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Daniele Perra
May 9, 2026
© Photo: Public domain

Schiacciata tra l’austerità dell’UE, la pesante penetrazione tedesca nel suo tessuto economico e l’ostilità turca a fasi alterne, Atene, consapevole di possedere l’invidiabile posizione geografica di porta balcanica dell’Europa (cosa che l’ha resa anche particolarmente indifesa di fronte ai flussi migratori), ha optato per la costruzione di solide relazioni diplomatico-militari con Israele.

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Dalla fine dell’era bipolare, cui ha fatto seguito la devastante crisi del debito del 2009, la Grecia ha dovuto reinventarsi un ruolo nel sempre più complesso scenario geopolitico del Mediterraneo orientale. Schiacciata tra l’austerità dell’UE, la pesante penetrazione tedesca nel suo tessuto economico e l’ostilità turca a fasi alterne, Atene, consapevole di possedere l’invidiabile posizione geografica di porta balcanica dell’Europa (cosa che l’ha resa anche particolarmente indifesa di fronte ai flussi migratori), ha optato per la costruzione di solide relazioni diplomatico-militari con Israele. Una relazione che, tuttavia, nasconde le insidie di nuove forme di dipendenza, ulteriore riduzione della sovranità in più campi, ed i rischi di venire inghiottiti nel sempre più ampio conflitto mediorientale.

Dopo il 7 ottobre 2023, la Grecia ha mantenuto una posizione piuttosto equilibrata sulla situazione di conflitto in Medio Oriente e, soprattutto all’interno delle Nazioni Unite, ha votato in modo alternato o si è astenuta sulle risoluzioni che si presentavano in aperto contrasto con i desideri di Israele. Tuttavia, allo stesso tempo (e proprio nel periodo che va dal 2023 al 2026), i rapporti commerciali tra i due Paesi del Mediterraneo orientale sono aumentati in modo sostanziale, proseguendo di fatto la linea tracciata sin dal secondo decennio del XXI secolo e, paradossalmente, rafforzatasi sotto il governo di Syriza del primo ministro Alexis Tsipras. Ciò, altrettanto paradossalmente (ma in maniera del tutto similare a quanto si è visto in altri Stati europei), è avvenuto in modo silenzioso e senza attirare troppo l’attenzione di un’opinione pubblica estremamente critica con le politiche e le operazioni militari di Israele tanto a Gaza quanto in Cisgiordania.

Ma come si articola il rapporto sempre più stretto tra Atene e Tel Aviv? Tre sono i progetti principali. Il primo è il Great Sea Interconnector: un progetto di infrastruttura elettrica sottomarina  fondato sulla tecnologia HVDC – High Voltage Direct Current. Questo, precedentemente noto come progetto EuroAsia (parte di un accordo siglato nel 2021 e finanziato anche dall’Unione Europea), dovrebbe costituire il cavo sottomarino più lungo al mondo – 310 km da Israele a Cipro più altri 898 km da Cipro alla Grecia – e garantire proprio a Cipro una connessione elettrica con il resto del continente che ad oggi non ha ancora avuto. Inoltre, appare inscindibile da altri due progetti di ampio respiro. Uno è l’East-Med; mentre l’altro è l’IMEC – India Middle East Economic Corridor.

È giusto andare con ordine. La cooperazione trilaterale tra Grecia, Repubblica di Cipro ed Israele è da tempo ben avviata ed avrebbe tra gli obiettivi quello di “costituire un centro di interessi comuni che colleghi Europa e Medio Oriente”. Nel 2020, a questo proposito, è stato creato il Forum del Gas del Mediterraneo Orientale con la partecipazione anche di Italia, Egitto e Giordania. Mentre, nel 2021, è stata la volta del Philia Forum tra Grecia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein (un’iniziativa profondamente criticata da Ankara per il suo carattere antiturco). Nello stesso anno, Cipro ha ospitato un forum tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Grecia, con l’obiettivo di dare vita ad un’alleanza strategica che si estende dal Golfo Persico al Mediterraneo, anche utilizzando la storica normalizzazione dei rapporti tra Tel Aviv e Abu Dhabi arrivata con lo schema trumpista degli “accordi di Abramo”. Di fatto, ad oggi, l’asse Israele-Emirati è quello che più di ogni altro sta cercando, anche grazie ad un postura apertamente bellicosa (oltre alla piuttosto nefasta influenza  nei fatti yemeniti, libici, sudanesi e somali, gli Emirati hanno addirittura partecipato attivamente all’aggressione contro l’Iran) di ridisegnare il Medio Oriente in funzione sia della progettualità espansiva della “Grande Israele” sia del mantenimento dell’egemonia valutaria del dollaro nelle transazioni petrolifere internazionali. Gli Emirati, in questo senso, stanno svolgendo una sorta di vero e proprio doppio gioco, cooperando al contempo (sul piano economico) con le compagnie cinesi ed avanzando addirittura minacce di abbandonare la stessa valuta nordamericana se Washington non fornirà la copertura ed il sostegno finanziario necessario in caso di una nuova fase ad alta intensità del conflitto con l’Iran.

Ad ogni modo, in questo contesto, l’East-Med si pone in primo luogo come l’idea di creare un’infrastruttura geoeconomica che porti verso l’Europa 10 milioni di metri cubi di gas all’anno dai giacimenti di Israele e Cipro (un corridoio di 1900 km tra terra e mare sostenuto anche dall’italiana ENI e dalla francese Total, a ragione anche delle tensioni franco-turche nell’area). Il progetto, tuttavia, ha subito un blocco repentino durante l’evento pandemico del 2020 ed a causa del disinteresse nordamericano che non considerava profittevole il rapporto costi/benefici; soprattutto alla luce del fatto che gli Stati Uniti erano (e sono) assai più orientati alla vendita del loro GNL (gas naturale liquefatto) all’Europa. Fattore messo bene in evidenza anche dal conflitto in Ucraina, sebbene proprio questo abbia riattivato l’interesse per l’East-Med come elemento di diversificazione delle forniture energetiche europee.

Ma la cooperazione greco-israeliana non si riduce al solo dato geo-economico ed infrastrutturale. Ovviamente, bisogna prendere in considerazione anche il fatto che la Grecia, all’interno dell’UE, rimane a tutti gli effetti una sorta di colonia tedesca. La Germania, Stato europeo con la più evidente postura filo-sionista (a prescindere dal colore dei governi), a seguito della crisi del 2009 ne controlla infatti le principali vie di trasporto (aeroporti e autostrade, in particolare). Ed è fuor di dubbio che dietro le posizioni decisamente più amichevoli verso Israele dei governi greci posteriori a suddetta crisi vi possano essere delle pressioni tedesche.

Questa cooperazione, dunque, è legata anche a campi altrettanto sensibili: dalla cybersicurezza alla tecnologia, fino al settore militare ed al turismo. Per ciò che concerne quest’ultimo, non bisogna affatto sottovalutare l’incremento degli investimenti israeliani nel settore immobiliare greco. Un qualcosa che sta avvenendo anche a Cipro e che ha scatenato non poche critiche da parte di Partiti politici ed organizzazioni della società civile che in questo hanno intravisto una velata forma di colonizzazione o, addirittura, l’eventualità che le isole greche si trasformino in una sorta di retroguardia strategica israeliana in caso di conflitto su vasta scala nella regione.

Sulla cybersicurezza, la posizione greca non è dissimile da quella italiana e di altri Stati europei che l’hanno a tutti gli effetti appaltata ad aziende israeliane legate a doppio filo con l’intelligence militare del cosiddetto “Stato ebraico”; con tutto ciò che questo implica e può comportare in termini di perdita di sovranità, rischio di furto di dati e di eventuali ricatti da parte di un Paese che troppo spesso si è dimostrato poco affidabile in questo campo.

Piuttosto interessante, invece, risulta la cooperazione militare, con la quale Atene cercherebbe di garantirsi anche una deterrenza spendibile in chiave anti-turca. In questo campo, particolarmente rilevanti sono gli sforzi per la costruzione del sistema di difesa missilistica “Scudo di Achille” (studiato sull’ormai celebre Iron Dome e del valore di 3 miliardi di dollari circa), l’acquisto da parte greca del sistema di lancio missilistico PULS (prodotto dal gruppo israeliano Elbit Systems, fornitore primario dell’equipaggiamento dell’IDF e di sistemi aerei a pilota remoto), così come la cooperazione nei settori dell’applicazione militare dell’intelligenza artificiale (già sperimentato da Israele a Gaza ed in Libano grazie all’azienda statunitense Palantir) e nel cosiddetto digital warfare. Di non minor conto, infine, sono le esercitazioni e l’addestramento congiunto nella base aerea di Kalamata, nel Peloponneso.

Nel complesso, l’incremento della cooperazione greco-israeliana presenta più aspetti critici: 1) evidenti problemi di coesione interna alla NATO (con la Grecia che, come già affermato, punta ad un rapporto privilegiato con Tel Aviv in chiave anti-turca in un momento in cui i rapporti tra Israele e Turchia sono ai minimi storici, viziati da palesi conflitti di interesse sulle rispettive zone di influenza e dalla competizione geopolitica nell’assunzione del ruolo di hub energetico europeo); 2) il rischio che Atene si trasformi nell’ennesimo complice di Israele in quelle che sono a tutti gli effetti operazioni di pulizia etnica (tanto in Libano quanto nei Territori Occupati), come già messo in evidenza nella visita ad Atene di Francesca Albanese, relatrice ONU sulla Palestina.

Allargando il quadro, tale cooperazione, soprattutto alla luce della possibilità di connessione tra i progetti greco-israeliani e l’IMEC, dovrebbe anche essere interpretata come il tentativo di sganciare la Grecia (porta balcanica dell’Europa) dai progetti di interconnessione eurasiatica cinesi che avevano individuato nel porto del Pireo uno dei loro principali terminali. In questo caso, rientrerebbe di diritto nel tentativo statunitense di frenare la crescita cinese attraverso la progressiva fratturazione/destabilizzazione delle rotte commerciali di Pechino.

La controversa “alleanza” tra Grecia e Israele

Schiacciata tra l’austerità dell’UE, la pesante penetrazione tedesca nel suo tessuto economico e l’ostilità turca a fasi alterne, Atene, consapevole di possedere l’invidiabile posizione geografica di porta balcanica dell’Europa (cosa che l’ha resa anche particolarmente indifesa di fronte ai flussi migratori), ha optato per la costruzione di solide relazioni diplomatico-militari con Israele.

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Dalla fine dell’era bipolare, cui ha fatto seguito la devastante crisi del debito del 2009, la Grecia ha dovuto reinventarsi un ruolo nel sempre più complesso scenario geopolitico del Mediterraneo orientale. Schiacciata tra l’austerità dell’UE, la pesante penetrazione tedesca nel suo tessuto economico e l’ostilità turca a fasi alterne, Atene, consapevole di possedere l’invidiabile posizione geografica di porta balcanica dell’Europa (cosa che l’ha resa anche particolarmente indifesa di fronte ai flussi migratori), ha optato per la costruzione di solide relazioni diplomatico-militari con Israele. Una relazione che, tuttavia, nasconde le insidie di nuove forme di dipendenza, ulteriore riduzione della sovranità in più campi, ed i rischi di venire inghiottiti nel sempre più ampio conflitto mediorientale.

Dopo il 7 ottobre 2023, la Grecia ha mantenuto una posizione piuttosto equilibrata sulla situazione di conflitto in Medio Oriente e, soprattutto all’interno delle Nazioni Unite, ha votato in modo alternato o si è astenuta sulle risoluzioni che si presentavano in aperto contrasto con i desideri di Israele. Tuttavia, allo stesso tempo (e proprio nel periodo che va dal 2023 al 2026), i rapporti commerciali tra i due Paesi del Mediterraneo orientale sono aumentati in modo sostanziale, proseguendo di fatto la linea tracciata sin dal secondo decennio del XXI secolo e, paradossalmente, rafforzatasi sotto il governo di Syriza del primo ministro Alexis Tsipras. Ciò, altrettanto paradossalmente (ma in maniera del tutto similare a quanto si è visto in altri Stati europei), è avvenuto in modo silenzioso e senza attirare troppo l’attenzione di un’opinione pubblica estremamente critica con le politiche e le operazioni militari di Israele tanto a Gaza quanto in Cisgiordania.

Ma come si articola il rapporto sempre più stretto tra Atene e Tel Aviv? Tre sono i progetti principali. Il primo è il Great Sea Interconnector: un progetto di infrastruttura elettrica sottomarina  fondato sulla tecnologia HVDC – High Voltage Direct Current. Questo, precedentemente noto come progetto EuroAsia (parte di un accordo siglato nel 2021 e finanziato anche dall’Unione Europea), dovrebbe costituire il cavo sottomarino più lungo al mondo – 310 km da Israele a Cipro più altri 898 km da Cipro alla Grecia – e garantire proprio a Cipro una connessione elettrica con il resto del continente che ad oggi non ha ancora avuto. Inoltre, appare inscindibile da altri due progetti di ampio respiro. Uno è l’East-Med; mentre l’altro è l’IMEC – India Middle East Economic Corridor.

È giusto andare con ordine. La cooperazione trilaterale tra Grecia, Repubblica di Cipro ed Israele è da tempo ben avviata ed avrebbe tra gli obiettivi quello di “costituire un centro di interessi comuni che colleghi Europa e Medio Oriente”. Nel 2020, a questo proposito, è stato creato il Forum del Gas del Mediterraneo Orientale con la partecipazione anche di Italia, Egitto e Giordania. Mentre, nel 2021, è stata la volta del Philia Forum tra Grecia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein (un’iniziativa profondamente criticata da Ankara per il suo carattere antiturco). Nello stesso anno, Cipro ha ospitato un forum tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Grecia, con l’obiettivo di dare vita ad un’alleanza strategica che si estende dal Golfo Persico al Mediterraneo, anche utilizzando la storica normalizzazione dei rapporti tra Tel Aviv e Abu Dhabi arrivata con lo schema trumpista degli “accordi di Abramo”. Di fatto, ad oggi, l’asse Israele-Emirati è quello che più di ogni altro sta cercando, anche grazie ad un postura apertamente bellicosa (oltre alla piuttosto nefasta influenza  nei fatti yemeniti, libici, sudanesi e somali, gli Emirati hanno addirittura partecipato attivamente all’aggressione contro l’Iran) di ridisegnare il Medio Oriente in funzione sia della progettualità espansiva della “Grande Israele” sia del mantenimento dell’egemonia valutaria del dollaro nelle transazioni petrolifere internazionali. Gli Emirati, in questo senso, stanno svolgendo una sorta di vero e proprio doppio gioco, cooperando al contempo (sul piano economico) con le compagnie cinesi ed avanzando addirittura minacce di abbandonare la stessa valuta nordamericana se Washington non fornirà la copertura ed il sostegno finanziario necessario in caso di una nuova fase ad alta intensità del conflitto con l’Iran.

Ad ogni modo, in questo contesto, l’East-Med si pone in primo luogo come l’idea di creare un’infrastruttura geoeconomica che porti verso l’Europa 10 milioni di metri cubi di gas all’anno dai giacimenti di Israele e Cipro (un corridoio di 1900 km tra terra e mare sostenuto anche dall’italiana ENI e dalla francese Total, a ragione anche delle tensioni franco-turche nell’area). Il progetto, tuttavia, ha subito un blocco repentino durante l’evento pandemico del 2020 ed a causa del disinteresse nordamericano che non considerava profittevole il rapporto costi/benefici; soprattutto alla luce del fatto che gli Stati Uniti erano (e sono) assai più orientati alla vendita del loro GNL (gas naturale liquefatto) all’Europa. Fattore messo bene in evidenza anche dal conflitto in Ucraina, sebbene proprio questo abbia riattivato l’interesse per l’East-Med come elemento di diversificazione delle forniture energetiche europee.

Ma la cooperazione greco-israeliana non si riduce al solo dato geo-economico ed infrastrutturale. Ovviamente, bisogna prendere in considerazione anche il fatto che la Grecia, all’interno dell’UE, rimane a tutti gli effetti una sorta di colonia tedesca. La Germania, Stato europeo con la più evidente postura filo-sionista (a prescindere dal colore dei governi), a seguito della crisi del 2009 ne controlla infatti le principali vie di trasporto (aeroporti e autostrade, in particolare). Ed è fuor di dubbio che dietro le posizioni decisamente più amichevoli verso Israele dei governi greci posteriori a suddetta crisi vi possano essere delle pressioni tedesche.

Questa cooperazione, dunque, è legata anche a campi altrettanto sensibili: dalla cybersicurezza alla tecnologia, fino al settore militare ed al turismo. Per ciò che concerne quest’ultimo, non bisogna affatto sottovalutare l’incremento degli investimenti israeliani nel settore immobiliare greco. Un qualcosa che sta avvenendo anche a Cipro e che ha scatenato non poche critiche da parte di Partiti politici ed organizzazioni della società civile che in questo hanno intravisto una velata forma di colonizzazione o, addirittura, l’eventualità che le isole greche si trasformino in una sorta di retroguardia strategica israeliana in caso di conflitto su vasta scala nella regione.

Sulla cybersicurezza, la posizione greca non è dissimile da quella italiana e di altri Stati europei che l’hanno a tutti gli effetti appaltata ad aziende israeliane legate a doppio filo con l’intelligence militare del cosiddetto “Stato ebraico”; con tutto ciò che questo implica e può comportare in termini di perdita di sovranità, rischio di furto di dati e di eventuali ricatti da parte di un Paese che troppo spesso si è dimostrato poco affidabile in questo campo.

Piuttosto interessante, invece, risulta la cooperazione militare, con la quale Atene cercherebbe di garantirsi anche una deterrenza spendibile in chiave anti-turca. In questo campo, particolarmente rilevanti sono gli sforzi per la costruzione del sistema di difesa missilistica “Scudo di Achille” (studiato sull’ormai celebre Iron Dome e del valore di 3 miliardi di dollari circa), l’acquisto da parte greca del sistema di lancio missilistico PULS (prodotto dal gruppo israeliano Elbit Systems, fornitore primario dell’equipaggiamento dell’IDF e di sistemi aerei a pilota remoto), così come la cooperazione nei settori dell’applicazione militare dell’intelligenza artificiale (già sperimentato da Israele a Gaza ed in Libano grazie all’azienda statunitense Palantir) e nel cosiddetto digital warfare. Di non minor conto, infine, sono le esercitazioni e l’addestramento congiunto nella base aerea di Kalamata, nel Peloponneso.

Nel complesso, l’incremento della cooperazione greco-israeliana presenta più aspetti critici: 1) evidenti problemi di coesione interna alla NATO (con la Grecia che, come già affermato, punta ad un rapporto privilegiato con Tel Aviv in chiave anti-turca in un momento in cui i rapporti tra Israele e Turchia sono ai minimi storici, viziati da palesi conflitti di interesse sulle rispettive zone di influenza e dalla competizione geopolitica nell’assunzione del ruolo di hub energetico europeo); 2) il rischio che Atene si trasformi nell’ennesimo complice di Israele in quelle che sono a tutti gli effetti operazioni di pulizia etnica (tanto in Libano quanto nei Territori Occupati), come già messo in evidenza nella visita ad Atene di Francesca Albanese, relatrice ONU sulla Palestina.

Allargando il quadro, tale cooperazione, soprattutto alla luce della possibilità di connessione tra i progetti greco-israeliani e l’IMEC, dovrebbe anche essere interpretata come il tentativo di sganciare la Grecia (porta balcanica dell’Europa) dai progetti di interconnessione eurasiatica cinesi che avevano individuato nel porto del Pireo uno dei loro principali terminali. In questo caso, rientrerebbe di diritto nel tentativo statunitense di frenare la crescita cinese attraverso la progressiva fratturazione/destabilizzazione delle rotte commerciali di Pechino.

Schiacciata tra l’austerità dell’UE, la pesante penetrazione tedesca nel suo tessuto economico e l’ostilità turca a fasi alterne, Atene, consapevole di possedere l’invidiabile posizione geografica di porta balcanica dell’Europa (cosa che l’ha resa anche particolarmente indifesa di fronte ai flussi migratori), ha optato per la costruzione di solide relazioni diplomatico-militari con Israele.

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Dalla fine dell’era bipolare, cui ha fatto seguito la devastante crisi del debito del 2009, la Grecia ha dovuto reinventarsi un ruolo nel sempre più complesso scenario geopolitico del Mediterraneo orientale. Schiacciata tra l’austerità dell’UE, la pesante penetrazione tedesca nel suo tessuto economico e l’ostilità turca a fasi alterne, Atene, consapevole di possedere l’invidiabile posizione geografica di porta balcanica dell’Europa (cosa che l’ha resa anche particolarmente indifesa di fronte ai flussi migratori), ha optato per la costruzione di solide relazioni diplomatico-militari con Israele. Una relazione che, tuttavia, nasconde le insidie di nuove forme di dipendenza, ulteriore riduzione della sovranità in più campi, ed i rischi di venire inghiottiti nel sempre più ampio conflitto mediorientale.

Dopo il 7 ottobre 2023, la Grecia ha mantenuto una posizione piuttosto equilibrata sulla situazione di conflitto in Medio Oriente e, soprattutto all’interno delle Nazioni Unite, ha votato in modo alternato o si è astenuta sulle risoluzioni che si presentavano in aperto contrasto con i desideri di Israele. Tuttavia, allo stesso tempo (e proprio nel periodo che va dal 2023 al 2026), i rapporti commerciali tra i due Paesi del Mediterraneo orientale sono aumentati in modo sostanziale, proseguendo di fatto la linea tracciata sin dal secondo decennio del XXI secolo e, paradossalmente, rafforzatasi sotto il governo di Syriza del primo ministro Alexis Tsipras. Ciò, altrettanto paradossalmente (ma in maniera del tutto similare a quanto si è visto in altri Stati europei), è avvenuto in modo silenzioso e senza attirare troppo l’attenzione di un’opinione pubblica estremamente critica con le politiche e le operazioni militari di Israele tanto a Gaza quanto in Cisgiordania.

Ma come si articola il rapporto sempre più stretto tra Atene e Tel Aviv? Tre sono i progetti principali. Il primo è il Great Sea Interconnector: un progetto di infrastruttura elettrica sottomarina  fondato sulla tecnologia HVDC – High Voltage Direct Current. Questo, precedentemente noto come progetto EuroAsia (parte di un accordo siglato nel 2021 e finanziato anche dall’Unione Europea), dovrebbe costituire il cavo sottomarino più lungo al mondo – 310 km da Israele a Cipro più altri 898 km da Cipro alla Grecia – e garantire proprio a Cipro una connessione elettrica con il resto del continente che ad oggi non ha ancora avuto. Inoltre, appare inscindibile da altri due progetti di ampio respiro. Uno è l’East-Med; mentre l’altro è l’IMEC – India Middle East Economic Corridor.

È giusto andare con ordine. La cooperazione trilaterale tra Grecia, Repubblica di Cipro ed Israele è da tempo ben avviata ed avrebbe tra gli obiettivi quello di “costituire un centro di interessi comuni che colleghi Europa e Medio Oriente”. Nel 2020, a questo proposito, è stato creato il Forum del Gas del Mediterraneo Orientale con la partecipazione anche di Italia, Egitto e Giordania. Mentre, nel 2021, è stata la volta del Philia Forum tra Grecia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein (un’iniziativa profondamente criticata da Ankara per il suo carattere antiturco). Nello stesso anno, Cipro ha ospitato un forum tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Grecia, con l’obiettivo di dare vita ad un’alleanza strategica che si estende dal Golfo Persico al Mediterraneo, anche utilizzando la storica normalizzazione dei rapporti tra Tel Aviv e Abu Dhabi arrivata con lo schema trumpista degli “accordi di Abramo”. Di fatto, ad oggi, l’asse Israele-Emirati è quello che più di ogni altro sta cercando, anche grazie ad un postura apertamente bellicosa (oltre alla piuttosto nefasta influenza  nei fatti yemeniti, libici, sudanesi e somali, gli Emirati hanno addirittura partecipato attivamente all’aggressione contro l’Iran) di ridisegnare il Medio Oriente in funzione sia della progettualità espansiva della “Grande Israele” sia del mantenimento dell’egemonia valutaria del dollaro nelle transazioni petrolifere internazionali. Gli Emirati, in questo senso, stanno svolgendo una sorta di vero e proprio doppio gioco, cooperando al contempo (sul piano economico) con le compagnie cinesi ed avanzando addirittura minacce di abbandonare la stessa valuta nordamericana se Washington non fornirà la copertura ed il sostegno finanziario necessario in caso di una nuova fase ad alta intensità del conflitto con l’Iran.

Ad ogni modo, in questo contesto, l’East-Med si pone in primo luogo come l’idea di creare un’infrastruttura geoeconomica che porti verso l’Europa 10 milioni di metri cubi di gas all’anno dai giacimenti di Israele e Cipro (un corridoio di 1900 km tra terra e mare sostenuto anche dall’italiana ENI e dalla francese Total, a ragione anche delle tensioni franco-turche nell’area). Il progetto, tuttavia, ha subito un blocco repentino durante l’evento pandemico del 2020 ed a causa del disinteresse nordamericano che non considerava profittevole il rapporto costi/benefici; soprattutto alla luce del fatto che gli Stati Uniti erano (e sono) assai più orientati alla vendita del loro GNL (gas naturale liquefatto) all’Europa. Fattore messo bene in evidenza anche dal conflitto in Ucraina, sebbene proprio questo abbia riattivato l’interesse per l’East-Med come elemento di diversificazione delle forniture energetiche europee.

Ma la cooperazione greco-israeliana non si riduce al solo dato geo-economico ed infrastrutturale. Ovviamente, bisogna prendere in considerazione anche il fatto che la Grecia, all’interno dell’UE, rimane a tutti gli effetti una sorta di colonia tedesca. La Germania, Stato europeo con la più evidente postura filo-sionista (a prescindere dal colore dei governi), a seguito della crisi del 2009 ne controlla infatti le principali vie di trasporto (aeroporti e autostrade, in particolare). Ed è fuor di dubbio che dietro le posizioni decisamente più amichevoli verso Israele dei governi greci posteriori a suddetta crisi vi possano essere delle pressioni tedesche.

Questa cooperazione, dunque, è legata anche a campi altrettanto sensibili: dalla cybersicurezza alla tecnologia, fino al settore militare ed al turismo. Per ciò che concerne quest’ultimo, non bisogna affatto sottovalutare l’incremento degli investimenti israeliani nel settore immobiliare greco. Un qualcosa che sta avvenendo anche a Cipro e che ha scatenato non poche critiche da parte di Partiti politici ed organizzazioni della società civile che in questo hanno intravisto una velata forma di colonizzazione o, addirittura, l’eventualità che le isole greche si trasformino in una sorta di retroguardia strategica israeliana in caso di conflitto su vasta scala nella regione.

Sulla cybersicurezza, la posizione greca non è dissimile da quella italiana e di altri Stati europei che l’hanno a tutti gli effetti appaltata ad aziende israeliane legate a doppio filo con l’intelligence militare del cosiddetto “Stato ebraico”; con tutto ciò che questo implica e può comportare in termini di perdita di sovranità, rischio di furto di dati e di eventuali ricatti da parte di un Paese che troppo spesso si è dimostrato poco affidabile in questo campo.

Piuttosto interessante, invece, risulta la cooperazione militare, con la quale Atene cercherebbe di garantirsi anche una deterrenza spendibile in chiave anti-turca. In questo campo, particolarmente rilevanti sono gli sforzi per la costruzione del sistema di difesa missilistica “Scudo di Achille” (studiato sull’ormai celebre Iron Dome e del valore di 3 miliardi di dollari circa), l’acquisto da parte greca del sistema di lancio missilistico PULS (prodotto dal gruppo israeliano Elbit Systems, fornitore primario dell’equipaggiamento dell’IDF e di sistemi aerei a pilota remoto), così come la cooperazione nei settori dell’applicazione militare dell’intelligenza artificiale (già sperimentato da Israele a Gaza ed in Libano grazie all’azienda statunitense Palantir) e nel cosiddetto digital warfare. Di non minor conto, infine, sono le esercitazioni e l’addestramento congiunto nella base aerea di Kalamata, nel Peloponneso.

Nel complesso, l’incremento della cooperazione greco-israeliana presenta più aspetti critici: 1) evidenti problemi di coesione interna alla NATO (con la Grecia che, come già affermato, punta ad un rapporto privilegiato con Tel Aviv in chiave anti-turca in un momento in cui i rapporti tra Israele e Turchia sono ai minimi storici, viziati da palesi conflitti di interesse sulle rispettive zone di influenza e dalla competizione geopolitica nell’assunzione del ruolo di hub energetico europeo); 2) il rischio che Atene si trasformi nell’ennesimo complice di Israele in quelle che sono a tutti gli effetti operazioni di pulizia etnica (tanto in Libano quanto nei Territori Occupati), come già messo in evidenza nella visita ad Atene di Francesca Albanese, relatrice ONU sulla Palestina.

Allargando il quadro, tale cooperazione, soprattutto alla luce della possibilità di connessione tra i progetti greco-israeliani e l’IMEC, dovrebbe anche essere interpretata come il tentativo di sganciare la Grecia (porta balcanica dell’Europa) dai progetti di interconnessione eurasiatica cinesi che avevano individuato nel porto del Pireo uno dei loro principali terminali. In questo caso, rientrerebbe di diritto nel tentativo statunitense di frenare la crescita cinese attraverso la progressiva fratturazione/destabilizzazione delle rotte commerciali di Pechino.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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