Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha dichiarato verso la fine di aprile che la Germania prevede di dotarsi dell’«esercito convenzionale più forte d’Europa» entro il 2039. A un secolo esatto di distanza dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
Recentemente, l’amministratore delegato del colosso tedesco della difesa Rheinmetall Armin Papperger ha dichiarato che la produzione tedesca di un certo tipo di munizioni ha superato quella statunitense.
Inondata di ordinativi pubblici a partire dall’invasione russa dell’Ucraina, Rheinmetall ha costantemente espanso la propria capacità produttiva costruendo nuovi impianti e dotandosi di macchinari di ultima generazione.
Come risultato, la produzione annua proiettili di artiglieria da 155 mm è aumentata da 70.000 a 1,1 milioni di unità; quella di munizioni per veicoli corazzati, da 800.000 a 4 milioni di unità; quella di camion militari, da 600 a 4.500 unità.
Allo stato attuale, gli Stati Uniti fabbricano circa 500.000 proiettili d’artiglieria da 155 mm all’anno.
All’aumento della produzione è naturalmente coincisa una crescita proporzionale della forza lavoro. Nel 2025 Rheinmetall ha ricevuto 350.000 candidature, di cui 250.000 provenienti dalla Germania, un cambiamento significativo per un settore che, come riconosciuto da Papperger, in passato faticava ad attrarre candidati.
L’azienda impiega attualmente 44.000 persone e prevede di raggiungere quota 70.000 entro il 2030, con un potenziale aumento di 210.000 dipendenti nelle sue filiere produttive.
Al centro di questa impennata produttiva c’è lo stabilimento di Unterlüß, nella Bassa Sassonia, inaugurato nell’agosto 2025 e progettato per produrre a pieno regime fino a 350.000 proiettili di artiglieria all’anno, affermandosi così come uno dei più grandi impianti di munizioni in Europa.
Rheinmetall ha inoltre aperto nuovi stabilimenti in Ungheria, Romania, Lituania e Ucraina e ha acquisito il produttore spagnolo Expal Munitions nell’ambito di un’aggressiva campagna di espansione continentale. Papperger ha affermato di non intravedere un rallentamento della forte crescita delle vendite e degli ordini prima del 2034, con l’azienda che prevede un fatturato di 14-15 miliardi di euro nel 2026 (+40% circa) nonostante l’attuale depressione del suo corso azionario.
Nell’ultimo semestre Rheinmetall ha registrato un crollo della propria capitalizzazione di Borsa pari al 35%, sulla scia di un calo generalizzato esteso all’intero settore della produzione bellica imputabile alle dinamiche del conflitto russo-ucraino. Segno che i grandi investitori stanno gradualmente riconsiderando il proprio punto di vista originario riguardo agli ulteriori sviluppi del conflitto.
L’espansione di Rheinmetall presenta comunque profonde per l’economia industriale tedesca nel suo complesso. Papperger ha previsto che la produzione per la difesa potrebbe sostituire circa un terzo dei posti di lavoro nell’industria automobilistica tedesca, che per temperare l’impatto della crisi sta gettando le basi per una conversione alla produzione bellica.
Il caso paradigmatico è indubbiamente quello di Volkswagen, in trattative avanzate con l’azienda israeliana Rafael Advanced Defence Systems per la definizione di un accordo che sposterebbe la produzione in una delle fabbriche tedesche da automobili a difesa missilistica. Le due aziende prevedono di convertire l’impianto di Osnabrück, che impiega 2.300 lavoratori a rischio licenziamento, per fabbricare componenti del sistema di difesa aerea Iron Dome da rivendere eventualmente anche ai Paesi europei. Nello specifico, Volkswagen produrrebbe presso lo stabilimento di Osnabrück i camion pesanti preposti al trasporto dei missili intercettori, i lanciatori e i generatori di energia elettrica necessari al sistema di difesa aerea israeliano.
Del resto, l’azienda produce già camion militari, nell’ambito di una joint-venture tra la controllata Man e Rheinmetall. Il progetto, ha confidato al «Financial Times» una fonte interna a Volkswagen, richiederebbe investimenti minimi, e contempla l’integrazione della collaudata tecnologia di difesa israeliana alla produzione tedesca.
Secondo il quotidiano finanziario britannico, «questa collaborazione costituirebbe l’esempio di più grande rilievo di come l’industria automobilistica tedesca, soggetta a un crollo dei profitti a causa della crescente concorrenza cinese e di una transizione incerta verso i veicoli elettrici, stia cercando partnership con il fiorente settore della difesa».
La partnership con Rafael rappresenterebbe per Volkswagen il ritorno in grande stile nel settore degli armamenti, in cui era entrata durante la Seconda Guerra Mondiale fabbricando veicoli militari e la bomba volante V-1 per conto della Wehrmacht.
L’intesa tra Vokswagen e Rafael Advanced Defence Systems sconta naturalmente il pieno appoggio del governo tedesco, perché perfettamente coerente con i suoi indirizzi strategici. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha posto ripetutamente l’accento sulla necessità che l’Unione Europea allenti il vincolo di dipendenza dagli Stati Uniti, e promosso fin dal suo insediamento – in netta discontinuità rispetto al passato – un drastico aumento della spesa militare.
Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha dichiarato verso la fine di aprile che la Germania prevede di dotarsi dell’«esercito convenzionale più forte d’Europa» entro il 2039.
A un secolo esatto di distanza dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.


