Dopo l’incontro cordiale tra Xi e Trump a Pechino, sarà probabilmente la visita del Presidente cinese a Washington – prevista il prossimo settembre – a determinare la reale situazione delle relazioni geopolitiche tra Cina e Stati Uniti d’America.
D’altro canto, l’incognita sulla tenuta della tregua in Medio Oriente rimane decisiva, con Arabia Saudita e Qatar decisi finalmente a ritagliarsi un ruolo da mediatori (con il beneplacito cinese) tra le opposte spinte provenienti da U.S.A. e Iran.
Il Medio Oriente è una regione su cui Pechino fa estremo affidamento, perché da lì proviene all’incirca la metà dell’import totale cinese di petrolio nel 2025 (+2,7% rispetto al 2024). Tra i principali Paesi di provenienza degli idrocarburi ci sono proprio l’Arabia Saudita – che copre il 13,6% del totale, seconda solo alla Russia (23,4%) – e l’Iraq, stabilmente intorno al 10% negli ultimi due anni, al quarto posto tra i fornitori in quanto preceduto dalla Malaysia (11,3%). Inoltre, sebbene la Repubblica Popolare Cinese non acquisti ufficialmente petrolio dall’Iran, si stima che nel 2025 ne introducesse in media 0,84 milioni di barili al giorno, circa il 30% in meno del 2024 ma con punte che arrivano anche a 1,4 milioni, arrivando a rappresentare il 13% circa delle importazioni di greggio cinese e oltre l’80% dell’export totale iraniano di petrolio. Al fine di evitare le sanzioni statunitensi, questo greggio è acquistato però non da grandi conglomerati statali, ma da piccole raffinerie private della provincia dello Shandong e vicine, chiamate anche “teapot refineries”, che lo trasformano in gas con il benestare di Pechino.
Nel frattempo, dopo aver siglato qualche accordo simbolico, il conflitto commerciale con gli Stati Uniti sta assumendo nuovamente un ruolo importante nella programmazione governativa cinese. Le terre rare sono il simbolo della guerra tecnologica tra Cina e Stati Uniti. Con le nuove restrizioni all’export varate da Pechino, torna al centro una realtà spesso sottovalutata: nonostante gli sforzi di Washington e dei suoi alleati per ridurre le dipendenze dalla Cina, molte delle filiere più strategiche del XXI secolo continuano a passare da lì. Dai semiconduttori all’automotive, dai magneti permanenti all’intelligenza artificiale, il peso delle aziende cinesi resta difficile da aggirare.
Tra tensioni geopolitiche, timori per la sicurezza nazionale e crescente sfiducia reciproca, Stati Uniti, Unione Europea e alcuni dei loro partner asiatici stanno comunque accelerando le politiche di de-risking (disaccoppiamento). Un percorso pieno di contraddizioni e costi economici, destinato a influenzare sempre più le scelte industriali, commerciali e strategiche delle principali economie.
Il ministero del Commercio di Pechino ha dovuto imporre nuove restrizioni all’export di terre rare verso dieci aziende Usa, mettendo alla prova l’intesa raggiunta da Xi Jinping e Donald Trump nell’ottobre 2025 e rilanciata durante il loro incontro del mese scorso a Pechino. Tale mossa, infatti, arriva in risposta alla decisione del Pentagono di inserire oltre ottanta aziende cinesi – tra cui Alibaba, Baidu e BYD – nella lista delle società considerate collegate all’apparato militare cinese. Una ritorsione che interessa i settori strategici e che colpisce due campioni Usa delle terre rare, MP Materials e USA Rare Earth, nonché Oshkosh Defense e Aveox (aerospazio e difesa).
La Cina si sta perciò preparando ad una lunga battaglia per conseguire un alto livello di autosufficienza tecnologica, innanzitutto sviluppando i robot umanoidi. La recentissima direttiva congiunta varata dal Ministero dell’Industria e dell’Informatica e la SASAC (l’ente che sovrintende alle aziende di Stato), impone ai governi locali e alle compagnie di Stato di testare l’intelligenza incarnata nella manifattura, nella logistica, nella sanità e nel commercio. Il Governo di Pechino ha dato sei mesi – fino a novembre – per sperimentare applicazioni concrete degli umanoidi.
Nel settore sono stati già fatti investimenti ingenti (2,9 miliardi di dollari nel primo trimestre 2026), sia da parte di fondi governativi che delle big tech, ma le capacità “produttive” degli antropomorfi sono ancora da dimostrare. Per questo ora Pechino spinge autorità locali e imprese a trovare, entro la fine dell’anno, 100 applicazioni reali, che permettano l’impiego nel 2026 di 10.000 umanoidi. Per accelerarne la diffusione, i regolatori cinesi stanno promuovendo il modello “robot umanoide come servizio”, che permette alle imprese di utilizzare forza lavoro robotica pagando in base ai risultati ottenuti o attraverso contratti di leasing operativo. Mentre per sostenere i modelli di intelligenza artificiale che alimentano queste macchine, il Governo sta promuovendo la creazione di dataset open source e di grandi centri per la raccolta di dati su larga scala. La direttiva governativa emanata il 9 giugno scorso impone anche l’adozione di un sistema unificato di identificazione dei robot, per monitorarne il ciclo di vita dei componenti hardware e assicurare un’interazione sicura tra operatori umani e sistemi robotici.
Il cambiamento in atto riguarda anche l’università.
In un’intervista all’agenzia di stampa Xinhua, il ministro dell’Istruzione, Huai Jinpeng, ha spiegato che la Cina punta a istituire un meccanismo coordinato di formazione dei talenti, in grado di allineare l’innovazione scientifica e tecnologica, lo sviluppo industriale e le esigenze strategiche nazionali. La Cina ha tagliato 12.000 corsi di laurea, principalmente in materie umanistiche, per favorire quelli sull’intelligenza artificiale, implementando corsi su economia e gestione delle attività aeree a bassa quota, intelligenza marina, tecnologie senza equipaggio …
Nonostante un calo dei consumi che potrebbe presto essere compensato dalla riforma dell’hukou – la quale assicurerà a centinaia di milioni di persone prima escluse di accedere ai servizi sociali – la disoccupazione giovanile è lievemente calata, l’indice che combina beni e servizi è cresciuto nel 2026 del 2,8%, mentre la produzione industriale ha segnato un +4.5%[1].
La programmazione cinese è perfettamente comprensibile alla luce non solo dell’atteggiamento ondivago di Washington ma anche rispetto all’aggressività commerciale sempre più evidente di Bruxelles. La legislazione europea è ancora più restrittiva rispetto agli scorsi anni, a partire dalla “Regolazione dei sussidi stranieri”, mentre la U.E. accusa la Cina di sovrapproduzione (come se le aziende europee presenti in Cina non contribuissero a tale surplus) e le sue imprese di concorrenza scorretta per gli aiuti statali.
In realtà, un recente studio dimostra che l’industria dei veicoli elettrici in Cina ha avuto un grande successo grazie al ruolo cruciale giocato dalle imprese private e dalle autorità locali e non per merito dei sussidi statali; anzi, tali soggetti hanno spesso aggirato le rigide normative centrali dando vita a joint ventures tra di essi e proprio questo fattore è alla base del loro incredibile sviluppo[2].
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[1] In base alle nuove disposizioni, tutti i lavoratori possono ora iscriversi ai programmi di previdenza sociale nelle città in cui sono impiegati, indipendentemente dal luogo di registrazione ufficiale (hukou): istruzione, alloggi pubblici in affitto, assicurazione sanitaria di base, e varie forme di assistenza sociale verranno estesi a tutta la popolazione residente. Parliamo di oltre 357 milioni di persone (statistiche governative di fine 2025) che, dopo aver vissuto nell’“ombra”, potranno finalmente accedere al sistema previdenziale nazionale ed entrare nel circuito del consumo.
[2] Fengming Lu and Xiao Ma, The Rise of China’s Electric Vehicle Industry: Strategic Alliances Between Local, The University of Chicago Press, 2026.


