Gli Stati Uniti hanno fondamentalmente compreso che la capitolazione di Teheran potrebbe avvenire solo con un rischiosissimo intervento via terra, tuttavia se tale opzione dovesse fallire per Washington si tratterebbe di una sconfitta strategica e la sua influenza in Medio Oriente svanirebbe in brevissimo tempo.
Trump avrebbe un disperato bisogno elettorale di uscire da questo conflitto ma non può farlo senza conseguire un successo almeno simbolico, ad esempio sulla questione dell’arricchimento dell’uranio, fermo restando che la riapertura dello Stretto di Hormuz non farebbe che riportare alla situazione antecedente all’aggressione all’Iran da parte della “Coalizione Epstein”. Una rapida mediazione russo-cinese potrebbe sbloccare la situazione in senso positivo per tutti: l’Iran potrebbe comunque rivendicare il salvataggio della Repubblica Islamica dal tentativo di regime change annunciato il primo giorno dell’attacco da Netanyhau, costringendo gli Stati Uniti ad un accordo sul nucleare molto simile a quello concordato ai tempi di Obama.
Secondo un accurato rapporto dell’intelligence statunitense, la situazione militare non volge a favore degli aggressori: circa il 50% dei 470 lanciatori di missili balistici iraniani rimangono intatti, la flotta di motovedette d’attacco rapido conserva più della metà della propria dotazione iniziale, i bunker missilistici vengono dissotterrati e riattivati entro poche ore dai bombardamenti, la Forza Aerospaziale delle Guardie Rivoluzionarie ha superato i tassi di produzione pre-bellici; solo la Marina convenzionale ha subito seri danni ma non è certo lo strumento più idoneo alla chiusura di Hormuz. Al contrario, delle migliaia di imbarcazioni militari piccole, veloce e letali, difficilmente intercettabili dai satelliti di sorveglianza, solo 155 risulterebbero danneggiate; il loro potenziale rimane perciò intatto, al pari dei missili da crociera costieri rimasti nascosti nei bunker.
Se è vero che Stati Uniti e Israele hanno apportato seri danni alla struttura di comando e controllo iraniano decapitandone i vertici con uccisioni mirate, l’effetto operativo è risultato inferiore alle aspettative grazie alla capacità di Teheran di disperdere in tante piccole unità – dislocate in maniera capillare sul territorio – la propria capacità di risposta asimmetrica. In particolare, l’Iran ha dimostrato di riuscire a ridurre del 70% il traffico nello Stretto di Hormuz e di mantenere tale capacità costante nel tempo.
Da qui, il cambio di prospettiva degli Stati Uniti che prima di vedersi umiliati e chiedere soccorso a Mosca e Pechino per uscire dalla crisi stanno giocando tutte le proprie carte, prima con il contro-blocco navale poi favorendo l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Opec+: una pressione economico-militare con obiettivi geopolitici regionali e globali.
I media occidentali stanno evidenziando l’effetto immediato (temporaneo) di discesa dei prezzi del petrolio e affermano che si tratta di una politica statunitense volta a gestire i danni causati dalla guerra degli Stati Uniti contro l’Iran. Questo è vero fino a un certo punto: gli USA stanno causando e gestendo deliberatamente le conseguenze del conflitto perchè si trovano nel bel mezzo del processo graduale e controllato di disaccoppiamento dell’Asia dalle esportazioni energetiche del Medio Oriente, utilizzando lo stesso metodo che avevano sperimentato per disaccoppiare l’Europa dall’energia russa, economica, abbondante e affidabile. Il processo di isolamento dell’Europa dalla Russia ha richiesto anni (ed è ancora in corso) e anche l’attuale processo di smantellamento controllato delle esportazioni energetiche dal Medio Oriente verso l’Asia richiederà tempo, lo stesso che serve agli Stati Uniti per avviare o iniziare la costruzione di progetti di esportazione di GNL negli Stati Uniti (Alaska, Texas, ecc.), progetti che fino ad ora non avevano alcun senso economico.
E pazienza se nel frattempo Trump perderà le elezioni al Congresso a causa degli alti prezzi del carburante, in fondo si tratta dell’ennesima pedina sacrificabile.
Ecco perché potrebbero esserci delle pause temporanee nella guerra degli Stati Uniti contro l’Iran, ma non ci sarà mai un termine, almeno finché questo processo non sarà completato. D’altronde, rovesciare i sistemi politici di Russia e Iran rimangono obiettivi strategici degli Stati Uniti a prescindere e difficilmente la loro “demolizione controllata” verrà arrestata fino al suo completamento.
Se si rilegge il rapporto del 2019 della RAND Corporation “Extending Russia”, nelle sezioni “Misure economiche” e “Misure geopolitiche” si scopre che sostanzialmente gli Stati Uniti avevano bisogno di espandere le esportazioni americane di GNL verso l’Europa, che le sole sanzioni non sarebbero state sufficienti a rendere l’operazione redditizia in tempo di pace e che un’altra opzione sarebbe stata quella di provocare una guerra con la Russia in Ucraina fornendo a Kiev “aiuti letali”.
Gli Stati Uniti stanno ora ripetendo l’intera operazione, questa volta puntando al Medio Oriente e all’Asia, con obiettivo la Cina.
Durante una recente audizione al Senato degli Stati Uniti riguardante l’Indo-Pacifico, un senatore dell’Alaska si è mostrato entusiasta delle vie navigabili contese (come l’Hormuz) perché gli Stati Uniti potrebbero monopolizzare le esportazioni di GNL verso l’Asia, così come già fanno con l’Europa. La senatrice Elissa Slotkin del Michigan ha mentito affermando che le automobili cinesi rappresentano un rischio per la sicurezza, al fine di chiederne il divieto totale negli Stati Uniti. Infatti, in Michigan hanno sede i monopoli automobilistici statunitensi e il senatore statunitense rappresenta i loro interessi, non quelli dei cittadini che vivono lì.
L’aggressione della “Coalizione Epstein” all’Iran può essere letta come lo sviluppo di una linea di continuità geopolitica che, almeno dagli anni di George W. Bush, attraversa la politica estera degli Stati Uniti. L’obiettivo è contenere l’ascesa della Cina, rallentarne lo sviluppo e preservare un ordine internazionale centrato sulla potenza nordamericana. Il controllo delle risorse energetiche del Medio Oriente ne rappresenta un tassello fondamentale. Questo disegno si intreccia certo con le ambizioni territoriali-espansionistiche di Israele, ma il baricentro decisionale resta in una fazione dominante della classe dirigente Usa, trasversale agli schieramenti politici. Israele opera all’interno di questo quadro come un alleato strategico, sostenuto da un flusso continuo di risorse militari ed economiche, esattamente come l’Ucraina.
Nella “Strategia di Sicurezza Nazionale” USA del 2025 che definisce i principali obiettivi del Paese si legge: “Ripristinare il dominio energetico degli Usa e riportare in patria le componenti energetiche chiave necessarie è una priorità strategica di primo piano … L’espansione delle nostre esportazioni nette di energia rafforzerà inoltre i rapporti con gli alleati, limitando al contempo l’influenza degli avversari”.
Il nodo centrale riguarda il controllo delle principali rotte commerciali globali — come i canali di Panama e Suez, gli stretti di Hormuz e Malacca e la rotta artica — nonché l’accesso alle risorse energetiche, fattori che incidono direttamente sulla capacità di sviluppo e sul commercio internazionale, in particolare dell’avversario strategico degli USA: la Cina. L’Iran occupa una posizione geopolitica di cerniera eurasiatica: collega Asia Centrale, Caucaso, Golfo Persico, Anatolia, Subcontinente Indiano e accessi potenziali al Mediterraneo. In un quadro puramente commerciale, questa posizione genera valore logistico, Teheran offre a Pechino accesso terrestre verso il Medio Oriente e potenzialmente verso la Turchia; viceversa, la Cina garantisce all’Iran domanda, capitale, tecnologia, sbocchi commerciali e profondità di azione contro l’isolamento. Da qui il significato politico della ferrovia che collega Iran e Cina attraverso i Paesi dell’Asia centrale; pur con i limiti di trasporto connessi rispetti alla rotta navale, si tratta di un modo di guadagnare tempo e sopravvivere sfuggendo alla logica sanzionatoria.
D’altra parte, anche gli USA si stanno orientando verso una lunga guerra di logoramento. Secondo un rapporto del CFR pubblicato sulla rivista Foreign Affairs, constatata l’inefficacia dei bombardamenti, Washington ha abbandonato temporaneamente l’idea di un regime change in Iran ed è alla ricerca di interlocutori “pragmatici” all’interno della compagine politica della Repubblica Islamica. L’uccisione di Khamenei ha in pratica eliminato l’unico contrappeso reale all’influenza dei Pasdaran; il timore degli Stati Uniti è lo scivolamento dell’Iran verso uno Stato autoritario controllato dai militari, con una figura teocratica a capo e una prospettiva fortemente antimperialista, ancora più vicino dal punto di vista geopolitico a Cina e Russia.
Se il potere dei Pasdaran continuasse a rafforzarsi, scrivono gli analisti USA, l’antagonismo con la “Coalizione Epstein” rimarrebbe perenne e non ci sarebbe alcuna possibilità di trasformare il Paese dall’interno. I pragmatici, a differenza dei falchi, in Iran possiedono scarso potere militare e hanno perso la fiducia del popolo per aver appoggiato recentemente la repressione dei rivoltosi (vedasi Pezeskhian). Allo stesso tempo, anche Mosca e Pechino (secondo la rivista edita dal CFR) non vogliono che l’Iran si trasformi in un egemone regionale e devono bilanciare il loro rapporto tra Teheran e i Paesi arabi, perciò potrebbero collaborare con Washington nell’individuazione di una leadership “moderata” che salvaguardi il sistema ma allo stesso tempo sia disponibile a fare concessioni in cambio dell’allentamento delle sanzioni. Una soluzione di tipo venezuelano, alla luce dell’impossibilità temporanea di sostituire la Repubblica Islamica con un regime filo-occidentale.
Aldilà degli storici “riformisti” come Rohani e Khatami, Foreign Affairs ritiene che possa emergere una nuova figura politica espressione dei comuni cittadini, dei piccoli commercianti e dei bazar che controllano l’economia tradizionale e i principali centri urbani, rappresentativa anche dei rappresentanti sindacali e delle corporazioni che esercitano una certa influenza sul settore energetico e dei trasporti. Un leader indipendente, magari appoggiato da esponenti interni al sistema come il Presidente del Parlamento Qalibaf, potrebbe allora presentare un piano alternativo volto ad allentare le tensioni sociali ed economiche; tale soluzione dovrebbe essere sostenuta dagli Stati Uniti perché questo è il momento giusto per il cambiamento.


