Italiano
Daniele Perra
May 5, 2026
© Photo: Public domain

Mentre in Italia si discuteva polemicamente (per l’ennesimo anno consecutivo) dell’esito delle manifestazioni per il 25 aprile, del loro essere divisive ed altre facezie inutili, il gruppo jihadista JNIM e le milizie separatiste tuareg del Fronte Azawad hanno lanciato un’offensiva contro le posizioni dell’esercito maliano, mettendo nuovamente a dura prova la stabilità dello Stato del Sahel. Ciò è avvenuto nel quasi totale silenzio dei nostri mezzi di informazione, incapaci di comprendere l’eventuale portata, anche per l’Europa, di una nuova profonda destabilizzazione della regione.

Segue nostro Telegram.

Osservando una cartina geografica e comparandola con le notizie che giornalmente arrivano dai fronti di guerra, si potrà facilmente notare come il continente europeo si trovi di fatto circondato da un arco di instabilità che dalle coste atlantiche dell’Africa (Sahara occidentale) arriva, attraversando il Sahel, il Sudan la Somalia e l’intero Vicino Oriente (con gli Stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb inclusi), almeno fino al Mar Baltico (se consideriamo ovviamente le mai del tutto sopite tensioni nel Caucaso, la situazione conflittuale in Ucraina e la feroce ostilità antirussa delle Repubbliche baltiche).

Un arco di crisi che, nello specifico, impedisce all’Europa una stabilità nelle forniture energetiche e, di conseguenza, un approvvigionamento costante ed ininterrotto di risorse per la propria industria. Ed una situazione che, sempre nello specifico, aumenta la dipendenza della stessa da tutto ciò che proviene dall’altro lato dell’Atlantico; da quegli Stati Uniti che, in larga parte, hanno operato per creare suddetto arco di crisi.

La nuova fase di tensioni in Mali non è affatto estranea a questa dinamica. Anche qui, infatti, sono presenti interessi di varia natura e giochi strategici di attori diversi, regionali e non: dalla Russia (presente sul terreno) e l’Iran (il cui ruolo in Africa – come si vedrà – sta crescendo a prescindere dalla nuova aggressione subita), alla Francia (già protagonista, con l’Europa, di alcune fallimentari missioni di stabilizzazione) ed agli Stati Uniti (è chiaro che i servizi occidentali, soprattutto ucraini e britannici, siano dietro il nuovo attivismo dei “ribelli” maliani), a Israele ed agli Emirati Arabi Uniti (con questi ultimi due attivi anche in Sudan, nel Corno d’Africa e nello Yemen).

Prima di andare avanti sarà necessario chiarire da subito che l’obiettivo di fondo di questa nuova recrudescenza conflittuale nel Mali è quella di eliminare la presenza russa nel Sahel, divenuta estremamente forte a seguito di quella serie di colpi di Stato che hanno portato al potere nello stesso Mali, in Niger e Burkina Faso, giunte militari profondamente ostili nei confronti dei disegni neocoloniali dell’Occidente. Quella che è stata definita come la “cintura dei colpi di Stato”, di fatto, va ad includere uno spazio ricco di risorse naturali (l’uranio nel Niger, ad esempio, i fosfati in Mali) e ricco, al contempo, di movimenti insurrezionali legati alle tradizionali sigle del gihadismo (al-Qaeda e sedicente Stato Islamico).

Qui, su Strategic Culture, si era già affrontato il tema in un articolo dal titolo La crisi maliana, pubblicato in data 17 novembre 2025 ed in prossimità con il tentativo delle milizie “ribelli” di porre sotto assedio la capitale dello Stato saheliano Bamako, limitandone le forniture di combustibili attraverso il controllo diretto delle rotte che portavano verso il centro urbano.

In quell’occasione, inoltre, si mise in evidenza come si fossero sviluppate delle tensioni tra il contingente russo presente in loco e le forze governative dal FAMA (Forze Armate Maliane), con queste ultime accusate di scarsa professionalità, nonostante reggano l’urto di costanti attacchi da quasi vent’anni.

Ad ogni modo, non è difficile immaginare che, sfruttando tali tensioni, i servizi occidentali abbiano pensato di poter riproporre in Mali uno “scenario siriano”, confidando nell’abbandono russo della causa. Un qualcosa che, al momento, non sembra essere avvenuto. Ma questo ci porta ad esaminare meglio la nuova fase di conflitto.

Innanzitutto è bene sottolineare che una simile coordinamento tra le forze gihadiste del JNIM – Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin e del FLA – Fronte di Liberazione dell’Azawad non si vedeva almeno dal 2012. Questi hanno messo insieme una forza che si aggira tra i 10.000 ed i 12.000 uomini ed hanno attaccato almeno sei o sette centri abitati diversi (comprese alcune zone della stessa Bamako). Particolarmente cruenti sono stati gli scontri a Kidal; centro dall’alto valore simbolico, per lungo tempo in mano ai “ribelli” e conquistato nel 2023 dalle forze governative insieme al contingente russo dell’Africa Korps. Questo, negli istanti in cui si scrive, sembra essere tornato in mano ai separatisti. Ma la lunghezza del fronte (2000 km) e le difficoltà logistiche nei prossimi giorni saranno un fattore decisivo per entrambi gli schieramenti.

Anche alcune aree dei centri di Gao e Mopti sono state momentaneamente occupate; mentre a Bamako, Kati (dove ha trovato la morte il Ministro della Difesa maliano Sadio Camara) e Sevaré, gli attacchi sono stati respinti con successo ed i miliziani hanno subito un numero piuttosto alto (sebbene imprecisato) di perdite.

Nonostante la situazione sia ancora ben lontana da una sua stabilizzazione, bisogna riconoscere che, come nel novembre scorso, si sta lentamente profilando un superamento parziale della crisi. Tuttavia, il coinvolgimento di diversi attori regionali (Benin, Nigeria, Costa d’Avorio, Algeria) sembra far presagire un mantenimento in latenza del conflitto che proseguirà a fasi alternate nei prossimi mesi, e forse anni.

Interessante il ruolo della Nigeria, e dei gruppi gihadisti che occupano parte del nord del Paese. Questi, solo qualche mese fa, vennero presi di mira da un attacco piuttosto cosmetico delle forze statunitensi. L’obiettivo, secondo l’amministrazione USA, era quello di fermare le azioni ostili contro la popolazione cristiana della regione. In realtà, nello stesso attacco USA, sarebbero morti più civili cristiani che miliziani.

Altrettanto interessante è il ruolo che l’Iran sta avendo all’interno delle dinamiche africane, sahariane e non. Come noto, l’industria militare iraniana dei sistemi a pilota remoto sta conoscendo notevoli fortune dal Sudan fino allo stesso Sahel. Fattore che non può essere visto di buon occhio da Israele; anch’esso attore che cerca di costruire un’influenza diretta sull’Africa, anche in virtù delle sua aspirazioni a divenire potenza egemone del Vicino Oriente e potenza energetica che “filtra” le forniture verso l’Europa. Iran e Israele si stanno già scontrando in Sudan ed in Somalia (si pensi al riconoscimento unilaterale israeliano del Somaliland ed alle minacce della Somalia di chiudere l’ingresso nel Mar Rosso alle navi di Tel Aviv in risposta). Ma l’obiettivo israeliano rimane la disarticolazione dei rapporti iraniani con diversi Stati africani (dal Sud Africa a Namibia, Tanzania, fino ad arrivare agli Stati del Sahel).

A questo proposito, bisogna ricordare che esiste già un vero e proprio partenariato iraniano-africano. L’ultimo vertice, tenutosi a Teheran nel 2025, ha visto la partecipazione di oltre 30 delegazioni provenienti dal continente. L’Iran, inoltre, vanta con l’Africa un interscambio che si aggira intorno agli 1.3 miliardi di dollari; ed è destinato a crescere ulteriormente. Questo è improntato sull’idea (di ispirazione cinese) del rapporto mutualmente vantaggioso, della comprensione reciproca, e non si concentra esclusivamente sul dato militare. I settori maggiormente interessati, infatti, sono l’agricoltura, l’edilizia, l’energia e le infrastrutture; con l’Iran che importa prodotti come tè e caffè ed esporta verso il continente africano in primo luogo prodotti petrolchimici.

L’Iran, inoltre, viene considerato come un modello: un esempio di sovranità e di costruzione economica e militare interna impostata sulla resistenza di fronte ad un asfissiante regime sanzionatorio che lo accomuna a tanti Stati africani (quelli saheliani in particolare). Un esempio che Israele deve necessariamente eliminare per poter esercitare la propria influenza.

In questo senso, appare ovvio inserire l’attuale recrudescenza conflittuale in Mali all’interno della cosiddetta “guerra mondiale a pezzi”. Ed anche l’Europa dovrebbe iniziare a riflettere sulle implicazioni reali (in termini di sicurezza) di un Sahel in mano ad organizzazioni criminali e terroristiche (per quanto benedette dai suoi supposti alleati).

Il fronte maliano della guerra mondiale a pezzi

Mentre in Italia si discuteva polemicamente (per l’ennesimo anno consecutivo) dell’esito delle manifestazioni per il 25 aprile, del loro essere divisive ed altre facezie inutili, il gruppo jihadista JNIM e le milizie separatiste tuareg del Fronte Azawad hanno lanciato un’offensiva contro le posizioni dell’esercito maliano, mettendo nuovamente a dura prova la stabilità dello Stato del Sahel. Ciò è avvenuto nel quasi totale silenzio dei nostri mezzi di informazione, incapaci di comprendere l’eventuale portata, anche per l’Europa, di una nuova profonda destabilizzazione della regione.

Segue nostro Telegram.

Osservando una cartina geografica e comparandola con le notizie che giornalmente arrivano dai fronti di guerra, si potrà facilmente notare come il continente europeo si trovi di fatto circondato da un arco di instabilità che dalle coste atlantiche dell’Africa (Sahara occidentale) arriva, attraversando il Sahel, il Sudan la Somalia e l’intero Vicino Oriente (con gli Stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb inclusi), almeno fino al Mar Baltico (se consideriamo ovviamente le mai del tutto sopite tensioni nel Caucaso, la situazione conflittuale in Ucraina e la feroce ostilità antirussa delle Repubbliche baltiche).

Un arco di crisi che, nello specifico, impedisce all’Europa una stabilità nelle forniture energetiche e, di conseguenza, un approvvigionamento costante ed ininterrotto di risorse per la propria industria. Ed una situazione che, sempre nello specifico, aumenta la dipendenza della stessa da tutto ciò che proviene dall’altro lato dell’Atlantico; da quegli Stati Uniti che, in larga parte, hanno operato per creare suddetto arco di crisi.

La nuova fase di tensioni in Mali non è affatto estranea a questa dinamica. Anche qui, infatti, sono presenti interessi di varia natura e giochi strategici di attori diversi, regionali e non: dalla Russia (presente sul terreno) e l’Iran (il cui ruolo in Africa – come si vedrà – sta crescendo a prescindere dalla nuova aggressione subita), alla Francia (già protagonista, con l’Europa, di alcune fallimentari missioni di stabilizzazione) ed agli Stati Uniti (è chiaro che i servizi occidentali, soprattutto ucraini e britannici, siano dietro il nuovo attivismo dei “ribelli” maliani), a Israele ed agli Emirati Arabi Uniti (con questi ultimi due attivi anche in Sudan, nel Corno d’Africa e nello Yemen).

Prima di andare avanti sarà necessario chiarire da subito che l’obiettivo di fondo di questa nuova recrudescenza conflittuale nel Mali è quella di eliminare la presenza russa nel Sahel, divenuta estremamente forte a seguito di quella serie di colpi di Stato che hanno portato al potere nello stesso Mali, in Niger e Burkina Faso, giunte militari profondamente ostili nei confronti dei disegni neocoloniali dell’Occidente. Quella che è stata definita come la “cintura dei colpi di Stato”, di fatto, va ad includere uno spazio ricco di risorse naturali (l’uranio nel Niger, ad esempio, i fosfati in Mali) e ricco, al contempo, di movimenti insurrezionali legati alle tradizionali sigle del gihadismo (al-Qaeda e sedicente Stato Islamico).

Qui, su Strategic Culture, si era già affrontato il tema in un articolo dal titolo La crisi maliana, pubblicato in data 17 novembre 2025 ed in prossimità con il tentativo delle milizie “ribelli” di porre sotto assedio la capitale dello Stato saheliano Bamako, limitandone le forniture di combustibili attraverso il controllo diretto delle rotte che portavano verso il centro urbano.

In quell’occasione, inoltre, si mise in evidenza come si fossero sviluppate delle tensioni tra il contingente russo presente in loco e le forze governative dal FAMA (Forze Armate Maliane), con queste ultime accusate di scarsa professionalità, nonostante reggano l’urto di costanti attacchi da quasi vent’anni.

Ad ogni modo, non è difficile immaginare che, sfruttando tali tensioni, i servizi occidentali abbiano pensato di poter riproporre in Mali uno “scenario siriano”, confidando nell’abbandono russo della causa. Un qualcosa che, al momento, non sembra essere avvenuto. Ma questo ci porta ad esaminare meglio la nuova fase di conflitto.

Innanzitutto è bene sottolineare che una simile coordinamento tra le forze gihadiste del JNIM – Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin e del FLA – Fronte di Liberazione dell’Azawad non si vedeva almeno dal 2012. Questi hanno messo insieme una forza che si aggira tra i 10.000 ed i 12.000 uomini ed hanno attaccato almeno sei o sette centri abitati diversi (comprese alcune zone della stessa Bamako). Particolarmente cruenti sono stati gli scontri a Kidal; centro dall’alto valore simbolico, per lungo tempo in mano ai “ribelli” e conquistato nel 2023 dalle forze governative insieme al contingente russo dell’Africa Korps. Questo, negli istanti in cui si scrive, sembra essere tornato in mano ai separatisti. Ma la lunghezza del fronte (2000 km) e le difficoltà logistiche nei prossimi giorni saranno un fattore decisivo per entrambi gli schieramenti.

Anche alcune aree dei centri di Gao e Mopti sono state momentaneamente occupate; mentre a Bamako, Kati (dove ha trovato la morte il Ministro della Difesa maliano Sadio Camara) e Sevaré, gli attacchi sono stati respinti con successo ed i miliziani hanno subito un numero piuttosto alto (sebbene imprecisato) di perdite.

Nonostante la situazione sia ancora ben lontana da una sua stabilizzazione, bisogna riconoscere che, come nel novembre scorso, si sta lentamente profilando un superamento parziale della crisi. Tuttavia, il coinvolgimento di diversi attori regionali (Benin, Nigeria, Costa d’Avorio, Algeria) sembra far presagire un mantenimento in latenza del conflitto che proseguirà a fasi alternate nei prossimi mesi, e forse anni.

Interessante il ruolo della Nigeria, e dei gruppi gihadisti che occupano parte del nord del Paese. Questi, solo qualche mese fa, vennero presi di mira da un attacco piuttosto cosmetico delle forze statunitensi. L’obiettivo, secondo l’amministrazione USA, era quello di fermare le azioni ostili contro la popolazione cristiana della regione. In realtà, nello stesso attacco USA, sarebbero morti più civili cristiani che miliziani.

Altrettanto interessante è il ruolo che l’Iran sta avendo all’interno delle dinamiche africane, sahariane e non. Come noto, l’industria militare iraniana dei sistemi a pilota remoto sta conoscendo notevoli fortune dal Sudan fino allo stesso Sahel. Fattore che non può essere visto di buon occhio da Israele; anch’esso attore che cerca di costruire un’influenza diretta sull’Africa, anche in virtù delle sua aspirazioni a divenire potenza egemone del Vicino Oriente e potenza energetica che “filtra” le forniture verso l’Europa. Iran e Israele si stanno già scontrando in Sudan ed in Somalia (si pensi al riconoscimento unilaterale israeliano del Somaliland ed alle minacce della Somalia di chiudere l’ingresso nel Mar Rosso alle navi di Tel Aviv in risposta). Ma l’obiettivo israeliano rimane la disarticolazione dei rapporti iraniani con diversi Stati africani (dal Sud Africa a Namibia, Tanzania, fino ad arrivare agli Stati del Sahel).

A questo proposito, bisogna ricordare che esiste già un vero e proprio partenariato iraniano-africano. L’ultimo vertice, tenutosi a Teheran nel 2025, ha visto la partecipazione di oltre 30 delegazioni provenienti dal continente. L’Iran, inoltre, vanta con l’Africa un interscambio che si aggira intorno agli 1.3 miliardi di dollari; ed è destinato a crescere ulteriormente. Questo è improntato sull’idea (di ispirazione cinese) del rapporto mutualmente vantaggioso, della comprensione reciproca, e non si concentra esclusivamente sul dato militare. I settori maggiormente interessati, infatti, sono l’agricoltura, l’edilizia, l’energia e le infrastrutture; con l’Iran che importa prodotti come tè e caffè ed esporta verso il continente africano in primo luogo prodotti petrolchimici.

L’Iran, inoltre, viene considerato come un modello: un esempio di sovranità e di costruzione economica e militare interna impostata sulla resistenza di fronte ad un asfissiante regime sanzionatorio che lo accomuna a tanti Stati africani (quelli saheliani in particolare). Un esempio che Israele deve necessariamente eliminare per poter esercitare la propria influenza.

In questo senso, appare ovvio inserire l’attuale recrudescenza conflittuale in Mali all’interno della cosiddetta “guerra mondiale a pezzi”. Ed anche l’Europa dovrebbe iniziare a riflettere sulle implicazioni reali (in termini di sicurezza) di un Sahel in mano ad organizzazioni criminali e terroristiche (per quanto benedette dai suoi supposti alleati).

Mentre in Italia si discuteva polemicamente (per l’ennesimo anno consecutivo) dell’esito delle manifestazioni per il 25 aprile, del loro essere divisive ed altre facezie inutili, il gruppo jihadista JNIM e le milizie separatiste tuareg del Fronte Azawad hanno lanciato un’offensiva contro le posizioni dell’esercito maliano, mettendo nuovamente a dura prova la stabilità dello Stato del Sahel. Ciò è avvenuto nel quasi totale silenzio dei nostri mezzi di informazione, incapaci di comprendere l’eventuale portata, anche per l’Europa, di una nuova profonda destabilizzazione della regione.

Segue nostro Telegram.

Osservando una cartina geografica e comparandola con le notizie che giornalmente arrivano dai fronti di guerra, si potrà facilmente notare come il continente europeo si trovi di fatto circondato da un arco di instabilità che dalle coste atlantiche dell’Africa (Sahara occidentale) arriva, attraversando il Sahel, il Sudan la Somalia e l’intero Vicino Oriente (con gli Stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb inclusi), almeno fino al Mar Baltico (se consideriamo ovviamente le mai del tutto sopite tensioni nel Caucaso, la situazione conflittuale in Ucraina e la feroce ostilità antirussa delle Repubbliche baltiche).

Un arco di crisi che, nello specifico, impedisce all’Europa una stabilità nelle forniture energetiche e, di conseguenza, un approvvigionamento costante ed ininterrotto di risorse per la propria industria. Ed una situazione che, sempre nello specifico, aumenta la dipendenza della stessa da tutto ciò che proviene dall’altro lato dell’Atlantico; da quegli Stati Uniti che, in larga parte, hanno operato per creare suddetto arco di crisi.

La nuova fase di tensioni in Mali non è affatto estranea a questa dinamica. Anche qui, infatti, sono presenti interessi di varia natura e giochi strategici di attori diversi, regionali e non: dalla Russia (presente sul terreno) e l’Iran (il cui ruolo in Africa – come si vedrà – sta crescendo a prescindere dalla nuova aggressione subita), alla Francia (già protagonista, con l’Europa, di alcune fallimentari missioni di stabilizzazione) ed agli Stati Uniti (è chiaro che i servizi occidentali, soprattutto ucraini e britannici, siano dietro il nuovo attivismo dei “ribelli” maliani), a Israele ed agli Emirati Arabi Uniti (con questi ultimi due attivi anche in Sudan, nel Corno d’Africa e nello Yemen).

Prima di andare avanti sarà necessario chiarire da subito che l’obiettivo di fondo di questa nuova recrudescenza conflittuale nel Mali è quella di eliminare la presenza russa nel Sahel, divenuta estremamente forte a seguito di quella serie di colpi di Stato che hanno portato al potere nello stesso Mali, in Niger e Burkina Faso, giunte militari profondamente ostili nei confronti dei disegni neocoloniali dell’Occidente. Quella che è stata definita come la “cintura dei colpi di Stato”, di fatto, va ad includere uno spazio ricco di risorse naturali (l’uranio nel Niger, ad esempio, i fosfati in Mali) e ricco, al contempo, di movimenti insurrezionali legati alle tradizionali sigle del gihadismo (al-Qaeda e sedicente Stato Islamico).

Qui, su Strategic Culture, si era già affrontato il tema in un articolo dal titolo La crisi maliana, pubblicato in data 17 novembre 2025 ed in prossimità con il tentativo delle milizie “ribelli” di porre sotto assedio la capitale dello Stato saheliano Bamako, limitandone le forniture di combustibili attraverso il controllo diretto delle rotte che portavano verso il centro urbano.

In quell’occasione, inoltre, si mise in evidenza come si fossero sviluppate delle tensioni tra il contingente russo presente in loco e le forze governative dal FAMA (Forze Armate Maliane), con queste ultime accusate di scarsa professionalità, nonostante reggano l’urto di costanti attacchi da quasi vent’anni.

Ad ogni modo, non è difficile immaginare che, sfruttando tali tensioni, i servizi occidentali abbiano pensato di poter riproporre in Mali uno “scenario siriano”, confidando nell’abbandono russo della causa. Un qualcosa che, al momento, non sembra essere avvenuto. Ma questo ci porta ad esaminare meglio la nuova fase di conflitto.

Innanzitutto è bene sottolineare che una simile coordinamento tra le forze gihadiste del JNIM – Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin e del FLA – Fronte di Liberazione dell’Azawad non si vedeva almeno dal 2012. Questi hanno messo insieme una forza che si aggira tra i 10.000 ed i 12.000 uomini ed hanno attaccato almeno sei o sette centri abitati diversi (comprese alcune zone della stessa Bamako). Particolarmente cruenti sono stati gli scontri a Kidal; centro dall’alto valore simbolico, per lungo tempo in mano ai “ribelli” e conquistato nel 2023 dalle forze governative insieme al contingente russo dell’Africa Korps. Questo, negli istanti in cui si scrive, sembra essere tornato in mano ai separatisti. Ma la lunghezza del fronte (2000 km) e le difficoltà logistiche nei prossimi giorni saranno un fattore decisivo per entrambi gli schieramenti.

Anche alcune aree dei centri di Gao e Mopti sono state momentaneamente occupate; mentre a Bamako, Kati (dove ha trovato la morte il Ministro della Difesa maliano Sadio Camara) e Sevaré, gli attacchi sono stati respinti con successo ed i miliziani hanno subito un numero piuttosto alto (sebbene imprecisato) di perdite.

Nonostante la situazione sia ancora ben lontana da una sua stabilizzazione, bisogna riconoscere che, come nel novembre scorso, si sta lentamente profilando un superamento parziale della crisi. Tuttavia, il coinvolgimento di diversi attori regionali (Benin, Nigeria, Costa d’Avorio, Algeria) sembra far presagire un mantenimento in latenza del conflitto che proseguirà a fasi alternate nei prossimi mesi, e forse anni.

Interessante il ruolo della Nigeria, e dei gruppi gihadisti che occupano parte del nord del Paese. Questi, solo qualche mese fa, vennero presi di mira da un attacco piuttosto cosmetico delle forze statunitensi. L’obiettivo, secondo l’amministrazione USA, era quello di fermare le azioni ostili contro la popolazione cristiana della regione. In realtà, nello stesso attacco USA, sarebbero morti più civili cristiani che miliziani.

Altrettanto interessante è il ruolo che l’Iran sta avendo all’interno delle dinamiche africane, sahariane e non. Come noto, l’industria militare iraniana dei sistemi a pilota remoto sta conoscendo notevoli fortune dal Sudan fino allo stesso Sahel. Fattore che non può essere visto di buon occhio da Israele; anch’esso attore che cerca di costruire un’influenza diretta sull’Africa, anche in virtù delle sua aspirazioni a divenire potenza egemone del Vicino Oriente e potenza energetica che “filtra” le forniture verso l’Europa. Iran e Israele si stanno già scontrando in Sudan ed in Somalia (si pensi al riconoscimento unilaterale israeliano del Somaliland ed alle minacce della Somalia di chiudere l’ingresso nel Mar Rosso alle navi di Tel Aviv in risposta). Ma l’obiettivo israeliano rimane la disarticolazione dei rapporti iraniani con diversi Stati africani (dal Sud Africa a Namibia, Tanzania, fino ad arrivare agli Stati del Sahel).

A questo proposito, bisogna ricordare che esiste già un vero e proprio partenariato iraniano-africano. L’ultimo vertice, tenutosi a Teheran nel 2025, ha visto la partecipazione di oltre 30 delegazioni provenienti dal continente. L’Iran, inoltre, vanta con l’Africa un interscambio che si aggira intorno agli 1.3 miliardi di dollari; ed è destinato a crescere ulteriormente. Questo è improntato sull’idea (di ispirazione cinese) del rapporto mutualmente vantaggioso, della comprensione reciproca, e non si concentra esclusivamente sul dato militare. I settori maggiormente interessati, infatti, sono l’agricoltura, l’edilizia, l’energia e le infrastrutture; con l’Iran che importa prodotti come tè e caffè ed esporta verso il continente africano in primo luogo prodotti petrolchimici.

L’Iran, inoltre, viene considerato come un modello: un esempio di sovranità e di costruzione economica e militare interna impostata sulla resistenza di fronte ad un asfissiante regime sanzionatorio che lo accomuna a tanti Stati africani (quelli saheliani in particolare). Un esempio che Israele deve necessariamente eliminare per poter esercitare la propria influenza.

In questo senso, appare ovvio inserire l’attuale recrudescenza conflittuale in Mali all’interno della cosiddetta “guerra mondiale a pezzi”. Ed anche l’Europa dovrebbe iniziare a riflettere sulle implicazioni reali (in termini di sicurezza) di un Sahel in mano ad organizzazioni criminali e terroristiche (per quanto benedette dai suoi supposti alleati).

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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