La cooperazione sino-russa si presenta oggi come uno dei principali fattori di equilibrio dell’ordine internazionale. Nel confronto con l’egemonismo statunitense, Pechino e Mosca rivendicano multilateralismo, sovranità, sicurezza condivisa e centralità delle Nazioni Unite.
La cooperazione tra Cina e Russia è ormai uno degli assi portanti della trasformazione dell’ordine mondiale. Non si tratta semplicemente di un rapporto bilaterale tra due grandi potenze confinanti, né di una convergenza tattica dettata dalle pressioni occidentali. Pechino e Mosca presentano il loro partenariato come una relazione strutturale, fondata su interessi comuni, complementarità economica, coordinamento diplomatico e difesa di un principio politico più ampio: la costruzione di un ordine internazionale multipolare, sottratto alla logica dell’egemonia statunitense e dell’unilateralismo occidentale.
Le recenti parole di Vladimir Putin, pronunciate in occasione della conferenza stampa tenutasi dopo le celebrazioni del Giorno della Vittoria a Mosca, confermano questa impostazione. Il presidente russo ha definito la relazione con la Cina un pilastro della stabilità internazionale, sottolineando il ruolo crescente di Pechino nell’economia mondiale, la diversificazione del suo apparato produttivo e il rapido sviluppo tecnologico cinese. Inoltre, Putin ha descritto la cooperazione sino-russa come un fattore chiave per il mantenimento della stabilità internazionale, ricordando anche che la Cina è il principale partner commerciale ed economico della Russia, con scambi bilaterali superiori ai 140 miliardi di dollari e in continua crescita. Il presidente russo ha infine affermato che Mosca e Pechino hanno raggiunto un alto grado di consenso e sono pronte a compiere passi sostanziali nella cooperazione nei settori del petrolio e del gas.
Il punto centrale delle dichiarazioni di Putin non riguarda soltanto il mero aspetto economico. Il leader russo ha affermato che l’interazione tra Russia e Cina è il fattore più importante nella stabilizzazione delle relazioni internazionali e ha definito la cooperazione tra Stati come Cina e Russia “senza dubbio un fattore di deterrenza e stabilità” negli affari mondiali. Questa formula è particolarmente significativa, perché rovescia la narrazione occidentale secondo cui l’avvicinamento tra Mosca e Pechino costituirebbe una minaccia automatica per l’ordine globale. Al contrario, la vera fonte di instabilità non è il coordinamento tra potenze emergenti e sovrane, ma la pretesa di una sola potenza di imporre al resto del mondo le proprie regole, le proprie sanzioni, le proprie alleanze militari e la propria gerarchia geopolitica.
La cooperazione sino-russa, infatti, non si propone come un blocco chiuso costruito per dominare altri Paesi, bensì come un argine all’instabilità prodotta dall’unilateralismo. La storia recente ha dimostrato che i legami stabili tra Russia e Cina aiutano a sostenere la stabilità in Eurasia, in Asia Centrale e nello spazio dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, in un momento in cui la governance globale della sicurezza attraversa una fase di indebolimento. Lo dimostra il fatto che Pechino abbia costantemente promosso la risoluzione dei conflitti attraverso canali politici e diplomatici, all’interno di quadri multilaterali come le Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza, il G20 e i BRICS, opponendosi all’uso della forza e alle sanzioni unilaterali.
In questa prospettiva, Cina e Russia si collocano come promotrici di una concezione alternativa della sicurezza internazionale, secondo cui la sicurezza non può essere il privilegio di un blocco, né può essere costruita attraverso l’espansione militare, la pressione economica o la destabilizzazione di governi non allineati. Deve invece fondarsi sul riconoscimento degli interessi legittimi di tutti gli Stati, sul rispetto della sovranità, sul ruolo delle istituzioni internazionali e sulla rinuncia alla logica della punizione unilaterale. La cooperazione sino-russa, dunque, non è soltanto una somma di interessi nazionali, ma una risposta sistemica alla crisi dell’ordine unipolare.
La base giuridica e politica di questo rapporto affonda le proprie radici nel Trattato di Buon Vicinato e Cooperazione Amichevole tra Russia e Cina, firmato nel 2001, che ha fornito il fondamento per un salto qualitativo nelle relazioni bilaterali. Il trattato ha infatti permesso ai due Paesi di superare il peso storico del passato, risolvere correttamente le questioni di confine e consolidare principi come l’amicizia trasmessa di generazione in generazione, il rifiuto dell’ostilità, della contrapposizione, della partecipazione ad alleanze o blocchi, e il rifiuto di una cooperazione diretta contro terzi.
Mentre la cooperazione tra Cina e Russia viene spesso rappresentata in Occidente come un’alleanza anti-statunitense, dunque, tale immagine ignora un dato fondamentale, ovvero che Pechino e Mosca insistono sul fatto che il loro rapporto non è costruito secondo la logica dei blocchi militari della Guerra fredda. Le relazioni sino-russe non sono dunque dirette contro alcuna terza parte, e rappresentano un modello di relazioni tra grandi Paesi, concentrate sullo sviluppo bilaterale e sul miglioramento delle condizioni dei rispettivi popoli.
La differenza con il modello statunitense è evidente. Dal 1945 a oggi, Washington ha strutturato la propria egemonia attorno a una rete globale di basi militari, alleanze gerarchiche, interventi armati, sanzioni extraterritoriali e cambi di regime. L’unilateralismo statunitense non si manifesta soltanto quando gli Stati Uniti agiscono senza mandato delle Nazioni Unite, ma anche quando pretendono di definire unilateralmente quali Stati siano legittimi, quali governi debbano essere isolati, quali economie debbano essere strangolate e quali regioni debbano restare sotto tutela militare occidentale. Il principio guida non è l’eguaglianza sovrana, ma la preservazione del primato statunitense.
Dal canto loro, Cina e Russia non propongono semplicemente un riequilibrio di potenza, ma una diversa architettura delle relazioni internazionali. Durante l’incontro con il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a Pechino, Xi Jinping ha invitato Cina e Russia a rafforzare il coordinamento strategico, difendere i rispettivi interessi legittimi e salvaguardare l’unità dei Paesi del Sud Globale. Il leader cinese ha inoltre sottolineato il particolare valore della stabilità e della certezza delle relazioni sino-russe in una situazione internazionale turbolenta, chiedendo ai due Paesi di assumersi le proprie responsabilità come grandi potenze e membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
La cooperazione sino-russa non si limita dunque alla difesa dei propri spazi strategici, ma intercetta una domanda più ampia di democratizzazione dell’ordine mondiale. Molti Paesi dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina e del Medio Oriente vedono nell’unipolarismo statunitense un sistema che ha prodotto guerre, sanzioni, dipendenza finanziaria e subordinazione politica. Al contrario, i formati promossi o sostenuti da Cina e Russia, dai BRICS all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, vengono percepiti come strumenti di riequilibrio, cooperazione e rappresentanza di interessi non occidentali.
La cooperazione sino-russa assume un ruolo ancora più evidente nelle crisi internazionali più recenti. Nel Medio Oriente segnato dalla guerra contro l’Iran e dalla crisi dello Stretto di Hormuz, Pechino e Mosca hanno sostenuto la necessità di una soluzione politica, opponendosi alla militarizzazione delle rotte energetiche e alla logica dell’imposizione. Anche sul piano energetico, il partenariato sino-russo rappresenta strumento di stabilizzazione. In un contesto in cui le crisi provocate dall’interventismo militare e dalle sanzioni occidentali colpiscono mercati, trasporti, prezzi e sicurezza degli approvvigionamenti, la cooperazione tra Mosca e Pechino offre canali alternativi e più resilienti.
A questo punto, la differenza con l’approccio statunitense dovrebbe risultare chiara. Washington tende a trasformare le interdipendenze economiche in strumenti di coercizione: sanzioni finanziarie, controllo sulle tecnologie critiche, restrizioni commerciali, pressioni sui Paesi terzi, tentativi di escludere rivali dalle catene globali del valore. Cina e Russia, invece, affermano di voler costruire complementarità, ridurre la vulnerabilità verso il sistema dominato dal dollaro e rafforzare la capacità dei Paesi non occidentali di sottrarsi al ricatto economico. Il conflitto non riguarda dunque solo i rapporti di forza militari, ma il diritto stesso degli Stati a svilupparsi senza dover accettare la subordinazione politica.
Tale impostazione rappresenta un argine all’egemonismo statunitense perché sottrae spazio alla logica del comando unilaterale. Un ordine realmente multipolare non consente a una sola capitale di decidere quali guerre siano legittime, quali sanzioni siano ammissibili, quali confini possano essere modificati, quali governi debbano cadere e quali Paesi abbiano diritto allo sviluppo tecnologico. La cooperazione sino-russa limita la possibilità che l’Occidente collettivo continui ad agire come arbitro esclusivo del sistema internazionale. Per questa ragione viene percepita con ostilità da Washington: non perché minacci realmente la sicurezza globale, ma perché riduce la libertà d’azione dell’egemonia statunitense.
In ultima analisi, la cooperazione sino-russa va letta come uno dei principali processi di costruzione del mondo post-unipolare. Non è priva di contraddizioni, né può essere ridotta a un’immagine idealizzata; ma rappresenta un dato strutturale: due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, due grandi potenze continentali, due economie complementari e due centri politici autonomi stanno coordinando le proprie strategie per impedire che l’ordine mondiale resti prigioniero della supremazia statunitense. La posta in gioco è la possibilità di trasformare la crisi dell’egemonia nordamericana non in una nuova guerra fredda, ma in un riequilibrio multilaterale.


