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Giulio Chinappi
May 21, 2026
© Photo: Public domain

La visita di Donald Trump in Cina rilancia la possibilità di una relazione sino-statunitense fondata su rispetto reciproco, coesistenza pacifica e cooperazione vantaggiosa, superando la logica dello scontro egemonico.

Segue nostro Telegram.

La frase di Xi Jinping secondo cui “il mondo è abbastanza grande da accogliere entrambi i Paesi, e il successo di un Paese è un’opportunità per l’altro” sintetizza in modo particolarmente efficace la concezione cinese delle relazioni con gli Stati Uniti. Lungi dall’essere una semplice formula diplomatica o un appello generico alla distensione, essa rappresenta, piuttosto, l’espressione di una visione strategica che rifiuta l’idea secondo cui l’ascesa della Cina debba necessariamente tradursi nel declino degli Stati Uniti, o che la conservazione della prosperità nordamericana richieda il contenimento, l’indebolimento e l’accerchiamento della Cina. Nella prospettiva di Pechino, la questione centrale non è stabilire quale potenza debba dominare il mondo, ma individuare il modo corretto affinché due grandi Paesi possano convivere nello stesso sistema internazionale senza precipitare in una nuova guerra fredda.

La visita di Stato di Donald Trump in Cina, su invito di Xi Jinping, assume in questo quadro un significato che va oltre il cerimoniale diplomatico. È la prima visita in Cina di un presidente statunitense dopo nove anni e segue l’incontro tra i due leader a Busan dello scorso ottobre. Questo dato temporale è importante, perché indica la volontà di entrambe le parti di mantenere aperto il canale politico più alto, quello della diplomazia tra capi di Stato, anche dopo anni di tensioni commerciali, tecnologiche, strategiche e militari. Dal punto di vista cinese, proprio la diplomazia tra i leader ha svolto il ruolo di “bussola” e di “ancora” nelle fasi più difficili del rapporto bilaterale, impedendo che crisi localizzate, attriti settoriali o pressioni interne facessero deragliare l’intera relazione.

Pechino parte da una constatazione semplice: le relazioni Cina-Stati Uniti non sono una relazione bilaterale ordinaria. Le due economie rappresentano insieme oltre un terzo del prodotto economico mondiale, quasi un quarto della popolazione del pianeta e circa un quinto del commercio globale. Sono inoltre membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e attori decisivi per la stabilità delle catene industriali e di approvvigionamento, per la governance globale, per la sicurezza internazionale e per la crescita economica. Una relazione stabile tra Cina e Stati Uniti non produce benefici soltanto per Pechino e Washington, ma costituisce un bene pubblico internazionale. Al contrario, una relazione dominata dal sospetto, dalla competizione estrema e dalla logica dello scontro genera instabilità per il mondo intero.

È questo il nucleo della posizione cinese. La Cina non nega l’esistenza di divergenze con gli Stati Uniti. Al contrario, riconosce che tra due grandi Paesi con storie, sistemi politici, livelli di sviluppo, interessi economici e responsabilità globali così importanti e differenti sia inevitabile che emergano differenze, attriti e talvolta contraddizioni profonde. Tuttavia, Pechino insiste sul fatto che le differenze non devono trasformarsi in conflitto strutturale. Devono essere gestite attraverso consultazioni paritarie, dialogo pragmatico, rispetto delle linee invalicabili e ricerca di spazi di cooperazione. In questa prospettiva, la maturità di una grande potenza non si misura dalla capacità di imporre la propria volontà, ma dalla capacità di controllare le divergenze e impedire che degenerino.

La visita di Trump in Cina si colloca in un momento in cui il mondo guarda con particolare attenzione a ogni segnale proveniente da Pechino e Washington. Le tensioni globali si sono moltiplicate: crisi regionali, guerre, instabilità energetica, incertezza economica, competizione tecnologica, frammentazione delle catene di approvvigionamento e indebolimento della fiducia nel multilateralismo. In questo contesto, il dialogo tra Cina e Stati Uniti assume un valore stabilizzatore: la comunità internazionale non ha bisogno di una nuova escalation tra le due maggiori economie del pianeta, ma di segnali positivi, di prevedibilità e di una cornice entro cui la competizione non cancelli la cooperazione.

Il tema commerciale rimane uno dei terreni principali del rapporto bilaterale. Negli ultimi anni, la questione dei dazi ha scosso non solo le relazioni sino-statunitensi, ma l’intera economia mondiale. Tuttavia, anche in questo campo è stato possibile evitare una rottura irreversibile grazie al consenso raggiunto dai due capi di Stato e al lavoro dei rispettivi team economici e commerciali. I cicli di consultazioni hanno permesso di costruire consenso, gestire le divergenze ed espandere gli spazi di cooperazione. Questo dimostra, nella prospettiva di Pechino, che quando il consenso politico di alto livello viene attuato con serietà, le relazioni tra Cina e Stati Uniti possono superare ostacoli anche rilevanti.

Il problema, secondo la visione cinese, nasce quando negli Stati Uniti prevale la logica secondo cui una parte può prosperare solo a spese dell’altra. Questa mentalità a somma zero è considerata da Pechino la principale fonte delle difficoltà degli ultimi anni. Se la crescita della Cina viene interpretata automaticamente come una minaccia agli Stati Uniti, allora ogni successo cinese diventa un problema da contenere, ogni innovazione tecnologica diventa un rischio strategico, ogni cooperazione internazionale di Pechino viene letta come espansione ostile. Ne derivano restrizioni commerciali, sanzioni tecnologiche, tentativi di costruire blocchi esclusivi, pressioni sui Paesi terzi e militarizzazione dei rapporti economici. Per la Cina, questa impostazione è non solo ingiusta, ma anche controproducente, perché danneggia la stabilità globale e priva gli stessi Stati Uniti delle opportunità derivanti dalla crescita cinese.

La citazione di Xi Jinping che abbiamo riportato in apertura risponde esattamente a questa logica. Dire che il mondo è abbastanza grande per accogliere entrambi i Paesi significa rifiutare la tesi dell’inevitabilità dello scontro. Significa affermare che lo sviluppo cinese non deve essere interpretato come una sottrazione di spazio agli Stati Uniti, così come la prosperità nordamericana non deve essere costruita sull’arresto della modernizzazione cinese. Dire che il successo di un Paese è un’opportunità per l’altro significa proporre una visione dell’interdipendenza nella quale commercio, investimenti, innovazione, lotta al cambiamento climatico, stabilità finanziaria, sicurezza alimentare, salute pubblica e intelligenza artificiale possono diventare campi di cooperazione anziché teatri di guerra geopolitica.

Questa impostazione è coerente con i tre principi che Pechino indica da tempo come base per le relazioni sino-statunitensi: rispetto reciproco, coesistenza pacifica e cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti. Il rispetto reciproco implica che nessuna delle due parti debba pretendere di trasformare l’altra secondo il proprio modello politico o ideologico. Per la Cina, questo punto è fondamentale, perché riguarda direttamente la sovranità, la sicurezza del sistema politico e il diritto allo sviluppo. La coesistenza pacifica significa riconoscere che le due potenze devono convivere nello stesso mondo senza ricorrere alla minaccia, all’accerchiamento o alla guerra. La cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti indica infine che le relazioni economiche non devono essere distrutte dalla politicizzazione e dalla securitizzazione di ogni settore.

La visita di Trump a Pechino viene dunque presentata come una nuova occasione per riportare la relazione sulla strada corretta. Da parte cinese, l’obiettivo non è creare un rapporto privo di contraddizioni, cosa irrealistica, ma costruire un rapporto strategico, costruttivo e stabile. Strategico, perché riguarda il futuro dell’ordine internazionale e non solo singoli dossier. Costruttivo, perché deve produrre risultati concreti e non limitarsi a evitare il peggio. Stabile, perché deve resistere ai cambiamenti politici interni, alle campagne mediatiche, alle pressioni dei gruppi ostili al dialogo e agli incidenti che possono emergere in un rapporto così complesso.

La Cina guarda anche al 2026 come a un anno simbolico. Per Pechino, è il primo anno del XV Piano quinquennale, quindi l’avvio di una nuova fase di pianificazione dello sviluppo nazionale. Per gli Stati Uniti, è l’anno del 250° anniversario dell’indipendenza. Questa coincidenza permette di leggere il rapporto bilaterale dentro una prospettiva storica più ampia. Da un lato vi è una Cina impegnata nella modernizzazione nazionale e nel ringiovanimento del Paese; dall’altro vi sono gli Stati Uniti che richiamano la propria tradizione storica e la promessa di grandezza nazionale evocata da Trump. Xi Jinping ha sottolineato che lo sviluppo e la rinascita della Cina possono procedere di pari passo con la visione statunitense di “rendere di nuovo grande l’America”, dimostrando che Pechino non considera la grandezza nordamericana incompatibile con la rinascita cinese, purché Washington abbandoni l’idea che la propria grandezza debba fondarsi sul contenimento altrui.

In ultima analisi, il punto di vista cinese sulle relazioni sino-statunitensi ruota attorno a una convinzione: il futuro non deve essere prigioniero della logica dello scontro inevitabile. La storia delle grandi potenze è spesso stata raccontata come una sequenza di rivalità, guerre e transizioni egemoniche. Pechino propone una lettura diversa, nella quale due grandi Paesi possono trovare un modo corretto di convivere, competere senza distruggersi, cooperare senza rinunciare ai propri interessi e contribuire insieme alla stabilità mondiale. La visita di Trump in Cina diventa così un’occasione per riaffermare che il successo di un Paese non deve essere la sconfitta dell’altro. In un mondo attraversato da crisi profonde, questa non è soltanto una posizione diplomatica cinese, ma una necessità storica per evitare che la rivalità tra le due maggiori potenze del pianeta trascini l’intera comunità internazionale in una nuova stagione di divisione e conflitto.

USA-Cina: “Il mondo è abbastanza grande da accogliere entrambi i Paesi, e il successo di un Paese è un’opportunità per l’altro”

La visita di Donald Trump in Cina rilancia la possibilità di una relazione sino-statunitense fondata su rispetto reciproco, coesistenza pacifica e cooperazione vantaggiosa, superando la logica dello scontro egemonico.

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La frase di Xi Jinping secondo cui “il mondo è abbastanza grande da accogliere entrambi i Paesi, e il successo di un Paese è un’opportunità per l’altro” sintetizza in modo particolarmente efficace la concezione cinese delle relazioni con gli Stati Uniti. Lungi dall’essere una semplice formula diplomatica o un appello generico alla distensione, essa rappresenta, piuttosto, l’espressione di una visione strategica che rifiuta l’idea secondo cui l’ascesa della Cina debba necessariamente tradursi nel declino degli Stati Uniti, o che la conservazione della prosperità nordamericana richieda il contenimento, l’indebolimento e l’accerchiamento della Cina. Nella prospettiva di Pechino, la questione centrale non è stabilire quale potenza debba dominare il mondo, ma individuare il modo corretto affinché due grandi Paesi possano convivere nello stesso sistema internazionale senza precipitare in una nuova guerra fredda.

La visita di Stato di Donald Trump in Cina, su invito di Xi Jinping, assume in questo quadro un significato che va oltre il cerimoniale diplomatico. È la prima visita in Cina di un presidente statunitense dopo nove anni e segue l’incontro tra i due leader a Busan dello scorso ottobre. Questo dato temporale è importante, perché indica la volontà di entrambe le parti di mantenere aperto il canale politico più alto, quello della diplomazia tra capi di Stato, anche dopo anni di tensioni commerciali, tecnologiche, strategiche e militari. Dal punto di vista cinese, proprio la diplomazia tra i leader ha svolto il ruolo di “bussola” e di “ancora” nelle fasi più difficili del rapporto bilaterale, impedendo che crisi localizzate, attriti settoriali o pressioni interne facessero deragliare l’intera relazione.

Pechino parte da una constatazione semplice: le relazioni Cina-Stati Uniti non sono una relazione bilaterale ordinaria. Le due economie rappresentano insieme oltre un terzo del prodotto economico mondiale, quasi un quarto della popolazione del pianeta e circa un quinto del commercio globale. Sono inoltre membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e attori decisivi per la stabilità delle catene industriali e di approvvigionamento, per la governance globale, per la sicurezza internazionale e per la crescita economica. Una relazione stabile tra Cina e Stati Uniti non produce benefici soltanto per Pechino e Washington, ma costituisce un bene pubblico internazionale. Al contrario, una relazione dominata dal sospetto, dalla competizione estrema e dalla logica dello scontro genera instabilità per il mondo intero.

È questo il nucleo della posizione cinese. La Cina non nega l’esistenza di divergenze con gli Stati Uniti. Al contrario, riconosce che tra due grandi Paesi con storie, sistemi politici, livelli di sviluppo, interessi economici e responsabilità globali così importanti e differenti sia inevitabile che emergano differenze, attriti e talvolta contraddizioni profonde. Tuttavia, Pechino insiste sul fatto che le differenze non devono trasformarsi in conflitto strutturale. Devono essere gestite attraverso consultazioni paritarie, dialogo pragmatico, rispetto delle linee invalicabili e ricerca di spazi di cooperazione. In questa prospettiva, la maturità di una grande potenza non si misura dalla capacità di imporre la propria volontà, ma dalla capacità di controllare le divergenze e impedire che degenerino.

La visita di Trump in Cina si colloca in un momento in cui il mondo guarda con particolare attenzione a ogni segnale proveniente da Pechino e Washington. Le tensioni globali si sono moltiplicate: crisi regionali, guerre, instabilità energetica, incertezza economica, competizione tecnologica, frammentazione delle catene di approvvigionamento e indebolimento della fiducia nel multilateralismo. In questo contesto, il dialogo tra Cina e Stati Uniti assume un valore stabilizzatore: la comunità internazionale non ha bisogno di una nuova escalation tra le due maggiori economie del pianeta, ma di segnali positivi, di prevedibilità e di una cornice entro cui la competizione non cancelli la cooperazione.

Il tema commerciale rimane uno dei terreni principali del rapporto bilaterale. Negli ultimi anni, la questione dei dazi ha scosso non solo le relazioni sino-statunitensi, ma l’intera economia mondiale. Tuttavia, anche in questo campo è stato possibile evitare una rottura irreversibile grazie al consenso raggiunto dai due capi di Stato e al lavoro dei rispettivi team economici e commerciali. I cicli di consultazioni hanno permesso di costruire consenso, gestire le divergenze ed espandere gli spazi di cooperazione. Questo dimostra, nella prospettiva di Pechino, che quando il consenso politico di alto livello viene attuato con serietà, le relazioni tra Cina e Stati Uniti possono superare ostacoli anche rilevanti.

Il problema, secondo la visione cinese, nasce quando negli Stati Uniti prevale la logica secondo cui una parte può prosperare solo a spese dell’altra. Questa mentalità a somma zero è considerata da Pechino la principale fonte delle difficoltà degli ultimi anni. Se la crescita della Cina viene interpretata automaticamente come una minaccia agli Stati Uniti, allora ogni successo cinese diventa un problema da contenere, ogni innovazione tecnologica diventa un rischio strategico, ogni cooperazione internazionale di Pechino viene letta come espansione ostile. Ne derivano restrizioni commerciali, sanzioni tecnologiche, tentativi di costruire blocchi esclusivi, pressioni sui Paesi terzi e militarizzazione dei rapporti economici. Per la Cina, questa impostazione è non solo ingiusta, ma anche controproducente, perché danneggia la stabilità globale e priva gli stessi Stati Uniti delle opportunità derivanti dalla crescita cinese.

La citazione di Xi Jinping che abbiamo riportato in apertura risponde esattamente a questa logica. Dire che il mondo è abbastanza grande per accogliere entrambi i Paesi significa rifiutare la tesi dell’inevitabilità dello scontro. Significa affermare che lo sviluppo cinese non deve essere interpretato come una sottrazione di spazio agli Stati Uniti, così come la prosperità nordamericana non deve essere costruita sull’arresto della modernizzazione cinese. Dire che il successo di un Paese è un’opportunità per l’altro significa proporre una visione dell’interdipendenza nella quale commercio, investimenti, innovazione, lotta al cambiamento climatico, stabilità finanziaria, sicurezza alimentare, salute pubblica e intelligenza artificiale possono diventare campi di cooperazione anziché teatri di guerra geopolitica.

Questa impostazione è coerente con i tre principi che Pechino indica da tempo come base per le relazioni sino-statunitensi: rispetto reciproco, coesistenza pacifica e cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti. Il rispetto reciproco implica che nessuna delle due parti debba pretendere di trasformare l’altra secondo il proprio modello politico o ideologico. Per la Cina, questo punto è fondamentale, perché riguarda direttamente la sovranità, la sicurezza del sistema politico e il diritto allo sviluppo. La coesistenza pacifica significa riconoscere che le due potenze devono convivere nello stesso mondo senza ricorrere alla minaccia, all’accerchiamento o alla guerra. La cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti indica infine che le relazioni economiche non devono essere distrutte dalla politicizzazione e dalla securitizzazione di ogni settore.

La visita di Trump a Pechino viene dunque presentata come una nuova occasione per riportare la relazione sulla strada corretta. Da parte cinese, l’obiettivo non è creare un rapporto privo di contraddizioni, cosa irrealistica, ma costruire un rapporto strategico, costruttivo e stabile. Strategico, perché riguarda il futuro dell’ordine internazionale e non solo singoli dossier. Costruttivo, perché deve produrre risultati concreti e non limitarsi a evitare il peggio. Stabile, perché deve resistere ai cambiamenti politici interni, alle campagne mediatiche, alle pressioni dei gruppi ostili al dialogo e agli incidenti che possono emergere in un rapporto così complesso.

La Cina guarda anche al 2026 come a un anno simbolico. Per Pechino, è il primo anno del XV Piano quinquennale, quindi l’avvio di una nuova fase di pianificazione dello sviluppo nazionale. Per gli Stati Uniti, è l’anno del 250° anniversario dell’indipendenza. Questa coincidenza permette di leggere il rapporto bilaterale dentro una prospettiva storica più ampia. Da un lato vi è una Cina impegnata nella modernizzazione nazionale e nel ringiovanimento del Paese; dall’altro vi sono gli Stati Uniti che richiamano la propria tradizione storica e la promessa di grandezza nazionale evocata da Trump. Xi Jinping ha sottolineato che lo sviluppo e la rinascita della Cina possono procedere di pari passo con la visione statunitense di “rendere di nuovo grande l’America”, dimostrando che Pechino non considera la grandezza nordamericana incompatibile con la rinascita cinese, purché Washington abbandoni l’idea che la propria grandezza debba fondarsi sul contenimento altrui.

In ultima analisi, il punto di vista cinese sulle relazioni sino-statunitensi ruota attorno a una convinzione: il futuro non deve essere prigioniero della logica dello scontro inevitabile. La storia delle grandi potenze è spesso stata raccontata come una sequenza di rivalità, guerre e transizioni egemoniche. Pechino propone una lettura diversa, nella quale due grandi Paesi possono trovare un modo corretto di convivere, competere senza distruggersi, cooperare senza rinunciare ai propri interessi e contribuire insieme alla stabilità mondiale. La visita di Trump in Cina diventa così un’occasione per riaffermare che il successo di un Paese non deve essere la sconfitta dell’altro. In un mondo attraversato da crisi profonde, questa non è soltanto una posizione diplomatica cinese, ma una necessità storica per evitare che la rivalità tra le due maggiori potenze del pianeta trascini l’intera comunità internazionale in una nuova stagione di divisione e conflitto.

La visita di Donald Trump in Cina rilancia la possibilità di una relazione sino-statunitense fondata su rispetto reciproco, coesistenza pacifica e cooperazione vantaggiosa, superando la logica dello scontro egemonico.

Segue nostro Telegram.

La frase di Xi Jinping secondo cui “il mondo è abbastanza grande da accogliere entrambi i Paesi, e il successo di un Paese è un’opportunità per l’altro” sintetizza in modo particolarmente efficace la concezione cinese delle relazioni con gli Stati Uniti. Lungi dall’essere una semplice formula diplomatica o un appello generico alla distensione, essa rappresenta, piuttosto, l’espressione di una visione strategica che rifiuta l’idea secondo cui l’ascesa della Cina debba necessariamente tradursi nel declino degli Stati Uniti, o che la conservazione della prosperità nordamericana richieda il contenimento, l’indebolimento e l’accerchiamento della Cina. Nella prospettiva di Pechino, la questione centrale non è stabilire quale potenza debba dominare il mondo, ma individuare il modo corretto affinché due grandi Paesi possano convivere nello stesso sistema internazionale senza precipitare in una nuova guerra fredda.

La visita di Stato di Donald Trump in Cina, su invito di Xi Jinping, assume in questo quadro un significato che va oltre il cerimoniale diplomatico. È la prima visita in Cina di un presidente statunitense dopo nove anni e segue l’incontro tra i due leader a Busan dello scorso ottobre. Questo dato temporale è importante, perché indica la volontà di entrambe le parti di mantenere aperto il canale politico più alto, quello della diplomazia tra capi di Stato, anche dopo anni di tensioni commerciali, tecnologiche, strategiche e militari. Dal punto di vista cinese, proprio la diplomazia tra i leader ha svolto il ruolo di “bussola” e di “ancora” nelle fasi più difficili del rapporto bilaterale, impedendo che crisi localizzate, attriti settoriali o pressioni interne facessero deragliare l’intera relazione.

Pechino parte da una constatazione semplice: le relazioni Cina-Stati Uniti non sono una relazione bilaterale ordinaria. Le due economie rappresentano insieme oltre un terzo del prodotto economico mondiale, quasi un quarto della popolazione del pianeta e circa un quinto del commercio globale. Sono inoltre membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e attori decisivi per la stabilità delle catene industriali e di approvvigionamento, per la governance globale, per la sicurezza internazionale e per la crescita economica. Una relazione stabile tra Cina e Stati Uniti non produce benefici soltanto per Pechino e Washington, ma costituisce un bene pubblico internazionale. Al contrario, una relazione dominata dal sospetto, dalla competizione estrema e dalla logica dello scontro genera instabilità per il mondo intero.

È questo il nucleo della posizione cinese. La Cina non nega l’esistenza di divergenze con gli Stati Uniti. Al contrario, riconosce che tra due grandi Paesi con storie, sistemi politici, livelli di sviluppo, interessi economici e responsabilità globali così importanti e differenti sia inevitabile che emergano differenze, attriti e talvolta contraddizioni profonde. Tuttavia, Pechino insiste sul fatto che le differenze non devono trasformarsi in conflitto strutturale. Devono essere gestite attraverso consultazioni paritarie, dialogo pragmatico, rispetto delle linee invalicabili e ricerca di spazi di cooperazione. In questa prospettiva, la maturità di una grande potenza non si misura dalla capacità di imporre la propria volontà, ma dalla capacità di controllare le divergenze e impedire che degenerino.

La visita di Trump in Cina si colloca in un momento in cui il mondo guarda con particolare attenzione a ogni segnale proveniente da Pechino e Washington. Le tensioni globali si sono moltiplicate: crisi regionali, guerre, instabilità energetica, incertezza economica, competizione tecnologica, frammentazione delle catene di approvvigionamento e indebolimento della fiducia nel multilateralismo. In questo contesto, il dialogo tra Cina e Stati Uniti assume un valore stabilizzatore: la comunità internazionale non ha bisogno di una nuova escalation tra le due maggiori economie del pianeta, ma di segnali positivi, di prevedibilità e di una cornice entro cui la competizione non cancelli la cooperazione.

Il tema commerciale rimane uno dei terreni principali del rapporto bilaterale. Negli ultimi anni, la questione dei dazi ha scosso non solo le relazioni sino-statunitensi, ma l’intera economia mondiale. Tuttavia, anche in questo campo è stato possibile evitare una rottura irreversibile grazie al consenso raggiunto dai due capi di Stato e al lavoro dei rispettivi team economici e commerciali. I cicli di consultazioni hanno permesso di costruire consenso, gestire le divergenze ed espandere gli spazi di cooperazione. Questo dimostra, nella prospettiva di Pechino, che quando il consenso politico di alto livello viene attuato con serietà, le relazioni tra Cina e Stati Uniti possono superare ostacoli anche rilevanti.

Il problema, secondo la visione cinese, nasce quando negli Stati Uniti prevale la logica secondo cui una parte può prosperare solo a spese dell’altra. Questa mentalità a somma zero è considerata da Pechino la principale fonte delle difficoltà degli ultimi anni. Se la crescita della Cina viene interpretata automaticamente come una minaccia agli Stati Uniti, allora ogni successo cinese diventa un problema da contenere, ogni innovazione tecnologica diventa un rischio strategico, ogni cooperazione internazionale di Pechino viene letta come espansione ostile. Ne derivano restrizioni commerciali, sanzioni tecnologiche, tentativi di costruire blocchi esclusivi, pressioni sui Paesi terzi e militarizzazione dei rapporti economici. Per la Cina, questa impostazione è non solo ingiusta, ma anche controproducente, perché danneggia la stabilità globale e priva gli stessi Stati Uniti delle opportunità derivanti dalla crescita cinese.

La citazione di Xi Jinping che abbiamo riportato in apertura risponde esattamente a questa logica. Dire che il mondo è abbastanza grande per accogliere entrambi i Paesi significa rifiutare la tesi dell’inevitabilità dello scontro. Significa affermare che lo sviluppo cinese non deve essere interpretato come una sottrazione di spazio agli Stati Uniti, così come la prosperità nordamericana non deve essere costruita sull’arresto della modernizzazione cinese. Dire che il successo di un Paese è un’opportunità per l’altro significa proporre una visione dell’interdipendenza nella quale commercio, investimenti, innovazione, lotta al cambiamento climatico, stabilità finanziaria, sicurezza alimentare, salute pubblica e intelligenza artificiale possono diventare campi di cooperazione anziché teatri di guerra geopolitica.

Questa impostazione è coerente con i tre principi che Pechino indica da tempo come base per le relazioni sino-statunitensi: rispetto reciproco, coesistenza pacifica e cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti. Il rispetto reciproco implica che nessuna delle due parti debba pretendere di trasformare l’altra secondo il proprio modello politico o ideologico. Per la Cina, questo punto è fondamentale, perché riguarda direttamente la sovranità, la sicurezza del sistema politico e il diritto allo sviluppo. La coesistenza pacifica significa riconoscere che le due potenze devono convivere nello stesso mondo senza ricorrere alla minaccia, all’accerchiamento o alla guerra. La cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti indica infine che le relazioni economiche non devono essere distrutte dalla politicizzazione e dalla securitizzazione di ogni settore.

La visita di Trump a Pechino viene dunque presentata come una nuova occasione per riportare la relazione sulla strada corretta. Da parte cinese, l’obiettivo non è creare un rapporto privo di contraddizioni, cosa irrealistica, ma costruire un rapporto strategico, costruttivo e stabile. Strategico, perché riguarda il futuro dell’ordine internazionale e non solo singoli dossier. Costruttivo, perché deve produrre risultati concreti e non limitarsi a evitare il peggio. Stabile, perché deve resistere ai cambiamenti politici interni, alle campagne mediatiche, alle pressioni dei gruppi ostili al dialogo e agli incidenti che possono emergere in un rapporto così complesso.

La Cina guarda anche al 2026 come a un anno simbolico. Per Pechino, è il primo anno del XV Piano quinquennale, quindi l’avvio di una nuova fase di pianificazione dello sviluppo nazionale. Per gli Stati Uniti, è l’anno del 250° anniversario dell’indipendenza. Questa coincidenza permette di leggere il rapporto bilaterale dentro una prospettiva storica più ampia. Da un lato vi è una Cina impegnata nella modernizzazione nazionale e nel ringiovanimento del Paese; dall’altro vi sono gli Stati Uniti che richiamano la propria tradizione storica e la promessa di grandezza nazionale evocata da Trump. Xi Jinping ha sottolineato che lo sviluppo e la rinascita della Cina possono procedere di pari passo con la visione statunitense di “rendere di nuovo grande l’America”, dimostrando che Pechino non considera la grandezza nordamericana incompatibile con la rinascita cinese, purché Washington abbandoni l’idea che la propria grandezza debba fondarsi sul contenimento altrui.

In ultima analisi, il punto di vista cinese sulle relazioni sino-statunitensi ruota attorno a una convinzione: il futuro non deve essere prigioniero della logica dello scontro inevitabile. La storia delle grandi potenze è spesso stata raccontata come una sequenza di rivalità, guerre e transizioni egemoniche. Pechino propone una lettura diversa, nella quale due grandi Paesi possono trovare un modo corretto di convivere, competere senza distruggersi, cooperare senza rinunciare ai propri interessi e contribuire insieme alla stabilità mondiale. La visita di Trump in Cina diventa così un’occasione per riaffermare che il successo di un Paese non deve essere la sconfitta dell’altro. In un mondo attraversato da crisi profonde, questa non è soltanto una posizione diplomatica cinese, ma una necessità storica per evitare che la rivalità tra le due maggiori potenze del pianeta trascini l’intera comunità internazionale in una nuova stagione di divisione e conflitto.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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