Finché l’attenzione collettiva continuerà a essere catturata da episodi idiotizzanti, per quanto simbolicamente potenti, il rischio è quello di assistere passivamente a trasformazioni profonde, senza avere gli strumenti – né forse la volontà – di comprenderle e influenzarle.
Opinione birichina
Mentre l’opinione pubblica si accapiglia sul caso del licenziamento del maestro Beatrice Venezi, trasformato in poche ore in un simbolo mediatico, quasi mitologico, si consuma l’ennesimo atto di distrazione collettiva. Non è la prima volta, e difficilmente sarà l’ultima: un episodio isolato, per quanto discutibile o controverso, viene amplificato fino a saturare il dibattito pubblico, oscurando ciò che realmente plasma il destino politico ed economico dell’Europa.
L’Italia, si sa, è una gigantesca provincia di uno straniero impero, quindi è normale che il chiacchiericcio sia il pane quotidiano di un popolo assuefatto dalla mediocrità. Certo è che fa effetto vedere come i meccanismi di manipolazione da manuale siano ancora tanto efficaci.
Il meccanismo è ormai rodato. Si prende una vicenda capace di suscitare indignazione, si polarizza il discorso, si costruiscono fronti contrapposti – favorevoli e contrari, progressisti e conservatori, destri e sinistri – e si offre al pubblico l’illusione della partecipazione. Nel frattempo, altrove, lontano dai riflettori, si prendono decisioni ben più incisive, spesso irreversibili, che incidono sulla struttura stessa del sistema internazionale e sul posizionamento strategico del continente europeo. I social pullulano da giorni di persone qualunque che commentano la vicenda dai piedistalli morali delle bacheche digitali.
L’Europa, oggi, si trova in una fase critica della propria storia. I nuovi pacchetti di sanzioni contro la Russia stanno affondando sempre di più il pugnale del seppuku, eppure il dibattito interno raramente si concentra sugli effetti sistemici di tali scelte. Si preferisce discutere di simboli, di casi individuali, di controversie mediatiche che, pur avendo una loro rilevanza, non determinano il futuro delle economie europee né il loro ruolo nello scenario globale; non determinano nemmeno quella della politica europea o italiana, perché a nessuno di quei politici importa niente di una bionda che muove la bacchetta; non determinano nemmeno un miglioramento delle nostre comuni condizioni di vita, non alzano o abbassano il costo del cibo, dell’energia o dei trasporti, e nemmeno, pensate un po’, cambiano la situazione scabrosa della nostra sudditanza.
Parallelamente, l’adesione quasi dogmatica a posizioni geopolitiche che appaiono sempre più vetuste e incapaci di leggere la trasformazione multipolare del mondo contribuisce a isolare l’Italia e l’Europa. Questo, invece, dovrebbe destarci sgomento. In un contesto in cui potenze emergenti ridefiniscono le rotte commerciali, energetiche e finanziarie, veniamo imboccati con schemi interpretativi del passato, incapace di sviluppare una reale autonomia e di scrollare dalle coscienze la polvere dell’inerzia.
Questa rigidità si traduce in una progressiva perdita di competitività, in una dipendenza crescente da attori esterni e in una marginalizzazione nei nuovi equilibri globali. Ma di tutto questo si parla poco, o comunque meno di quanto si dovrebbe. Perché? Perché il dibattito viene sistematicamente incanalato entro coordinate rassicuranti, familiari, ma scollegate dalla realtà.
La dicotomia destra-sinistra viene riproposta come lente principale attraverso cui interpretare ogni evento, anche quello della Venezi, e a quanto pare funziona, perché gli schieramenti si sono posizionati sul campo di battaglia pronti a principiare lo scontro sanguinoso dell’opinionismo, prima di tornare a concentrarsi sui drammi della vita quotidiana.
Il vero conflitto rischia di essere occultato: non più (o non solo) tra destra e sinistra, ma tra élite decisionali e popoli. Da un lato, una classe dirigente che opera in circuiti sempre più chiusi, interconnessi e autoreferenziali; dall’altro, cittadini che subiscono le conseguenze di decisioni prese altrove, senza reali strumenti di incidenza.
L’attenzione spasmodica per casi mediatici come quello di Beatrice Venezi diventa così funzionale a questo assetto, non necessariamente attraverso un disegno consapevole e centralizzato, ma attraverso una dinamica sistemica in cui media, politica e opinione pubblica si alimentano reciprocamente. L’indignazione diventa spettacolo, lo spettacolo diventa consenso, e il consenso diventa inerzia.
Ciò non significa negare l’importanza delle questioni culturali o dei diritti individuali. Significa, piuttosto, riconoscere una sproporzione: mentre si discute per giorni di un singolo episodio, passano quasi inosservate decisioni che influenzano il prezzo dell’energia, la tenuta delle filiere industriali, la capacità dell’Europa di competere in un mondo sempre più frammentato e competitivo. Quando fra qualche mese non ci sarà più il pane per una fetta della popolazione, cosa ci racconteremo?
Recuperare una visione più ampia e più realista non è semplice, richiede uno sforzo di decostruzione delle narrazioni dominanti, una maggiore attenzione alle dinamiche di lungo periodo e, soprattutto, la capacità di distinguere tra ciò che è immediatamente visibile e ciò che è realmente determinante.
Finché l’attenzione collettiva continuerà a essere catturata da episodi idiotizzanti, per quanto simbolicamente potenti, il rischio è quello di assistere passivamente a trasformazioni profonde, senza avere gli strumenti – né forse la volontà – di comprenderle e influenzarle.
E forse è proprio questo il punto più critico: non tanto ciò che viene detto, ma ciò che sistematicamente non viene discusso.
Quando suonerà il Requiem di questo Paese, non sarà rilevante il nome del maestro che avrà diretto l’ultima orchestra.


