Dalla Colombia al Perù, la nuova avanzata delle destre filostatunitensi segna una fase di restaurazione continentale. Dietro il linguaggio dell’ordine e della sicurezza riemerge la Dottrina Monroe, aggiornata dal Corollario Trump e orientata contro sovranità, integrazione regionale e governi progressisti.
La sequenza politica che ha attraversato Perù e Colombia nelle ultime settimane segnala un nuovo passaggio nella controffensiva delle forze reazionarie in America Meridionale, dentro un quadro internazionale segnato dal ritorno alla politica aggressiva degli Stati Uniti sotto Donald Trump. In particolare, la destra filostatunitense non si limita più a candidarsi come normale opzione conservatrice nei sistemi democratici latinoamericani. Essa si presenta apertamente come braccio politico di una restaurazione continentale, come dispositivo di riallineamento strategico e come strumento per ricondurre l’America Latina dentro il perimetro della vecchia subordinazione emisferica. È in questo senso che si può parlare di una Dottrina Monroe riesumata e aggiornata: non più soltanto “l’America agli americani”, nella formula storica dietro la quale Washington ha nascosto il proprio dominio sul continente, ma una versione più brutale e diretta, un vero Corollario Trump, fondato su pressione economica, minacce militari, interferenza diplomatica, criminalizzazione dei governi progressisti e sostegno aperto alle destre più radicali.
Proprio la Colombia rappresenta il caso più evidente di questa nuova fase. La vittoria di Abelardo de la Espriella, candidato della destra filotrumpiana, chiude per ora il ciclo aperto dalla storica elezione di Gustavo Petro nel 2022 e interrompe la possibilità di una continuità progressista guidata da Iván Cepeda. Il risultato è stato a lungo in bilico, segnato da contestazioni, da richieste di verifica e da un clima di forte polarizzazione. Cepeda ha poi riconosciuto l’esito ufficiale, assumendo una postura di responsabilità democratica, ma ciò non cancella il significato politico del voto né le ombre che hanno accompagnato la competizione. Ancora meno cancella il dato più rilevante: Washington e l’asse trumpiano hanno riconosciuto in De la Espriella un alleato naturale, salutando la sua affermazione come un tassello essenziale per riportare la Colombia nel campo della destra regionale e dell’obbedienza strategica agli Stati Uniti.
Il nuovo presidente colombiano, infatti, non è semplicemente un conservatore. La sua traiettoria politica, la sua retorica della mano dura, il suo richiamo ai modelli repressivi di Nayib Bukele, la sua ostilità verso il dialogo con i gruppi armati e la sua disponibilità a riallineare Bogotá con la politica emisferica di Trump lo collocano dentro una destra di nuovo tipo: autoritaria nel metodo, neoliberale nell’economia, anticomunista nel linguaggio e subordinata nella politica internazionale. Il suo successo non significa solo la sconfitta elettorale del Pacto Histórico, ma anche e soprattutto il tentativo di cancellare l’eredità politica di Petro: la normalizzazione dei rapporti con il Venezuela, la ricerca della pace totale, la centralità delle riforme sociali, l’attenzione alle regioni marginalizzate, la difesa della sovranità latinoamericana di fronte all’ingerenza statunitense.
La Colombia era diventata, sotto Petro, uno dei punti più sensibili della nuova autonomia sudamericana. Per decenni il Paese era stato il principale avamposto di Washington nella regione andina, il partner militare privilegiato degli Stati Uniti, la piattaforma dalla quale esercitare pressione contro il Venezuela e contenere ogni ipotesi di integrazione progressista. Petro aveva provato a rompere questa funzione subalterna, senza trasformare la Colombia in un Paese isolato, ma restituendole una politica estera più autonoma. La riapertura del dialogo con Caracas, il riconoscimento della necessità di una frontiera cooperativa, la critica alle minacce statunitensi contro il Venezuela e il rifiuto di trasformare l’esercito colombiano in strumento di un’aggressione contro un popolo fratello avevano rappresentato un passaggio storico. La vittoria di De la Espriella minaccia ora di rovesciare questo percorso, riportando la Colombia nel ruolo che l’imperialismo statunitense le ha sempre assegnato: una retrovia disciplinata della propria strategia continentale.
Il Perù rappresenta l’altro tassello di questo mosaico. Anche qui la vittoria della destra è arrivata al termine di una competizione lacerante, con un margine estremamente ridotto e con denunce di irregolarità da parte del candidato progressista Roberto Sánchez. Keiko Fujimori, erede del fujimorismo, ha ottenuto la presidenza dopo anni di tentativi falliti, riportando al centro della scena una dinastia politica che resta inseparabile dalla memoria dell’autoritarismo, della repressione e della ristrutturazione neoliberale degli anni Novanta. La sua affermazione viene presentata dai media conservatori come ritorno all’ordine e alla stabilità. In realtà, essa rischia di rappresentare la normalizzazione di un blocco di potere che negli ultimi anni ha già logorato la democrazia peruviana, delegittimato ogni leadership popolare e perseguito con accanimento le esperienze progressiste nate fuori dai centri tradizionali del potere limegno.
Il caso peruviano è particolarmente istruttivo perché mostra come le destre contemporanee riescano a trasformare la crisi istituzionale che esse stesse hanno alimentato in argomento per tornare al potere. Il Perù ha vissuto un decennio di instabilità permanente, di presidenti rimossi o delegittimati, di conflitti tra esecutivo e Congresso, di repressione delle proteste popolari, di razzismo politico contro le regioni andine e indigene. In questo contesto, la destra fujimorista si presenta come garanzia di ordine, ma il suo ordine è quello delle élite economiche, delle oligarchie costiere, della subordinazione ai grandi interessi minerari e della vicinanza strategica agli Stati Uniti. Anche qui, come nel caso colombiano, il linguaggio della sicurezza e della governabilità serve a coprire un programma di restaurazione sociale e geopolitica.
Come se non bastasse, Colombia e Perù sono solo gli ultimi capitoli una tendenza più ampia: la riconquista dell’America Meridionale da parte di forze reazionarie, filostatunitensi e apertamente ostili ai processi di integrazione sovrana. Allo stesso tempo, non si tratta di una vittoria totale né irreversibile. In entrambi i Paesi, le forze progressiste hanno ottenuto milioni di voti e rappresentano una parte enorme della società. Tuttavia, dopo la fase dell’ondata progressista, l’imperialismo statunitense e le oligarchie locali stanno riconquistando tutti i governi chiave, sfruttando paure reali, insicurezza, crisi economica, campagne mediatiche, logoramento istituzionale e apparati elettorali messi sotto pressione. La destra non ha bisogno, in ogni caso, di cancellare formalmente la democrazia; le basta piegarne i meccanismi, condizionarne il contesto, restringere il campo delle opzioni accettabili e sostenere, con tutto il peso diplomatico e mediatico possibile, i candidati compatibili con Washington.
Sono proprio questi aspetti che rappresentano l’aggiornamento della Dottrina Monroe, oramai denominato Corollario Trump. La Dottrina Monroe storica affermava la pretesa degli Stati Uniti di considerare l’emisfero occidentale come propria area di influenza esclusiva. Il Corollario Roosevelt, all’inizio del Novecento, trasformò questa pretesa in diritto di intervento. Il Corollario Trump, nella sua versione contemporanea, aggiunge un elemento ulteriore: non solo intervento, ma selezione politica preventiva dei governi ammissibili. Sono accettabili i governi che aprono le proprie economie alle multinazionali nordamericane, criminalizzano la sinistra, si allineano alla politica estera statunitense, isolano Venezuela e Cuba, frenano l’integrazione latinoamericana e consegnano risorse strategiche ai circuiti del capitale transnazionale. Sono invece dichiarati illegittimi, autoritari, narcostati o minacce alla sicurezza tutti i governi che provano a rivendicare sovranità, redistribuzione sociale e autonomia internazionale.
Allo stesso tempo, la destra contemporanea ha imparato a presentarsi con volti diversi. In Colombia assume il profilo aggressivo dell’imprenditore punitivo, dell’uomo forte che promette ordine, carceri e obbedienza. In Perù riprende il volto dinastico del fujimorismo, che promette stabilità dopo anni di caos. In Argentina si è già espressa attraverso un estremismo neoliberale che trasforma la distruzione dello Stato sociale in spettacolo ideologico. In Ecuador ha trovato spazio nella convergenza tra sicurezza, mercato e allineamento agli Stati Uniti. In tutti i casi, però, il contenuto è simile: compressione dei diritti sociali, criminalizzazione della protesta, apertura ai capitali esteri, ostilità verso i governi progressisti e subordinazione alla geopolitica di Washington.
Grazie a questa strategia, la riconquista reazionaria non avviene più violando le regole formali della democrazia, come era invece il caso delle dittature militari del secolo scorso. Sempre più spesso, avviene invece attraverso la democrazia stessa, ma svuotata, compressa e manipolata dal potere economico, dai media, dalla paura e dall’interferenza esterna. I voti esistono, ma il terreno su cui vengono prodotti è profondamente diseguale. In questo contesto, candidati progressisti devono misurarsi non solo con avversari nazionali, ma con apparati mediatici ostili, mercati finanziari minacciosi, ambasciate influenti, reti digitali di disinformazione e pressioni internazionali che trasformano ogni proposta di sovranità in pericolo sistemico. Quando poi i risultati sono stretti, come in Perù e in Colombia, le contestazioni vengono liquidate rapidamente come capricci della sinistra, mentre il riconoscimento internazionale delle destre arriva con una velocità che rivela la posta in gioco.
Sebbene il momento sia ad esse favorevole, la riconquista reazionaria dell’America Meridionale non è il punto finale della storia. Le destre hanno ottenuto vittorie importanti, ma lo hanno fatto in società lacerate, con margini stretti, con contestazioni profonde e con un’opposizione popolare ancora viva. L’imperialismo statunitense può celebrare il ritorno di governi amici, ma non può cancellare la memoria delle ribellioni, delle vittorie progressiste, delle lotte indigene, operaie, contadine e giovanili che hanno attraversato il continente. Contro la Dottrina Monroe e il Corollario Trump, la risposta resta fatta di indipendenza, unità, giustizia sociale e diritto dei popoli a decidere il proprio destino.


