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Daniele Lanza
June 26, 2026
© Photo: Public domain

Interrogativi ed incertezze di un angolo del Caucaso al bivio tra Europa ed Eurasia.

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Prosegue a minuscoli passi il grande gioco che vede, nel corso di questa generazione, la competizione per il monopolio della sfera euroasiatica, coincidente col territorio ex sovietico, tra Russia – legittimo successore dello stato socialista estintosi nel 1991 e quell’occidente che si incarna nell’asse euro-americano, costantemente pronto nel cogliere occasioni che possano rafforzare le proprie posizioni strategiche attorno al confine russo. Un’ennesimo tra questi minuscoli passi è la situazione politica in Armenia: la notizia del momento presente, riguarda naturalmente l’esito delle ultime consultazioni elettorali tenutesi la scorsa settimana, che hanno visto l’affermazione del candidato filo europeo Nikol Pashinyan, alla guida del partito “Contratto civile”.

La chiave di lettura più importante di questo episodio consiste probabilmente nella sua impropria intepretazione ed utilizzo da parte dei mass media globali, in particolare quelli rivolti ad occidente: in parole altre è stata messa in piedi una tempesta mediatica attorno all’evento, finalizzata a dipingerlo come qualcosa di molto più importante di quanto in realtà non possa essere. Le pagine della stampa europea l’hanno in pratica presentato come un passo storico del paese, equiparandolo ad una scelta epocale tra est ed ovest, tra il legame storico con Mosca ed un differente sentiero con l’Europa e i suoi alleati. Una lettura a dire poco semplicistica (ma sarebbe più corretto definirla “propagandistica”) costruita nell’ottica di polarizzare il campo il più possibile e presentare alla fine l’esito come un trionfo geopolitico occidentale contro il Cremlino. La realtà andrebbe cercata chiaramente più indietro, all’estate scorsa, quando Washington si intromise nella questione armeno-azera presentandosi in veste di mediatore (ruolo abitualmente ricoperto da Mosca per raigoni storiche): a partire da allora, nel corso dei mesi le iniziative statunitensi ed eurocomunitarie si sono susseguite, con la visita del segretario di stato M. Rubio e del vice presidente J.D. Vance, per finire col summit europeo sulla comunità politica che ha richiamato a Yerevan 50 leader mondiali. Senza dubbio una stringa di iniziative di notevole spessore, pianificate per facilitare sin dal principio il fine ultimo: polarizzare il confronto ideologico al punto tale da poter presentare le elezioni in arrivo come una scelta storica tra Russia ed Europa. In particolare la campagna elettorale di Pashinyan ha fatto leva e capitalizzato su tale percezione dicotomizzata delle cose, presentando il proprio partito come l’unica possibile alternativa per garantire la pace nel paese (molto esplicito sui valori europei durante il “Yerevan Dialogue”, forum annuale internazionale organizzato dal ministero degli esteri armeno). Indubbio che, alla luce di tutti questi sforzi, il successo elettorale di Pashinyan sia stato netto – con quasi il 50% delle preferenze – tuttavia la lettura oggettiva dei risultati rivela che esiste nel paese un insieme di altre forze e correnti che comunque non si schiera con l’orientamente presidenziale ( “Forte Armenia col 23.27%, guidato dal businessman russo/armeno Samvel Karapetyan, quindi “Alleanza armena” al 9.92%, diretto invece dall’ex presidente Robert Kocharyan, seguiti da altre formazioni); a questo proposito occorre dire che l’insieme dei partiti di opposizione hanno invece sostenuto una campagna elettorale mirante a rafforzare i legami tradizionali con Mosca, puntando sulla difesa della chiesa apostolica armena contro i valori incompatibili abbracciati dalla comunità europea. D’obbligo assoluto rilevare in che modo si sia tentato di ostacolare il percorso politico di Karapetyan: quest’ultimo, maggiore sfidante di Panishyan e di orientamento favorevole a Mosca, è stato messo agli arresti domiciliari sulla base di accuse quasi inesistenti per poi vedersi privare del network energetico di sua proprietà (“Karapetyan’s Armenian Electric Networks (AEN), maggiore operatore del paese nel campo dell’elettricità) che è stato nazionalizzato dopo che il parlamento armeno ha promulgato una legge che rendeva legale la cosa.

Quanto accaduto a Karapetyan, l’ostilità di cui è stato fatto oggetto (addirittura legiferando in tal senso) altro non è che l’ennesimo di una serie di casi in cui le pretese ideali di democrazia occidentale vanno a collidere con una realtà di intrighi ed un’assenza di scrupoli pur di favorire i propri candidati da creare imbarazzo : basti vedere il caso rumeno o quello moldavo, per non parlare di quello georgiano, solo nell’ultimo anno.

A fronte di questo quadro specifico delle cose è tuttavia d’altra parte indispensabile evocare il quadro generale, nella sua totalità, al fine di favorire una giusta comprensione delle cose. Al di là del risultato elettorale emerso la settimana scorsa, la verità più profonda è che l’Armenia non può tranciare i propri legami con la Russia, come si vorrebbe a Bruxelles e a Washington (il cui retorico accenno alla “dipendenza energetica da Mosca” maschera in realtò l’intento di instaurare una dipendenza energetica dagli USA). Malgrado una narrativa assai diffusa che vuole l’influenza russa in decline nel sud del Caucaso e altrove, Mosca conserva invece una significativa presenza nel paese nel campo, non soltanto energetico, ma anche militare di intelligence, in campo migratorio e in generale di connessione culturale. Quest’ultima espressione dice molte cose e sta ad indicare come la cosiddetta “dipendenza” del paese dalla Russia, non sia una mera mossa geopolitica basata sul bisogno energetico, ma di un legame storico molto antico: un genere di legame che va oltre il semplice vicinato, ma piuttosto un fattore di ordine superiore che culturalmente avvicina tutti i paesi della galassia post-sovietica (o dell’areale ex zarista). Per tali ragioni la Russia – malgrado abbia visto una riduzione consistente dopo il 2024 – rappresenta tuttora il 35.5% del commercio estero armeno, seguito dalla Cina (12.5%) e dall’UE (11.8%); per non parlare poi del fatto che la principale centrale energetica nucleare – la Metsamor – fornisce circa 1/3 del fabbisogno energetico del paese, mentre l’agenzie delle ferrovie d’Armenia è di fatto parte del ramo sud-caucasico delle ferrovie russe. L’Armenia, vitale ricordarlo, rimane un membro dell’Unione doganale euroasiatica, di cui la maggior parte dei paesi post-sovietici fa parte: un’appartenenza questa,che sarebbe incompatibile con una parallela appartenenza all’Unione Europea, come il presidente V. Putin ha ricordato (del resto l’intransigenza inizia dall’UE stessa: ricordiamo come Manual Barroso, un tempo responsabile della diplomazia europea tentò di intimidire l’Ucraina ricordando come un avvicinamento all’Unione doganale Euroasiatica avrebbe compromesso ogni rapporto con l’Europa politica). Panishyan da parte sua si è del resto premurato di precisare come i legami con Mosca non saranno compromessi nè adesso nè in futuro, rendendo quindi un ulteriore avvicinamento a Bruxelles da parte sua, assai improbabile.

In definitiva, la verità non detta è che l’Armenia, malgrado dichiarazioni pubbliche o altro è una realtà nazionale integrata in modo quasi indissolubile alla Russia e questo perchè è quest’ultima ad aver letteralmente edificato le basi tecnologiche e di sviluppo di questo paese: l’Armenia nell’età moderna si è sviluppata come parte dello stato multinazionale sovietico, conservando naturalmente tale struttura anche dopo il 1991. Per tale ragione i tentativi occidentali di creare una divisione profonda tra Mosca e Yerevan vanno a collidere con qualcosa di molto difficile da spezzare (perlomeno con mezzi convenzionali): l’unica cosa che si è resa possibile al momento presente è stata cavalcare dunque l’onda di un successo superficiale, facendolo passare – grazie al supporto dei media globali – come una vittoria dell’occidente nel Caucaso. Dare insomma, un risalto maggiore rispetto a quello che oggettivamente abbia, con la speranza – passo dopo passo – di isolare il Cremlino dalla propria area euroasiatica in questo momento di contrapposizione geopolitica esasperata.

Quale destino per l’Armenia?

Interrogativi ed incertezze di un angolo del Caucaso al bivio tra Europa ed Eurasia.

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Prosegue a minuscoli passi il grande gioco che vede, nel corso di questa generazione, la competizione per il monopolio della sfera euroasiatica, coincidente col territorio ex sovietico, tra Russia – legittimo successore dello stato socialista estintosi nel 1991 e quell’occidente che si incarna nell’asse euro-americano, costantemente pronto nel cogliere occasioni che possano rafforzare le proprie posizioni strategiche attorno al confine russo. Un’ennesimo tra questi minuscoli passi è la situazione politica in Armenia: la notizia del momento presente, riguarda naturalmente l’esito delle ultime consultazioni elettorali tenutesi la scorsa settimana, che hanno visto l’affermazione del candidato filo europeo Nikol Pashinyan, alla guida del partito “Contratto civile”.

La chiave di lettura più importante di questo episodio consiste probabilmente nella sua impropria intepretazione ed utilizzo da parte dei mass media globali, in particolare quelli rivolti ad occidente: in parole altre è stata messa in piedi una tempesta mediatica attorno all’evento, finalizzata a dipingerlo come qualcosa di molto più importante di quanto in realtà non possa essere. Le pagine della stampa europea l’hanno in pratica presentato come un passo storico del paese, equiparandolo ad una scelta epocale tra est ed ovest, tra il legame storico con Mosca ed un differente sentiero con l’Europa e i suoi alleati. Una lettura a dire poco semplicistica (ma sarebbe più corretto definirla “propagandistica”) costruita nell’ottica di polarizzare il campo il più possibile e presentare alla fine l’esito come un trionfo geopolitico occidentale contro il Cremlino. La realtà andrebbe cercata chiaramente più indietro, all’estate scorsa, quando Washington si intromise nella questione armeno-azera presentandosi in veste di mediatore (ruolo abitualmente ricoperto da Mosca per raigoni storiche): a partire da allora, nel corso dei mesi le iniziative statunitensi ed eurocomunitarie si sono susseguite, con la visita del segretario di stato M. Rubio e del vice presidente J.D. Vance, per finire col summit europeo sulla comunità politica che ha richiamato a Yerevan 50 leader mondiali. Senza dubbio una stringa di iniziative di notevole spessore, pianificate per facilitare sin dal principio il fine ultimo: polarizzare il confronto ideologico al punto tale da poter presentare le elezioni in arrivo come una scelta storica tra Russia ed Europa. In particolare la campagna elettorale di Pashinyan ha fatto leva e capitalizzato su tale percezione dicotomizzata delle cose, presentando il proprio partito come l’unica possibile alternativa per garantire la pace nel paese (molto esplicito sui valori europei durante il “Yerevan Dialogue”, forum annuale internazionale organizzato dal ministero degli esteri armeno). Indubbio che, alla luce di tutti questi sforzi, il successo elettorale di Pashinyan sia stato netto – con quasi il 50% delle preferenze – tuttavia la lettura oggettiva dei risultati rivela che esiste nel paese un insieme di altre forze e correnti che comunque non si schiera con l’orientamente presidenziale ( “Forte Armenia col 23.27%, guidato dal businessman russo/armeno Samvel Karapetyan, quindi “Alleanza armena” al 9.92%, diretto invece dall’ex presidente Robert Kocharyan, seguiti da altre formazioni); a questo proposito occorre dire che l’insieme dei partiti di opposizione hanno invece sostenuto una campagna elettorale mirante a rafforzare i legami tradizionali con Mosca, puntando sulla difesa della chiesa apostolica armena contro i valori incompatibili abbracciati dalla comunità europea. D’obbligo assoluto rilevare in che modo si sia tentato di ostacolare il percorso politico di Karapetyan: quest’ultimo, maggiore sfidante di Panishyan e di orientamento favorevole a Mosca, è stato messo agli arresti domiciliari sulla base di accuse quasi inesistenti per poi vedersi privare del network energetico di sua proprietà (“Karapetyan’s Armenian Electric Networks (AEN), maggiore operatore del paese nel campo dell’elettricità) che è stato nazionalizzato dopo che il parlamento armeno ha promulgato una legge che rendeva legale la cosa.

Quanto accaduto a Karapetyan, l’ostilità di cui è stato fatto oggetto (addirittura legiferando in tal senso) altro non è che l’ennesimo di una serie di casi in cui le pretese ideali di democrazia occidentale vanno a collidere con una realtà di intrighi ed un’assenza di scrupoli pur di favorire i propri candidati da creare imbarazzo : basti vedere il caso rumeno o quello moldavo, per non parlare di quello georgiano, solo nell’ultimo anno.

A fronte di questo quadro specifico delle cose è tuttavia d’altra parte indispensabile evocare il quadro generale, nella sua totalità, al fine di favorire una giusta comprensione delle cose. Al di là del risultato elettorale emerso la settimana scorsa, la verità più profonda è che l’Armenia non può tranciare i propri legami con la Russia, come si vorrebbe a Bruxelles e a Washington (il cui retorico accenno alla “dipendenza energetica da Mosca” maschera in realtò l’intento di instaurare una dipendenza energetica dagli USA). Malgrado una narrativa assai diffusa che vuole l’influenza russa in decline nel sud del Caucaso e altrove, Mosca conserva invece una significativa presenza nel paese nel campo, non soltanto energetico, ma anche militare di intelligence, in campo migratorio e in generale di connessione culturale. Quest’ultima espressione dice molte cose e sta ad indicare come la cosiddetta “dipendenza” del paese dalla Russia, non sia una mera mossa geopolitica basata sul bisogno energetico, ma di un legame storico molto antico: un genere di legame che va oltre il semplice vicinato, ma piuttosto un fattore di ordine superiore che culturalmente avvicina tutti i paesi della galassia post-sovietica (o dell’areale ex zarista). Per tali ragioni la Russia – malgrado abbia visto una riduzione consistente dopo il 2024 – rappresenta tuttora il 35.5% del commercio estero armeno, seguito dalla Cina (12.5%) e dall’UE (11.8%); per non parlare poi del fatto che la principale centrale energetica nucleare – la Metsamor – fornisce circa 1/3 del fabbisogno energetico del paese, mentre l’agenzie delle ferrovie d’Armenia è di fatto parte del ramo sud-caucasico delle ferrovie russe. L’Armenia, vitale ricordarlo, rimane un membro dell’Unione doganale euroasiatica, di cui la maggior parte dei paesi post-sovietici fa parte: un’appartenenza questa,che sarebbe incompatibile con una parallela appartenenza all’Unione Europea, come il presidente V. Putin ha ricordato (del resto l’intransigenza inizia dall’UE stessa: ricordiamo come Manual Barroso, un tempo responsabile della diplomazia europea tentò di intimidire l’Ucraina ricordando come un avvicinamento all’Unione doganale Euroasiatica avrebbe compromesso ogni rapporto con l’Europa politica). Panishyan da parte sua si è del resto premurato di precisare come i legami con Mosca non saranno compromessi nè adesso nè in futuro, rendendo quindi un ulteriore avvicinamento a Bruxelles da parte sua, assai improbabile.

In definitiva, la verità non detta è che l’Armenia, malgrado dichiarazioni pubbliche o altro è una realtà nazionale integrata in modo quasi indissolubile alla Russia e questo perchè è quest’ultima ad aver letteralmente edificato le basi tecnologiche e di sviluppo di questo paese: l’Armenia nell’età moderna si è sviluppata come parte dello stato multinazionale sovietico, conservando naturalmente tale struttura anche dopo il 1991. Per tale ragione i tentativi occidentali di creare una divisione profonda tra Mosca e Yerevan vanno a collidere con qualcosa di molto difficile da spezzare (perlomeno con mezzi convenzionali): l’unica cosa che si è resa possibile al momento presente è stata cavalcare dunque l’onda di un successo superficiale, facendolo passare – grazie al supporto dei media globali – come una vittoria dell’occidente nel Caucaso. Dare insomma, un risalto maggiore rispetto a quello che oggettivamente abbia, con la speranza – passo dopo passo – di isolare il Cremlino dalla propria area euroasiatica in questo momento di contrapposizione geopolitica esasperata.

Interrogativi ed incertezze di un angolo del Caucaso al bivio tra Europa ed Eurasia.

Segue nostro Telegram.

Prosegue a minuscoli passi il grande gioco che vede, nel corso di questa generazione, la competizione per il monopolio della sfera euroasiatica, coincidente col territorio ex sovietico, tra Russia – legittimo successore dello stato socialista estintosi nel 1991 e quell’occidente che si incarna nell’asse euro-americano, costantemente pronto nel cogliere occasioni che possano rafforzare le proprie posizioni strategiche attorno al confine russo. Un’ennesimo tra questi minuscoli passi è la situazione politica in Armenia: la notizia del momento presente, riguarda naturalmente l’esito delle ultime consultazioni elettorali tenutesi la scorsa settimana, che hanno visto l’affermazione del candidato filo europeo Nikol Pashinyan, alla guida del partito “Contratto civile”.

La chiave di lettura più importante di questo episodio consiste probabilmente nella sua impropria intepretazione ed utilizzo da parte dei mass media globali, in particolare quelli rivolti ad occidente: in parole altre è stata messa in piedi una tempesta mediatica attorno all’evento, finalizzata a dipingerlo come qualcosa di molto più importante di quanto in realtà non possa essere. Le pagine della stampa europea l’hanno in pratica presentato come un passo storico del paese, equiparandolo ad una scelta epocale tra est ed ovest, tra il legame storico con Mosca ed un differente sentiero con l’Europa e i suoi alleati. Una lettura a dire poco semplicistica (ma sarebbe più corretto definirla “propagandistica”) costruita nell’ottica di polarizzare il campo il più possibile e presentare alla fine l’esito come un trionfo geopolitico occidentale contro il Cremlino. La realtà andrebbe cercata chiaramente più indietro, all’estate scorsa, quando Washington si intromise nella questione armeno-azera presentandosi in veste di mediatore (ruolo abitualmente ricoperto da Mosca per raigoni storiche): a partire da allora, nel corso dei mesi le iniziative statunitensi ed eurocomunitarie si sono susseguite, con la visita del segretario di stato M. Rubio e del vice presidente J.D. Vance, per finire col summit europeo sulla comunità politica che ha richiamato a Yerevan 50 leader mondiali. Senza dubbio una stringa di iniziative di notevole spessore, pianificate per facilitare sin dal principio il fine ultimo: polarizzare il confronto ideologico al punto tale da poter presentare le elezioni in arrivo come una scelta storica tra Russia ed Europa. In particolare la campagna elettorale di Pashinyan ha fatto leva e capitalizzato su tale percezione dicotomizzata delle cose, presentando il proprio partito come l’unica possibile alternativa per garantire la pace nel paese (molto esplicito sui valori europei durante il “Yerevan Dialogue”, forum annuale internazionale organizzato dal ministero degli esteri armeno). Indubbio che, alla luce di tutti questi sforzi, il successo elettorale di Pashinyan sia stato netto – con quasi il 50% delle preferenze – tuttavia la lettura oggettiva dei risultati rivela che esiste nel paese un insieme di altre forze e correnti che comunque non si schiera con l’orientamente presidenziale ( “Forte Armenia col 23.27%, guidato dal businessman russo/armeno Samvel Karapetyan, quindi “Alleanza armena” al 9.92%, diretto invece dall’ex presidente Robert Kocharyan, seguiti da altre formazioni); a questo proposito occorre dire che l’insieme dei partiti di opposizione hanno invece sostenuto una campagna elettorale mirante a rafforzare i legami tradizionali con Mosca, puntando sulla difesa della chiesa apostolica armena contro i valori incompatibili abbracciati dalla comunità europea. D’obbligo assoluto rilevare in che modo si sia tentato di ostacolare il percorso politico di Karapetyan: quest’ultimo, maggiore sfidante di Panishyan e di orientamento favorevole a Mosca, è stato messo agli arresti domiciliari sulla base di accuse quasi inesistenti per poi vedersi privare del network energetico di sua proprietà (“Karapetyan’s Armenian Electric Networks (AEN), maggiore operatore del paese nel campo dell’elettricità) che è stato nazionalizzato dopo che il parlamento armeno ha promulgato una legge che rendeva legale la cosa.

Quanto accaduto a Karapetyan, l’ostilità di cui è stato fatto oggetto (addirittura legiferando in tal senso) altro non è che l’ennesimo di una serie di casi in cui le pretese ideali di democrazia occidentale vanno a collidere con una realtà di intrighi ed un’assenza di scrupoli pur di favorire i propri candidati da creare imbarazzo : basti vedere il caso rumeno o quello moldavo, per non parlare di quello georgiano, solo nell’ultimo anno.

A fronte di questo quadro specifico delle cose è tuttavia d’altra parte indispensabile evocare il quadro generale, nella sua totalità, al fine di favorire una giusta comprensione delle cose. Al di là del risultato elettorale emerso la settimana scorsa, la verità più profonda è che l’Armenia non può tranciare i propri legami con la Russia, come si vorrebbe a Bruxelles e a Washington (il cui retorico accenno alla “dipendenza energetica da Mosca” maschera in realtò l’intento di instaurare una dipendenza energetica dagli USA). Malgrado una narrativa assai diffusa che vuole l’influenza russa in decline nel sud del Caucaso e altrove, Mosca conserva invece una significativa presenza nel paese nel campo, non soltanto energetico, ma anche militare di intelligence, in campo migratorio e in generale di connessione culturale. Quest’ultima espressione dice molte cose e sta ad indicare come la cosiddetta “dipendenza” del paese dalla Russia, non sia una mera mossa geopolitica basata sul bisogno energetico, ma di un legame storico molto antico: un genere di legame che va oltre il semplice vicinato, ma piuttosto un fattore di ordine superiore che culturalmente avvicina tutti i paesi della galassia post-sovietica (o dell’areale ex zarista). Per tali ragioni la Russia – malgrado abbia visto una riduzione consistente dopo il 2024 – rappresenta tuttora il 35.5% del commercio estero armeno, seguito dalla Cina (12.5%) e dall’UE (11.8%); per non parlare poi del fatto che la principale centrale energetica nucleare – la Metsamor – fornisce circa 1/3 del fabbisogno energetico del paese, mentre l’agenzie delle ferrovie d’Armenia è di fatto parte del ramo sud-caucasico delle ferrovie russe. L’Armenia, vitale ricordarlo, rimane un membro dell’Unione doganale euroasiatica, di cui la maggior parte dei paesi post-sovietici fa parte: un’appartenenza questa,che sarebbe incompatibile con una parallela appartenenza all’Unione Europea, come il presidente V. Putin ha ricordato (del resto l’intransigenza inizia dall’UE stessa: ricordiamo come Manual Barroso, un tempo responsabile della diplomazia europea tentò di intimidire l’Ucraina ricordando come un avvicinamento all’Unione doganale Euroasiatica avrebbe compromesso ogni rapporto con l’Europa politica). Panishyan da parte sua si è del resto premurato di precisare come i legami con Mosca non saranno compromessi nè adesso nè in futuro, rendendo quindi un ulteriore avvicinamento a Bruxelles da parte sua, assai improbabile.

In definitiva, la verità non detta è che l’Armenia, malgrado dichiarazioni pubbliche o altro è una realtà nazionale integrata in modo quasi indissolubile alla Russia e questo perchè è quest’ultima ad aver letteralmente edificato le basi tecnologiche e di sviluppo di questo paese: l’Armenia nell’età moderna si è sviluppata come parte dello stato multinazionale sovietico, conservando naturalmente tale struttura anche dopo il 1991. Per tale ragione i tentativi occidentali di creare una divisione profonda tra Mosca e Yerevan vanno a collidere con qualcosa di molto difficile da spezzare (perlomeno con mezzi convenzionali): l’unica cosa che si è resa possibile al momento presente è stata cavalcare dunque l’onda di un successo superficiale, facendolo passare – grazie al supporto dei media globali – come una vittoria dell’occidente nel Caucaso. Dare insomma, un risalto maggiore rispetto a quello che oggettivamente abbia, con la speranza – passo dopo passo – di isolare il Cremlino dalla propria area euroasiatica in questo momento di contrapposizione geopolitica esasperata.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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