Il Sahel confederale sta costruendo un ecosistema di alleanze multipolari in cui gli attori regionali secondari trovano spazio per esercitare la propria influenza.
Dall’età dell’oro alla rottura, dalla rottura al disgelo
Il 26 giugno 2026, mentre il Ministero degli Affari Esteri del Burkina Faso notificava all’ambasciata di Francia a Ouagadougou un termine di sette giorni per la chiusura della propria sede diplomatica, il presidente della transizione Ibrahim Traoré riceveva a Koulouba, nell’ambito di una cerimonia collettiva di accreditamento di otto nuovi ambasciatori, le lettere di credenziali di Simon-Clément Seroussi, rappresentante di Israele in Costa d’Avorio e accreditato anche per Togo, Benin e Burkina Faso. La coincidenza temporale tra la rottura formale con l’ex potenza coloniale e l’apertura di un canale diplomatico strutturato con lo Stato ebraico non è casuale: essa condensa, in un solo atto simbolico, la ridefinizione delle alleanze internazionali che sta attraversando l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) e, più in generale, l’Africa Occidentale saheliana. Il caso burkinabé permette di osservare, in scala ridotta, una dinamica continentale più ampia: l’espansione israeliana verso aree dell’Africa subsahariana un tempo considerate periferiche rispetto agli interessi strategici dell’entità sionista, in un contesto di competizione crescente con Turchia e Iran, e la contestuale ricerca, da parte di Ouagadougou, di interlocutori capaci di offrire tecnologia, intelligence e margini di manovra diplomatica al di fuori della cornice occidentale ormai giudicata ostile.
Cominciamo da una premessa storica generale. Le relazioni tra Israele e l’allora Alto Volta affondano le radici nella cosiddetta “età dell’oro” della diplomazia israeliana in Africa, gli anni Sessanta, quando Israele intratteneva rapporti diplomatici con trentatré Stati africani, praticamente la totalità dell’Africa subsahariana con l’eccezione della Mauritania e della Somalia. In quella fase Israele proponeva al continente un modello di sviluppo post-coloniale alternativo tanto al blocco sovietico quanto alle ex potenze coloniali europee: cooperazione agricola tramite i programmi MASHAV, investimenti infrastrutturali, formazione tecnica e assistenza militare. L’Alto Volta rientrò in questo schema, ospitando delegazioni militari israeliane coinvolte nell’addestramento delle forze locali, sullo stesso modello adottato in Ghana, Benin, Zaire e Tanzania.
Questa fase si interruppe bruscamente nel 1973. All’indomani della Guerra del Kippur, la pressione diplomatica ed economica esercitata dalla Lega Araba — mediante l’embargo petrolifero e la promessa di sostegno finanziario alternativo — indusse la quasi totalità degli Stati membri dell’Organizzazione dell’Unità Africana a rompere le relazioni con Israele. L’Alto Volta si allineò a questa ondata continentale, dichiarando esplicitamente, in successive comunicazioni alle Nazioni Unite, di non intrattenere alcuna relazione economica, politica o militare con lo Stato ebraico “in solidarietà con i popoli palestinese e arabo”, e di rammaricarsi della ripresa dei rapporti diplomatici da parte di altri Paesi africani. Questa posizione di principio, tipica del non allineamento terzomondista dell’epoca, sopravvisse sostanzialmente inalterata anche dopo il cambio di denominazione dello Stato in Burkina Faso, nel 1984, sotto la presidenza di Thomas Sankara.
Il disgelo relativo maturato negli anni Novanta — nel contesto degli Accordi di Oslo e della normalizzazione promossa da Shimon Peres, che nel 1993 sanciva la ripresa delle relazioni diplomatiche formali con Ouagadougou — non si è mai tradotto in una presenza israeliana strutturata sul territorio burkinabé. Fino a tempi recentissimi, infatti, il Burkina Faso restava l’unico membro dell’AES a riconoscere formalmente Israele pur non avendo mai ospitato un’ambasciata o un consolato sul proprio suolo: i cittadini burkinabé dovevano rivolgersi alla rappresentanza israeliana di Abidjan, in Costa d’Avorio, per ottenere visti e servizi consolari. È in questo quadro di relazione dormiente, mai realmente sostanziata da una presenza fisica, che si inserisce la svolta del giugno 2026: l’accreditamento dell’ambasciatore Seroussi presso Ouagadougou segna il primo passo verso una relazione bilaterale realmente operativa, fondata — secondo quanto reso noto dalla presidenza burkinabé — su un accordo generale di cooperazione economica, scientifica, tecnica e culturale, accompagnato da un quadro istituzionale ancora in fase di attivazione.
Il significato politico di questo passaggio va letto contestualmente al mutamento di postura del governo di Traoré nei confronti dell’Iran. Fino a poche settimane prima, Ouagadougou aveva coltivato una cooperazione ravvicinata con Teheran, culminata nella visita ufficiale del ministro della Difesa burkinabé nella capitale iraniana proprio alla vigilia degli attacchi della cosiddetta “Coalizione Epstein” — riferimento informale, nella pubblicistica regionale, alla campagna militare israelo-statunitense del febbraio 2026 contro l’Iran, che ha portato all’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei. La successiva riarticolazione dell’asse burkinabé, con un progressivo “sdoppiamento” del vettore diplomatico verso un equilibrio tra Teheran e Tel Aviv, testimonia — secondo l’analisi circolata sulla stampa regionale a partire da aprile 2026 — la prevalenza del pragmatismo securitario sull’afflato ideologico: Israele avrebbe offerto alla giunta burkinabé vantaggi più tangibili di quelli garantiti dall’Iran, in particolare canali di intelligence riservata e scambio di dati operativi sui gruppi jihadisti attivi nel Sahel, elemento cruciale per un governo la cui legittimità si fonda in larga misura sulla promessa di riconquista territoriale e sicurezza interna.
La Confederazione degli Stati del Sahel e il conflitto con l’asse imperialista occidentale
Per comprendere la logica che sottende questa apertura verso Israele occorre collocarla nella traiettoria istituzionale e ideologica dell’Alleanza degli Stati del Sahel, nata come patto di difesa reciproca il 16 settembre 2023 tra Mali, Niger e Burkina Faso — la cosiddetta Carta del Liptako-Gourma — e trasformatasi in confederazione con il vertice di Niamey del 6 luglio 2024. L’AES rappresenta il tentativo più organico, nell’Africa Occidentale contemporanea, di costruire un’architettura di sovranità securitaria alternativa tanto alla CEDEAO (da cui i tre Paesi si sono formalmente ritirati il 29 gennaio 2025) quanto alle strutture di cooperazione post-coloniale ereditate dalla Françafrique. Il percorso compiuto in appena tre anni è imponente sul piano simbolico e istituzionale: bandiera confederale, inno ufficiale (“Sahel Benkan”), passaporto biometrico comune, tariffa doganale unificata dello 0,5% sulle importazioni extra-confederali, Banca Confederale d’Investimento e di Sviluppo (BCID-AES) dotata di 500 miliardi di franchi CFA, uscita dall’Organizzazione Internazionale della Francofonia e, più recentemente, l’avvio dei lavori per l’istituzione di un Parlamento confederale, la cui operatività è stata discussa a Ouagadougou proprio il 29 giugno 2026, nei giorni della rottura con Parigi.
La narrazione ufficiale dell’AES si fonda su un rigetto esplicito di quello che i governi militari definiscono “neocolonialismo securitario”: la denuncia dell’inefficacia del dispositivo francese Barkhane, la contestazione della presenza militare occidentale come fattore di destabilizzazione anziché di stabilizzazione, e la rivendicazione di una sovranità piena rispetto alle ex potenze tutorie. Questa narrazione, per quanto strumentale al consolidamento della legittimità interna delle giunte, intercetta un sentimento popolare diffuso di frustrazione verso oltre un decennio di presenza militare francese incapace di arginare l’espansione dei gruppi jihadisti — da Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM) allo Stato Islamico nel Grande Sahara — dal centro del Mali fino ai confini settentrionali del Benin.
La rottura diplomatica con la Francia, annunciata a fine giugno 2026 con un preavviso di appena sette giorni per la chiusura dell’ambasciata a Ouagadougou, va letta come la codificazione formale di una rottura già consumata nella sostanza. Significativo, a questo proposito, è il tenore delle accuse che il governo burkinabé e l’establishment di sicurezza russo, suo principale alleato militare, rivolgono a Parigi e ai suoi alleati occidentali: il Vicesegretario del Consiglio di Sicurezza russo, Aleksandr Venediktov, ha dichiarato pubblicamente che la Francia, insieme all’Ucraina e ad altri Paesi europei, sosterrebbe direttamente reti terroristiche operanti nel Sahel per destabilizzare i governi della Confederazione. Al di là della retorica propagandistica che caratterizza fonti allineate a Mosca, il tema della presunta presenza di operatori dell’intelligence militare ucraina (GUR) a fianco di gruppi armati nel Sahel — già oggetto di dichiarazioni pubbliche da parte di funzionari ucraini nel 2024 relativamente al Mali — resta un elemento ricorrente nella narrazione con cui le autorità di Ouagadougou giustificano la propria diffidenza strutturale verso Parigi e Kiev, alimentando un clima di sospetto reciproco che rende difficile qualunque canale di dialogo diretto tra i governi militari saheliani e le cancellerie europee.
In questo frangente di rottura pressoché totale con l’Occidente tradizionale, rottura aggravata dalla risoluzione del Parlamento Europeo del 18 giugno 2026, di critica alla situazione dei diritti umani in Burkina Faso, condannata dai Parlamenti dell’AES come atto di ingerenza, il governo di Traoré si trova nella condizione di dover individuare interlocutori terzi capaci di svolgere due funzioni complementari: da un lato, fornire un canale indiretto attraverso cui esercitare pressione o comunicazione verso attori con cui i rapporti diretti sono compromessi o inesistenti; dall’altro, offrire competenze tecnologiche e securitarie che l’orientamento verso Russia e Cina, per quanto strategicamente centrale, non riesce da solo a colmare integralmente, specie nei settori dell’intelligence operativa, dell’agricoltura di precisione e della gestione delle risorse idriche.
Un cavallo di Troia europeo o un possibile partner pragmatico?
È in questo interstizio strategico che si inserisce l’offerta israeliana. La strategia africana dell’entità sionista, dopo il collasso post-1973 e la lenta ricostruzione avviata dal Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman a partire dalla fine degli anni Duemila, ha conosciuto una accelerazione sensibile dal 2023, con l’apertura di nuove ambasciate e missioni di alto livello in un continente dove Israele dispone oggi di appena tredici sedi diplomatiche, tre rappresentanze economiche e un solo addetto militare — una presenza ancora largamente inferiore a quella dell’età dell’oro. Questa espansione risponde a una duplice esigenza: da un lato, ampliare il numero di alleati diplomatici in seno alle organizzazioni internazionali, capaci di controbilanciare le maggioranze automatiche ostili a Israele nei consessi multilaterali; dall’altro, prevenire e monitorare l’espansione di reti legate all’Iran e a Hezbollah nel continente, dopo che Israele ha intensificato, a partire dall’ottobre 2023, la propria campagna di erosione dell’influenza regionale iraniana.
Proprio la dimensione della competizione strategica con Teheran e con Ankara costituisce la chiave interpretativa più solida per comprendere l’accelerazione dell’iniziativa israeliana nel Sahel. Se l’Iran ha rafforzato negli ultimi anni i propri legami con l’AES attraverso la fornitura di sistemi di droni impiegati nei conflitti regionali e l’espansione di reti religiose e culturali legate alle università sciite e ai circuiti BRICS, la Turchia ha da parte sua costruito una presenza pervasiva nel continente attraverso strumenti diversi ma altrettanto capillari: diplomazia umanitaria, investimenti infrastrutturali, esportazione di sistemi d’arma — su tutti i droni Bayraktar, già impiegati con effetti significativi sul terreno da diversi eserciti saheliani — e la proiezione religiosa tramite la Diyanet. Il conflitto latente tra Ankara e Tel Aviv, che secondo diversi analisti di sicurezza regionale rischia di intensificarsi nel corso del 2026 su più teatri sovrapposti — dal Corno d’Africa al Mediterraneo Orientale, dove si è consolidato un asse Israele-Grecia-Cipro percepito ad Ankara come un accerchiamento — si estende dunque anche al Sahel, dove Israele osserva con crescente attenzione la penetrazione turca e cerca di costruire contrappesi diplomatici propri, anche in aree tradizionalmente periferiche rispetto ai propri interessi storici.
Data questa competizione che possiamo definire tripolare per l’influenza in Africa, le cancellerie europee osservano con interesse la possibilità di utilizzare Israele come veicolo indiretto per preservare un residuo di influenza in aree dalle quali sono state formalmente espulse. Il ragionamento è tanto semplice quanto delicato: laddove la presenza diretta francese, statunitense o più in generale occidentale è ormai politicamente insostenibile agli occhi delle opinioni pubbliche e delle giunte saheliane, un partner come Israele — dotato di tecnologia avanzata, non gravato (almeno non nella stessa misura) dallo stigma coloniale che pesa su Parigi, e storicamente meno esposto alla retorica anti-imperialista terzomondista che innerva il discorso pubblico delle nuove autorità militari — potrebbe fungere da canale surrogato per mantenere un accesso informativo e di influenza sul territorio, senza esporre direttamente gli interessi occidentali all’ostilità pubblica che colpisce Parigi. Tale lettura, circolata con insistenza sulla stampa nordafricana e mediorientale a proposito dell’appoggio emiratino e marocchino al riavvicinamento israelo-saheliano, solleva interrogativi legittimi sulla reale autonomia dell’iniziativa diplomatica israeliana rispetto agli interessi di attori terzi — Abu Dhabi, Rabat e, indirettamente, le stesse cancellerie europee — interessati a preservare canali di osservazione e di influenza in una regione che si sta progressivamente sottraendo alla loro presa diretta.
Resta tuttavia significativo che questa lettura, per quanto plausibile, non esaurisca la complessità della scelta compiuta da Ouagadougou. Il Burkina Faso, come gli altri membri dell’AES, si trova a fronteggiare una minaccia jihadista che sottrae porzioni crescenti di territorio al controllo statale, una crisi di approvvigionamento energetico e alimentare aggravata dalle ripercussioni regionali del conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran, e un deficit tecnologico strutturale che né la Russia — impegnata prevalentemente sul piano militare diretto tramite l’Africa Corps — né la Cina, orientata soprattutto agli investimenti infrastrutturali di lungo periodo, riescono a colmare integralmente. In questo quadro, Israele dispone di alcune carte difficilmente sostituibili: competenze avanzate nella gestione delle risorse idriche in ambiente arido e semi-arido, tecnologie di agricoltura di precisione capaci di mitigare gli effetti della crisi alimentare che si profila per la stagione agricola 2026, sistemi di sorveglianza e controspionaggio di provata efficacia contro le insorgenze asimmetriche, oltre a un’esperienza pluridecennale di cooperazione con Paesi africani in materia di formazione delle forze di sicurezza. Per una giunta la cui sopravvivenza politica dipende in larga misura dalla capacità di mostrare risultati concreti nella lotta al terrorismo e nella gestione della crisi economica, l’accesso a queste competenze rappresenta un incentivo concreto, indipendentemente dalle strumentalizzazioni geopolitiche di terze parti.
Va inoltre sottolineato l’elemento della crescente attrattività finanziaria del Burkina Faso agli occhi di partner internazionali diversificati: il varo della Banca Confederale d’Investimento e di Sviluppo, la ricerca di autonomia monetaria rispetto al franco CFA, e più recentemente l’adesione del Paese alla Convenzione di Vienna sulla responsabilità civile per i danni nucleari — passo preliminare verso lo sviluppo di un programma di energia nucleare civile, sostenuto in parte dalla cooperazione russa — segnalano la volontà di Ouagadougou di presentarsi non semplicemente come un beneficiario di assistenza, ma come un mercato emergente con margini di espansione per capitali e tecnologie esterne, in un momento in cui la ridefinizione degli assetti regionali del Sahel apre spazi di investimento che i tradizionali attori occidentali, esclusi per motivi politici, non sono più in condizione di occupare.
Il Burkina Faso di Ibrahim Traoré, muovendosi con pragmatismo tra Teheran e Tel Aviv, tra Mosca e Pechino, e ora tentando un canale con Israele proprio mentre recide i ponti con Parigi, non compie una scelta ideologica ma una manovra di bilanciamento tipica di uno Stato che, avendo rotto con il proprio referente storico, deve necessariamente moltiplicare i propri interlocutori per non ritrovarsi in una condizione di isolamento strategico. Se Israele riuscirà a consolidare questa apertura in una presenza diplomatica e tecnologica strutturata, oppure se essa resterà un episodio contingente destinato a scontrarsi con le contraddizioni insite nel ruolo di intermediario — reale o presunto — degli interessi occidentali in Africa, è interrogativo che solo l’evoluzione dei prossimi mesi potrà sciogliere.
Ciò che appare già evidente è che il Sahel confederale sta di fatto costruendo un ecosistema di alleanze multipolari nel quale attori regionali di secondo livello trovano spazio per proiettare la propria influenza in una regione strategicamente cruciale per il controllo delle rotte migratorie, delle risorse minerarie e degli equilibri energetici dell’intera fascia sub-sahariana.


