Il regno del Bahrein, con la sua particolare posizione geografica, rappresenta un altro tassello fondamentale per comprendere la geopolitica del Golfo con le sue complesse dinamiche demografiche e confessionali. In questo contributo si analizzeranno storia e ruolo di questo arcipelago nel corso dei secoli e nell’attuale fase di conflitto aperto con l’Iran.
Quando i Britannici presero possesso del sistema di isole (32 in tutto) che compongono il Bahrein ne considerarono la rilevanza strategica simile a quella di Cipro per il Mediterraneo orientale. Situato nel sud del Golfo Persico ed affacciandosi a nord-est verso l’Iran e ad ovest verso l’Arabia Saudita (con la quale oggi è collegato attraverso la King Fahd Causeway), il Bahrein rappresenta una sorta di porta orientale della Penisola Arabica all’interno del Golfo Persico. Il complesso di isole, infatti, non è solo fondamentale per esercitare influenza sull’Heartland mediorientale (l’arco settentrionale del Golfo), ma un suo eventuale controllo da parte dell’Iran (ad esempio) consentirebbe a questo di espandere la sua proiezione strategica sulla costa orientale saudita, in parte abitata da sciiti, nonostante la dura repressione che questi hanno dovuto subire nel secondo decennio di questo secolo (tra l’altro, nel complice silenzio dei mezzi di informazione occidentali).
Questo arcipelago sin dall’Antichità è stato un importante centro commerciale legato al traffico delle perle, alla pesca ed all’agricoltura. L’area, inoltre, fu sede della civiltà di Dilmun (nota per le sue imponenti necropoli) che rappresentò una sorta di ponte tra l’India e la Mesopotamia. I Greci conoscevano l’isola come Tylos; mentre il nome Bahrein deriverebbe dal fatto che vi sono due fonti d’acqua principali: quella dolce delle non poche sorgenti (caso piuttosto curioso in prossimità di aree principalmente desertiche) e quella del mare. A questo proposito bisogna anche aggiungere che il termine Bahrein, in passato, veniva utilizzato non solo in riferimento a questo insieme di isole ma a tutta la parte orientale della Penisola Arabica. Ad esempio, così venne utilizzato tra il XIII e XIV secolo dai noti viaggiatori Ibn al-Muajar (originario di Damasco) e dal marocchino Ibn Battuta.
Per lungo tempo la regione è stata dominata dai Sasanidi. Qui, il cristianesimo nestoriano era particolarmente diffuso, salvo poi cedere il passo ad una rapida conversione all’Islam dei suoi abitanti. Alla fine dell’epoca di quelli che per il sunnismo sono i quattro califfi “ben guidati” (Abu Bakr, Omar, Uthman ed Ali), le isole vennero occupate dai cosiddetti Kharigiti (ex partigiani di Ali ribellatisi ad esso dopo la battaglia di Siffin). Venne poi riconquistata all’Islam “ortodosso” durante il califfato omayyade, ma durante il regno della dinastia Abbaside finì nuovamente sotto il controllo di un’altra particolare setta islamica, i Carmati. Questi meritano l’apertura di una breve parentesi. Il nome deriva da Hamdan Qarmat che iniziò la sua predicazione tra le tribù beduine attorno alla città irachena di Cufa. Un suo discepolo, Abu Sa’id al-Gannabi fondò letteralmente lo Stato del Bahrein nei primi anni del X secolo. Questi venne poi assassinato nel 914, ed il suo posto venne preso dal nipote Abu Tahir Sulayman dopo non pochi intrighi. I Carmati, ad ogni modo, sferrarono due attacchi contro il califfato. Non arrivarono mai ad impensierirne la capitale, Baghdad, limitandosi al saccheggio di Bassora. Tuttavia, a causa delle loro azioni, resero del tutto instabile la via del pellegrinaggio che rappresentava (ed è ancora oggi) un enorme fonte di introiti per chi controlla i luoghi santi dell’Islam. Attaccarono anche la Mecca nel 930 d. C. – sempre in base all’idea che il controllo sui suddetti luoghi santi avrebbe garantito uno specifico status al loro credo – ma non riuscirono a insediarvisi, arrivando però a “rapire” la pietra nera che si trova nella Ka’aba.
Sul piano dottrinale, i Carmati non sono dissimili dai Fatimidi. L’eresiografia sunnita li considera manifestazioni di un medesimo movimento, quello dei batiniyya, il cui obiettivo era la distruzione del califfato e del sunnismo attraverso il loro esoterismo dottrinale e l’intransigenza rivoluzionaria e terroristica. In tempi più recenti, non è mancato chi, tra i sapienti sunniti, ha spesso paragonato il fenomeno terroristico dell’ISIS proprio a quello dei Carmati, sebbene questi siano del tutto collegabili all’ismailismo. Se per i Carmati il mahdi atteso rimaneva Muhammad ibn Isma’il, figlio di Isma’il ibn Jafar, a sua volta figlio di Jafar al-Sadiq, importantissimo imam dello sciismo; per i Fatimidi, il mahdi era un discendente di Muhammad ibn Isma’il.
Dopo l’anno mille, la regione venne liberata dalla presenza della setta. Qui si susseguirono diverse dinastie arabe, più o meno dipendenti dai più potenti vicini fino al XVI secolo, quando arrivarono i Portoghesi. Nel 1602, invece, l’isola venne occupata dai Safavidi e rimase sotto loro controllo, in modo più o meno diretto, fino al 1783, quando gli al-Khalifa, discendenti della tribù araba al-Utub, divengono signori dell’isola, resistendo anche a diversi tentativi di invasione da parte del vicino Oman.
Nei medesimi anni inizia anche il tentativo di espansione saudita verso l’area. Solo i Britannici, interessati alla totale libertà di navigazione nel Golfo (per lungo tempo ostaggio di pirati di varia natura), imporrano a questi ultimi l’indipendenza del Bahrein nel 1859. La pax britannica, costruita su diversi accordi e trattati (siglati nel 1820, nel 1861, 1880, con quest’ultimo aggiornato nel 1892), di fatto, regalò al Bahrein una certa stabilità e la solidificazione al potere della dinastia al-Khalifa. Tuttavia, allo stesso tempo, gli al-Khalifa divennero totalmente dipendenti da Londra in termini di politica estera e sicurezza. Questi, inoltre, proprio grazie al sostegno britannico, ebbero modo di continuare a governare in modo “feudale”, dando ai capi tribali il diritto di raccogliere le imposte sulla popolazione in cambio della loro alleanza. Cosa che ha generato nel corso degli anni una vera e propria marcata divisione tra la società reale e lo Stato che si è riflessa nelle tensioni degli anni ’90 e primi ‘2000.
I Britannici, tra l’altro, garantirono sempre il loro appoggio agli al-Khalifa anche in termini di risoluzione delle controversie interne. Ciò avvenne, ad esempio, nel 1923, quando costrinsero la tribù rivale degli al-Dawasir ad evacuare l’arcipelago. E sempre ai Britannici si deve la strategia di sfruttamento delle divisioni settarie per attuare una forma di divide et impera ampiamente sfruttata anche dalla casa regnante in tempi più recenti per impedire che i due gruppi confluissero su posizioni antigovernative unitarie.
Con la scoperta del petrolio nel 1932, poi, Londra attribuì agli al-Khalifa 1/3 degli introiti della sua vendita. Così facendo, il 25% del PIL del Paese è rimasto legato alla casa regnante almeno fino al 1975. Lo sviluppo dell’industria petrolifera, inoltre, modificò i tradizionali rapporti tribali/feudali in rapporti di classe, ingrandendo ulteriormente l’abisso che separa(va) regnanti e società. A ciò si unì un notevole flusso di manodopera straniera (indiana e pakistana, soprattutto) e la tendenza di molti lavoratori ad inviare i loro figli a studiare in Unione Sovietica.
Ora, è bene sottolineare che la società del Bahrein è storicamente divisa tra sunniti (malikiti e con influenze posteriori wahhabite) e sciiti. I secondi hanno a lungo rappresentato la maggioranza della popolazione, a fronte di un governo (almeno negli ultimi secoli) sempre in mano sunnita. Sul finire degli anni ’30, sciiti e sunniti chiesero insieme un programma di riforme distrutto dall’arrivo al potere dell’iperconservatore Shaykh Salman bin Hamad al-Khalifa. Negli anni ’50, invece, fanno la loro comparsa le idee del nazionalismo arabo che troveranno successivamente eco in gruppi come il Movimento Nazionale Arabo o il Fronte di Liberazione Nazionale. In questi anni, la casa regnante avanza timidi tentativi di riforma come la creazione di consigli amministrativi, comunque occupati nella loro totalità da membri della famiglia regnante.
Con l’indipendenza formale del 1971, i tentativi di riforma in chiave democratica dovettero fare i conti sia con le rivendicazioni dell’Iran monarchico a diritti storici sul Bahrein, sia con l’ostilità saudita che temeva un eventuale effetto domino regionale. Questi, infatti, iniziano ad inviare personale militare ed a regolare la stessa spesa per la difesa del Bahrein, che veniva (e viene tutt’ora) considerato come il giardino di casa dai Saud. L’assemblea nazionale creata nel 1975 non durò più di due anni, e la Rivoluzione nel vicino Iran aumentò ulteriormente i timori sauditi, soprattutto alla luce di una peculiare cooperazione tra religiosi sciiti e movimenti di sinistra che anche in Bahrein stava conoscendo una particolare “fioritura”.
Per tutti gli anni ’80 gli sciiti sono stati perseguitati in Bahrein, nonostante questi non abbiano mai espresso particolare simpatia per la Rivoluzione Islamica nel vicino Iran o per le idee dell’Imam Khomeini. Questo, insieme ad evidenti problemi economici legati soprattutto alla crescita della disoccupazione ed al sempre più marcato gradino nella società tra ricchi e classi medio-basse, ha portato nei primi anni ’90 a quella che è passata alla storia come l’Intifada del Bahrein.
L’inizio è databile al 1994, quando una serie di veementi proteste fecero seguito all’arresto di Ali al-Salman, figura di spicco della comunità sciita locale. Queste videro una risposta piuttosto brutale delle forze di sicurezza che arrivarono a dare fuoco a due moschee sciite nella città di Sanabis (una pratica che si ripeterà su scala ben più ampia durante le proteste del 2011). Nonostante il carattere interconfessionale delle proteste, inoltre, solo la comunità sciita divenne oggetto di repressione con l’accusa che le manifestazioni di piazza fossero il prodotto di trame iraniane e libanesi. Al contempo, le monarchie del Golfo aumentarono i loro aiuti/doni alla casa regnante, consentendole addirittura di aumentare la produzione petrolifera.
Nel 1999 muore il sovrano Shaikh Isa bin Salman al-Khalifa e sale al potere il figlio Hamad bin Isa, di orientamento riformatore. Questi, nel 2001, attraverso la Carta di Azione Nazionale, cercò di creare un sistema bicamerale la cui “camera alta” veniva tuttavia monopolizzata da membri nominati dalla casa reale con potere di veto sulle decisioni della camera bassa, quella direttamente eletta dal popolo. Le speranze popolari, di conseguenza, furono nuovamente deluse. A ciò si aggiunga che: 1) il sistema elettorale venne costruito in modo da sfavorire gli sciiti (in casi estremi il voto di un sunnita equivaleva a quello di 21 voti sciiti); 2) venne attribuita la cittadinanza a diversi stranieri sunniti per modificare la composizione demografico-confessionale del Paese (gli al-Dawasir, espulsi degli Inglesi nel 1923 e trasferiti in Arabia Saudita, ottennero doppia cittadinanza); 3) il progetto di amnistia per i prigionieri politici dell’Intifada andò ad includere pure le forze di sicurezza accusate di violenze e torture.
Sulla scia degli eventi egiziani del gennaio 2011, il 14 febbraio dello stesso anno divenne per il Bahrein il “giorno della rabbia” contro la corruzione e l’oppressione politica. La popolazione del Bahrein si riunì attorno alla rotonda della perla, non distante dal centro della capitale Manama. Anche in questa circostanza, alla repressione della polizia fecero da contraltare le speranze per un ruolo crescente dell’erede al trono Salman bin Hamad che avanzò il progetto dei “sette principi di riforma”. Questo, tuttavia, secondo i Sauditi avrebbe concesso troppe libertà politiche agli sciiti, e l’intervento diretto del Gulf Cooperation Council Shield Force (una operazione militare guidata da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar), ancora una volta, pose fine a qualsiasi speranza di riforma.
Come da tradizione, la propaganda governativa e quella delle emittenti delle monarchie del Golfo cercò di mostrare il fronte dell’opposizione come apertamente filo-iraniano. Nonostante ciò, la repressione coinvolse anche esponenti laici o sunniti come Ebrahim Sharif. Una commissione indipendente creata dopo i fatti, inoltre, ha mostrato come non vi fosse nessun reale coinvolgimento iraniano. Il movimento sciita di opposizione, tra l’altro, non era affatto un blocco monolitico. Questo includeva diverse anime e solo in un secondo momento si può parlare di un tentativo di influenza iraniana su di esso. Alcuni dei suoi esponenti sono stati infatti invitati al Conferenza Internazionale sulla Diplomazia della Resistenza tenutasi a Teheran nel maggio 2025, poco prima dell’inizio dell’aggressione israeliana contro l’Iran.
Ad ogni modo, i moti di piazza dovettero subire una dura repressione che successivamente andò ad includere sanzioni personali per i partecipanti, carcere, torture, espulsioni, cancellazione delle borse di studio per gli studenti e così via (oltre a più di cento morti). I tentativi governativi di dialogo dopo la repressione, inoltre, furono piuttosto timidi, nascondendo solo la volontà di prendere tempo per proseguire nella stretta securitaria. Questa si è palesata in una legge “antiterrorismo” che prevedeva la possibilità di un mese di carcere senza reale accusa o processo per eventuali sospetti di attività rivoluzionarie o sette anni di carcere per i colpevoli di insulto alla monarchia. Allo stesso tempo, i diritti dei lavoratori, ottenuti con enormi sacrifici e difficoltà negli anni ’60 e ’70, vennero ridotti, per non dire cancellati, insieme alla chiusura dei sindacati.
Nonostante ciò, nel 2020, il Bahrein ha siglato gli accordi di Abramo (il progetto di rimodellamento del Medio Oriente portato avanti dalla prima amministrazione Trump sotto l’influenza di Jared Kushner) normalizzando i propri rapporti con Israele. Ad essi hanno fatto seguito nel 2022 un nuovo accordo con Israele per la cooperazione nei campi dell’intelligence e della difesa. Un accordo che ha trasformato il Regno, insieme alla presenza in loco della Naval Support Activity statunitense con oltre 9000 soldati, nella prima linea della nuova fase di conflitto tra il binomio USA-Israele e l’Iran.
In questa occasione, le scene di giubilo tra la popolazione civile alla vista della base navale della V° flotta USA colpita dai missili iraniani sono l’ulteriore dimostrazione che il distacco tra la casa regnante e la società civile del Bahrein è rimasta assolutamente invariata.


