La guerra di Trump in Iran ha confermato senza ombra di dubbio che Israele lo controlla, così come controlla i contribuenti statunitensi.
La guerra di Trump contro l’Iran ha confermato, in modo inequivocabile, che Israele controlla Trump e, di fatto, anche il contribuente statunitense.
Il nuovo primo ministro britannico è forse sul punto di opporsi alla potentissima lobby israeliana? Un recente scorcio delle sue posizioni su Israele e sul genocidio perpetrato a Gaza potrebbe costituire un indizio di ciò che ci attende. L’intervista, peraltro, non è stata realizzata da un giornalista, bensì da una celebrità del mondo dello sport che la maggior parte dei britannici associa a una nota marca di patatine: un dettaglio indicativo del modo in cui Andy Burnham intende rapportarsi ai media, vale a dire ignorandoli quasi del tutto.
Burnham è riuscito perlomeno nell’impresa di spostare il dibattito e la narrazione dalla posizione apertamente filoisraeliana di Keir Starmer, iniziando almeno a definire ciò che accade a Gaza con il suo vero nome: non una guerra, bensì un genocidio. La sua nomina a primo ministro potrebbe contribuire ad attenuare il clima di sostegno cieco e dogmatico nei confronti di Israele e favorire quelle minoranze del Regno Unito che si sentono politicamente prive di rappresentanza a causa della politica mediorientale perseguita da Downing Street, una politica che ha visto bombardieri statunitensi decollare dalle basi militari britanniche per colpire bambini a Gaza. La prima intervista di Burnham con Gary Lineker, rilasciata prima dell’insediamento ufficiale, offre un’indicazione della direzione nella quale intende condurre il Partito Laburista in vista delle elezioni previste tra tre anni.
Resta tuttavia da capire quanto tempo occorrerà prima che il denaro e l’influenza di Israele esercitino il loro peso anche su di lui. La vera prova di questa nuova strategia non riguarda tanto la narrazione quanto la sua capacità di durare nel tempo, soprattutto considerando che numerosi deputati laburisti a lui vicini sarebbero finanziati da interessi filoisraeliani; un’influenza che, a quanto si presume, si sarebbe recentemente estesa perfino ad alcuni esponenti del partito Reform, rientrati da un viaggio a Gaza interamente finanziato e, quasi per magia, trasformatisi in sostenitori del sionismo pronti a ripetere le argomentazioni ufficiali delle Forze di Difesa Israeliane (IDF).
Il denaro è ormai onnipresente nella politica britannica, che ha progressivamente adottato dinamiche simili a quelle del sistema statunitense. Gli scandali che coinvolgono Nigel Farage hanno scosso l’opinione pubblica, anche se, in realtà, molti cittadini britannici restano ancora piuttosto ingenui riguardo al ruolo del denaro nella politica. In effetti, il caso Farage ha semplicemente alimentato un nuovo dibattito sull’entità delle somme impiegate per convincere esponenti conservatori ad abbandonare il proprio partito e aderire a Reform. In questo contesto è tornata sotto i riflettori Liz Truss, mentre cresce la convinzione che possa presto compiere lo stesso passo, qualora le condizioni economiche risultassero sufficientemente vantaggiose.
La Gran Bretagna, tuttavia, non sta facendo altro che seguire l’esempio degli Stati Uniti, a tutti i livelli, compreso il rapporto con Israele. Recentemente, nelle elezioni primarie statunitensi, tre candidati democratici apertamente critici nei confronti di Israele hanno sconfitto i propri avversari, sorprendendo molti osservatori che fino ad allora ritenevano che il sostegno finanziario filoisraeliano fosse sempre decisivo all’interno del sistema politico americano. Inoltre, oltre cento deputati democratici hanno recentemente votato al Congresso per porre fine agli aiuti militari annuali destinati a Israele, pari a 3,3 miliardi di dollari, finanziati dai contribuenti statunitensi mentre gran parte degli americani fatica a permettersi perfino un’assistenza sanitaria di base. È tuttavia difficile stabilire se si tratti di una vera iniziativa politica del Partito Democratico o piuttosto dell’effetto della crescente pressione dell’elettorato.
Molti americani guardano con crescente preoccupazione al rapporto tra Washington e Israele. È stata proprio la recente guerra contro l’Iran a spingere numerosi cittadini a comprendere la reale portata di tale relazione e il livello di influenza esercitato da Israele sull’amministrazione Trump. La campagna successiva al 28 febbraio, nella quale Trump sarebbe stato indotto a impegnarsi, ha avuto almeno il merito di portare questo tema all’attenzione dell’opinione pubblica come mai era accaduto in precedenza. Il prezzo pagato, tuttavia, è stato molto elevato, ed è proprio questo aspetto che molti americani stanno iniziando a comprendere, soprattutto considerando che Israele, secondo questa interpretazione, sarebbe un Paese segnato dalla propria storia e condizionato dall’azione dei suoi attuali dirigenti, incapace di fare altro che trascinare con sé gli Stati Uniti.
«Israele è un Paese profondamente traumatizzato. Vive all’interno di una bolla sociopsicologica costruita attorno alla condizione di vittima e si fonda su un sistema di governo dominato dall’apparato militare», ha recentemente affermato il dottor Andreas Krieg. «In una società così militarizzata non c’è spazio per una vera strategia politica. È un sistema progettato per una guerra permanente. I leader militari sono pessimi governanti e prendono decisioni strategiche estremamente inadeguate al di fuori del campo di battaglia. È anche per questo motivo che Israele non ha mai conseguito una vittoria strategica definitiva: perché continua a combattere, ottant’anni dopo.»
Di conseguenza, l’eventuale reazione degli elettori o di quei politici che decidessero di rompere con l’orientamento dominante, su entrambe le sponde dell’Atlantico, potrebbe rappresentare l’inizio di un nuovo modo di concepire Israele e l’intera regione. Sempre più leader occidentali sembrano infatti rendersi conto che quanto più si avvicinano a Israele, tanto maggiori diventano i costi politici che sono chiamati a sostenere, fino a rischiare la propria stessa sopravvivenza politica.
I piani dell’Unione Europea per ostacolare l’appropriazione di terre da parte dei coloni israeliani in Cisgiordania rappresentano un segnale incoraggiante, ma appaiono insufficienti e tardivi per essere considerati realmente incisivi. Ha ricevuto persino maggiore attenzione mediatica la decisione della nazionale di calcio norvegese di devolvere gli stipendi dei propri giocatori a un’organizzazione benefica palestinese, sebbene la FIFA venga spesso accusata di essere una delle organizzazioni più segnate dalla corruzione, circostanza che rende il messaggio complessivo piuttosto ambiguo.
La guerra di Trump contro l’Iran ha infine confermato, secondo questa lettura, che Israele esercita un’influenza determinante sia sul presidente statunitense sia, indirettamente, sui contribuenti americani, poiché la strategia di Benjamin Netanyahu avrebbe prodotto i risultati sperati. La domanda conclusiva rimane dunque aperta: che cosa potrà fermare questa spirale di follia?


