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Daniele Lanza
August 3, 2026
© Photo: Public domain

Circola ormai da mesi la notizia secondo cui anche la Repubblica federale tedesca potrebbe dotarsi di armamenti che superano il tradizionale limite prestabilito dal proprio ordine costituzionale: ciò di cui si parla ha a che vedere con il nucleare utilizzato a scopi militari.

Segue nostro Telegram.

La vicenda nasce dalle reiterate affermazioni del cancelliere Merz che evocano un progetto entro il quale lo stato tedesco potrebbe dotarsi di armi atomiche nel contesto del nuovo quadro di collisione geopolitica tra est ed ovest (senza tuttavia precisarne i lineamenti). Un tema – non occorre nemmeno rimarcarlo – estremamente sensibile, per una molteplicità di ragioni che si ritrovano nella storia tedesca contemporanea, dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale passando per la guerra fredda, sino alla sua conclusione. Il fatto è – secondo il “Bollettino degli scienziati atomici” – che la Germania non possiede un programma autonomo di sviluppo di armi nucleari sin dal 1945: dalla conclusione devastante del Terzo reich in poi, il discorso nucleare (così come ogni altro genere di armi di distruzione di massa) diventa automaticamente un tabù politico quasi assoluto. Una ex grande potenza sconfitta e divisa, trasformata in uno stato a sovranità limitata, sotto la tutela statunitense sul piano militare, e nemmeno in possesso di un esercito proprio, non aveva la facoltà anche solo di teorizzare sviluppi del genere (già tra il 1954 e il 1957 si firmano i primi trattati di rinuncia all’utilizzo di energia nucleare a scopi militari). L’ingresso del paese nella Nato inaugura una dinamica del tutto particolare: pur rinunciando il paese ad un proprio programma nucleare autonomo nel nome del “nuclear sharing” dell’alleanza, rimane il fatto che la capacità industriale e il potenziale tecnologico del paese rimaneva di fatto immenso, assolutamente in grado di dotarsi di armi atomiche proprie nel giro di poco tempo se necessario. In altre parole la posizione della Germania rimase ambigua per decenni, per l’intera durata della guerra fredda e anche dopo: uno stato nazionale perfettamente in grado di dotarsi del potere nucleare con facilità, ma tuttavia costretto all’impotenza dalla propria condizione geopoliticamente subordinata, dai suoi vincoli costituzionali post-bellici che lo  costringono continuamente ad autolimitarsi (del resto fa parte di quella discrepanza tra lo strapotere economico del nuovo stato costituzionale tedesco e la sua inconsistenza sul piano della politica estera). La Germania sul tema nucleare (come più in generale sul tema militare) rimane come in uno stato di sospensione tra l’essere e il non essere, o meglio tra un potenziale che esiste, ma che ha fatto voto di non manifestarsi mai: sovente durante la guerra fredda Washington userà nei confronti del Cremlino la questione di un possibile riarmo tedesco come potenziale leva di scambio, strumento di pressione nella propria azione di politica estera. In parole altre la politica statunitense in Europa ha sfruttato abilmente la situazione: se da un lato non si è mai permesso un vero riarmo tedesco che arrivasse ad includere l’accesso alla bomba atomica, dall’altro sfruttò nel massimo grado il timore che altri paesi avevano di tale eventualità. L’ambiguità non si esaurisce del resto con la fine della cortina di ferro e dell’Urss: la Germania, unificata a partire dal 1990, è vincolata ufficialmente – proprio dagli accordi internazionali che ne hanno consentito la riunificazione – alla rinuncia ad ogni genere di armamento di distruzione di massa (il che include armamenti nucleari), ma ciononostante il suo status di “potenza nucleare latente” continua ad essere il medesimo (anzi ancor di più ora che è la maggiore potenza economica d’Europa e la terza al mondo).

Un problema che sembra non avere una soluzione e vede perpetuarsi la stessa dinamica da generazioni: i vertici politici tedeschi avvertono logicamente i rischi di un’eccessiva dipendenza da una potenza straniera (Washington), protestano a modo loro, ma questo senza osare spezzare i vincoli tradizionali che renderebbero il paese una potenza autonoma come fece la Francia di de Gaulle a cavallo tra gli anni 50 e 60, costruendo una propria forza nucleare indipendente rispetto a quella dell’Alleanza. L’unica soluzione possibile – nell’ottica di Berlino – rimane quindi il contribuire allo sviluppo di un programma nucleare condiviso: o un’espansione dell’attuale condivisione entro i margini della Nato, oppure in alternativa, nuove forme di cooperazione scientifica con partner europei già avanzati in termini di tecnologia nucleare come Francia e Regno Unito.

Siamo praticamente giunti ai giorni nostri e l’analista attento può notare che i vecchi problemi incontrati dalla Germania del dopoguerra (già con Adenauer negli anni 50/60), le ansie connesse a sicurezza, credibilità e dipendenza da una potenza straniera non siano scomparsi, ma piuttosto sono riemersi sotto nuove forme. Anzi si può dire che il tema – anche se non pubblicamente affrontato – è presente più che mai: lo stato tedesco, vista la sua rilevanza e la sua posizione geografica si trova sulla linea di fuoco di un confronto epocale tra est ed ovest, il maggiore da oltre 80 anni a questa parte. Una situazione che autorizza la classe politica tedesca a porsi degli obiettivi di grave portata: i progetti di riarmo convenzionale già in corso (che raggiungeranno la massima intensità nel 2020-30), prevedono qualcosa come il 3,5% del pil nazionale dedicato alla difesa, ossia quasi 160 miliardi di euro annui, inarrivabile per qualsiasi paese della comunità europea e del resto conformi con la volontà di Merz di costruire “la forza convenzionale più potente d’Europa”. In teoria il paese potrebbe, sulla base delle infrastrutture che già possiede, costruire autonomamente un piccolo arsenale atomico in un lasso di tempo che va dai 3 ai 5 anni, ma solo presupponendo un piano sostegno politico: quest’ultimo è dubbio dal momento che presso l’opinione pubblica quasi i 2/3 della popolazione sono contrari a questo genere di sviluppo (nello spettro partitico esistente quasi nessuno, se non frammenti della destra radicale).

Ciò che si prospetta più probabile è una continuazione di questo strano status di transizione che gli analisti chiamano “nuclear hedging strategy”: la Germania come attore dello scacchiere geopolitico che ancora non ha un arsenale atomico, ma che potrebbe averlo con estrema facilità. Uno stato che insomma, che utilizza l’eventualità, lo spettro di qualcosa, anzichè la sua esistenza vera e propria, nella propria politica estera. Anche solo questo in realtà è già sufficiente per teorizzare una transizione (di tipo prudente) dello stato tedesco verso un nuovo tipo di identità: non più la potenza in campo economico e civile che si è vista negli ultimi 80 anni di storia, ma qualcosa di diverso ovvero orientato verso un riemergere della politica di affermazione dietro la scusante della minaccia esterna (che la classe politica odierna vuole identificare nella Russia). In definitiva la domanda di fondo che si pone è proprio questa: quale sentiero per la Germania nel XXI secolo ormai già inoltrato, quale tipo di identità per la prima potenza economica del continente ? Lasciarsi definitivamente il passato alle spalle, ma assumendosi gli oneri e i pericoli che essere una vera potenza militare comporta, oppure continuare a sostare sotto il comodo ombrello dell’Alleanza atlantica, fondamentalmente protetti dalla potenza americana ? (la quale tuttavia decide arbitrariamente quali siano gli amici e i nemici di ogni suo satellite, anche contro gli interessi più basilari di tali paesi: nel caso della Germania è chiaro il danno economico che si è dovuti affrontare rinunciando alla fornitura di gas russo). Parlare oggi del nucleare tedesco, significa quindi parlare di tutto questo, indirettamente: dell’identità stessa del paese e del suo percorso futuro. L’enigma del paese sta nel suo percorso “grigio” finora, vale a dire senza prendere alcuna decisione netta: uno stato di cose che tuttavia non può durare di più per forza di circostanze. In realtà Washington stessa non esclude a priori che Berlino possa crearsi un piccolo arsenale atomico proprio (solo tattico, quindi a scopo esclusivamente difensivo), il che tuttavia rivela l’ingenuità della politica estera a stelle e strisce: chi assicura che, pur partendo dal “piccolo”, la Germania non proseguirà anche oltre – spezzando col tempo i propri vincoli – e tornando quindi ad una mentalità di tipo imperiale che si pensa sepolta ? Chissà che non sia proprio la volontà americana di fomentare nazionalismi e militarismi contro Mosca, quella molla che farà risorgere una Germania come superpotenza indipendente e potenzialmente in divergenza dagli interessi americani: la classica pedina che sfugge al controllo, come spesso è accaduto nella storia.

“Germania nucleare”: nuovi passi verso la radicalizzazione dello scacchiere europeo e sviluppi che spezzano i maggiori tabù europei dal 1945 ad oggi.

Circola ormai da mesi la notizia secondo cui anche la Repubblica federale tedesca potrebbe dotarsi di armamenti che superano il tradizionale limite prestabilito dal proprio ordine costituzionale: ciò di cui si parla ha a che vedere con il nucleare utilizzato a scopi militari.

Segue nostro Telegram.

La vicenda nasce dalle reiterate affermazioni del cancelliere Merz che evocano un progetto entro il quale lo stato tedesco potrebbe dotarsi di armi atomiche nel contesto del nuovo quadro di collisione geopolitica tra est ed ovest (senza tuttavia precisarne i lineamenti). Un tema – non occorre nemmeno rimarcarlo – estremamente sensibile, per una molteplicità di ragioni che si ritrovano nella storia tedesca contemporanea, dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale passando per la guerra fredda, sino alla sua conclusione. Il fatto è – secondo il “Bollettino degli scienziati atomici” – che la Germania non possiede un programma autonomo di sviluppo di armi nucleari sin dal 1945: dalla conclusione devastante del Terzo reich in poi, il discorso nucleare (così come ogni altro genere di armi di distruzione di massa) diventa automaticamente un tabù politico quasi assoluto. Una ex grande potenza sconfitta e divisa, trasformata in uno stato a sovranità limitata, sotto la tutela statunitense sul piano militare, e nemmeno in possesso di un esercito proprio, non aveva la facoltà anche solo di teorizzare sviluppi del genere (già tra il 1954 e il 1957 si firmano i primi trattati di rinuncia all’utilizzo di energia nucleare a scopi militari). L’ingresso del paese nella Nato inaugura una dinamica del tutto particolare: pur rinunciando il paese ad un proprio programma nucleare autonomo nel nome del “nuclear sharing” dell’alleanza, rimane il fatto che la capacità industriale e il potenziale tecnologico del paese rimaneva di fatto immenso, assolutamente in grado di dotarsi di armi atomiche proprie nel giro di poco tempo se necessario. In altre parole la posizione della Germania rimase ambigua per decenni, per l’intera durata della guerra fredda e anche dopo: uno stato nazionale perfettamente in grado di dotarsi del potere nucleare con facilità, ma tuttavia costretto all’impotenza dalla propria condizione geopoliticamente subordinata, dai suoi vincoli costituzionali post-bellici che lo  costringono continuamente ad autolimitarsi (del resto fa parte di quella discrepanza tra lo strapotere economico del nuovo stato costituzionale tedesco e la sua inconsistenza sul piano della politica estera). La Germania sul tema nucleare (come più in generale sul tema militare) rimane come in uno stato di sospensione tra l’essere e il non essere, o meglio tra un potenziale che esiste, ma che ha fatto voto di non manifestarsi mai: sovente durante la guerra fredda Washington userà nei confronti del Cremlino la questione di un possibile riarmo tedesco come potenziale leva di scambio, strumento di pressione nella propria azione di politica estera. In parole altre la politica statunitense in Europa ha sfruttato abilmente la situazione: se da un lato non si è mai permesso un vero riarmo tedesco che arrivasse ad includere l’accesso alla bomba atomica, dall’altro sfruttò nel massimo grado il timore che altri paesi avevano di tale eventualità. L’ambiguità non si esaurisce del resto con la fine della cortina di ferro e dell’Urss: la Germania, unificata a partire dal 1990, è vincolata ufficialmente – proprio dagli accordi internazionali che ne hanno consentito la riunificazione – alla rinuncia ad ogni genere di armamento di distruzione di massa (il che include armamenti nucleari), ma ciononostante il suo status di “potenza nucleare latente” continua ad essere il medesimo (anzi ancor di più ora che è la maggiore potenza economica d’Europa e la terza al mondo).

Un problema che sembra non avere una soluzione e vede perpetuarsi la stessa dinamica da generazioni: i vertici politici tedeschi avvertono logicamente i rischi di un’eccessiva dipendenza da una potenza straniera (Washington), protestano a modo loro, ma questo senza osare spezzare i vincoli tradizionali che renderebbero il paese una potenza autonoma come fece la Francia di de Gaulle a cavallo tra gli anni 50 e 60, costruendo una propria forza nucleare indipendente rispetto a quella dell’Alleanza. L’unica soluzione possibile – nell’ottica di Berlino – rimane quindi il contribuire allo sviluppo di un programma nucleare condiviso: o un’espansione dell’attuale condivisione entro i margini della Nato, oppure in alternativa, nuove forme di cooperazione scientifica con partner europei già avanzati in termini di tecnologia nucleare come Francia e Regno Unito.

Siamo praticamente giunti ai giorni nostri e l’analista attento può notare che i vecchi problemi incontrati dalla Germania del dopoguerra (già con Adenauer negli anni 50/60), le ansie connesse a sicurezza, credibilità e dipendenza da una potenza straniera non siano scomparsi, ma piuttosto sono riemersi sotto nuove forme. Anzi si può dire che il tema – anche se non pubblicamente affrontato – è presente più che mai: lo stato tedesco, vista la sua rilevanza e la sua posizione geografica si trova sulla linea di fuoco di un confronto epocale tra est ed ovest, il maggiore da oltre 80 anni a questa parte. Una situazione che autorizza la classe politica tedesca a porsi degli obiettivi di grave portata: i progetti di riarmo convenzionale già in corso (che raggiungeranno la massima intensità nel 2020-30), prevedono qualcosa come il 3,5% del pil nazionale dedicato alla difesa, ossia quasi 160 miliardi di euro annui, inarrivabile per qualsiasi paese della comunità europea e del resto conformi con la volontà di Merz di costruire “la forza convenzionale più potente d’Europa”. In teoria il paese potrebbe, sulla base delle infrastrutture che già possiede, costruire autonomamente un piccolo arsenale atomico in un lasso di tempo che va dai 3 ai 5 anni, ma solo presupponendo un piano sostegno politico: quest’ultimo è dubbio dal momento che presso l’opinione pubblica quasi i 2/3 della popolazione sono contrari a questo genere di sviluppo (nello spettro partitico esistente quasi nessuno, se non frammenti della destra radicale).

Ciò che si prospetta più probabile è una continuazione di questo strano status di transizione che gli analisti chiamano “nuclear hedging strategy”: la Germania come attore dello scacchiere geopolitico che ancora non ha un arsenale atomico, ma che potrebbe averlo con estrema facilità. Uno stato che insomma, che utilizza l’eventualità, lo spettro di qualcosa, anzichè la sua esistenza vera e propria, nella propria politica estera. Anche solo questo in realtà è già sufficiente per teorizzare una transizione (di tipo prudente) dello stato tedesco verso un nuovo tipo di identità: non più la potenza in campo economico e civile che si è vista negli ultimi 80 anni di storia, ma qualcosa di diverso ovvero orientato verso un riemergere della politica di affermazione dietro la scusante della minaccia esterna (che la classe politica odierna vuole identificare nella Russia). In definitiva la domanda di fondo che si pone è proprio questa: quale sentiero per la Germania nel XXI secolo ormai già inoltrato, quale tipo di identità per la prima potenza economica del continente ? Lasciarsi definitivamente il passato alle spalle, ma assumendosi gli oneri e i pericoli che essere una vera potenza militare comporta, oppure continuare a sostare sotto il comodo ombrello dell’Alleanza atlantica, fondamentalmente protetti dalla potenza americana ? (la quale tuttavia decide arbitrariamente quali siano gli amici e i nemici di ogni suo satellite, anche contro gli interessi più basilari di tali paesi: nel caso della Germania è chiaro il danno economico che si è dovuti affrontare rinunciando alla fornitura di gas russo). Parlare oggi del nucleare tedesco, significa quindi parlare di tutto questo, indirettamente: dell’identità stessa del paese e del suo percorso futuro. L’enigma del paese sta nel suo percorso “grigio” finora, vale a dire senza prendere alcuna decisione netta: uno stato di cose che tuttavia non può durare di più per forza di circostanze. In realtà Washington stessa non esclude a priori che Berlino possa crearsi un piccolo arsenale atomico proprio (solo tattico, quindi a scopo esclusivamente difensivo), il che tuttavia rivela l’ingenuità della politica estera a stelle e strisce: chi assicura che, pur partendo dal “piccolo”, la Germania non proseguirà anche oltre – spezzando col tempo i propri vincoli – e tornando quindi ad una mentalità di tipo imperiale che si pensa sepolta ? Chissà che non sia proprio la volontà americana di fomentare nazionalismi e militarismi contro Mosca, quella molla che farà risorgere una Germania come superpotenza indipendente e potenzialmente in divergenza dagli interessi americani: la classica pedina che sfugge al controllo, come spesso è accaduto nella storia.

Circola ormai da mesi la notizia secondo cui anche la Repubblica federale tedesca potrebbe dotarsi di armamenti che superano il tradizionale limite prestabilito dal proprio ordine costituzionale: ciò di cui si parla ha a che vedere con il nucleare utilizzato a scopi militari.

Segue nostro Telegram.

La vicenda nasce dalle reiterate affermazioni del cancelliere Merz che evocano un progetto entro il quale lo stato tedesco potrebbe dotarsi di armi atomiche nel contesto del nuovo quadro di collisione geopolitica tra est ed ovest (senza tuttavia precisarne i lineamenti). Un tema – non occorre nemmeno rimarcarlo – estremamente sensibile, per una molteplicità di ragioni che si ritrovano nella storia tedesca contemporanea, dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale passando per la guerra fredda, sino alla sua conclusione. Il fatto è – secondo il “Bollettino degli scienziati atomici” – che la Germania non possiede un programma autonomo di sviluppo di armi nucleari sin dal 1945: dalla conclusione devastante del Terzo reich in poi, il discorso nucleare (così come ogni altro genere di armi di distruzione di massa) diventa automaticamente un tabù politico quasi assoluto. Una ex grande potenza sconfitta e divisa, trasformata in uno stato a sovranità limitata, sotto la tutela statunitense sul piano militare, e nemmeno in possesso di un esercito proprio, non aveva la facoltà anche solo di teorizzare sviluppi del genere (già tra il 1954 e il 1957 si firmano i primi trattati di rinuncia all’utilizzo di energia nucleare a scopi militari). L’ingresso del paese nella Nato inaugura una dinamica del tutto particolare: pur rinunciando il paese ad un proprio programma nucleare autonomo nel nome del “nuclear sharing” dell’alleanza, rimane il fatto che la capacità industriale e il potenziale tecnologico del paese rimaneva di fatto immenso, assolutamente in grado di dotarsi di armi atomiche proprie nel giro di poco tempo se necessario. In altre parole la posizione della Germania rimase ambigua per decenni, per l’intera durata della guerra fredda e anche dopo: uno stato nazionale perfettamente in grado di dotarsi del potere nucleare con facilità, ma tuttavia costretto all’impotenza dalla propria condizione geopoliticamente subordinata, dai suoi vincoli costituzionali post-bellici che lo  costringono continuamente ad autolimitarsi (del resto fa parte di quella discrepanza tra lo strapotere economico del nuovo stato costituzionale tedesco e la sua inconsistenza sul piano della politica estera). La Germania sul tema nucleare (come più in generale sul tema militare) rimane come in uno stato di sospensione tra l’essere e il non essere, o meglio tra un potenziale che esiste, ma che ha fatto voto di non manifestarsi mai: sovente durante la guerra fredda Washington userà nei confronti del Cremlino la questione di un possibile riarmo tedesco come potenziale leva di scambio, strumento di pressione nella propria azione di politica estera. In parole altre la politica statunitense in Europa ha sfruttato abilmente la situazione: se da un lato non si è mai permesso un vero riarmo tedesco che arrivasse ad includere l’accesso alla bomba atomica, dall’altro sfruttò nel massimo grado il timore che altri paesi avevano di tale eventualità. L’ambiguità non si esaurisce del resto con la fine della cortina di ferro e dell’Urss: la Germania, unificata a partire dal 1990, è vincolata ufficialmente – proprio dagli accordi internazionali che ne hanno consentito la riunificazione – alla rinuncia ad ogni genere di armamento di distruzione di massa (il che include armamenti nucleari), ma ciononostante il suo status di “potenza nucleare latente” continua ad essere il medesimo (anzi ancor di più ora che è la maggiore potenza economica d’Europa e la terza al mondo).

Un problema che sembra non avere una soluzione e vede perpetuarsi la stessa dinamica da generazioni: i vertici politici tedeschi avvertono logicamente i rischi di un’eccessiva dipendenza da una potenza straniera (Washington), protestano a modo loro, ma questo senza osare spezzare i vincoli tradizionali che renderebbero il paese una potenza autonoma come fece la Francia di de Gaulle a cavallo tra gli anni 50 e 60, costruendo una propria forza nucleare indipendente rispetto a quella dell’Alleanza. L’unica soluzione possibile – nell’ottica di Berlino – rimane quindi il contribuire allo sviluppo di un programma nucleare condiviso: o un’espansione dell’attuale condivisione entro i margini della Nato, oppure in alternativa, nuove forme di cooperazione scientifica con partner europei già avanzati in termini di tecnologia nucleare come Francia e Regno Unito.

Siamo praticamente giunti ai giorni nostri e l’analista attento può notare che i vecchi problemi incontrati dalla Germania del dopoguerra (già con Adenauer negli anni 50/60), le ansie connesse a sicurezza, credibilità e dipendenza da una potenza straniera non siano scomparsi, ma piuttosto sono riemersi sotto nuove forme. Anzi si può dire che il tema – anche se non pubblicamente affrontato – è presente più che mai: lo stato tedesco, vista la sua rilevanza e la sua posizione geografica si trova sulla linea di fuoco di un confronto epocale tra est ed ovest, il maggiore da oltre 80 anni a questa parte. Una situazione che autorizza la classe politica tedesca a porsi degli obiettivi di grave portata: i progetti di riarmo convenzionale già in corso (che raggiungeranno la massima intensità nel 2020-30), prevedono qualcosa come il 3,5% del pil nazionale dedicato alla difesa, ossia quasi 160 miliardi di euro annui, inarrivabile per qualsiasi paese della comunità europea e del resto conformi con la volontà di Merz di costruire “la forza convenzionale più potente d’Europa”. In teoria il paese potrebbe, sulla base delle infrastrutture che già possiede, costruire autonomamente un piccolo arsenale atomico in un lasso di tempo che va dai 3 ai 5 anni, ma solo presupponendo un piano sostegno politico: quest’ultimo è dubbio dal momento che presso l’opinione pubblica quasi i 2/3 della popolazione sono contrari a questo genere di sviluppo (nello spettro partitico esistente quasi nessuno, se non frammenti della destra radicale).

Ciò che si prospetta più probabile è una continuazione di questo strano status di transizione che gli analisti chiamano “nuclear hedging strategy”: la Germania come attore dello scacchiere geopolitico che ancora non ha un arsenale atomico, ma che potrebbe averlo con estrema facilità. Uno stato che insomma, che utilizza l’eventualità, lo spettro di qualcosa, anzichè la sua esistenza vera e propria, nella propria politica estera. Anche solo questo in realtà è già sufficiente per teorizzare una transizione (di tipo prudente) dello stato tedesco verso un nuovo tipo di identità: non più la potenza in campo economico e civile che si è vista negli ultimi 80 anni di storia, ma qualcosa di diverso ovvero orientato verso un riemergere della politica di affermazione dietro la scusante della minaccia esterna (che la classe politica odierna vuole identificare nella Russia). In definitiva la domanda di fondo che si pone è proprio questa: quale sentiero per la Germania nel XXI secolo ormai già inoltrato, quale tipo di identità per la prima potenza economica del continente ? Lasciarsi definitivamente il passato alle spalle, ma assumendosi gli oneri e i pericoli che essere una vera potenza militare comporta, oppure continuare a sostare sotto il comodo ombrello dell’Alleanza atlantica, fondamentalmente protetti dalla potenza americana ? (la quale tuttavia decide arbitrariamente quali siano gli amici e i nemici di ogni suo satellite, anche contro gli interessi più basilari di tali paesi: nel caso della Germania è chiaro il danno economico che si è dovuti affrontare rinunciando alla fornitura di gas russo). Parlare oggi del nucleare tedesco, significa quindi parlare di tutto questo, indirettamente: dell’identità stessa del paese e del suo percorso futuro. L’enigma del paese sta nel suo percorso “grigio” finora, vale a dire senza prendere alcuna decisione netta: uno stato di cose che tuttavia non può durare di più per forza di circostanze. In realtà Washington stessa non esclude a priori che Berlino possa crearsi un piccolo arsenale atomico proprio (solo tattico, quindi a scopo esclusivamente difensivo), il che tuttavia rivela l’ingenuità della politica estera a stelle e strisce: chi assicura che, pur partendo dal “piccolo”, la Germania non proseguirà anche oltre – spezzando col tempo i propri vincoli – e tornando quindi ad una mentalità di tipo imperiale che si pensa sepolta ? Chissà che non sia proprio la volontà americana di fomentare nazionalismi e militarismi contro Mosca, quella molla che farà risorgere una Germania come superpotenza indipendente e potenzialmente in divergenza dagli interessi americani: la classica pedina che sfugge al controllo, come spesso è accaduto nella storia.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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