acqua che meglio rappresentano la “geografia nera”.
Sulla “diaspora africana”, inoltre, il già citato Dubois fece notare come i suoi protagonisti guardassero al Continente Nero come ad un qualcosa di unito perché in alcun modo potevano individuare quelle che erano le loro radici. L’Africa veniva romanticizzata ed idealizzata; era un spazio geografico soggettivo di unità metafisica ed identità collettiva.
Il momento “africano” del panafricanismo è intrinsecamente legato al processo di decolonizzazione. Qui verrà analizzato il pensiero di due figure fondamentali che, però, vissero da protagonisti il fenomeno in due contesti storici e geografici distinti: Kwame Nkrumah e Thomas Sankara.
Nonostante le differenze temporali, entrambi intendevano il panafricanismo come strumento di lotta al neocolonialismo (che Sankara non separava dall’imperialismo) e come imprescindibile necessità per mantenere l’Africa fuori dalle dispute tra i blocchi della Guerra Fredda, anche per evitare la riproposizione di situazioni simili a quella congolese, con l’assassinio di Patrice Lumumba accusato di “vicinanza” all’Unione Sovietica.
Nkrumah, primo presidente della Costa d’Oro indipendente (poi ribattezzata come Ghana), considerava il panafricanismo come la soluzione alla crescente instabilità politica del continente, causata a suo modo di vedere da nuove forme di sfruttamento coloniale. Divisi, i Paesi africani non potevano in alcun modo avere la forza di combattere il neocolonialismo (termine da lui stesso coniato). Nkrumah scrive due libri fondamentali: Africa must unite (1963); Neocolonialism, the last stage of imperialism (1965). Proprio nel 1963 organizzò una conferenza ad Addis Abeba da cui ebbe origine l’Organizzazione dell’Unità Africana. Qui cercò di mostrare con evidenza il fatto che l’indipendenza non avesse in alcun modo alterato le relazioni coloniali. Queste sono infatti garantite da nuovi strumenti, come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale, che utilizzano l’aiuto ai Paesi in via di sviluppo come un circolo vizioso che finisce sempre per favorire le potenze neocoloniali. Nkrumah, inoltre, si guadagno le antipatie di Washington sia per la sua attiva partecipazione al Movimento dei Paesi Non Allineati, sia per aver sottolineato come le agenzie USA all’estero fossero semplicemente un veicolo per la penetrazione e la proiezione di influenza e di intelligence. Fattore che, con molta probabilità, portò alla sua detronizzazione a seguito di un colpo di Stato durante un viaggio in Cina nel 1966.
Di Nkrumah rimane comunque la sua idea di Africa unita come potenza sia politica che economica. L’unità africana doveva necessariamente operare nel regno politico e geopolitico; doveva avere una sistema di difesa comune ed una comune politica estera.
Sankara visse la sua esperienza di governo in un periodo in cui il Movimento dei Paesi Non Allineati aveva decisamente perso slancio. Tuttavia, la sua postura era assai più “rivoluzionaria” rispetto a quella di Nkrumah; in parte anche dovuta alla sua educazione militare ed alla notevole influenza di idee marxiste. Riprendendo alcune tesi di Franz Fanon o del Presidente senegalese Leopold Senghor (autore di un libro sull’estetica “negro-africana” in cui veniva esaltato lo spirito e la sensibilità dei popoli di colore), Sankara mise in evidenza come la “borghesia africana” difendesse aggressivamente le posizioni che prima erano degli stranieri per arricchirsi personalmente. Non solo, in modo da poter mantenere il potere, questa si vendeva letteralmente alle potenze neocoloniali, che la utilizzano a proprio vantaggio.
Anche Sankara, alla pari di Nkrumah, cambiò nome al suo Paese: da Repubblica dell’Alto Volta a Burkina Faso (terra degli uomini che stanno in piedi). Il neocolonialismo, a suo modo di vedere, doveva essere affrontato su due livelli: 1) la lotta di classe contro la borghesia oppressiva che lavora per lo straniero (nemico interno); 2) la lotta contro l’imperialismo (nemico esterno) e, nel caso specifico del Burkina Faso, contro il sistema “trappola” con cui la Francia continuava a mantenere sotto controllo l’Africa occidentale.
Sankara sosteneva l’autosufficienza del suo Paese (una sorta di autarchia economica) e dell’intero continente. Venne assassinato poco dopo un discorso all’Organizzazione dell’Unità Africana in cui invitata gli Stati del continente a non pagare il debito verso l’Europa, considerato come uno strumento per stringere il cappio attorno ai Paesi africani.
Un destino che lo accomuna al colonnello Gheddafi che, ostracizzato dai Paesi arabi, è stato l’ultimo a riproporre in grande stile l’idea di unione africana come polo geopolitico autonomo. Non a caso, lo stesso Sankara fu a lungo in contatto con il leader libico.
In conclusione, il panafricanismo ha una storia estremamente complessa, ricca soprattutto di tentativi che sono andati a scontrarsi con la realtà e con visioni diverse: chi, ad esempio, sosteneva una unione (solo) economica e chi preferiva una unificazione anche politica che superasse interessi di carattere piccolo-nazionalista e così via. Oggi, il panafricanismo non può prescindere dal rientrare all’interno di una schema antiegemonico e multipolare. E, di conseguenza, puntare sull’evoluzione del sistema globale in senso policentrico. E, a questo riguardo, bisognerebbe tenere in considerazione alcuni esperimenti di unione regionale (come quello che sta avvenendo tra gli Stati del Sahel, sottoposti non a caso a costante attacco da parte degli “sgherri” dell’Occidente), sia le idee proposte dalle nuove voci del panafricanismo, tra le quali spiccano quella del beninese Kemi Seba (comunque non privo di evidenti contraddizioni) o quelle che inneggiano alla rinascita del progetto degli Stati Uniti d’Africa; sia, infine, i tentativi di più parti (bisogna riconoscerlo) di insabbiare/oscurare la rinnovata volontà africana di riconquistarsi una dignità politica a fronte di quella che può tranquillamente essere interpretata come una nuova e mascherata tratta degli schiavi.


