A differenza di Bahrein ed Emirati Arabi Uniti, che hanno avuto un ruolo centrale anche nella fase aggressiva della recente recrudescenza del conflitto israelo-statunitense contro l’Iran, il Kuwait si è trovato schiacciato in una morsa. All’alleanza strategica con Washington (che ha ampiamente usato il suo territorio per colpire Teheran) fa da contraltare il desiderio di mantenere relazioni normali con l’Iran in nome della stabilità regionale.
Se la storia è l’anima dei popoli, quella del Kuwait lascia tanti problemi irrisolti, soprattutto in relazione alla questione dell’identità della piccola (ma ricca) monarchia del Golfo. Dopo l’invasione irachena del 1990, venne pubblicata a Baghdad una ricerca storica (prodotto del lavoro di diversi accademici) dal titolo emblematico L’identità irachena del Kuwait – Uno studio storico-documentale. Il testo, di fatto, cercava di giustificare l’occupazione irachena attraverso l’idea che il territorio del Kuwait fosse storicamente inserito all’interno della regione ottomana e successivamente irachena di Bassora. E, nel fare ciò, sfruttava il fatto che i resoconti sulla storia dell’emirato fossero piuttosto ridotti ed in larga parte costruiti su fonti orali che, tra l’altro, davano largo spazio a componimenti poetici (come da tradizione araba). Tra questi spiccano il Tareekh al-Kuwait, primo libro scritto sulla storia del Kuwait da Shaikh Abdul Aziz al-Rasheed nel 1926; il Safhat Min Tareekh al-Kuwait (pagine della storia del Kuwait) del 1946, scritto da Shaikh Youssef bin Issa al-Qinai; oppure il Tareekh al-Kuwait al-Siyasi (una storia politica del Kuwait, anche abbastanza critica nei confronti della casa regnante) di Hussein Khaz-al del 1962.
Ciò che contraddistingue questi testi è la totale assenza di fonti occidentali al loro interno. Queste, a loro volta, sono rimaste abbastanza limitate per lungo tempo e tutte costruite attorno al Gazetter of the Persian Gulf, Oman and Central Arabia dello storico e diplomatico britannico John G. Lorimer. Un testo, pubblicato una prima volta nel 1908 e ripubblicato nel 1915, che venne ampiamente sfruttato anche dal celebre Lord Curzon nel suo disegno per l’espansione dell’influenza britannica in tutta la regione mediorientale. Di notevole importanza invece – per capire meglio la storia della regione – sarebbero le fonti ottomane, comunque scarsamente studiate nella quasi totalità dell’Occidente.
Ad ogni modo, è indubbiamente difficile comprendere la storia senza studiare la geografia di una specifica area, il suo ambiente naturale e culturale. Ora, il Vicino Oriente (o Asia Occidentale) ha alcune caratteristiche specifiche: 1) ha dato la luce ad alcune delle più antiche civiltà della storia (cosa che lo rende, e lo ha reso, soggetto alle aspirazioni di controllo di potenze diverse); 2) si presenta come uno spazio geografico che permette alle civiltà di comunicare tra loro (ad esempio, è stato storicamente un ponte verso il Mediterraneo per la Cina).
La storia moderna della regione è segnata da fasi alternate di conflitto tra l’Impero ottomano e la Persia, e dai reiterati tentativi di espansione della loro influenza da parte delle potenze coloniali europee. Già tra il 1517 ed il 1520, i Portoghesi tentarono di impossessarsi del porto di Gedda, sul Mar Rosso, e da lì penetrare verso l’interno per occupare e distruggere Mecca e Medina e mettere la parola fine all’Islam. Di fatto, come ha messo in evidenza lo studioso cinese Jiang Shigong, la presenza delle diverse entità politiche islamiche nella regione, aveva storicamente impedito all’Europa uno sviluppo concreto del commercio verso l’Oriente, senza il tramite degli stessi musulmani. Un “blocco” che solo l’era delle esplorazioni oceaniche ha superato, fornendo all’Europa i mezzi per divenire egemone a livello globale per diversi secoli.
Sempre i Portoghesi occuparono Muscat nel 1515; e solo un secolo più tardi verranno cacciati dallo Stretto di Hormuz e pure dall’Oman. A cavallo tra XVII e XVIII secolo, l’area è contesa anche tra Francia (che riesce a stabilire la sede di una società commerciale a Bandar Abbas), Inghilterra e Olanda. Gli Olandesi arrivano ad occupare la strategica isola di Kharg nel 1766 e, successivamente, in pura ottica di scontro tra potenze, parteciperanno in chiave anti-britannica alla Guerra d’indipendenza americana.
Diverso è il discorso per l’Impero ottomano che, in questo stesso periodo, opera come “potenza fantasma”. Di fatto, la sua presenza nella Penisola Arabica, a differenza di quanto avviene nella regione irachena, assume un carattere solo ed esclusivamente nominale. Con le sue forze che arrivano sempre in ritardo e mai riescono a cambiare le sorti di un determinato teatro di confronto geopolitico.
Detto ciò, spostando l’attenzione su quello che è il tema di questo contributo, si rende necessario sottolineare come l’attuale territorio del Kuwait abbia delle particolari caratteristiche che lo rendono strategicamente appetibile: 1) rappresenta l’ingresso nord-orientale della Penisola Arabica (un vero e proprio punto di incontro tra il Najd ed il deserto siriano); 2) la sua posizione costituisce il termine naturale delle rotte marittime verso l’India e l’Estremo Oriente. Ancora, il suo territorio è centrale in quello che chi scrive ha definito come l’Heartland mediorientale (la regione cuore del Medio Oriente, il cui controllo garantisce una sorta di egemonia regionale – un qualcosa a cui l’Iran sta lavorando alacremente negli ultimi tempi anche grazie ai terribili errori degli Stati Uniti).
Questa regione è stata conosciuta storicamente come la “terra delle tribù”. Il fondamento di una autorità politica nell’area si deve alla migrazione delle tribù Utub dall’Arabia centrale. Queste appartenevano originariamente alla tribù Anizzah del Najd. Anche i Saud, per rendere l’idea, sarebbero parte degli Anizzah. La dimora storica degli Utub era la valle di al-Dawasir, nella regione di al-Aflaj. Le famiglie più importanti degli Utub erano i Sabah, i Khalifa (successivamente giunti al potere in Bahrein) ed i Jalahma. Ed il termine “Utub” deriverebbe dal verbo “Atab” che indica delle frequenti migrazioni.
Più o meno nel periodo in cui i Portoghesi iniziarono ad abbandonare le loro roccaforti nella Penisola Arabica, gli Utub migrarono (per motivi di conflitti tribali ed anche climatici, forse) verso le coste. Una migrazione che avviene in più intervalli e che li porta dapprima nell’odierno Qatar, forse in Bahrein e addirittura sulle coste persiane (non vi è accordo reale tra gli storici su questo punto) prima di arrivare a stabilirsi in Kuwait. Qui, le dispute tra le potenze consentono agli Utub di sviluppare una sostanziale autonomia, arrivando a costruire una città portuale (nota inizialmente come al-Kout “cittadella fortificata”) che diviene un vero e proprio punto di collegamento tra mare e deserto.
Non sono state fornite date esatte sulla creazione della fortezza di al-Kout o sulla fondazione dell’autorità politica nell’attuale Kuwait. Queste potrebbero variare dagli inizi del XVII a tutto il XVIII secolo. Tuttavia, è utile sottolineare in primo luogo come il termine arabo Sultah (autorità) sia quello più indicato per comprendere e descrivere la costruzione di un’entità politica nel mondo arabo. Il termine Dawla (Stato) ha infatti un’accezione decisamente negativa, indicando una sorta di flusso ininterrotto di eventi (anche assai sfortunati). Il concetto di autorità, invece, è quello attraverso il quale tali entità si creano ed assumono carattere politico, economico e sociale.
Sabah I è stato il primo emiro del Kuwait, scelto attraverso il principio della shura (la consultazione tribale). Tale consultazione, di fatto, diede vita ad una sorta di triumvirato secondo il quale ai Sabah spettava il potere politico, ai Khalifa il potere economico-commerciale, ed ai Jalahma il controllo sulla navigazione. A Sabah I si deve una prima ricerca di convivenza pacifica con l’Impero ottomano e l’instaurazione di rapporti privilegiati con la Compagnia delle Indie Orientali olandese. Sotto il suo regno, inoltre, il Kuwait diviene una sorta di centro di raccolta dei migranti regionali, attirati dalla stabilità a fronte delle difficoltà della vita nel deserto o sotto la costante minaccia dei continui conflitti tra Ottomani e Persiani.
A Sabah I succede il figlio più giovane Sheikh Abdullah I Bin Sabah. La sua amministrazione della cosa pubblica è segnata dalla fine dell’esperienza del triumvirato. I Khalifa, a seguito della ricchezza enorme acquisita tramite il commercio, scelgono di migrare dirigendosi verso il Bahrein; mentre i Jalahma vengono cacciati dai Sabah al preciso scopo di ottenere pieni poteri.
Durante l’occupazione persiana di Bassora (1775-1779), il Kuwait diviene un “porto sicuro” ed acquisisce una notevole importanza geopolitica con il trasferimento in loco della sede della Compagnia delle Indie Orientali britannica. Sul finire del XVIII secolo, invece, il territorio kuwaitiano diverrà teatro dei primi tentativi di espansione territoriale saudita-wahhabita. A questo proposito, è importante sottolineare il fatto che l’austero tradizionalismo religioso della popolazione kuwaitiana non rappresentava di certo una minaccia per il riformismo “duro e puro” del wahhabismo. Esponenti sauditi vennero a più ripresa ospitati in Kuwait nei momenti di maggiore difficoltà. Ciò, tuttavia, non impedì a quest’ultimi di mantenere un atteggiamento piuttosto ambivalente e spesso intimidatorio nei confronti dell’Emirato.
Il XIX secolo è segnato dalla contesa regionale tra Impero ottomano e Britannici. Questi, a preciso scopo di garantire la libertà di navigazione di fronte alle tensioni tra la Sublime Porta e la Persia, siglarono tutta una serie di accordi con diversi emirati regionali (i cosiddetti Stati della Tregua e futuri Emirati Arabi Uniti). Inoltre, l’apertura del Canale di Suez portò ad una sostanziale riduzione del traffico commerciale attraverso il porto kuwaitiano. La riduzione dell’interesse britannico per l’area portò così ad un avvicinamento con gli Ottomani che, a partire dal 1877, iniziano a considerare la regione come legata al Vilayet di Bassora. Nonostante ciò, ed anche se l’Emirato inizia ad utilizzare la bandiera ottomana come stendardo, il Kuwait continua a mantenere una sostanziale autonomia in tutti gli aspetti principali legati al commercio, alla politica ed alle relazioni con l’esterno.
Tra il 1896 ed il 1915 governa Sheikh Mubarak che sale al potere dopo una sorta di colpo di Stato in cui perdono la vita due suoi fratelli. Rimangono dubbi e misteri sui reali motivi e chi fosse dietro all’operazione. E non è da escludere un ruolo britannico, se si considera che solo nel 1899 arriverà l’accordo di protezione tra Kuwait e Londra. Tuttavia, è importante sottolineare che quello di Mubarak fu uno dei regni più importanti per la storia del Kuwait, anche per le sue ambizioni (deluse) di creare una grande Nazione araba.
Mubarak fu uno di quelli che sostennero i Saud. Non pensava che questi sarebbero diventati una potenza tale da poter impensierire lo stesso Kuwait. L’emiro, di fatto, cercò di utilizzare i Sauditi come strumento contro i rivali regionali. Ma, di lì a poco, diverrà oggetto di attacco da parte delle milizie tribali (i cosiddetti Ikhwan) leali ai Saud.
Per ciò che concerne l’accordo con i Britannici, questo prevedeva protezione e sostegno finanziario da parte di Londra, la presenza di una base navale e di una stazione carbonifera per la flotta di Sua Maestà, e diritti per la ricerca geologica sul territorio kuwaitiano. L’accordo, inoltre, portò il Kuwait a sostenere apertamente i Britannici durante il loro attacco nei territori iracheni dell’Impero ottomano durante la Prima Guerra Mondiale.
Dopo il conflitto, l’evoluzione politica del Kuwait verso una forma di monarchia costituzionale subisce una rapida accelerazione. Nel 1921 viene data vita alla prima forma parlamentare in stile “occidentale”. L’esperimento durò poco più di due anni e fallì anche alla luce del fatto che i rappresentanti erano scelti e non eletti (ed erano in larga maggioranza ricchi mercanti). Il progetto rinasce nel 1938 sotto la spinta di richieste di riforma, di elezioni, e dopo l’esperimento dei consigli municipali. Inutile dire che le prime elezioni tenute in Kuwait videro l’esclusione dal voto della componente sciita della popolazione.
Alla fine della Prima Guerra Mondiale si lega anche la Convenzione di Uqair del 1922. Questa disegnò i confini definitivi tra l’Iraq sottoposto a mandato britannico, il Kuwait ed il nascente e crescente Stato saudita. Tutti arrivarono alla conferenza portando richieste di espansione territoriale. L’Iraq chiedeva di portare i suoi confini fino a 20 miglia da Riad; i Sauditi, invece, pretendevano di espandere il loro territorio fino ad Aleppo. Alla fine 2/3 del territorio kuwaitiano, nel totale silenzio del rappresentante inglese per l’Emirato, vennero spartiti tra Iraq e Sauditi. Fattore che incrinò in qualche modo i rapporti tra lo stesso Kuwait e la corona britannica.
Dopo che nel 1946 il Paese divenne ufficialmente esportatore di petrolio, nel 1950 arrivò al potere Sheikh Abdullah al-Salim, guardato con sospetto dai Britannici per alcune sue malcelate simpatie per la Germania nazista durante la Seconda Guerra Mondiale; quando Londra dovette anche reprimere l’insurrezione nazionalista nel vicino Iraq. In questi anni anche in Kuwait iniziano a diffondersi le idee del nazionalismo arabo, insieme alle richieste per una maggiore autonomia dalla Gran Bretagna. Queste diventano sempre più forti soprattutto a seguito del rovinoso atto conclusivo del colonialismo europeo: l’attacco congiunto all’Egitto di Francia, Regno Unito ed Israele a seguito della nazionalizzazione del Canale di Suez ad opera di Nasser.
Tuttavia, nel 1961, l’annullamento dell’accordo del 1899 non migliora inizialmente la posizione internazionale del Kuwait. Questo, infatti, dà vita alla prima reale crisi tra Kuwait ed Iraq, quando il governo di Abdul-Karim Qasim dichiara apertamente che l’Emirato appartiene storicamente all’Iraq in virtù del suo legame di epoca ottomana con il Vilayet di Bassora.
Questa prima crisi viene risolta attraverso l’ingresso del Kuwait all’interno della Lega Araba e grazie alla palese ostilità di Nasser nei confronti del progetto espansionista iracheno. Nonostante ciò, la questione merita di essere approfondita in dettaglio, anche per meglio comprendere le dinamiche che porteranno alla successiva aggressione dell’Iraq sotto il regime di Saddam Hussein.
Nel 1913 venne siglato un primo Trattato che definiva i confini di Kuwait e Impero ottomano sulla scia di un più ampio negoziato tra la Sublime Porta e la Gran Bretagna. A questo proposito andrebbe anche riportato che, nonostante l’inserimento del Kuwait all’interno della provincia ottomana di Bassora, questo non ha mai pagato la zakat al califfo ottomano, così come le leggi ottomane non hanno mai trovato applicazione in Kuwait. Questo è importante perché, come già sottolineato, l’appartenenza del Kuwait a suddetta provincia viene considerata come la prova del diritto storico dell’Iraq sul territorio kuwaitiano, a prescindere dal fatto che l’Iraq indipendente fosse qualcosa di completamente diverso rispetto all’entità imperiale ottomana.
Ora, già nel periodo monarchico (sotto Re Ghazi) l’Iraq aveva avanzato pretese sul Kuwait. Inoltre, quando nel 1958 venne create la federazione tra i regni hashemiti di Giordania e Iraq (come risposta alla Repubblica Araba Unita tra Siria ed Egitto), Baghdad chiese anche al Kuwait di parteciparvi ottenendo risposta negativa. Federazione che, in ogni caso, ebbe vita piuttosto breve visto che di lì a poco un colpo di Stato avrebbe posto fine alla monarchia irachena.
Un’altra crisi arrivò nel 1970, quando al rifiuto del Kuwait di cedere all’Iraq diverse isole del Golfo Persico dal fondamentale valore strategico, fece seguito l’attacco delle forze di Baghdad ad alcune postazioni di frontiera. Durante gli anni del sanguinoso conflitto tra Iran e Iraq, invece, il Kuwait sostenne apertamente la causa irachena ed il regime di Saddam. E proprio a questo evento, paradossalmente, si lega la scelta irachena di occupare militarmente il Kuwait nel 1990. Baghdad, infatti, alla pari della Repubblica Islamica dell’Iran, era uscita con le ossa rotte da un conflitto estenuante, prolungato ed in parte (nella sua fase finale) combattuto anche per conto terzi; ovvero per le monarchie del Golfo che percepivano l’Iran rivoluzionario come una grave minaccia alla loro stabilità interna. Saddam, di fatto, vide nella ricchezza del Kuwait una reale via d’uscita ad una grave situazione di crisi socio-economica e di immagine dopo il disastro del conflitto con l’Iran. Per fare ciò attuò una campagna propagandistica basata sia sul suddetto diritto storico dell’Iraq (e sull’idea che il trattato anglo-kuwaitiano del 1899 fosse un falso), sia sulle accuse che il Kuwait stesse provocando danni all’economia irachena rubando petrolio dei campi petroliferi di confine, sia sul sostegno ad un gruppo di ufficiali rivoluzionari che volevano porre fine alla corrotta monarchia che pure aveva garantito al Paese una Costituzione nel 1962. E tale campagna, anche sostenuta dal motto “la via per Gerusalemme passa dal Kuwait”, riuscì a garantire al Rais il sostegno di una parte considerevole delle masse arabe.
A questo proposito bisogna riconoscere che il ruolo del Kuwait in relazione alla causa palestinese è stato sempre piuttosto ambivalente. Il Kuwait ha preso parte attiva alle diverse fasi del conflitto arabo-israeliano nel 1967, durante la cosiddetta “guerra d’attrito” e nel 1973. A ciò si aggiunga che ha spesso fornito sostegno finanziario e per lo studio a tanti giovani palestinesi. Allo stesso tempo, però, la sua postura non si è mai particolarmente discostata da quella delle altre monarchie del Golfo con il loro appoggio riluttante alla lotta del popolo palestinese, fino a sfiorare il vero e proprio disinteresse se non la manifesta ostilità in quanto di intralcio a proficui rapporti militari e commerciali con l’entità sionista.
Alla rapida occupazione irachena del Kuwait nell’agosto 1990, arrivata in un momento di profonda confusione internazionale a seguito del processo di implosione del blocco socialista, fece da contraltare la grave spaccatura interna alla Lega Araba tra Paesi sostenitori dell’Iraq ed altri ostili.
Questi ultimi riuscirono ad avere la meglio anche grazie all’aperto sostegno degli Stati Uniti all’ONU. Stati Uniti che, anche in quella occasione, avevano ben poco a cuore la sorte del popolo del Kuwait. Il loro obiettivo, come del resto per tutto il corso del conflitto tra Iran-Iraq, era quello di evitare che emergesse un Paese egemone nell’Heartland mediorientale. E l’occupazione irachena del Kuwait, allargando anche l’accesso al mare di Baghdad e non solo le sue risorse petrolifere, avrebbe indubbiamente posto l’Iraq al livello di potenza regionale a tutti gli effetti, aumentando ulteriormente le sue capacità di rappresentare una minaccia seria anche per Israele. Tel Aviv, infatti, ha storicamente ritenuto la divisione dell’Iraq lungo linee etnico-settarie come un obiettivo strategico primario per la sua esistenza ed espansione di influenza sul piano regionale.
Le operazioni di terra per la liberazione del Kuwait e l’attacco all’Iraq durarono solo qualche giorno, dal 24 al 28 marzo 1991, ed arrivarono dopo una pesante campagna di bombardamenti aerei. In questo limitato periodo, tuttavia, l’Iraq arriva a distruggere ben 737 pozzi petroliferi kuwaitiani, provocando anche un imponente danno ambientale. Allo stesso tempo, alla sua occupazione si sostituisce di fatto quella nordamericana che trasforma il Paese in alleato/sottoposto degli Stati Uniti. Dal Kuwait e dalla Giordania (che paradossalmente aveva sostenuto Saddam nei primi anni ’90) parte la seconda aggressione “occidentale” all’Iraq nel 2003, anche in questo caso rivolta soprattutto a limitare la presenza di compagnie europee nel settore petrolifero iracheno.
Oggi, o almeno prima del conflitto con l’Iran, il Kuwait ospitava la più numerosa presenza militare USA nel Vicino Oriente, con quattro basi (Camp Arifjan, la base aerea Ali al-Salem, Camp Buehring e Camp Patriot) ed oltre 13.000 soldati. Inutile dire che questa presenza rende il Paese particolarmente suscettibile alle oscillazioni della guerra del binomio USA-Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran ed alle ripercussioni della stessa sul commercio petrolifero. In questo senso, pure la piccola monarchia dovrebbe finalmente rendersi conto che Washington ha interessi prima ancora che alleati e che gli interessi di questi, a loro volta, sono ritenuti assolutamente sacrificabili.


