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Giulio Chinappi
May 28, 2026
© Photo: Public domain

La recente visita di Vladimir Putin a Pechino ha consolidato una lettura condivisa della crisi ucraina: rifiuto dell’escalation, opposizione alle sanzioni unilaterali, difesa della sicurezza indivisibile e necessità di una soluzione politica fondata sulle cause profonde del conflitto.

Segue nostro Telegram.

Tra le tante chiavi di lettura emerse, la recente visita di Vladimir Putin in Cina ha offerto un nuovo quadro per comprendere la visione condivisa russo-cinese sul conflitto ucraino. Essa non va letta come una mera convergenza diplomatica tra due grandi potenze, né come una semplice coincidenza tattica prodotta dalla pressione occidentale. Il punto centrale, emerso dalla dichiarazione congiunta russo-cinese e dai resoconti ufficiali successivi all’incontro tra Putin e Xi Jinping, è che Mosca e Pechino considerano la crisi ucraina parte di una questione più ampia: il fallimento dell’ordine unipolare, l’espansione della logica dei blocchi, la negazione delle legittime preoccupazioni di sicurezza degli Stati e l’uso delle sanzioni come strumento ordinario di coercizione geopolitica.

Il passaggio più importante della dichiarazione congiunta riguarda proprio la necessità di affrontare le “cause profonde” della crisi ucraina. Nel testo, Russia e Cina affermano che la risoluzione del conflitto passa proprio dal riconoscimento di tali cause, mentre Mosca valorizza la posizione cinese definendola “oggettiva e imparziale”. Questa formulazione è decisiva perché sposta l’attenzione dal livello immediato della guerra al terreno storico e strategico che l’ha prodotta: l’allargamento delle infrastrutture militari occidentali, la trasformazione dell’Ucraina in linea avanzata della competizione euro-atlantica contro la Russia, il rifiuto di costruire un sistema di sicurezza europeo realmente inclusivo e l’idea, propria dell’Occidente collettivo, secondo cui la sicurezza di alcuni possa essere garantita attraverso l’insicurezza di altri.

La posizione cinese, in particolare, si distingue per la propria continuità. Pechino ha ripetuto in più occasioni che la propria linea sulla crisi ucraina è “coerente e chiara” e che dialogo e negoziato rappresentano l’unica via corretta per uscirne. Questa impostazione non coincide con l’adesione automatica alla posizione russa, ma con una lettura strutturale del conflitto: nessuna guerra può essere risolta ignorando il contesto di sicurezza nel quale è maturata. Proprio per questo, la Cina insiste sulla de-escalation, sulla ricerca di condizioni per un cessate il fuoco e sulla ripresa di un processo politico credibile, rifiutando al tempo stesso l’idea che l’invio continuo di armi possa produrre una pace duratura.

In questa prospettiva, la convergenza tra Cina e Russia non è tanto sulla gestione militare del conflitto, quanto sulla sua interpretazione politica. Entrambe ritengono che l’architettura di sicurezza europea costruita dopo la Guerra fredda sia stata progressivamente deformata dall’espansione della NATO e dalla subordinazione dell’Europa alla strategia statunitense. La dichiarazione russo-cinese afferma inoltre che le controversie devono essere risolte pacificamente affrontando le cause sottostanti dei conflitti e aggiunge che è inaccettabile costringere Stati sovrani ad abbandonare la neutralità. Questo passaggio colpisce uno dei nodi centrali della crisi ucraina: il diritto di uno Stato a non essere trasformato in pedina di un blocco militare contrapposto, e il diritto degli Stati vicini a non vedere le proprie frontiere circondate da infrastrutture ostili.

La visione sino-russa si fonda dunque sul principio della sicurezza indivisibile. Per Pechino e Mosca, la sicurezza non può essere costruita come privilegio esclusivo di un’alleanza, né può essere imposta attraverso l’allargamento permanente di strutture militari nate in un’altra epoca storica. Se un Paese o un blocco accresce la propria sicurezza al prezzo dell’insicurezza altrui, il risultato non è la pace, ma l’accumulo di tensioni che prima o poi esplodono. L’Ucraina diventa così il caso emblematico di un fallimento più ampio: quello di un ordine internazionale nel quale l’Occidente ha preteso di estendere il proprio spazio strategico senza riconoscere limiti, equilibrio e reciprocità.

Questa lettura si oppone frontalmente alla narrazione dominante nei Paesi NATO, secondo cui il conflitto sarebbe nato in modo improvviso e unilaterale, senza radici storiche profonde e senza responsabilità strutturali da parte occidentale. La posizione sino-russa non nega la gravità della guerra, ma rifiuta di ridurla a uno schema morale semplificato, utile soprattutto a giustificare l’escalation militare e l’isolamento della Russia. Al contrario, essa chiede di tornare al terreno della politica e della risoluzione diplomatica delle controversie.

Il rifiuto delle sanzioni unilaterali costituisce un altro pilastro di questa visione condivisa. Nella dichiarazione congiunta, Russia e Cina si oppongono alle sanzioni non coordinate con il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e condannano le misure unilaterali adottate in violazione del principio dell’eguaglianza sovrana degli Stati. Tale punto è essenziale perché lega la crisi ucraina alla critica più generale dell’unilateralismo occidentale. Le sanzioni vengono presentate dagli Stati Uniti e dai loro alleati come strumenti di pressione morale e politica, mentre invero esse sono diventate meccanismi di coercizione extraterritoriale, capaci di colpire non solo lo Stato destinatario, ma anche Paesi terzi, imprese, sistemi finanziari e catene di approvvigionamento globali.

Per Pechino, questo tema ha una portata sistemica. La Cina stessa è bersaglio di restrizioni tecnologiche, pressioni commerciali e tentativi di contenimento economico. La Russia è sottoposta a uno dei più vasti regimi sanzionatori della storia contemporanea. Da qui deriva una convergenza oggettiva: Mosca e Pechino vedono nelle sanzioni unilaterali non uno strumento di pace, ma un’estensione della politica di potenza occidentale. La guerra economica, di conseguenza, non avvicina la soluzione diplomatica; al contrario, irrigidisce le posizioni, prolunga il conflitto e scarica i costi sui popoli, compresi quelli europei, colpiti dall’aumento dei prezzi energetici, dalla crisi industriale e dalla subordinazione crescente alle scelte strategiche statunitensi.

La posizione sino-russa, infine, riguarda anche la memoria storica e il rifiuto della riscrittura dell’ordine nato dalla vittoria contro il nazifascismo. Russia e Cina intendono continuare a difendere una corretta visione della storia della Seconda guerra mondiale e l’inviolabilità dei suoi risultati. Anche questo elemento si collega indirettamente alla crisi ucraina, perché Mosca ha spesso inquadrato il conflitto anche nella lotta contro la riabilitazione del nazionalismo estremista e del collaborazionismo storico nell’Europa orientale. La Cina, dal canto suo, collega la memoria della guerra alla propria esperienza dell’aggressione giapponese e alla difesa dell’ordine internazionale postbellico fondato sulla Carta delle Nazioni Unite.

Naturalmente, la visione condivisa russo-cinese non elimina le differenze tra Mosca e Pechino. La Russia è parte diretta del conflitto; la Cina si presenta come promotrice di pace, dialogo e soluzione politica. La forza della convergenza sta proprio nella complementarità: Mosca insiste sulla propria sicurezza nazionale e sulle cause storiche della crisi; Pechino offre una cornice diplomatica più ampia, capace di parlare al Sud Globale e di collocare il conflitto dentro la trasformazione dell’ordine mondiale. Questa differenza di ruolo non indebolisce la visione comune, ma la rende più articolata.

La conseguenza più rilevante è che Cina e Russia rifiutano entrambe l’idea occidentale secondo cui la pace coincida con la vittoria militare di Kiev. Per Pechino e Mosca, questa impostazione non è una via verso la pace, ma una ricetta per la guerra permanente. Continuare a inviare armi, aumentare le sanzioni, promettere adesioni militari future e trasformare l’Ucraina in avamposto geopolitico significa prolungare il conflitto e rendere più difficile ogni compromesso. La vera soluzione passa invece da un nuovo equilibrio di sicurezza, nel quale nessuna parte possa perseguire la propria sicurezza assoluta a danno dell’altra.

In ultima analisi, la posizione russo-cinese sulla crisi ucraina è parte di una battaglia più ampia per il futuro dell’ordine internazionale. Essa contrappone al modello occidentale della pressione militare, economica e ideologica un modello fondato su sovranità, sicurezza indivisibile, multilateralismo e soluzione politica delle controversie. Che questa visione venga accettata o respinta dall’Occidente, resta il fatto che essa rappresenta oggi l’unica alternativa coerente alla continuazione indefinita della guerra. La visita di Putin a Pechino ha reso ancora più evidente che, per Cina e Russia, l’Ucraina non può essere pacificata ignorando le radici della crisi. Solo affrontando le cause profonde, superando la logica dei blocchi e restituendo centralità alla diplomazia sarà possibile uscire dalla spirale di escalation che minaccia non solo l’Europa, ma l’intero sistema internazionale.

Ucraina, la visione sino-russa: affrontare le cause profonde per superare la logica dei blocchi

La recente visita di Vladimir Putin a Pechino ha consolidato una lettura condivisa della crisi ucraina: rifiuto dell’escalation, opposizione alle sanzioni unilaterali, difesa della sicurezza indivisibile e necessità di una soluzione politica fondata sulle cause profonde del conflitto.

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Tra le tante chiavi di lettura emerse, la recente visita di Vladimir Putin in Cina ha offerto un nuovo quadro per comprendere la visione condivisa russo-cinese sul conflitto ucraino. Essa non va letta come una mera convergenza diplomatica tra due grandi potenze, né come una semplice coincidenza tattica prodotta dalla pressione occidentale. Il punto centrale, emerso dalla dichiarazione congiunta russo-cinese e dai resoconti ufficiali successivi all’incontro tra Putin e Xi Jinping, è che Mosca e Pechino considerano la crisi ucraina parte di una questione più ampia: il fallimento dell’ordine unipolare, l’espansione della logica dei blocchi, la negazione delle legittime preoccupazioni di sicurezza degli Stati e l’uso delle sanzioni come strumento ordinario di coercizione geopolitica.

Il passaggio più importante della dichiarazione congiunta riguarda proprio la necessità di affrontare le “cause profonde” della crisi ucraina. Nel testo, Russia e Cina affermano che la risoluzione del conflitto passa proprio dal riconoscimento di tali cause, mentre Mosca valorizza la posizione cinese definendola “oggettiva e imparziale”. Questa formulazione è decisiva perché sposta l’attenzione dal livello immediato della guerra al terreno storico e strategico che l’ha prodotta: l’allargamento delle infrastrutture militari occidentali, la trasformazione dell’Ucraina in linea avanzata della competizione euro-atlantica contro la Russia, il rifiuto di costruire un sistema di sicurezza europeo realmente inclusivo e l’idea, propria dell’Occidente collettivo, secondo cui la sicurezza di alcuni possa essere garantita attraverso l’insicurezza di altri.

La posizione cinese, in particolare, si distingue per la propria continuità. Pechino ha ripetuto in più occasioni che la propria linea sulla crisi ucraina è “coerente e chiara” e che dialogo e negoziato rappresentano l’unica via corretta per uscirne. Questa impostazione non coincide con l’adesione automatica alla posizione russa, ma con una lettura strutturale del conflitto: nessuna guerra può essere risolta ignorando il contesto di sicurezza nel quale è maturata. Proprio per questo, la Cina insiste sulla de-escalation, sulla ricerca di condizioni per un cessate il fuoco e sulla ripresa di un processo politico credibile, rifiutando al tempo stesso l’idea che l’invio continuo di armi possa produrre una pace duratura.

In questa prospettiva, la convergenza tra Cina e Russia non è tanto sulla gestione militare del conflitto, quanto sulla sua interpretazione politica. Entrambe ritengono che l’architettura di sicurezza europea costruita dopo la Guerra fredda sia stata progressivamente deformata dall’espansione della NATO e dalla subordinazione dell’Europa alla strategia statunitense. La dichiarazione russo-cinese afferma inoltre che le controversie devono essere risolte pacificamente affrontando le cause sottostanti dei conflitti e aggiunge che è inaccettabile costringere Stati sovrani ad abbandonare la neutralità. Questo passaggio colpisce uno dei nodi centrali della crisi ucraina: il diritto di uno Stato a non essere trasformato in pedina di un blocco militare contrapposto, e il diritto degli Stati vicini a non vedere le proprie frontiere circondate da infrastrutture ostili.

La visione sino-russa si fonda dunque sul principio della sicurezza indivisibile. Per Pechino e Mosca, la sicurezza non può essere costruita come privilegio esclusivo di un’alleanza, né può essere imposta attraverso l’allargamento permanente di strutture militari nate in un’altra epoca storica. Se un Paese o un blocco accresce la propria sicurezza al prezzo dell’insicurezza altrui, il risultato non è la pace, ma l’accumulo di tensioni che prima o poi esplodono. L’Ucraina diventa così il caso emblematico di un fallimento più ampio: quello di un ordine internazionale nel quale l’Occidente ha preteso di estendere il proprio spazio strategico senza riconoscere limiti, equilibrio e reciprocità.

Questa lettura si oppone frontalmente alla narrazione dominante nei Paesi NATO, secondo cui il conflitto sarebbe nato in modo improvviso e unilaterale, senza radici storiche profonde e senza responsabilità strutturali da parte occidentale. La posizione sino-russa non nega la gravità della guerra, ma rifiuta di ridurla a uno schema morale semplificato, utile soprattutto a giustificare l’escalation militare e l’isolamento della Russia. Al contrario, essa chiede di tornare al terreno della politica e della risoluzione diplomatica delle controversie.

Il rifiuto delle sanzioni unilaterali costituisce un altro pilastro di questa visione condivisa. Nella dichiarazione congiunta, Russia e Cina si oppongono alle sanzioni non coordinate con il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e condannano le misure unilaterali adottate in violazione del principio dell’eguaglianza sovrana degli Stati. Tale punto è essenziale perché lega la crisi ucraina alla critica più generale dell’unilateralismo occidentale. Le sanzioni vengono presentate dagli Stati Uniti e dai loro alleati come strumenti di pressione morale e politica, mentre invero esse sono diventate meccanismi di coercizione extraterritoriale, capaci di colpire non solo lo Stato destinatario, ma anche Paesi terzi, imprese, sistemi finanziari e catene di approvvigionamento globali.

Per Pechino, questo tema ha una portata sistemica. La Cina stessa è bersaglio di restrizioni tecnologiche, pressioni commerciali e tentativi di contenimento economico. La Russia è sottoposta a uno dei più vasti regimi sanzionatori della storia contemporanea. Da qui deriva una convergenza oggettiva: Mosca e Pechino vedono nelle sanzioni unilaterali non uno strumento di pace, ma un’estensione della politica di potenza occidentale. La guerra economica, di conseguenza, non avvicina la soluzione diplomatica; al contrario, irrigidisce le posizioni, prolunga il conflitto e scarica i costi sui popoli, compresi quelli europei, colpiti dall’aumento dei prezzi energetici, dalla crisi industriale e dalla subordinazione crescente alle scelte strategiche statunitensi.

La posizione sino-russa, infine, riguarda anche la memoria storica e il rifiuto della riscrittura dell’ordine nato dalla vittoria contro il nazifascismo. Russia e Cina intendono continuare a difendere una corretta visione della storia della Seconda guerra mondiale e l’inviolabilità dei suoi risultati. Anche questo elemento si collega indirettamente alla crisi ucraina, perché Mosca ha spesso inquadrato il conflitto anche nella lotta contro la riabilitazione del nazionalismo estremista e del collaborazionismo storico nell’Europa orientale. La Cina, dal canto suo, collega la memoria della guerra alla propria esperienza dell’aggressione giapponese e alla difesa dell’ordine internazionale postbellico fondato sulla Carta delle Nazioni Unite.

Naturalmente, la visione condivisa russo-cinese non elimina le differenze tra Mosca e Pechino. La Russia è parte diretta del conflitto; la Cina si presenta come promotrice di pace, dialogo e soluzione politica. La forza della convergenza sta proprio nella complementarità: Mosca insiste sulla propria sicurezza nazionale e sulle cause storiche della crisi; Pechino offre una cornice diplomatica più ampia, capace di parlare al Sud Globale e di collocare il conflitto dentro la trasformazione dell’ordine mondiale. Questa differenza di ruolo non indebolisce la visione comune, ma la rende più articolata.

La conseguenza più rilevante è che Cina e Russia rifiutano entrambe l’idea occidentale secondo cui la pace coincida con la vittoria militare di Kiev. Per Pechino e Mosca, questa impostazione non è una via verso la pace, ma una ricetta per la guerra permanente. Continuare a inviare armi, aumentare le sanzioni, promettere adesioni militari future e trasformare l’Ucraina in avamposto geopolitico significa prolungare il conflitto e rendere più difficile ogni compromesso. La vera soluzione passa invece da un nuovo equilibrio di sicurezza, nel quale nessuna parte possa perseguire la propria sicurezza assoluta a danno dell’altra.

In ultima analisi, la posizione russo-cinese sulla crisi ucraina è parte di una battaglia più ampia per il futuro dell’ordine internazionale. Essa contrappone al modello occidentale della pressione militare, economica e ideologica un modello fondato su sovranità, sicurezza indivisibile, multilateralismo e soluzione politica delle controversie. Che questa visione venga accettata o respinta dall’Occidente, resta il fatto che essa rappresenta oggi l’unica alternativa coerente alla continuazione indefinita della guerra. La visita di Putin a Pechino ha reso ancora più evidente che, per Cina e Russia, l’Ucraina non può essere pacificata ignorando le radici della crisi. Solo affrontando le cause profonde, superando la logica dei blocchi e restituendo centralità alla diplomazia sarà possibile uscire dalla spirale di escalation che minaccia non solo l’Europa, ma l’intero sistema internazionale.

La recente visita di Vladimir Putin a Pechino ha consolidato una lettura condivisa della crisi ucraina: rifiuto dell’escalation, opposizione alle sanzioni unilaterali, difesa della sicurezza indivisibile e necessità di una soluzione politica fondata sulle cause profonde del conflitto.

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Tra le tante chiavi di lettura emerse, la recente visita di Vladimir Putin in Cina ha offerto un nuovo quadro per comprendere la visione condivisa russo-cinese sul conflitto ucraino. Essa non va letta come una mera convergenza diplomatica tra due grandi potenze, né come una semplice coincidenza tattica prodotta dalla pressione occidentale. Il punto centrale, emerso dalla dichiarazione congiunta russo-cinese e dai resoconti ufficiali successivi all’incontro tra Putin e Xi Jinping, è che Mosca e Pechino considerano la crisi ucraina parte di una questione più ampia: il fallimento dell’ordine unipolare, l’espansione della logica dei blocchi, la negazione delle legittime preoccupazioni di sicurezza degli Stati e l’uso delle sanzioni come strumento ordinario di coercizione geopolitica.

Il passaggio più importante della dichiarazione congiunta riguarda proprio la necessità di affrontare le “cause profonde” della crisi ucraina. Nel testo, Russia e Cina affermano che la risoluzione del conflitto passa proprio dal riconoscimento di tali cause, mentre Mosca valorizza la posizione cinese definendola “oggettiva e imparziale”. Questa formulazione è decisiva perché sposta l’attenzione dal livello immediato della guerra al terreno storico e strategico che l’ha prodotta: l’allargamento delle infrastrutture militari occidentali, la trasformazione dell’Ucraina in linea avanzata della competizione euro-atlantica contro la Russia, il rifiuto di costruire un sistema di sicurezza europeo realmente inclusivo e l’idea, propria dell’Occidente collettivo, secondo cui la sicurezza di alcuni possa essere garantita attraverso l’insicurezza di altri.

La posizione cinese, in particolare, si distingue per la propria continuità. Pechino ha ripetuto in più occasioni che la propria linea sulla crisi ucraina è “coerente e chiara” e che dialogo e negoziato rappresentano l’unica via corretta per uscirne. Questa impostazione non coincide con l’adesione automatica alla posizione russa, ma con una lettura strutturale del conflitto: nessuna guerra può essere risolta ignorando il contesto di sicurezza nel quale è maturata. Proprio per questo, la Cina insiste sulla de-escalation, sulla ricerca di condizioni per un cessate il fuoco e sulla ripresa di un processo politico credibile, rifiutando al tempo stesso l’idea che l’invio continuo di armi possa produrre una pace duratura.

In questa prospettiva, la convergenza tra Cina e Russia non è tanto sulla gestione militare del conflitto, quanto sulla sua interpretazione politica. Entrambe ritengono che l’architettura di sicurezza europea costruita dopo la Guerra fredda sia stata progressivamente deformata dall’espansione della NATO e dalla subordinazione dell’Europa alla strategia statunitense. La dichiarazione russo-cinese afferma inoltre che le controversie devono essere risolte pacificamente affrontando le cause sottostanti dei conflitti e aggiunge che è inaccettabile costringere Stati sovrani ad abbandonare la neutralità. Questo passaggio colpisce uno dei nodi centrali della crisi ucraina: il diritto di uno Stato a non essere trasformato in pedina di un blocco militare contrapposto, e il diritto degli Stati vicini a non vedere le proprie frontiere circondate da infrastrutture ostili.

La visione sino-russa si fonda dunque sul principio della sicurezza indivisibile. Per Pechino e Mosca, la sicurezza non può essere costruita come privilegio esclusivo di un’alleanza, né può essere imposta attraverso l’allargamento permanente di strutture militari nate in un’altra epoca storica. Se un Paese o un blocco accresce la propria sicurezza al prezzo dell’insicurezza altrui, il risultato non è la pace, ma l’accumulo di tensioni che prima o poi esplodono. L’Ucraina diventa così il caso emblematico di un fallimento più ampio: quello di un ordine internazionale nel quale l’Occidente ha preteso di estendere il proprio spazio strategico senza riconoscere limiti, equilibrio e reciprocità.

Questa lettura si oppone frontalmente alla narrazione dominante nei Paesi NATO, secondo cui il conflitto sarebbe nato in modo improvviso e unilaterale, senza radici storiche profonde e senza responsabilità strutturali da parte occidentale. La posizione sino-russa non nega la gravità della guerra, ma rifiuta di ridurla a uno schema morale semplificato, utile soprattutto a giustificare l’escalation militare e l’isolamento della Russia. Al contrario, essa chiede di tornare al terreno della politica e della risoluzione diplomatica delle controversie.

Il rifiuto delle sanzioni unilaterali costituisce un altro pilastro di questa visione condivisa. Nella dichiarazione congiunta, Russia e Cina si oppongono alle sanzioni non coordinate con il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e condannano le misure unilaterali adottate in violazione del principio dell’eguaglianza sovrana degli Stati. Tale punto è essenziale perché lega la crisi ucraina alla critica più generale dell’unilateralismo occidentale. Le sanzioni vengono presentate dagli Stati Uniti e dai loro alleati come strumenti di pressione morale e politica, mentre invero esse sono diventate meccanismi di coercizione extraterritoriale, capaci di colpire non solo lo Stato destinatario, ma anche Paesi terzi, imprese, sistemi finanziari e catene di approvvigionamento globali.

Per Pechino, questo tema ha una portata sistemica. La Cina stessa è bersaglio di restrizioni tecnologiche, pressioni commerciali e tentativi di contenimento economico. La Russia è sottoposta a uno dei più vasti regimi sanzionatori della storia contemporanea. Da qui deriva una convergenza oggettiva: Mosca e Pechino vedono nelle sanzioni unilaterali non uno strumento di pace, ma un’estensione della politica di potenza occidentale. La guerra economica, di conseguenza, non avvicina la soluzione diplomatica; al contrario, irrigidisce le posizioni, prolunga il conflitto e scarica i costi sui popoli, compresi quelli europei, colpiti dall’aumento dei prezzi energetici, dalla crisi industriale e dalla subordinazione crescente alle scelte strategiche statunitensi.

La posizione sino-russa, infine, riguarda anche la memoria storica e il rifiuto della riscrittura dell’ordine nato dalla vittoria contro il nazifascismo. Russia e Cina intendono continuare a difendere una corretta visione della storia della Seconda guerra mondiale e l’inviolabilità dei suoi risultati. Anche questo elemento si collega indirettamente alla crisi ucraina, perché Mosca ha spesso inquadrato il conflitto anche nella lotta contro la riabilitazione del nazionalismo estremista e del collaborazionismo storico nell’Europa orientale. La Cina, dal canto suo, collega la memoria della guerra alla propria esperienza dell’aggressione giapponese e alla difesa dell’ordine internazionale postbellico fondato sulla Carta delle Nazioni Unite.

Naturalmente, la visione condivisa russo-cinese non elimina le differenze tra Mosca e Pechino. La Russia è parte diretta del conflitto; la Cina si presenta come promotrice di pace, dialogo e soluzione politica. La forza della convergenza sta proprio nella complementarità: Mosca insiste sulla propria sicurezza nazionale e sulle cause storiche della crisi; Pechino offre una cornice diplomatica più ampia, capace di parlare al Sud Globale e di collocare il conflitto dentro la trasformazione dell’ordine mondiale. Questa differenza di ruolo non indebolisce la visione comune, ma la rende più articolata.

La conseguenza più rilevante è che Cina e Russia rifiutano entrambe l’idea occidentale secondo cui la pace coincida con la vittoria militare di Kiev. Per Pechino e Mosca, questa impostazione non è una via verso la pace, ma una ricetta per la guerra permanente. Continuare a inviare armi, aumentare le sanzioni, promettere adesioni militari future e trasformare l’Ucraina in avamposto geopolitico significa prolungare il conflitto e rendere più difficile ogni compromesso. La vera soluzione passa invece da un nuovo equilibrio di sicurezza, nel quale nessuna parte possa perseguire la propria sicurezza assoluta a danno dell’altra.

In ultima analisi, la posizione russo-cinese sulla crisi ucraina è parte di una battaglia più ampia per il futuro dell’ordine internazionale. Essa contrappone al modello occidentale della pressione militare, economica e ideologica un modello fondato su sovranità, sicurezza indivisibile, multilateralismo e soluzione politica delle controversie. Che questa visione venga accettata o respinta dall’Occidente, resta il fatto che essa rappresenta oggi l’unica alternativa coerente alla continuazione indefinita della guerra. La visita di Putin a Pechino ha reso ancora più evidente che, per Cina e Russia, l’Ucraina non può essere pacificata ignorando le radici della crisi. Solo affrontando le cause profonde, superando la logica dei blocchi e restituendo centralità alla diplomazia sarà possibile uscire dalla spirale di escalation che minaccia non solo l’Europa, ma l’intero sistema internazionale.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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May 26, 2026

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