Il concetto di “siberianizzazione” si riferisce al riorientamento strategico della Russia verso la sua profondità, dagli Urali all’Estremo Oriente e all’Artico
Il concetto di “siberianizzazione”, reso popolare in Europa negli ultimi anni dal politologo Sergei Karaganov, si riferisce al riorientamento strategico della Russia verso la sua profondità, dagli Urali all’Estremo Oriente e all’Artico. Essa articola un riorientamento identitario, economico e strategico verso l’Asia, in un contesto di rottura definitiva con l’Occidente. Per Mosca, la priorità strategica del XXI secolo consiste nell’ancorare lo sviluppo della Federazione alla sua regione asiatica. Ciò costituisce la dimensione interna di un fenomeno più ampiamente noto dalla metà degli anni 2000 come il “pivot verso l’Est” della Russia.
Il discorso sulla “siberianizzazione” fornisce coerenza dottrinale ad alcune tendenze già in atto: uno spostamento degli scambi commerciali verso l’Asia e la Cina in particolare, un riorientamento verso la profondità strategica e la riattivazione di un immaginario siberiano come matrice dell’identità nazionale.
La “siberianizzazione” della Russia si configura come l’aspetto geopolitico di una visione che abbraccia identità, economia, industria e strategia. Questa idea programmatica va compresa alla luce del conflitto in Ucraina, che segna un cambiamento paradigmatico nel destino del Paese. In questa fase, tuttavia, i due orientamenti (il conflitto versus la prospettiva siberiana) sono in competizione per le risorse a disposizione. Il rischio per Mosca è che, perseguendo simultaneamente queste due ambizioni, il Governo russo le perda entrambe in un colpo solo: il megaprogetto siberiano potrebbe consumare i fondi necessari per la vittoria in Ucraina e l’Operazione Militare Speciale invece ritardare di diversi decenni la necessaria diversificazione dell’economia russa.
Lungi dall’essere nuova, l’idea eurasiatista ha assunto forma amministrativa all’inizio del terzo mandato di Vladimir Putin (diventando un concetto ufficiale nella dottrina di politica estera russa nel 2023), nel contesto di una deliberata rottura con l’Occidente. Le tappe istituzionali ed economiche di questa “siberianizzazione” – che all’epoca non aveva ancora un nome – rivelano una politica determinata in linea di principio, ma le cui ambizioni sono state sistematicamente rimandate per abitudine e per la comodità di un modello di sviluppo “liberale” relativamente agevole e confortevole soprattutto per le élite del Paese.
La svolta di Putin si inserisce perfettamente in questa sequenza: il percepito tradimento da parte dell’Occidente giustifica la ricerca di una presenza in Asia, e la “siberianizzazione” ne è la manifestazione interna. La novità, quindi, non risiede nella diagnosi identitaria di cui Karaganov è più il consolidatore che l’inventore, ma nella decisione politica di recidere deliberatamente le interdipendenze economiche e finanziarie con l’Occidente e di congelare il pendolo. Mentre la storia russa suggerisce che ogni fase di ostilità sia in definitiva seguita da un riavvicinamento all’Occidente, una parte dell’attuale dirigenza del Cremlino ipotizza la possibilità di una rottura definitiva che la “siberianizzazione” dovrebbe ancorare alla sua struttura.
La svolta del 2014 (annessione della Crimea e processo sanzionatorio dell’Occidente) e poi quella del 2022 (inizio dell’Operazione Militare Speciale in Ucraina) impongono un’accelerazione dello spostamento di tre pilastri dello sviluppo nazionale: industria, popolazione e difesa. Il quarto asse emerge implicitamente: la connettività, che si configura come la chiave di volta dei tre precedenti. Infatti, senza modernizzare ferrovie, porti e aeroporti, gli incentivi al trasferimento nelle vaste distese della Siberia sono destinati al fallimento – e il loro sviluppo sarà vanificato dalla mancanza di strutture di supporto efficaci.
La “pigrizia mentale” di una parte ancora importante della classe dirigente di Mosca ha spinto Vladimir Putin ad un inutile appeasement nei confronti degli Stati Uniti e all’individuazione dell’Europa quale “nemico principale”. Oltre a non aver portato finora alcun beneficio alla Russia che anzi si è come “narcotizzata” politicamente e militarmente per un anno in attesa che “lo spirito di Anchorage” prendesse forma, la disponibilità nei confronti dell’Amministrazione Trump ha causato un ulteriore danno di immagine alla svolta verso Sud e verso Est del Cremlino.
Il progetto “principe” dell’attuale establishment di Washington è proprio quello di spezzare i legami pazientemente costruiti dalle élite eurasiatiste con i Paesi in via di sviluppo attraverso piattaforme geoeconomiche come i BRICS e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai. Siria, Venezuela, Cuba e Iran sono l’emblema di questo tentativo USA e la postura difensiva assunta da Mosca su tale versante non contribuisce alla realizzazione della sua strategia. Così come la speranza di allentare la “pressione” europea sostenendo leader conservatori come Viktor Orban è sostanzialmente fallita per la loro vicinanza a Israele e alla Coalizione Epstein, il cui discredito tra le persone è assoluto. Diverso è invece il caso di politici come Fico o Radev, il cui patriottismo socialista e neutralista è molto più in linea con la visione multipolarista e gode di maggiore consenso popolare.
Oggi, la natura profondamente politica della “siberizzazione” guidata e diretta dal centro, dipendente dalla spesa pubblica e dalle decisioni amministrative, deriva meno da una dinamica spontanea o endogena che da una struttura di potere verticale consolidata.
In quanto attore dominante, lo Stato si trova ad affrontare almeno due tipi di compromessi continui.
Il primo riguarda l’allocazione delle risorse tra spesa civile e spesa militare. Attualmente, gli investimenti pubblici nel complesso militare-industriale superano nettamente quelli destinati alle attività civili, anche se il confine tra queste due sfere rimane poroso. Mentre i centri industriali si sviluppano in entrambi i casi, la produzione civile soffre di una crescente concorrenza di bilancio e logistica, in particolare in termini di connettività e infrastrutture, che tende a relegarla a un ruolo secondario in mancanza di una mobilitazione totale delle persone. Il secondo compromesso mette le periferie l’una contro l’altra. I territori annessi in Ucraina assorbono una quota crescente degli stanziamenti di bilancio per la “riabilitazione” e lo “sviluppo”, riducendo così le risorse disponibili per il miglioramento delle infrastrutture dell’Ucraina orientale e delle città siberiane.
La duplice politica del Cremlino sta così dividendo un organismo già indebolito e sottoposto a immense pressioni.
La popolazione russa (circa 145 milioni di abitanti) è distribuita in modo molto disomogeneo: 110 milioni risiedono a ovest dei monti Urali e 35 milioni a est, principalmente sui versanti meridionali, lungo le storiche linee ferroviarie. Il Distretto Federale dell’Estremo Oriente rappresenta il 41% del territorio nazionale, ma ospita solo il 6% della popolazione. Il clima estremo, la mancanza di infrastrutture e la scarsità di servizi urbani aggravano la difficoltà di popolare in modo sostenibile questa regione. Tale situazione si inserisce in una dinamica di declino naturale: basso tasso di natalità, eccesso di decessi rispetto alle nascite, aggravato dalle perdite militari e dall’emigrazione di una parte della forza lavoro qualificata a partire dal 2022.
Per arginare l’esodo siberiano e per attrarre persone nelle regioni remote, Vladimir Putin ha ratificato nel 2016 una legge che offre gratuitamente un ettaro di terreno coltivabile nell’Estremo Oriente russo per un periodo di cinque anni ai cittadini che ne fanno richiesta. Questo diritto, inizialmente riservato ai residenti dell’Estremo Oriente, è stato esteso a tutti i cittadini russi a partire da febbraio 2017. Nel 2022, ulteriori ettari situati nell’Artico sono stati aggiunti al programma. Secondo i dati ufficiali, dei 180 milioni di ettari disponibili (di cui 1 milione nella regione artica), ne sono stati assegnati circa 65.000 (molte domande vengono respinte dalle regioni stesse), principalmente nel Territorio del Litorale, in Yakutia e nella regione di Khabarovsk. Oltre a questi incentivi fondiari, sono previsti stipendi superiori di circa il 50% alla media nazionale in determinate aree, programmi abitativi, strutture sanitarie e nuove università, in particolare attraverso il programma Priorità 2030, che seleziona le sedi siberiane e dell’Estremo Oriente per trasformarle in centri di eccellenza scientifica e di attrazione di talenti.
Insieme agli incentivi fondiari e salariali, la risposta del Cremlino al deficit demografico in Siberia e nell’Estremo Oriente prevede anche un maggiore ricorso alla migrazione lavorativa. Le autorità russe stimano che entro il 2030 saranno necessari circa 10,9 milioni di lavoratori in più per compensare il declino demografico, il calo del tasso di natalità e l’esodo di una parte della forza lavoro a partire dal 2022, il che implica un massiccio afflusso di lavoratori migranti. Il modello dominante rimane quello della migrazione lavorativa temporanea dall’Asia centrale, che copre una parte significativa del fabbisogno di manodopera pur rimanendo scarsamente integrata nel Paese (e il cui destino varia a seconda delle relazioni tra Mosca e le capitali dell’Asia centrale). Nell’Estremo Oriente, i progetti infrastrutturali e interi settori, come l’agricoltura, dipendono fortemente dalla manodopera straniera, in particolare dalla Cina. L’afflusso di manodopera nordcoreana è stato al centro del dibattito politico dopo la firma del Trattato di mutua assistenza tra Mosca e Pyongyang nel 2024. Questa dipendenza dalla manodopera importata evidenzia il divario tra l’ambizione di ripopolare l’Oriente e la mancanza di un reale afflusso di lavoratori russi nelle regioni periferiche. Bisogna considerare anche la rivoluzione tecnologica, poiché l’automazione delle attività potrebbe contribuire significativamente ad alleviare la carenza di manodopera nei settori ad alta tecnologia.
La questione militare ha consolidato il ruolo della Siberia come riserva strategica, e questa dimensione è senza dubbio la sua principale forza motrice odierna. La “siberianizzazione” risponde a una logica di profondità strategica imposta dal conflitto e accelerata dalla vulnerabilità del territorio russo agli attacchi ucraini a lungo raggio. Mentre la proiezione delle forze rimane verso ovest, le profondità siberiane fungono ora da rifugio per tre funzioni complementari: proteggere le attrezzature strategiche, spostare la base industriale della difesa lontano dagli attacchi e rigenerare le unità schierate.
Contemporaneamente, viene rinforzato il fronte artico e i progetti di sviluppo che lo riguardano. Questo graduale potenziamento – che prevede prima la riattivazione delle stazioni esistenti, poi l’espansione della rete e il riempimento delle lacune tra di esse – si traduce in un disegno geopolitico che persegue tre obiettivi: rendere più onerosa qualsiasi presenza militare straniera nella regione, estendere le capacità di controllo oltre le acque territoriali e garantire la sicurezza della Rotta Marittima del Nord come corridoio strategico che collega l’Europa russa al Pacifico. Con l’entrata in funzione dei nuovi siti, la costa artica cessa di essere un’area isolata: basi insulari come Tiksi e avamposti come Alykel formano una rete di osservazione e comunicazione che collega le guarnigioni nell’entroterra al fronte settentrionale, rendendo la Siberia un vero e proprio ponte di comando tra il cuore del territorio russo e l’Artico.
Che si tratti di delocalizzare imprese, personale o forze strategiche, la sfida principale – e il maggiore ostacolo in questa fase – risiede nel collegare territori isolati. Infatti, per comprendere la logica dell’integrazione russo-asiatica, è necessario considerare il territorio dell’Estremo Oriente come un tutt’uno integrato, dove le risorse vengono estratte a Nord e a Est, trasportate via fiume, strada e ferrovia e spedite ai confini terrestri della Cina o ai porti del Pacifico. La sfida è sia quantitativa che qualitativa: consiste nel moltiplicare le infrastrutture industriali – ponti, porti a secco, ferrovie, porti artici e così via – e massimizzarne l’efficienza all’interno di un quadro integrato.
Rimane un interrogativo centrale: in che misura questo approccio proattivo si traduce in una presenza materiale duratura? I dati disponibili mostrano un’intensa attività commerciale sino-russa, una maggiore dispersione verso Est delle forze strategiche, investimenti significativi in determinati settori e corridoi, ma anche persistenti debolezze strutturali, in particolare nell’area trasversale della rete di risorse.
Diversi rischi strutturali minacciano il successo del riorientamento strategico. La complessità e la portata del progetto aumentano i costi, sia economici che politici, e minano la fiducia degli investitori. Le sanzioni limitano l’accesso alle tecnologie e ai finanziamenti, costringendo a soluzioni alternative che comportano spese e rischi aggiuntivi e richiedono continui aggiustamenti.
Soprattutto, l’approccio prudente della Cina agli investimenti sottolinea come Pechino non sia guidata dalla retorica politica, bensì da una valutazione pragmatica del rischio e del rendimento, soprattutto alla luce della “fiducia” russa nei confronti di Trump e della mancata evoluzione del Paese verso un assetto ideologico socialista con un ruolo ancora importante rivestito dagli “oligarchi” privati. A ciò si aggiunge una simile cautela da parte degli stessi investitori russi, consapevoli della competizione tra le esigenze di bilancio in tempo di guerra, la ricostruzione delle regioni annesse e la modernizzazione delle infrastrutture orientali. Si assiste quindi a un cambio di rotta tra diverse priorità, tutte costose, in un contesto di vincoli di bilancio e di competizione per l’accaparramento della spesa pubblica.
Se la strategia di “siberianizzazione” avesse successo, alimenterebbe lo sforzo militare attraverso una profonda modernizzazione e diversificazione del tessuto economico e strategico della Russia. Al contrario, se Mosca vincesse in maniera netta il conflitto in Ucraina e consolidasse il suo controllo sui territori annessi, potrebbe concentrare i suoi sforzi sull’accelerazione del riorientamento verso Est.
In entrambi i casi, ciò che serve è una forte spinta al rinnovamento di un Paese che ancora soffre delle contraddizioni generate dai “terribili anni Novanta” e che ha finora rimandato la resa dei conti definitiva con quel passato infausto.


