Dal punto di vista diplomatico, la posizione della Cina durante l’attuale crisi mediorientale è rimasta coerente con la sua postura geopolitica tradizionale: diplomazia invece del conflitto, sostegno alla sovranità, all’integrità territoriale e alla dignità dell’Iran nel rispetto del diritto internazionale, appoggio alla mediazione del Pakistan
Dal punto di vista diplomatico, la posizione della Cina durante l’attuale crisi mediorientale è rimasta coerente con la sua postura geopolitica tradizionale: diplomazia invece del conflitto, sostegno alla sovranità, all’integrità territoriale e alla dignità dell’Iran nel rispetto del diritto internazionale, appoggio alla mediazione del Pakistan. Tutto ciò le ha garantito un forte successo di immagine e come dimostra un sondaggio Sky-Gallup rivelato nelle scorse settimane, Pechino ha superato Washington in termini di soft power globale, in virtù della maggiore stabilità economica e della capacità di diffusione di brand e prodotti tecnologici; lo stesso Francis Fukuyama ha dovuto ammettere che gli USA oggi “non sono più un modello di successo”.
In una seconda fase, a causa dell’aggressività statunitense, la Cina ha risposto al blocco di Hormuz prima scortando le proprie navi commerciali poi attivando delle contro-sanzioni per contrastare quelle emanate da Washington nei confronti delle aziende cinesi che commerciano con l’Iran. Se da una parte gli Stati Uniti hanno inserito cinque imprese petrolchimiche cinesi nella lista dei soggetti designati speciali e imposto il congelamento dei beni e il divieto di transazioni a tutti coloro che continueranno a rapportarsi con esse, dall’altra la Repubblica Popolare ha applicato una serie di norme (Legge contro le sanzioni straniere, Norme per contrastare misure illegittime di giurisdizione extraterritoriale degli Stati esteri e Norme di blocco del 2021) che metterebbero in seria difficoltà le grandi compagnie di navigazione occidentali se volessero accedere agli strategici porti cinesi dopo aver rispettato il diktat trumpiano.
Pechino era ben preparata a questa crisi; conscia dell’inevitabilità di uno scontro, ha rifornito l’Iran di mezzi e strumenti tecnologico-militari prima dell’aggressione da parte della Coalizione Epstein, perchè sapeva che la strategia complessiva degli USA era rivolta contro l’ascesa economica cinese. La Cina ha quindi accumulato grandi scorte energetiche in precedenza e ha intensificato le sue importazioni dalla Russia e dal Turkmenistan.
Ciò ha finora impedito che Pechino pagasse uno scotto troppo alto al blocco dello Stretto di Hormuz, al contrario degli altri Paesi asiatici ed europei. Ma tale preveggenza non significa che alla lunga anche la Cina non debba soffrirne; l’Iran rimane un partner importante per le sue forniture energetiche e se continuerà il calo della crescita in Asia e in Europa la stessa economia di Pechino finirà per esserne danneggiata.
Xi Jinping sta allora preparando il Paese ad una seria sfida geopolitica competitiva con gli USA, rafforzando le catene di produzione interne, spingendo sullo sviluppo di energie rinnovabili ed auto elettriche, ed incentivando il processo di autosufficienza tecnologica. In attesa del vertice previsto con Trump a Pechino a metà maggio, la Cina ha bloccato l’acquisto da parte di META della start up cinese di I.A. “Manus”. I proxies USA, al contrario, stanno cercando di implementare delle joint ventures per sopperire alla loro carenza di “minerali critici” ed evitarne la dipendenza da Pechino.
L’Asia centrale, inoltre, si sta trasformando in un’arena di competizione globale tra le diverse potenze: USA, Cina, Russia, UE e Turchia cercano di stringere accordi sempre più favorevoli per accaparrarsi le risorse del Kazakistan in particolare, fermo restando che tutta la regione rimane strategica grazie ai suoi corridoi economici sia per la connettività dell’Occidente che per la B.R.I. cinese. L’opportunismo declinato come multivettorialismo dalle varie dirigenze politiche centroasiatiche cerca di generare guadagni locali, mettendo tutti i partner in competizione gli uni contro gli altri e ricreando un’atmosfera da Grande Gioco ottocentesca.
Naturalmente, visto tutto quello che è successo negli ultimi 15-20 anni, il rapporto geopolitico russo-cinese è andato crescendo; il fatto che Pechino abbia salvato Mosca almeno due volte, nel 2014 e nel 2022, soccorrendola economicamente e finanziariamente di fronte all’assalto delle sanzioni occidentali, ha contribuito a far sì che esso venisse definito dai due Capi di Stato “amicizia senza limiti”. Tale intesa vive di alti e bassi, dovuti alle difficoltà storiche e confinarie – si pensi alla questione siberiana – e alla necessità di conciliare esigenze non sempre coincidenti: se la Russia vuole mantenere in attivo la propria bilancia commerciale, la Cina cerca di ottenere risorse energetiche a basso costo, con non celata insoddisfazione degli oligarchi di Mosca.
L’avvento dell’Amministrazione Trump è dovuto proprio alla necessità di diminuire il livello di queste relazioni, ma finora non ne ha scosso le fondamenta; tuttavia, solleticando l’ala filo-occidentale della Russia con la promessa di futuri progetti economici congiunti, Washington ha diminuito l’ostilità politica del Cremlino all’imperialismo e ha ottenuto una maggiore libertà di azione sugli altri fronti aperti con i Paesi BRICS.
Mosca e Pechino condividono l’idea di mantenere l’Asia centrale e pure l’Afghanistan fuori dall’ingerenza statunitense, rafforzando l’integrazione eurasiatica nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai; il Ministro della Difesa russo Belousov ha invitato, al riguardo, tutti i Paesi facenti parte dell’Organizzazione a partecipare al Center 2026, le manovre militari che si terranno dal 28 settembre al 3 ottobre per ampliare la cooperazione all’interno dell’OCS.
Subito dopo la visita di Trump a Pechino, nella capitale cinese è atteso proprio Vladimir Putin, perché come ha detto Lavrov nel suo recente incontro bilaterale con Wang Yi, “le nostre relazioni restano salde di fronte a tutte le tempeste”. Infatti, nel nuovo Piano Quinquennale della Repubblica Popolare sembra essere arrivato il via libera definitivo al Power of Siberia 2, un gasdotto decisivo per reindirizzare definitivamente le esportazioni russe dall’Europa all’Asia dopo l’annuncio di Bruxelles di sospendere tutte le proprie importazioni dalla Russia a partire dal 1° gennaio 2027.
Pur con le dovute differenze, si può allora prevedere una certa continuità nel processo di integrazione eurasiatica, fermo restando che la “politica del caos” portata avanti dagli Stati Uniti può contare su un fronte atlantico di vassalli disposti a sabotare il proprio sviluppo pur di accodarsi alle lusinghe della Casa Bianca.


