Le aspirazioni degli Emirati a divenire una potenza di medio livello sullo scenario non solo regionale ma anche globale hanno dovuto confrontarsi con la sua assoluta dipendenza militare dagli Stati Uniti, l’ostilità saudita verso chiunque metta in dubbio la leadership di Riad nel Medio Oriente, con il quasi totale appiattimento sui desideri di Tel Aviv e, di conseguenza, con gli esiti dell’aggressione all’Iran.
Dopo il Qatar, primo fra le monarchie del Golfo ad uscire dell’OPEC (comunque, la produzione petrolifera qatarina è piuttosto ridotta) ed a mettere in discussione la pretesa saudita di guida regionale, proponendo una propria linea di politica estera ed una particolare cooperazione strategica con la Turchia, anche gli Emirati Arabi Uniti sembrano voler partecipare attivamente alla piena ridefinizione dell’ordine mediorientale.
Tuttavia, nel fare ciò, Abu Dhabi, più che perseguire una strategia pienamente autonoma, sembra agire soprattutto nell’interesse di altri attori, Stati Uniti ed Israele in primo luogo. I primi in particolare, come da tradizione, sembrano piuttosto favorevoli a diffondere divisioni e ostilità latente non solo tra le organizzazioni regionali (il Consiglio di Cooperazione del Golfo, ad esempio), ma pure in istituzioni dal respiro assai più ampio, dall’Organizzazione della Conferenza Islamica fino ai BRICS (vero e proprio obiettivo primario dell’azione statunitense, di cui gli stessi Emirati sono recentemente entrati a far parte).
Ora, prima di andare oltre, si rende necessario dare alcuni accenni storici sulla congregazione di Emirati nata nel 1971. Abitata da millenni da popolazioni arabe che si convertirono all’Islam nel VII secolo, l’area finì sotto influenza ottomana alcuni secoli più tardi, dopo il 1500. E, nel XVIII e XIX non fu estranea all’espansione del wahhabismo: corrente rigidamente riformista dell’Islam, originaria del Najd, che gli Inglesi videro bene di utilizzare proprio in chiave anti-ottomana. Già nel 1820, gli sceicchi della regione costiera firmarono un Trattato di pace con il Regno Unito; mentre, nel 1853, fu la volta di un Trattato di protezione militare, con Londra che si faceva carico anche dell’eventuale risoluzione di controversie tra gli stessi sceicchi. Cosa che portò sempre Londra a prendere le parti di Abu Dhabi in una disputa con l’Oman sull’oasi di al-Buraymi negli anni ’50 del secolo scorso (i confini tra Emirati e Oman sono rimasti non ufficialmente fissati fino al 1999). Di fatto, uno degli obiettivi della politica londinese nella regione era proprio impedire un eccessiva allargamento territoriale del Sultanato ibadita-kharijita, nel quale esercitava comunque una precisa pressione politica interna.
Nel 1971, l’indipendenza degli Emirati dal Regno Unito si ridusse sostanzialmente in un “trasferimento di poteri”. Questi da protettorato britannico divennero a tutti gli effetti un protettorato nordamericano. Da quel momento in poi, il conglomerato di sette emirati (Abu Dhabi, Dubai, Sharja, Ajman, Fujaira, Ra’s al-Khayma, Umm al-Qaywayn) ha partecipato attivamente a quasi tutte le operazioni militari statunitensi nella più vasta regione MENA (Middle East and North Africa): dalla prima aggressione contro l’Iraq del 1991, all’attacco contro la Libia del 2011 (dove gli Emirati continuano ad esercitare una certa influenza soprattutto nella parte orientale sotto il controllo di Khalifa Haftar) fino alla guerra nello Yemen e le attuali diverse fasi di conflitto aperto contro la Repubblica Islamica dell’Iran.
Indubbiamente, la protezione nordamericana e la ricchezza petrolifera hanno consentito agli Emirati di poter prosperare nel corso dei decenni. Una ricchezza che ha modificato in modo radicale la conformazione demografica del Paese. Quasi il 90% della popolazione, infatti, è composta da immigrati, mentre l’esercito (di 60.000 unità) è costituito esclusivamente da forze mercenarie. Con questa particolare popolazione i vertici politici arabi hanno stabilito un altrettanto particolare contratto sociale: libertà economica sostanziale e ricchezza parzialmente condivisa (salvo la manodopera pakistana, indiana e bengalese) in cambio di totale assenza di libertà politica. Allo stesso tempo, le guide del Paese hanno scelto, soprattutto negli ultimi quindici anni, di operare sul piano internazionale seguendo una logica puramente pragmatica in cui la cooperazione geo-economia con realtà anche diverse dall’Occidente (nelle sue diverse espressioni) superava le considerazioni maggiormente legata al posizionamento geopolitico dello Stato. Questo ha portato gli Emirati a stringere legami di un certo spessore sia con la Cina (con un ruolo attivo in progetti come la Nuova Via della Seta o la Development Road, maggiormente concentrato sull’Iraq) che con la Russia (dove ha giocato un ruolo di rilievo la Cecenia di Ramzan Kadyrov). Lo stesso ingresso nei BRICS ha consentito ad Abu Dhabi di rafforzare le sue aspirazioni a trasformarsi in hub finanziario regionale e globale e di diversificare la propria economia, sebbene petrolio e gas costituiscano ancora il 30% del PIL ed il 60% degli introiti governativi. In questo senso, i fondi Abu Dhabi International Authority e Mubadala Investment Company (tra i più grandi al mondo) risultano fondamentali per la creazione di reti di connessione internazionali su più livelli e tanto ad Oriente quanto ad Occidente.
Ma quali motivazioni hanno spinto gli Emirati ad entrare nei BRICS? 1) La volontà di mantenere una sorta di equidistanza nella competizione tra potenze (Cina e USA); 2) il desiderio di cogliere le opportunità di sviluppo nel sud globale; 3) l’idea di posizionarsi come “potenza finanziaria di mezzo”; 4) mostrare un’indipendenza strategica da Washington a fronte dell’assoluta dipendenza militare; 5) dare sostegno ai suddetti progetti di diversificazione energetica (logistica, fonti rinnovabili, nuove tecnologie, IA in particolare); 6) estendere la propria rete di connessioni geopolitiche in Asia ed Africa.
La politica di multi-allineamento di Abu Dhabi – che ha portato quest’ultimo a siglare accordi commerciali con gli USA per 200 miliardi di dollari e, al contempo, all’utilizzo delle rispettive valute nei rapporti con Cina ed India – non è durata più di tanto. Bisogna infatti tenere a mente che gli Emirati, pur partecipando attivamente ai progetti di interconnessione eurasiatica proposti dalla Cina, si sono legati anche al progetto IMEC – India Middle East Corridor che, in realtà, nasce in totale contrapposizione al primo. Inoltre, dal momento della firma dei cosiddetti “accordi di Abramo” nel 2020, l’attivismo geopolitico emiratino nella regione mediorientale ha assunto una connotazione apertamente filo-israeliana, scontrandosi pure con il tradizionale alleato saudita.
Il collasso delle relazioni con Riad, in particolare, è stato il prodotto di interessi totalmente divergenti per ciò che concerne diversi scenari; dallo Yemen allo stesso Iran. Nel primo caso i dissapori tra i due risalgono già al 2018, con il fallimentare tentativo (guidato dagli Emirati) di prendere possesso del porto di Hodeida, fondamentale per rifornimenti, introiti economici, e controllo sul Mar Rosso da parte di Ansarullah (il movimento politico-militare, vicino a Teheran, che controlla il nord del Paese). In tempi più recenti, tali dissapori si sono palesati con l’aperto sostegno emiratino al Consiglio di Transizione Meridionale e ad un progetto di secessione che dovrebbe trasformare lo Yemen meridionale in un protettorato sotto diretto controllo di Abu Dhabi e Tel Aviv. Di fatto, i Sauditi non vedono affatto di buon occhio i tentativi dei due di accerchiare totalmente il Regno costruendo un arco che dalle coste occidentali del Mar Rosso (si pensi al sostegno di Emirati ed Israele alle Forze di Supporto Rapido nel Sudan) arriva fino al Corno d’Africa, dove sempre Emirati ed Israele hanno sostenuto il progetto indipendentista del Somaliland, con l’obiettivo di trasformare anche questo in un loro protettorato.
Invece, nel secondo caso, quello iraniano, gli Emirati hanno apertamente accompagnato la politica aggressiva di Israele nei confronti dell’Iran e partecipato attivamente anche alla nuova aggressione contro Teheran (la “Guerra del Ramadan”), che ha risposto prendendo di mira diversi obiettivi nel territorio della congregazione araba. A differenza degli Emirati, i Sauditi hanno cercato di mantenere una posizione più equilibrata nel teatro del nuovo conflitto. Se i primi rimangono favorevoli ad una soluzione che riduca drasticamente la minaccia militare iraniana (se non il cambio di regime, come auspicato da Israele e da parte dei vertici politici USA), i secondi (insieme a Turchia, Qatar e Pakistan) sembrano mantenere una linea negoziale che cerchi di rispettare i desideri di tutte le parti contraenti, nei limiti del possibile. I Sauditi, nello specifico, rimangono assolutamente contrari ad una profonda e prolungata instabilità regionale o, addirittura, ad un ridisegno dei confini che potrebbe coinvolgere pure il loro Regno.
Tali dissapori hanno generato l’uscita dell’OPEC da parte di Abu Dhabi. Ad onor del vero, da tempo gli EAU stavano muovendo critiche sul controllo dei prezzi, i limiti imposti alla produzione petrolifera e sul fatto che l’OPEC si presenti come uno strumento costruito ad esclusivo vantaggio saudita. Tuttavia, i recenti eventi hanno aperto la strada all’opportunità, per Abu Dhabi, di poter svolgere un ruolo similare a quello che l’Iran monarchico ricoprì in occasione dell’embargo petrolifero del 1973. Cosa che consentì allo Shah di incrementare in modo esponenziale gli introiti della vendita della risorsa all’Occidente.
In questo senso, la stessa partecipazione emiratina ai BRICS non deve essere letta come un qualcosa di totalmente sgradito a Washington. Questa, infatti, potrebbe utilizzare la sua presa per fare degli Emirati un cavallo di Troia funzionale alla disgregazione dell’organizzazione dall’interno. Allo stesso tempo, il pieno allineamento con l’amministrazione Trump ed Israele, comporta dei rischi enormi, visto che gli Emirati rappresentano la prima linea del conflitto (con potenziali esiti disastrosi per ciò che concerne anche il turismo). Come già affermava Kissinger, riprendendo Lord Palmerston, gli Stati Uniti non hanno alleati ma solo interessi. E la diffusione dell’instabilità nella regione può tornare utile a Washington per trasferire tanti capitali da un Paese costruito essenzialmente sulla finanza (come paradiso per evasori fiscali di vario genere) direttamente a Wall Street.


