Resta comunque il fatto che una parte significativa dei Paesi del Golfo Persico sembra iniziare a diversificare la propria dipendenza esclusiva dalle garanzie di sicurezza offerte dagli Stati Uniti, cercando nuove forme di protezione non americane. Il Pakistan si trova ora nella posizione di decidere fino a che punto sia disposto a spingersi, senza compromettere le relazioni faticosamente costruite con il vicino Iran, relazioni incoraggiate e sostenute dalla Cina.
All’inizio di questa settimana, il ministro dell’Interno iraniano Eskandar Momeni è arrivato a Islamabad alla guida di un’importante delegazione. Entro martedì aveva già incontrato il primo ministro Shehbaz Sharif, il feldmaresciallo Asim Munir e il suo omologo pakistano, Mohsin Naqvi.
Non si è trattato affatto di una normale visita bilaterale tra due Paesi confinanti incentrata sulla sicurezza delle frontiere. L’elemento più significativo è stato la presenza del presidente della National Iranian Oil Company (NIOC): ciò significa che l’energia – in particolare la possibile costruzione, finalmente, del gasdotto Iran-Pakistan (IP) – insieme alle sanzioni e al commercio transfrontaliero, è stata al centro dell’agenda.
Ma veniamo all’aspetto decisivo. Momeni avrebbe portato un messaggio speciale della leadership iraniana riguardante la guerra. Le autorità pakistane hanno sottolineato pubblicamente che la delegazione iraniana era giunta con delle «buone notizie».
La domanda è: in che modo queste «buone notizie» sono state presentate?
Prima che Momeni atterrasse a Islamabad, la leadership pakistana – sia civile sia militare – era stata informata che il ministro stava portando personalmente una lettera della Guida, Mojtaba Khamenei.
Tuttavia, una volta arrivato, Momeni avrebbe spiegato ai pakistani di non avere con sé alcuna lettera vera e propria, ma di essere latore di un messaggio di Mojtaba destinato alla leadership pakistana, pienamente sostenuto dal presidente Pezeshkian e dal ministro degli Esteri Araghchi.
Il messaggio affrontava numerose questioni fondamentali delle relazioni tra Iran e Pakistan, oltre al ruolo di mediazione svolto da Islamabad tra Teheran e l’amministrazione Trump.
Secondo il contenuto del messaggio, l’Iran sarebbe disposto ad accettare una pausa di dieci giorni nell’attuale escalation. Tuttavia, affinché ciò avvenga, Trump dovrebbe iniziare immediatamente ad attuare, nel momento stesso in cui l’Iran accettasse la tregua di dieci giorni, tutti gli aspetti (corsivo dell’autore) del Memorandum d’Intesa (MoU) articolato in quattordici punti.
In altre parole: nessun nuovo negoziato. Questa, peraltro, coincide anche con la posizione cinese. L’unica cosa che conta è tornare al Memorandum d’Intesa originario e rispettarne integralmente gli impegni.
Com’era prevedibile, Trump avrebbe respinto quanto contenuto nel messaggio e l’Iran sarebbe stato informato dal Pakistan del rifiuto del presidente americano di imboccare quella che rappresentava l’unica via d’uscita dalla crisi ancora disponibile. E ciò, secondo i mediatori, dopo che il «narcisista megalomane» aveva tempestato Asim Munir di telefonate quotidiane chiedendogli di ottenere proprio quella soluzione.
C’era davvero un messaggio? E come è stato trasmesso?
Qui emergono però alcuni elementi complicanti. Fonti di alto livello a Teheran insistono su tre punti:
La Guida Mojtaba Khamenei non avrebbe inviato alcun messaggio al Pakistan e non sarebbe in contatto con nessuno nel Paese, incluso Asim Munir.
Se avesse davvero inviato un messaggio, non lo avrebbe fatto tramite un ministro. Normalmente tali comunicazioni passano attraverso il presidente (Pezeshkian), il presidente del Parlamento (Ghalibaf) oppure il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale (Zolghadr), come avvenuto in precedenza con Cina e Russia.
Le informazioni riguardanti una pausa di dieci giorni, seguita da altri sessanta o novanta giorni, sarebbero false e irrealistiche. L’Iran non intende negoziare su questo tema.
È un dato di fatto che a Teheran operino numerosi centri di potere, spesso in competizione tra loro. Divergenze procedurali possono quindi verificarsi continuamente, così come differenze su ciò che debba essere reso pubblico. D’altra parte, i pakistani non avrebbero alcun interesse a inventare simili informazioni, sapendo che verrebbero immediatamente smentite dagli iraniani.
Bisogna allora guardare ai fatti. Il presidente Pezeshkian ha dichiarato pubblicamente, in diverse occasioni, che Mojtaba rappresenta l’autorità finale in Iran; che le decisioni più importanti vengono assunte sotto la sua guida; e che la leadership desidera porre fine all’attuale e pericolosa situazione di «né guerra né pace».
È quindi plausibile ritenere che il messaggio provenisse dal massimo livello dello Stato iraniano e fosse autorizzato e approvato da Mojtaba, pur dovendo rimanere riservato. Il fatto che Trump lo abbia respinto rende questa ipotesi ancora più credibile.
Ancora una volta: mentre l’Iran cerca di guadagnare tempo, la leadership è perfettamente consapevole che anche il tempo a disposizione di Trump sta per esaurirsi. A Teheran prevale il consenso secondo cui il Paese può continuare a sopportare enormi pressioni economiche e militari, aumentando al contempo il costo complessivo della guerra grazie al controllo dello Stretto di Hormuz e, ora, attraverso un ulteriore fattore: il blocco navale yemenita nei confronti dell’Arabia Saudita nel Mar Rosso.
Il calcolo strategico di Teheran è estremamente chiaro. Con l’escalation ancora in corso, la pressione politico-economica si sta già diffondendo rapidamente in tutta l’Asia occidentale, lungo le rotte marittime e sui mercati energetici mondiali.
Di conseguenza, il messaggio dell’Iran a Trump, trasmesso indirettamente attraverso il Pakistan, rimane invariato: applicare integralmente il Memorandum d’Intesa originario in quattordici punti, senza riaprire alcuna trattativa; oppure prepararsi a una guerra prolungata e a continue interruzioni del traffico energetico e marittimo, con conseguenze devastanti.
Il modo in cui il messaggio sia stato recapitato a Trump tramite Islamabad non rappresenta il punto centrale. L’aspetto più raffinato dell’operazione diplomatica è che i colloqui sul commercio, sul gasdotto e sulle questioni di frontiera sarebbero serviti da copertura per trasmettere le condizioni poste da Teheran per porre fine alla guerra.
Il punto fondamentale resta quindi immutato: per Teheran – così come per Pechino – il Memorandum d’Intesa costituisce l’accordo definitivo. Washington deve semplicemente attuarlo, perché non vi sarà un nuovo ciclo negoziale.
Le conseguenze del pieno vantaggio strategico iraniano
La crisi tra Arabia Saudita e Yemen rimane ancora sospesa. I mediatori pakistani sostengono con convinzione che Islamabad abbia consigliato a Riad di non intervenire, poiché l’ultima cosa di cui il regno avrebbe bisogno in questo momento sarebbe essere costretto a entrare nel conflitto come parte belligerante anziché come mediatore.
Non esisterebbe alcun «ordine» che Sana’a starebbe aspettando per estendere ulteriormente le proprie operazioni nello stretto di Bab el-Mandeb. Secondo l’autore, si tratterebbe di una narrazione diffusa dalle agenzie di stampa occidentali. Ansarallah avrebbe semplicemente risposto al blocco saudita imposto allo Yemen da oltre undici anni. Il principio seguito sarebbe quello di «un assedio in risposta a un assedio». Tale blocco riguarderebbe esclusivamente l’Arabia Saudita. Bab el-Mandeb verrebbe invece completamente chiuso al traffico internazionale soltanto nel caso in cui gli Stati Uniti colpissero la rete elettrica e le infrastrutture energetiche dell’Iran.
In altre parole, Bab el-Mandeb non è chiuso. È semplicemente pronto a esserlo.
La realtà strategica più ampia, secondo l’autore, è incontestabile: l’Iran dispone ora di una leva decisiva su due dei più importanti punti di transito energetico del pianeta.
Nel frattempo, sempre secondo questa ricostruzione, Teheran starebbe progressivamente rendendo inefficace la presenza militare statunitense nell’area del Golfo Persico, distruggendo batterie Patriot, installazioni radar, stazioni di rifornimento e altre infrastrutture militari distribuite tra Kuwait, Bahrein, Giordania, Qatar e Oman.
Il Kuwait starebbe cercando con urgenza di concludere un accordo di difesa con il Pakistan, modellato su quello già esistente con l’Arabia Saudita. L’intesa potrebbe prevedere l’impiego di truppe pakistane, velivoli, droni e sistemi di difesa aerea in cambio di forniture energetiche e, naturalmente, di consistenti risorse finanziarie. Anche l’Arabia Saudita incoraggerebbe il Kuwait a perseguire questa strada.
Sarebbero inoltre in corso discussioni serie riguardo alla creazione di un più ampio quadro di difesa reciproca tra Turchia, Pakistan e Arabia Saudita. Convincere Teheran che tale iniziativa non rappresenti un nuovo progetto anti-iraniano sarà tuttavia un’impresa estremamente difficile.
Resta comunque il fatto che una parte significativa dei Paesi del Golfo Persico sembra iniziare a diversificare la propria dipendenza esclusiva dalle garanzie di sicurezza offerte dagli Stati Uniti, cercando nuove forme di protezione non americane. Il Pakistan si trova ora nella posizione di decidere fino a che punto sia disposto a spingersi, senza compromettere le relazioni faticosamente costruite con il vicino Iran, relazioni incoraggiate e sostenute dalla Cina.


