Come il recente summit Nato in Turchia segna una radicalizzazione del confronto tra occidente e la sua periferia orientale, inasprendo un confronto che va dal Baltico fino al medio oriente.
Non possono che definirsi nebulosi le prospettive di una risoluzione della crisi politico/militare che sconvolge lo scacchiere est europeo da anni e quello mediorientale da mesi: il recentissimo summit dell’Alleanza atlantica tenutosi ad Ankara – nel dirimere una serie di questioni di fondo – segna senza dubbio un passo indietro, in senso generale, andando ad interferire col graduale processo di attenuazione delle ostilità in queste aree. In linea di principio il maggiore punto, forse il senso stesso del summit, ha riguardato il concetto di “transizione” in merito al ruolo dei tradizionali alleati di Washington: in pratica ne emerge un impegno da parte dei governi europei e del Canada a rifondare le proprie capacità militari in modo tale da colmare la lacuna che verrà gradualmente a crearsi, visto il progressivo disimpegno degli USA dalle linee di confine della Nato. Quest’ultima da ora si assume il compito e l’onere di evolversi, trasformarsi da un meccanismo principalemente animato da oltreoceano ad una vera alleanza militare, nella quale il peso materiale europeo prevale rispetto a quello del Pentagono. Per riformulare in altri termini l’Alleanza atlantica dovrebbe, idealmente, cessare di essere un mero prolungamento statunitense sul continente per diventare un’entità militare la cui vera essenza è europea: una Nato quindi sostanzialmente europeizzata, un’entità militare viva e reattiva a prescindere dall’aiuto esterno che la potenza a stelle e strisce può fornire. In fondo questa, la visione ideale di Washington da quasi 20 anni (molto prima dell’avvento di Donald Trump): un vecchio continente abbastanza indipendente da non gravare economicamente sul bilancio americano, anche se non così tanto da smarcarsi dal sostanziale monopolio decisionale della Casa bianca (in questo senso il fatto che a partire dal 2025 ogni aiuto militare statunitense all’Ucraina passi traverso l’Europa, dalla quale è integralmente pagato, è illuminante). Un funambolismo ancor più che visione ideale, un equilibrio facile da teorizzare quanto difficile da realizzare, perlomeno senza un acritico consenso degli stati satellite che compongono l’ensemble atlantico. Da questo punto di vista gli obiettivi di fondo dell’amministrazione statunitense sono certamente stati facilitati dal silenzio degli alleati europei al meeting, intimiditi dal temperamento umorale del leader statunitense e pertanto impegnati ad evitare un confronto diretto. Tale eventualità era di fatto il principale timore dei leader europei, considerate le crescenti lamentele di D. Trump in merito alla mancanza di supporto da parte del vecchio continente nelle iniziative militari americane nel mondo (nella fattispecie il caso dell’Iran nella prima metà dell’anno in corso, fatto per il quale ha severamente “castigato” tanto la Spagna quanto l’Italia). Evitare tensioni lesive per la tenuta dell’alleanza è stata la proccupazione primaria di Bruxelles, al punto di pensare che l’Alleanza atlantica è più desiderata dalla politica europea (ormai assuefatta alla protezione di Washington sin dalla fine del secondo conflitto mondiale), che non quella statunitense: questo semplice fatto, di per sè, spiega molto e può considerarsi in assoluto la maggiore vittoria della potenza americana. In concreto, i dati ufficiali comunicati dall’Alleanza mostrano come nel 2025 la spesa militare collettiva è aumentata el 19% (circa 570 miliardi di dollari) rispetto all’anno precedente, il che significa che se si procede con questo ritmo, si arriverebbe ad una spesa che consente di fare a meno dell’intervento diretto USA, sostituendo molte delle sue unità sul continente: quasi il 90% delle unità di aviazione statunitensi ricollocate in altri settori giudicati strategicamente rilevanti dal Pentagono, così come 50 miliardi di dollari investiti in progetti di modernizzazione delle forze adibite al controllo aereo.
A parte tutto questo, certamente il nuovo sistema ideato dal D. Trump – secondo cui gli aiuti militari a Kiev non sono venduti direttamente all’Ucraina (nella consapevolezza che non sarebbero mai pagati) bensì all’UE che quindi si assume l’onere del pagamento – è de facto la più efficace attuazione del nuovo principio dell’amministrazione statunitense. L’impegno da parte dei membri europei della Nato a una fornitura biennale a Kiev per un totale di 140 miliardi di euro (sotto forma di equipaggiamento di base, addestramento, attrezzature avanzate) se pure non rappresenta tutto l’aiuto economico occidentale all’Ucraina, ne rappresenta di certo la parte sostanziale: in breve – volenti o nolenti – gli alleati europei si sono addossati l’obbligo e la responsabilità del sostegno alla causa di Kiev e, in ultima analisi, della guerra per procura che USA e Gb hanno voluto contro Mosca, a prescindere dai piani di altre amministrazioni UE. Seguono le consuete richieste del leader ucraino in tema di difesa aerea (la fornitura di Patriot, che stando alle previsioni non sarà abbastanza consistente e rapida da fare alcuna differenza), ma si tratta in fondo di dettagli nel quadro complessivo; il punto è che il summit di Ankara lascia aperte più questioni di quante non ne chiuda: se da un lato era chiaro che un meeting dell’Alleanza atlantica non fosse finalizzato ad iniziative di pace nel mondo (si è trattato dell’incontro di un’organizzazione militare sovranazionale il cui scopo era di coordinarsi e prendere decisioni tecniche) è altrettanto chiaro tuttavia che la ricaduta su un piano geopolitico è quantomai ambigua. Al di là della transizione del continente europeo da semplice base di supporto delle forze americane a forza propria – sollevando Washington di molti oneri – si rileva una seconda transizione, ovvero quella dallo “spirito di Anchorage” a quello di Ankara per l’appunto: se l’estate del 2025 sembrava l’alba di qualcosa di nuovo nel pluriennale confronto tra Mosca e l’asse euro-americano, quella del 2026 sembra invece mettere ufficialmente la parola fine a tale atmosfera (del resto già affievolitasi nell’immobilismo che ha caratterizzato l’anno in corso, tra un continuo riemergere della “nebbia di guerra” e l’ostinazione silenziosa di parte ucraina), spalancando le porte all’incertezza che si somma alla stanchezza e al grado di stress cumulato da 4 anni di conflitto.
Il presidente americano non si è esposto eccessivamente sul caso russo/ucraino, così come non ha nemmeno espresso alcunchè che possa far sperare in un suo impegno per arrivare alla fine del tunnel: in fin dei conti questo fa parte del suo stile sin dagli esordi, vale a dire essere ago della bilancia nella crisi, senza esporsi eccessivamente (evitando quindi contraccolpi di popolarità e divisioni nella classe politica americana). La verità che prende forma dopo oltre un anno dal suo insediamento allo studio ovale è che il “fenomeno Trump” – per quanto innovativo ed imprevedibile rispetto allo standard – ha i suoi limiti: l’attuale leader statunitense a scanso delle sue stesse opioni personali, si muove all’interno di uno schema, di un sistema di equilibri che va oltre la stessa figura presidenziale (in parole altre nemmeno il capo di stato eletto può modificare radicalmente una politica plurigenerazionale imperniata sul conflitto contro Mosca). Come se non bastasse il ritorno all’ambiguità per quanto concerne l’Europa orientale, si aggiunge con tutto il suo peso l’escalation in corso nel medio oriente: a 5 mesi dall’inizio di un conflitto non dichiarato per denuclearizzare l’Iran, non soltanto la diplomazia è ad un punto morto, ma a tutti gli effetti sembra si stia andando verso un conflitto convenzionale totale tra Washington e Teheran. Un conflitto nel quale l’attuale amministrazione alla Casa bianca cerca di coinvolgere anche l’Europa (per l’appunto gli attacchi ai membri dell’alleanza meno supportivi delle iniziative militari americane): quest’ultima evenienza porterebbe di fatto Bruxelles sulla linea di fuoco tanto in Ucraina quanto in Iran, allungando di molto la faglia di divisione tra occidente e quella parte di mondo che non vuole retrocedere ad esso. Si profila sempre più, in altre parole, un “limes” (antico confine romano oltre il quale non esisteva la civiltà) spropositato per estensione, che partendo dal confine russo-finlandese va a sprofondare sin nel Golfo Persico: la drammatica conclusione razionale in merito al summit di Ankara e le linee guida che ne sono emerse nei confronti di Mosca e Teheran, è che abbia costituito un altro passo verso la tanto paventata “fusione dei fronti” (tra Europa e medio oriente) e di conseguenza contribuito ad un colossale meccanismo di contrapposizione violenta tra occidente ed oriente. Una situazione che certamente può ancora cambiare, ma che al momento attuale non permette di presagire nulla di positivo.


