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Giacomo Gabellini
July 2, 2026
© Photo: Public domain

Lo scorso 12 giugno, Space-X è stata ufficialmente quotata al Nasdaq, raccogliendo oltre 75 miliardi di dollari e avviandosi a conseguire una capitalizzazione di mercato da 1,75 trilioni di dollari. Si tratta della più imponente offerta pubblica iniziale della storia dei mercati azionari.

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L’operazione è stata agevolata da un provvidenziale cambiamento delle regole del Nasdaq, declinatosi sotto forma di introduzione di norme concepite specificamente  per agevolare le offerte pubbliche iniziali di aziende di grandi dimensioni. L’eliminazione dei requisiti di flottante minimo, la creazione di una corsia preferenziale atta ad accorciare i tempi di inclusione e l’instaurazione di standard che favoriscono l’ingresso di soggetti dotati di maggiore peso rispetto alla capitalizzazione dell’indice hanno avvantaggiato enormemente Space-X, ponendola nelle condizioni di sbarcare sul Nasdaq dopo appena 15 giorni di contrattazioni, a fronte dell’anno di “decantazione” imposto finora a qualsiasi altra società interessata. Naturalmente, i fondi che intendono replicare l’andamento del Nasdaq sono vincolati ad acquistare azioni di Space-X.

Quando un titolo sbarca su un indice, i fondi che si occupano di replicarne l’andamento attraverso gli Etf sono obbligati a comprare quel titolo, aumentandone automaticamente la quotazione. Specialmente se, come nel caso di Space-X, l’azienda che entra nell’indice immette sul libero mercato una quota particolarmente ridotta del capitale azionario.

Elon Musk, fondatore e amministratore delegato della società, detiene attualmente circa il 41% di Space-X, ma controlla l’85% dei voti garantitogli dal possesso di azioni privilegiate. Non potrà pertanto mai essere messo in minoranza,  né tantomeno rimosso. Space-X ha peraltro sede in Texas, Stato federale in cui vige un regime giuridico che offre solidissime tutele ai capitani d’azienda da eventuali cause dell’azionariato.

La quotazione presso il Nasdaq ha imposto a Space-X di rendere pubblici i bilanci societari, che manifestano problematicità di non poco conto. Nel 2025, Space-X ha registrato ricavi quantificabili in circa 18,5 miliardi di dollari, a fronte di un reddito netto negativo per circa 5 miliardi di dollari. Dalla sua nascita, Space-X ha bruciato liquidità per la cifra record di oltre 37 miliardi di dollari.

Nel dettaglio, gli enormi ricavi garantiti da Starlink (11,4 miliardi nel 2025, con una crescita su base annua del 50% e un apporto rispetto al fatturato del gruppo che sfiora il 70%) sono più che compensati dalle perdite realizzate dal comparto dei razzi Falcon e Starship, che potrebbero però assicurare ingenti margini di rendita in futuro alla luce dei loro enormi investimenti in tecnologia. Un discorso a parte va formulato per il social media X e x-AI, start-up di intelligenza artificiale rivelatasi finora assolutamente incapace di reggere la concorrenza di colossi come Anthropic e OpenAI. All’inizio del 2026 Space-X ha acquisito x-AI, che controllava a sua volta il social media X, per una cifra intorno ai 250 miliardi di dollari.

Nel 2022, Musk aveva sborsato 44 miliardi per rilevare Twitter, poi ridenominato X. Nel corso dei mesi successivi, X arrivò a perdere oltre il 60% del proprio valore, salvo poi risalire vertiginosamente in seguito all’elezione di Trump e al sodalizio politico con Musk.

In poche parole, Musk ha acquistato Twitter a 44 miliardi di dollari per cambiarle nome e rivenderla a 250 miliardi a un’altra società di sua proprietà.

Un conflitto di interessi macroscopico, paragonabile a quello che ha visto Space-X acquistare nell’arco di un solo trimestre circa 640 milioni di dollari di veicoli Cybertruck e batterie Megapack da Tesla, altra società facente capo a Musk.

C’è poi un altro aspetto di non minore rilevanza, costituito dalla prossimità cronologica tra la quotazione di Space-X e quelle di Anthropic  OpenAI, previste per la fine dell’anno. Si prevede una mobilitazione complessiva pari a circa 4 trilioni di dollari, necessaria a garantire a queste aziende un ritorno degli enormi investimenti sostenuti nel corso degli anni. Space-X, Anthropic e OpenAI si pongono tuttavia in concorrenza non soltanto con il Dipartimento del Tesoro, chiamato a rinnovare soltanto nell’anno fiscale corrente qualcosa come 10 trilioni di dollari di Buoni del Tesoro, ma anche con le aziende già quotate rientranti nel macrocosmo dell’intelligenza artificiale. La cui ipervalutazione, combinata a livelli di indebitamento assai ragguardevoli, rappresenta un fattore critico di primissimo piano.

I primi scossoni si sono già verificati. Le cosiddette “Big-7” del settore dell’alta tecnologia (Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet, Meta, Nvidia e Tesla) hanno registrato perdite considerevoli, così come la stessa Space-X che ha perso oltre il 16% del suo valore iniziale in seguito delle diffuse preoccupazioni sul debito suscitate dall’annuncio di una imponente emissione obbligazionaria (20 miliardi di dollari) volta a finanziare l’infrastruttura di intelligenza artificiale e satellitare.

In questo contesto, un eventuale rialzo dei tassi ad opera della Federal Reserve, dovuto alla doppia necessità di tenere a freno l’inflazione e accrescere l’appetibilità dei titoli di Stato, rischia di innescare un deflusso di capitali dai listini azionari, in una fase caratterizzata dall’aumento astronomico del margin debt – +53,7% su base annua, per un ammontare di liquidità presa in prestito per l’acquisto di azioni pari al 5,2% del Pil.

Dalle “Big-7” a Space-X: scatta la “grande correzione”?

Lo scorso 12 giugno, Space-X è stata ufficialmente quotata al Nasdaq, raccogliendo oltre 75 miliardi di dollari e avviandosi a conseguire una capitalizzazione di mercato da 1,75 trilioni di dollari. Si tratta della più imponente offerta pubblica iniziale della storia dei mercati azionari.

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L’operazione è stata agevolata da un provvidenziale cambiamento delle regole del Nasdaq, declinatosi sotto forma di introduzione di norme concepite specificamente  per agevolare le offerte pubbliche iniziali di aziende di grandi dimensioni. L’eliminazione dei requisiti di flottante minimo, la creazione di una corsia preferenziale atta ad accorciare i tempi di inclusione e l’instaurazione di standard che favoriscono l’ingresso di soggetti dotati di maggiore peso rispetto alla capitalizzazione dell’indice hanno avvantaggiato enormemente Space-X, ponendola nelle condizioni di sbarcare sul Nasdaq dopo appena 15 giorni di contrattazioni, a fronte dell’anno di “decantazione” imposto finora a qualsiasi altra società interessata. Naturalmente, i fondi che intendono replicare l’andamento del Nasdaq sono vincolati ad acquistare azioni di Space-X.

Quando un titolo sbarca su un indice, i fondi che si occupano di replicarne l’andamento attraverso gli Etf sono obbligati a comprare quel titolo, aumentandone automaticamente la quotazione. Specialmente se, come nel caso di Space-X, l’azienda che entra nell’indice immette sul libero mercato una quota particolarmente ridotta del capitale azionario.

Elon Musk, fondatore e amministratore delegato della società, detiene attualmente circa il 41% di Space-X, ma controlla l’85% dei voti garantitogli dal possesso di azioni privilegiate. Non potrà pertanto mai essere messo in minoranza,  né tantomeno rimosso. Space-X ha peraltro sede in Texas, Stato federale in cui vige un regime giuridico che offre solidissime tutele ai capitani d’azienda da eventuali cause dell’azionariato.

La quotazione presso il Nasdaq ha imposto a Space-X di rendere pubblici i bilanci societari, che manifestano problematicità di non poco conto. Nel 2025, Space-X ha registrato ricavi quantificabili in circa 18,5 miliardi di dollari, a fronte di un reddito netto negativo per circa 5 miliardi di dollari. Dalla sua nascita, Space-X ha bruciato liquidità per la cifra record di oltre 37 miliardi di dollari.

Nel dettaglio, gli enormi ricavi garantiti da Starlink (11,4 miliardi nel 2025, con una crescita su base annua del 50% e un apporto rispetto al fatturato del gruppo che sfiora il 70%) sono più che compensati dalle perdite realizzate dal comparto dei razzi Falcon e Starship, che potrebbero però assicurare ingenti margini di rendita in futuro alla luce dei loro enormi investimenti in tecnologia. Un discorso a parte va formulato per il social media X e x-AI, start-up di intelligenza artificiale rivelatasi finora assolutamente incapace di reggere la concorrenza di colossi come Anthropic e OpenAI. All’inizio del 2026 Space-X ha acquisito x-AI, che controllava a sua volta il social media X, per una cifra intorno ai 250 miliardi di dollari.

Nel 2022, Musk aveva sborsato 44 miliardi per rilevare Twitter, poi ridenominato X. Nel corso dei mesi successivi, X arrivò a perdere oltre il 60% del proprio valore, salvo poi risalire vertiginosamente in seguito all’elezione di Trump e al sodalizio politico con Musk.

In poche parole, Musk ha acquistato Twitter a 44 miliardi di dollari per cambiarle nome e rivenderla a 250 miliardi a un’altra società di sua proprietà.

Un conflitto di interessi macroscopico, paragonabile a quello che ha visto Space-X acquistare nell’arco di un solo trimestre circa 640 milioni di dollari di veicoli Cybertruck e batterie Megapack da Tesla, altra società facente capo a Musk.

C’è poi un altro aspetto di non minore rilevanza, costituito dalla prossimità cronologica tra la quotazione di Space-X e quelle di Anthropic  OpenAI, previste per la fine dell’anno. Si prevede una mobilitazione complessiva pari a circa 4 trilioni di dollari, necessaria a garantire a queste aziende un ritorno degli enormi investimenti sostenuti nel corso degli anni. Space-X, Anthropic e OpenAI si pongono tuttavia in concorrenza non soltanto con il Dipartimento del Tesoro, chiamato a rinnovare soltanto nell’anno fiscale corrente qualcosa come 10 trilioni di dollari di Buoni del Tesoro, ma anche con le aziende già quotate rientranti nel macrocosmo dell’intelligenza artificiale. La cui ipervalutazione, combinata a livelli di indebitamento assai ragguardevoli, rappresenta un fattore critico di primissimo piano.

I primi scossoni si sono già verificati. Le cosiddette “Big-7” del settore dell’alta tecnologia (Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet, Meta, Nvidia e Tesla) hanno registrato perdite considerevoli, così come la stessa Space-X che ha perso oltre il 16% del suo valore iniziale in seguito delle diffuse preoccupazioni sul debito suscitate dall’annuncio di una imponente emissione obbligazionaria (20 miliardi di dollari) volta a finanziare l’infrastruttura di intelligenza artificiale e satellitare.

In questo contesto, un eventuale rialzo dei tassi ad opera della Federal Reserve, dovuto alla doppia necessità di tenere a freno l’inflazione e accrescere l’appetibilità dei titoli di Stato, rischia di innescare un deflusso di capitali dai listini azionari, in una fase caratterizzata dall’aumento astronomico del margin debt – +53,7% su base annua, per un ammontare di liquidità presa in prestito per l’acquisto di azioni pari al 5,2% del Pil.

Lo scorso 12 giugno, Space-X è stata ufficialmente quotata al Nasdaq, raccogliendo oltre 75 miliardi di dollari e avviandosi a conseguire una capitalizzazione di mercato da 1,75 trilioni di dollari. Si tratta della più imponente offerta pubblica iniziale della storia dei mercati azionari.

Segue nostro Telegram.

L’operazione è stata agevolata da un provvidenziale cambiamento delle regole del Nasdaq, declinatosi sotto forma di introduzione di norme concepite specificamente  per agevolare le offerte pubbliche iniziali di aziende di grandi dimensioni. L’eliminazione dei requisiti di flottante minimo, la creazione di una corsia preferenziale atta ad accorciare i tempi di inclusione e l’instaurazione di standard che favoriscono l’ingresso di soggetti dotati di maggiore peso rispetto alla capitalizzazione dell’indice hanno avvantaggiato enormemente Space-X, ponendola nelle condizioni di sbarcare sul Nasdaq dopo appena 15 giorni di contrattazioni, a fronte dell’anno di “decantazione” imposto finora a qualsiasi altra società interessata. Naturalmente, i fondi che intendono replicare l’andamento del Nasdaq sono vincolati ad acquistare azioni di Space-X.

Quando un titolo sbarca su un indice, i fondi che si occupano di replicarne l’andamento attraverso gli Etf sono obbligati a comprare quel titolo, aumentandone automaticamente la quotazione. Specialmente se, come nel caso di Space-X, l’azienda che entra nell’indice immette sul libero mercato una quota particolarmente ridotta del capitale azionario.

Elon Musk, fondatore e amministratore delegato della società, detiene attualmente circa il 41% di Space-X, ma controlla l’85% dei voti garantitogli dal possesso di azioni privilegiate. Non potrà pertanto mai essere messo in minoranza,  né tantomeno rimosso. Space-X ha peraltro sede in Texas, Stato federale in cui vige un regime giuridico che offre solidissime tutele ai capitani d’azienda da eventuali cause dell’azionariato.

La quotazione presso il Nasdaq ha imposto a Space-X di rendere pubblici i bilanci societari, che manifestano problematicità di non poco conto. Nel 2025, Space-X ha registrato ricavi quantificabili in circa 18,5 miliardi di dollari, a fronte di un reddito netto negativo per circa 5 miliardi di dollari. Dalla sua nascita, Space-X ha bruciato liquidità per la cifra record di oltre 37 miliardi di dollari.

Nel dettaglio, gli enormi ricavi garantiti da Starlink (11,4 miliardi nel 2025, con una crescita su base annua del 50% e un apporto rispetto al fatturato del gruppo che sfiora il 70%) sono più che compensati dalle perdite realizzate dal comparto dei razzi Falcon e Starship, che potrebbero però assicurare ingenti margini di rendita in futuro alla luce dei loro enormi investimenti in tecnologia. Un discorso a parte va formulato per il social media X e x-AI, start-up di intelligenza artificiale rivelatasi finora assolutamente incapace di reggere la concorrenza di colossi come Anthropic e OpenAI. All’inizio del 2026 Space-X ha acquisito x-AI, che controllava a sua volta il social media X, per una cifra intorno ai 250 miliardi di dollari.

Nel 2022, Musk aveva sborsato 44 miliardi per rilevare Twitter, poi ridenominato X. Nel corso dei mesi successivi, X arrivò a perdere oltre il 60% del proprio valore, salvo poi risalire vertiginosamente in seguito all’elezione di Trump e al sodalizio politico con Musk.

In poche parole, Musk ha acquistato Twitter a 44 miliardi di dollari per cambiarle nome e rivenderla a 250 miliardi a un’altra società di sua proprietà.

Un conflitto di interessi macroscopico, paragonabile a quello che ha visto Space-X acquistare nell’arco di un solo trimestre circa 640 milioni di dollari di veicoli Cybertruck e batterie Megapack da Tesla, altra società facente capo a Musk.

C’è poi un altro aspetto di non minore rilevanza, costituito dalla prossimità cronologica tra la quotazione di Space-X e quelle di Anthropic  OpenAI, previste per la fine dell’anno. Si prevede una mobilitazione complessiva pari a circa 4 trilioni di dollari, necessaria a garantire a queste aziende un ritorno degli enormi investimenti sostenuti nel corso degli anni. Space-X, Anthropic e OpenAI si pongono tuttavia in concorrenza non soltanto con il Dipartimento del Tesoro, chiamato a rinnovare soltanto nell’anno fiscale corrente qualcosa come 10 trilioni di dollari di Buoni del Tesoro, ma anche con le aziende già quotate rientranti nel macrocosmo dell’intelligenza artificiale. La cui ipervalutazione, combinata a livelli di indebitamento assai ragguardevoli, rappresenta un fattore critico di primissimo piano.

I primi scossoni si sono già verificati. Le cosiddette “Big-7” del settore dell’alta tecnologia (Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet, Meta, Nvidia e Tesla) hanno registrato perdite considerevoli, così come la stessa Space-X che ha perso oltre il 16% del suo valore iniziale in seguito delle diffuse preoccupazioni sul debito suscitate dall’annuncio di una imponente emissione obbligazionaria (20 miliardi di dollari) volta a finanziare l’infrastruttura di intelligenza artificiale e satellitare.

In questo contesto, un eventuale rialzo dei tassi ad opera della Federal Reserve, dovuto alla doppia necessità di tenere a freno l’inflazione e accrescere l’appetibilità dei titoli di Stato, rischia di innescare un deflusso di capitali dai listini azionari, in una fase caratterizzata dall’aumento astronomico del margin debt – +53,7% su base annua, per un ammontare di liquidità presa in prestito per l’acquisto di azioni pari al 5,2% del Pil.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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