La tecnologia ha ormai iniziato a evolversi a un ritmo tale da trascinare con sé i centri del potere geopolitico – e non più il contrario.
L’AI come strumento normativo
L’intelligenza artificiale non è più soltanto uno strumento tecnologico, ma sta diventando un dispositivo di potere normativo, il che significa che le regole del Grande Gioco geopolitico potrebbero non più essere definite come avveniva un tempo, cioè nel confronto fra grandi potenze, bensì attraverso una dimensione mediata, anzi trasposta in una sub-dimensione, quella virtuale digitale, dove le AI hanno, o almeno così sembra, la capacità di controllare il cyberspazio.
La regolamentazione delle AI rappresenta oggi una delle questioni geopolitiche più delicate e decisive. Chi controlla l’AI non controlla soltanto dati, infrastrutture o mercati digitali, ma anche la capacità di definire ciò che è accettabile, legittimo e persino “vero” all’interno delle società contemporanee. In questo senso, la normativa sull’intelligenza artificiale non riguarda semplicemente la sicurezza tecnologica o la tutela della privacy, ma costituisce un nuovo terreno di conflitto geopolitico globale che è già operativo ed è già luogo di conflitti (il primo dei quale è la Terza Guerra del Golfo).
Negli ultimi anni è emerso chiaramente come l’evoluzione dell’AI proceda con una velocità enormemente superiore rispetto alla capacità dei sistemi giuridici di adattarsi. Le istituzioni democratiche, i parlamenti e le organizzazioni internazionali operano secondo tempi lenti, basati sul confronto politico e sulla mediazione normativa; al contrario, le grandi aziende tecnologiche e gli Stati più avanzati nel settore dell’AI innovano in modo continuo e accelerato. Questo squilibrio produce un vuoto normativo che viene rapidamente occupato dai soggetti tecnologicamente dominanti. Di conseguenza, la regolamentazione dell’intelligenza artificiale diventa essa stessa uno strumento di potere.
Oggi si stanno delineando due modelli contrapposti. Da un lato vi è un approccio “ristretto”, sostenuto principalmente dalle grandi potenze occidentali e dai loro alleati strategici, basato sulla creazione di club tecnologici capaci di definire standard condivisi tra Paesi economicamente e militarmente vicini. Questo modello tende a privilegiare la tutela degli interessi industriali, la competitività e il controllo delle infrastrutture digitali globali. Dall’altro lato emerge invece un approccio “universale”, promosso soprattutto attraverso le Nazioni Unite, che mira a costruire regole globali rappresentative della maggioranza del mondo e a limitare il predominio tecnologico occidentale. Tuttavia, anche questa visione universale si scontra con enormi difficoltà politiche, economiche e culturali, poiché ogni Stato interpreta l’AI secondo i propri interessi strategici.
Il problema fondamentale è che l’intelligenza artificiale non è neutrale. Ogni sistema di AI incorpora valori, priorità, criteri decisionali e modelli culturali definiti da chi lo progetta. Quando un’AI viene utilizzata per supportare decisioni amministrative, giudiziarie, economiche o militari, essa produce inevitabilmente effetti normativi. In altre parole, l’AI non si limita ad applicare regole, ma contribuisce a crearle. Gli algoritmi selezionano informazioni, classificano individui, determinano priorità e orientano comportamenti collettivi. Questo significa che l’AI può diventare un meccanismo capace di plasmare l’ordine sociale in modo invisibile ma estremamente efficace.
È qui che emerge il punto di domanda più inquietante: le AI rischiano di trasformarsi in vere e proprie armi di controllo normativo? Se un soggetto politico o economico riesce a monopolizzare le piattaforme intelligenti, i flussi informativi e i sistemi decisionali automatizzati, può influenzare il comportamento delle popolazioni senza ricorrere alla coercizione tradizionale. Non si tratta più soltanto di censura o propaganda, ma di una manipolazione normativa profonda e sistemica. Gli algoritmi possono decidere quali contenuti rendere visibili, quali opinioni amplificare, quali dati privilegiare e quali individui considerare “affidabili”. In questo modo, la produzione normativa si sposta progressivamente dalle istituzioni democratiche ai sistemi tecnologici e, di conseguenza, chi ha il controllo del mezzo tecnologico, controlla anche la produzione normativa, e a discendere controlla la politica, l’economia, la scienza, ecc.
Dal punto di vista geopolitico, questo genera una trasformazione asimmetrica dei rapporti di forza ancora più rilevante rispetto al passato. Gli Stati che possiedono le infrastrutture AI più avanzate acquisiscono un vantaggio enorme rispetto agli altri, non solo sul piano economico ma anche su quello culturale e politico. L’asimmetria non riguarda soltanto la superiorità tecnologica, ma soprattutto la capacità di imporre standard normativi globali. Se un Paese controlla i sistemi di AI utilizzati in tutto il mondo, finisce inevitabilmente per esportare i propri valori, i propri criteri giuridici e la propria visione politica. La sovranità digitale, quindi, diventa una forma di dominio geopolitico.
In questo scenario, la regolamentazione dell’intelligenza artificiale appare come una sfida estremamente complessa e ambigua. Regolare troppo rigidamente l’AI potrebbe rallentare l’innovazione e favorire i competitor meno vincolati; al contrario, una regolamentazione debole rischia di consegnare un potere immenso a pochi attori tecnologici o a Stati autoritari. È per questo che la regolamentazione dell’AI può essere definita una vera e propria “roulette russa”: ogni decisione normativa comporta rischi enormi e conseguenze imprevedibili. Un errore potrebbe compromettere la sicurezza democratica, aumentare le disuguaglianze globali o consolidare nuove forme di controllo sociale.
L’approccio Club-based
Diversi sono gli approcci ad oggi adottati dai blocchi di potenze. Il primo è quello lub-based. Questo modello prevede che un gruppo limitato di nazioni tecnologicamente avanzate collabori attraverso piattaforme come OECD.AI, il Processo di Hiroshima sull’IA e il toolkit del G7 per stabilire regole globali, spesso orientate agli interessi economici e geopolitici occidentali. Nonostante il tentativo di creare standard condivisi, le strategie nazionali rimangono molto differenti e rendono difficile raggiungere un consenso.
L’Unione Europea considera l’IA una tecnologia ad alto rischio, soprattutto in ambiti come sanità, sicurezza pubblica e infrastrutture critiche. Con l’AI Act europeo vengono introdotti obblighi severi di trasparenza e controllo algoritmico. Il sistema si basa sul livello di rischio: maggiore è l’impatto sociale dell’IA, più stringenti sono le regole per gli sviluppatori. Tuttavia, diversi partner ritengono che alcune formulazioni della normativa possano favorire manipolazioni politiche o abusi economici, mentre molte imprese europee temono effetti negativi su innovazione, investimenti e competitività globale. L’UE promuove attivamente i propri standard nel mondo attraverso strumenti come il Codice di condotta per l’etichettatura dei contenuti generati dall’IA e iniziative quali il Global Gateway, che però rischiano di limitare lo sviluppo tecnologico locale e accentrare le decisioni in Europa. Sebbene tali politiche vengano presentate come una tutela dei diritti umani e dei valori democratici, possono anche trasformarsi in strumenti di pressione geopolitica.
Gli Stati Uniti mantengono la leadership nell’IA grazie al controllo delle tecnologie chiave, imponendo di fatto gli standard delle grandi aziende americane come Google, Microsoft e OpenAI. L’approccio statunitense privilegia un modello di autoregolamentazione del mercato, con linee guida flessibili e non vincolanti, considerate essenziali per favorire l’innovazione. Attraverso raccomandazioni e iniziative delle agenzie federali, Washington mira a estendere l’influenza globale dei propri standard. L’ordine esecutivo introdotto durante la presidenza Trump ha centralizzato la regolamentazione dell’IA, accelerando lo sviluppo tecnologico ma aumentando i rischi legati a sicurezza e gestione dei dati. In questo sistema gran parte della responsabilità ricade sulle imprese private, poiché gli USA danno priorità al mantenimento del vantaggio competitivo delle proprie aziende.
Il Regno Unito adotta un approccio basato su principi generali, in linea con l’OCSE, evitando un eccesso di burocrazia per mantenere competitivo il settore nazionale dell’IA. Londra si presenta sia come promotrice della sicurezza dell’IA, attraverso iniziative come la Dichiarazione di Bletchley, sia come hub tecnologico globale. Per questo favorisce codici volontari e regolamentazioni settoriali invece di norme rigide simili al GDPR. Il Regno Unito influenza inoltre il G7 e l’OCSE sostenendo l’uso di “sandbox regolatorie”, ambienti controllati dove sperimentare sistemi di IA, cercando così di bilanciare flessibilità e influenza internazionale.
Singapore rappresenta invece un modello pragmatico e orientato all’innovazione. Il Paese preferisce linee guida flessibili e basate su principi piuttosto che regole rigide, con l’obiettivo di favorire crescita tecnologica e start-up. Il suo Model AI Governance Framework, aggiornato anche per l’IA generativa e agente, è diventato un punto di riferimento regionale nel Sud-est asiatico come alternativa ai modelli occidentali. Grazie alla collaborazione con l’OCSE e alla partecipazione al GPAI, Singapore cerca di influenzare gli standard globali sostenendo regolamentazioni adattabili alle diverse economie. Questo dimostra come anche Stati di piccole dimensioni ma tecnologicamente avanzati possano avere un ruolo nella governance mondiale dell’IA.
Tra approccio Club-based e approccio universale
I BRICS rappresentano una posizione intermedia tra il modello ristretto e quello universale guidato dall’ONU. Il gruppo promuove la cooperazione sull’IA nei settori dell’istruzione, delle tecnologie e delle infrastrutture digitali, come evidenziato dal vertice di Rio de Janeiro del 2025, che ha segnato il primo tentativo intergovernativo di creare una governance inclusiva dell’IA basata sui sistemi giuridici nazionali. I BRICS sostengono la sovranità dei dati, un accesso più equo alla tecnologia e la cooperazione Sud-Sud, proponendo alternative ai modelli occidentali tramite iniziative come il BRICS AI Success Hub e la Carta Etica sull’IA.
Tuttavia, il gruppo soffre di frammentazione istituzionale, competenze poco chiare e sovrapposizioni operative. Inoltre, il forte squilibrio interno nello sviluppo dell’IA rende difficile elaborare politiche comuni: la Cina concentra la grande maggioranza dell’influenza nel campo dell’IA generativa, mentre India, Brasile e Russia hanno un peso molto minore.
La Cina punta a ottenere una superiorità tecnologica innovativa senza adottare una legge unica e completa sull’IA. Preferisce invece misure mirate, come l’obbligo di etichettare i contenuti generati artificialmente e la strategia AI+, pensata per trasformare l’economia entro il 2035. La diffusione di OpenClaw, un agente IA open source, ha accelerato i piani per introdurre standard di affidabilità e utilizzo. Attraverso la Via della Seta Digitale, Pechino esporta i propri modelli normativi e promuove una governance inclusiva basata sulla sovranità nazionale, proponendo anche la creazione di un nuovo organismo internazionale dedicato alla regolamentazione globale dell’IA.
La Russia adotta un modello ibrido che combina principi ONU e sovranità nazionale, puntando su trasparenza, accesso non discriminatorio alle tecnologie e codici etici volontari. Tra le principali iniziative figurano il concetto di regolamentazione dell’IA al 2030 e linee guida per il settore finanziario. Un importante progetto di legge definisce diritti e doveri di sviluppatori, operatori e utenti, introducendo le categorie di IA “sovrana”, “nazionale” e “affidabile”. Sul piano internazionale Mosca cerca di costruire consenso attraverso la Russian AI Alliance, parte della rete globale AI Alliance Network.
L’India segue invece una strategia di multi-allineamento: rafforza la cooperazione con i BRICS ma allo stesso tempo adotta standard occidentali. Grazie a piattaforme come l’AI Impact Summit, Nuova Delhi cerca di influenzare la governance globale dell’IA secondo i propri interessi. Il Paese punta a bilanciare innovazione e governance etica tramite il Digital India Act e una strategia nazionale in continua evoluzione. Collaborando sia con il blocco BRICS sia con le strutture occidentali, l’India costruisce un modello flessibile e orientato alla sovranità, presentandosi come leader del Sud Globale nella definizione di politiche inclusive sull’IA.
Approccio universale
Molti Paesi della cosiddetta “maggioranza globale”, preoccupati da nuove forme di dipendenza tecnologica e colonialismo digitale, sostengono la necessità di una regolamentazione internazionale dell’IA sotto la guida delle Nazioni Unite. L’obiettivo è affrontare problemi come il divario digitale e il controllo tecnologico da parte delle grandi potenze, attraverso iniziative quali il Dialogo Globale ONU sull’IA del 2025, pensato come piattaforma inclusiva per definire standard basati sui diritti e sull’innovazione aperta, supportato da un gruppo indipendente di esperti internazionali.
Stati Uniti e Regno Unito si oppongono, però, ad una supervisione dell’ONU, preferendo mantenere piattaforme autonome per conservare il proprio vantaggio strategico rispetto alla Cina. Questa frammentazione aumenta la sfiducia internazionale e i rischi per la privacy, mentre la crescente militarizzazione dell’IA nei conflitti rende sempre più urgente l’introduzione di regole condivise. Linee guida etiche e principi generali non sono più sufficienti: servono norme vincolanti a livello globale per limitare i rischi dell’IA e garantire stabilità internazionale. Senza un accordo comune, le minacce derivanti da uno sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale continueranno ad aumentare.
I vari approcci stanno affrontando la questione da punti di vista diversi, cercando di dare risposte che talvolta non sembrano adatte, o sono troppo in ritardo rispetto al reale progresso tecnologico di queste strutture di potere, ma non può che essere così, perché ormai la tecnologia ha iniziato a muoversi con una velocità tale da trascinare i centri di potere geopolitico, non più viceversa. Questo cambiamento globale che già ci investe, potrebbe presto lasciarci letteralmente senza parole.


