Gli USA, così come hanno fatto con il conflitto in Ucraina e la distruzione del Nord Stream, puntano ora a diventare i principali esportatori di petrolio verso Europa e in parte Asia dopo esserlo già di GNL.
Secondo dati ISTAT, l’Italia ha chiuso il 2025 con il +3,3% di export rispetto al 2024 nonostante i dazi statunitensi. Il Governo Meloni ha esultato, sottolineando che nel 2025 l’export verso gli Usa è cresciuto del 7,2%, perciò i dazi di Trump non fanno paura e possiamo dormire sonni tranquilli.
Ma questo numero non è una vittoria, è una truffa statistica che nasconde un’emorragia di margini e competitività.
I picchi di export registrati nel 2025 non riflettono salute, ma panico logistico. Gli importatori hanno accelerato gli ordini per riempire i magazzini prima che scattassero i dazi. Abbiamo ‘mangiato’ oggi il lavoro di domani. La prova? Appena le tariffe sono entrate in vigore, ad agosto, l’export è crollato del 20%. L’apparente risultato rivendicato dal Governo italiano, che record non è, è stato anche gonfiato aritmeticamente dai farmaci, che inizialmente godevano di esenzioni. È stata una ‘coperta statistica’, che ha pesato per un bel +54% nel 2025, usato per nascondere il cadavere del manifatturiero tradizionale, che invece sta colando a picco.
Cresce cioè il valore ma non il volume.
Prendiamo un’azienda italiana che vendeva negli Usa un macchinario a 100 DDP (il Delivery Duty Paid è la soluzione che garantisce al cliente finale un acquisto senza complicazioni). A causa dei dazi, un imprenditore oggi lo deve fatturare a 115 per assorbire il dazio trasferendolo sul prezzo di vendita, che aumenta. Per lo Stato l’export è ‘cresciuto’ del 15%, ma la realtà è che l’azienda non ha venduto di più, ha solo alzato il prezzo per pagare le tasse a Washington. L’export aumenta in valore, trainato da prezzi più alti, ma i volumi restano fermi o crescono molto meno del valore. C’è poi l’altra faccia della medaglia, ancora più drammatica: molte aziende, pur di non perdere mercato e rimanere competitive, hanno scelto di assorbire il dazio. Significa che quelle aziende stanno erodendo margine regalando i propri profitti al Tesoro americano pur di non diminuire le esportazioni.
Purtroppo, dietro il boom dell’export, si nascondono i dati reali: tre anni consecutivi di calo della produzione industriale; bollette italiane esorbitanti anche per i massicci acquisti dagli Usa del costosissimo Gnl. Il fatto di essere in balia di Washington e Tel Aviv, ha portato aumenti del gas a +50%, bollette +15%, 600€ in più all’anno a famiglia e siamo solo all’inizio perché non sappiamo ancora esattamente quanto ci costerà la crisi di Hormuz.
Il conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran è stato esaminato dal Centro Studi di Confindustria che ha tagliato le stime di crescita dell’Italia ipotizzando tre scenari:
il peggiore, quello di una guerra che si protragga per tutto l’anno, 10 mesi, il Pil 2026 è visto “in recessione” a – 0,7%;
con 4 mesi di guerra, fino a giugno, “è stimato in stagnazione”, crescita zero;
Lo scorso autunno la stima degli economisti di viale dell’Astronomia era +0,7%. I due scenari, impongono, secondo Confindustria, “la preparazione immediata di misure italiane ed europee in grado di sostenere l’economia di imprese e famiglie”.
Nel rapporto si legge anche che “dopo due anni di calo, l’export italiano di beni e servizi è tornato in crescita nel 2025 (+1,2%), superando le attese condizionate dai dazi USA e dall’incertezza geopolitica”. L’export netto, però, è risultato ampiamente negativo. Nella prima parte del 2026, gli scambi stanno subendo gli effetti a catena del conflitto contro l’Iran: rallentamento della domanda mondiale, calo della fiducia, balzo delle quotazioni energetiche e dei costi di trasporto, aumenti dei prezzi di materie prime e altre forniture dall’estero”.
Lo stesso rapporto di Confindustria valuta che con il nuovo shock energetico derivante dall’attuale conflitto in Medioriente, nel caso in cui la guerra si dovesse protrarre fino all’estate, con prezzi superiori a 60 euro/mwh per il gas e di 110 dollari al barile per il petrolio, le imprese manifatturiere italiane si troverebbero a pagare ulteriori 7 miliardi l’anno in più in bolletta rispetto al 2025, con un’incidenza dei costi energetici sui costi totali di 1 punto percentuale in più sul 2025, passando dal 4,9% nel 2025 al 5,9% nel 2026. Secondo il Centro Studi di Confindustria, nello scenario peggiore – in cui il conflitto prosegua fino a fine anno – le imprese pagherebbero 21 miliardi in più e l’incidenza salirebbe di 2,7 punti percentuali (dal 4,9% al 7,6%).
“Il rincaro dei prezzi di petrolio e gas presi insieme, espressi in euro, nel 2026 è ipotizzato pari al +12% rispetto al 2025”. Con quattro mesi di guerra si “arriva al +60%. Con 9 mesi di conflitto “sale addirittura al +133%”. Questo significa, meccanicamente e per il solo impatto diretto sui prezzi energetici al consumatore finale un potenziale aumento di oltre +13 punti dell’inflazione nello scenario peggiore rispetto al 2025 e +6 punti nello scenario intermedio. A questo impatto diretto vanno aggiunti gli effetti secondari, ovvero gli aumenti dei prezzi di beni e servizi non energetici che incorporano l’aumento dei costi energetici” che “in Italia si sviluppano in circa 6 mesi dallo shock iniziale”.
L’Europa e il gas
Per l’Europa, il problema più rilevante non riguarda il greggio, ma il gas naturale liquefatto (GNL). Dopo che la Russia, in seguito alle sanzioni occidentali, ha tagliato la maggior parte dei flussi di gas verso l’Europa nel 2022, l’Unione ha virato verso le tecnologie pulite e le importazioni di GNL da Stati Uniti, Norvegia e Qatar. Questa strategia ha in parte funzionato: il GNL rappresenta oggi quasi la metà delle importazioni di gas dell’Ue, in aumento rispetto al 20% del 2021. Prima dell’inizio della guerra in Iran, Bruxelles prevedeva che nuove forniture di GNL in arrivo entro la fine dell’anno e nel 2027 avrebbero consentito al blocco di affrancarsi definitivamente dagli idrocarburi russi. Ma i danni al complesso di Ras Laffan in Qatar, il più grande impianto di GNL al mondo, mettono ora seriamente a rischio questa strategia e perciò alcuni politici chiedono di tornare a comprare il gas russo.
Situato sulla costa settentrionale del Qatar, Ras Laffan ha richiesto tre decenni per essere costruito e copre un’area pari a circa tre volte quella di Parigi. Il sito esporta abitualmente circa un quinto delle forniture globali di GNL. A metà marzo, missili iraniani hanno distrutto due delle sue 14 linee di liquefazione e una delle due unità gas-to-liquids, cancellando il 17% della capacità produttiva del sito e il 3% dell’offerta globale di GNL. Non esiste una soluzione rapida per riprendere le spedizioni: la liquefazione richiede trattamenti criogenici a -162°C in infrastrutture che richiederanno anni per essere ricostruite.
Le ricadute di Ras Laffan saranno ingenti per l’Europa. QatarEnergy, che gestisce l’impianto, ha invocato la forza maggiore sospendendo alcune consegne. In combinazione con le interruzioni presso altri produttori del Golfo, l’offerta globale di GNL è ora inferiore di circa il 20% su base annua. Mentre aziende europee, sudcoreane e giapponesi competono per assicurarsi carichi limitati, i prezzi spot hanno raggiunto i livelli più alti dalla crisi energetica del 2022-23.
L’impatto economico sarà disomogeneo all’interno dell’Ue, con Italia e Germania tra i Paesi più colpiti. L’italiana Edison è tra le aziende i cui contratti con QatarEnergy sono stati sospesi. La Germania non dipende direttamente dal GNL qatariota, ma è esposta allo shock dei prezzi, dato che il gas rappresenta quasi il 30% del suo mix energetico.
L’International Energy Agency prevede che le forniture globali di GNL nel periodo 2026-2030 saranno inferiori di circa il 15% rispetto alle stime prebelliche, con la maggior parte del deficit concentrata nel 2026-2027: “QatarEnergy stima che le riparazioni a Ras Laffan richiederanno dai tre ai cinque anni, impegnando capacità ingegneristiche già scarse e ritardando progetti greenfield a livello globale.”
Nel frattempo, i progetti statunitensi affrontano un ostacolo autoindotto: i dazi americani sull’importazione di componenti specializzati, come l’acciaio al nichel al 9% per uso criogenico, stanno facendo aumentare i costi dei nuovi impianti di GNL. Nel complesso, queste pressioni indicano tempi più lunghi e costi più elevati per le forniture di GNL su cui l’Europa contava.
L’Ue dovrà fare i conti con l’impatto delle interruzioni del GNL per anni, con effetti a catena in almeno tre ambiti.
Primo, la dipendenza dal GNL statunitense aumenterà: solo le aziende statunitensi possono colmare il vuoto lasciato dal Qatar con la rapidità di cui l’Europa ha bisogno, e già oggi forniscono quasi il 60% delle importazioni europee di GNL. Gli ottimisti potrebbero vedere un’opportunità per distendere i rapporti con la Casa Bianca impegnandosi ad acquistare più GNL americano, visto che questi acquisti sono comunque destinati a crescere. Una lettura più realistica è che il presidente statunitense Donald Trump utilizzerà la dipendenza europea dal GNL americano per ottenere concessioni dal blocco europeo.
Il secondo ambito riguarda la Russia. Con mercati del gas più tesi, le richieste di revocare le sanzioni sugli idrocarburi russi potrebbero farsi più insistenti. Nell’ambito del piano RePowerEU, le importazioni di GNL russo devono essere eliminate gradualmente: un divieto sui contratti a breve termine è entrato in vigore il 25 aprile e le consegne basate su contratti a lungo termine saranno vietate da gennaio 2027. Il conflitto in Iran potrebbe complicare questo percorso. La Slovacchia chiede da tempo di rinviare queste scadenze, e le pressioni del settore industriale potrebbero spingere Italia e Germania nella stessa direzione. Il rischio di frammentazione dell’Ue è elevato, poiché altri grandi Stati membri come Francia (grazie al nucleare) e Spagna (grazie alle rinnovabili) sono in gran parte protetti dall’aumento dei prezzi del gas.
Il terzo ambito riguarda le prospettive industriali europee. Un rapporto del 2024 dell’ex presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha indicato gli alti costi dell’energia come una sfida cruciale per l’industria europea. Due dati aiutano a comprendere la portata del problema: le imprese industriali europee pagano da quattro a cinque volte più dei concorrenti americani per il gas; i prezzi dell’elettricità per i settori ad alta intensità energetica sono in media doppi rispetto agli Stati Uniti e del 50% superiori rispetto a Cina e India. Lo shock sul GNL è destinato ad ampliare ulteriormente il divario, soprattutto per settori energivori come chimica, fertilizzanti o acciaio, lasciando l’industria europea in una posizione ancora più svantaggiata rispetto ai concorrenti americani e cinesi.
Nel medio-lungo periodo, l’opzione più evidente per il blocco sarà intensificare la riduzione della domanda, espandere le rinnovabili e accelerare l’integrazione delle reti. Nel breve termine, però, gli europei non hanno vie d’uscita semplici dalla stretta sul GNL.
Conclusioni
L’obiettivo di interrompere i flussi di energia dal Medio Oriente alla Cina è alla base di tutto quello che sta succedendo. Così come in Venezuela, dove gli USA sono riusciti a dirottare le esportazioni petrolifere del Paese da Pechino a Nuova Delhi, l’Iran fa parte di questa battaglia geopolitica. Gli USA, così come hanno fatto con il conflitto in Ucraina e la distruzione del Nord Stream, puntano ora a diventare i principali esportatori di petrolio verso Europa e in parte Asia dopo esserlo già di GNL.
Gli USA hanno fretta e perciò accelerano, altrimenti con gli anni la Belt and Road Initiative supererà i vari punti di strozzatura che gli USA hanno predisposto. Trump cerca di demolire l’ordine mondiale multipolare – utilizzando proprio gli spazi aperti dal multipolarismo – per preservare un’egemonia in declino e frenare l’ascesa della Cina. Disorientare il mondo e poi colpire obiettivi a sorpresa, in vista di un conflitto più ampio al quale anche la Cina sta forse preparandosi, aumentando la propria autosufficienza tecnologica e puntando sempre più sul mercato interno. Pechino sta inoltre rispondendo colpo su colpo alle sanzioni statunitensi contro le proprie aziende energetiche che commerciano con l’Iran e i meccanismi giuridici che ha implementato rischiano di mettere in seria difficoltà le grandi compagnie di navigazione occidentali che volessero utilizzare i porti cinesi: Pechino monopolizza le prime 5 posizioni mondiali nella classifica dei porti commerciali.


