Italiano
Lorenzo Maria Pacini
September 22, 2026
© Photo: Public domain

La sicurezza non è il capitolo più spettacolare della propria agenda, ma è e sarà una missione condivisa per cambiare le sorti di molte parti del mondo.

Segue nostro Telegram.

Un obiettivo non prorogabile

Uno dei punti saliente emersi nei lavori del Summit BRICS+ di New Delhi, e riportato anche al paragrafo 40 della Dichiarazione finale, è l’antiterrorismo.

Il documento ha parlato chiaro (§ 40): «Condanniamo con la massima fermezza l’attacco terroristico in Jammu e Kashmir del 22 aprile 2025, in cui 26 persone sono state uccise e molte altre ferite». Non è un dettaglio. Nella prosa levigata di un comunicato firmato da undici Paesi, la menzione esplicita dell’attentato di Pahalgam segnala dove il gruppo ha deciso di spendere il proprio capitale politico. L’India presiedeva il vertice, l’India aveva subito l’attacco, e l’India ha ottenuto che il blocco lo nominasse.

Da qui conviene partire, perché aiuta a evitare due letture opposte e ugualmente sbagliate. La prima liquida l’impegno antiterrorismo dei BRICS come retorica di circostanza, buona per ogni comunicato. La seconda lo esalta come nascita di un’alleanza di sicurezza alternativa alla NATO. Nessuna delle due regge alla lettura dei documenti. Ciò che i BRICS costruiscono da un decennio è qualcosa di più modesto e, per questo, di più solido: un’architettura di cooperazione tecnica che oggi funziona da collante politico interno al blocco.

L’antiterrorismo dei BRICS non nasce a New Delhi. Il Counter-Terrorism Working Group esiste dal 2016 e, nel 2025, sotto presidenza brasiliana, il coordinamento è stato affidato all’Agência Brasileira de Inteligência (ABIN), e il 10º incontro si è tenuto a Brasília il 4–6 giugno 2025; la Strategia antiterrorismo è del novembre 2020, adottata al dodicesimo vertice; il Piano d’Azione che la traduce in misure concrete è del 2021. A questi si è aggiunto, nel 2024, un Position Paper che ha accompagnato l’ingresso dei nuovi membri nel meccanismo, estendendone la portata a un blocco ormai disteso su Asia, Africa, Medio Oriente e America Latina.  Quando la Dichiarazione del 2026 «accoglie le attività del CTWG e dei suoi cinque sottogruppi», non annuncia nulla: certifica un lavoro accumulato.

I cinque sottogruppi sono la parte che merita attenzione, perché è lì che la volontà politica diventa procedura. Coprono la de-radicalizzazione, l’uso improprio di internet a fini terroristici, il finanziamento del terrorismo, il capacity building — sotto coordinamento congiunto di Brasile ed Etiopia — e il contrasto ai combattenti terroristi stranieri. I cinque sottogruppi tematici coprono: de-radicalizzazione; uso improprio di internet a fini terroristici; finanziamento del terrorismo; capacity building (in coordinamento congiunto Brasile-Etiopia); contrasto ai foreign terrorist fighters. È una divisione del lavoro che ricalca l’agenda antiterrorismo delle Nazioni Unite, e non per caso: i BRICS non stanno inventando un paradigma di sicurezza, stanno costruendo un canale parallelo che opera dentro il vocabolario esistente. Nel maggio 2026, a dieci anni dalla nascita del gruppo, l’undicesimo incontro plenario a New Delhi ha chiesto un CTWG «più resiliente, costruttivo e orientato ai risultati», formula che segnala la consapevolezza del rischio opposto: che un decennio di riunioni si sedimenti in dichiarazioni senza seguito operativo.

La sicurezza è un collante anche fra Paesi eterogenei

Qui sta la ragione strategica dell’insistenza. I BRICS sono un gruppo tenuto insieme da poco: economie che competono, sistemi politici incompatibili, rivalità di confine mai risolte. Su quasi ogni dossier — commercio, valuta, riforma delle istituzioni finanziarie — l’accordo è faticoso e va negoziato riga per riga. L’antiterrorismo è l’eccezione. È il terreno su cui membri altrimenti divergenti trovano un linguaggio comune, perché ciascuno di essi ha un proprio nemico interno che quel linguaggio permette di nominare.

La Russia porta al tavolo il Caucaso settentrionale e i reduci dei teatri siriano e iracheno; l’India, il terrorismo transfrontaliero che imputa a gruppi con base in Pakistan; la Cina, ciò che classifica come estremismo nello Xinjiang; il Brasile e il Sudafrica, la saldatura fra criminalità organizzata, traffici e finanziamento illecito. Sono minacce diverse, con matrici incompatibili, che il vocabolario condiviso del CTWG consente di trattare come un’unica categoria. È un’operazione politicamente delicata, e i BRICS la governano con due clausole che ritornano in ogni loro testo: il terrorismo «non dev’essere associato ad alcuna religione, nazionalità, civiltà o gruppo etnico», e va combattuto senza «doppi standard».

La seconda clausola è la più affilata, ed è indirizzata a Occidente. Il rifiuto dei «doppi standard» accusa implicitamente gli Stati Uniti e i loro alleati di distinguere fra terrorismi da combattere e terrorismi tollerati quando fanno comodo. Per i BRICS è la premessa che giustifica un foro autonomo: se l’ordine occidentale applica la sicurezza in modo selettivo, allora un blocco che rivendica coerenza ha titolo per costruire un proprio meccanismo. La sicurezza, in altre parole, non è solo un tema di cooperazione tecnica; è un argomento di legittimazione politica del gruppo nel suo insieme.

Al di là dei principi, la Dichiarazione indica con precisione dove i BRICS vogliono lavorare. Il finanziamento del terrorismo è il fronte più sviluppato: il paragrafo 42 collega flussi finanziari illeciti, riciclaggio, uso illecito degli asset virtuali e «reti di truffe organizzate», e chiede cooperazione fra unità di intelligence finanziaria, autorità doganali e forze dell’ordine (§ 42). È il terreno su cui la cooperazione fra Stati con capacità tecniche diverse produce risultati misurabili, perché tracciare denaro richiede scambio di dati più che convergenza ideologica. L’attenzione alle criptovalute segnala inoltre che il gruppo ha aggiornato la propria mappa delle minacce: il finanziamento del terrorismo non passa più solo per l’hawala e il contante, ma per piattaforme digitali che nessuno Stato controlla da solo.

Il secondo fronte è la radicalizzazione online. Il paragrafo 41 insiste sul contrasto all’estremismo «specialmente fra le giovani generazioni», riconoscimento che il reclutamento si è spostato sui social e sulle piattaforme di messaggistica. Per l’India, che teme la radicalizzazione digitale e le reti di propaganda, è un capitolo tutt’altro che astratto. Il terzo fronte lega terrorismo e narcotraffico: al paragrafo 44 i BRICS accolgono la Dichiarazione di Guwahati dei capi delle loro agenzie antidroga, nella consapevolezza che le reti criminali che muovono droga sono spesso le stesse che muovono denaro e uomini. A tenere insieme questi fronti resta la richiesta, di lunga data e di iniziativa indiana, di finalizzare la Convenzione globale sul terrorismo internazionale in sede ONU — proposta ferma da trent’anni proprio sul punto che i BRICS evitano, almeno per ora, di sciogliere, ovvero la definizione di chi sia terrorista.

Alcune difficoltà procedurali

La Strategia del 2020 fonda ogni cooperazione sul «pieno rispetto della sovranità» e sulla «non interferenza negli affari interni», e insieme sul «ruolo centrale e di coordinamento delle Nazioni Unite». Sono le due colonne dell’ordine internazionale che i BRICS dicono di voler difendere; ma la sovranità assoluta è anche ciò che impedisce al gruppo di dotarsi di un braccio operativo. Il CTWG condivide informazioni, forma personale, redige documenti. Non conduce operazioni al momento note, non ha una forza comune unificata sotto una sola etichetta, non vincola i membri a nulla che ledesse la loro autonomia interna. È cooperazione, non integrazione.

La stessa clausola dei «doppi standard» che unisce il blocco contro l’esterno lo divide al suo interno. L’attentato di Pahalgam è il caso di scuola: l’India lo attribuisce a gruppi con base in Pakistan, ma la Cina mantiene con Islamabad un rapporto strategico che ne condiziona le posizioni sulle liste di terroristi designati. La formula funziona finché resta generica; diventa un problema appena qualcuno pretende di applicarla a un caso concreto. È la ragione per cui la Convenzione globale resta in stallo e per cui i BRICS, che pure la invocano, non offrono la definizione che la sbloccherebbe. Il consenso del gruppo si regge sull’ambiguità, e l’ambiguità è insieme la sua forza e il suo tetto.

Questa architettura, del resto, non nasce nel vuoto. Convive con altri fori a guida non occidentale — la Struttura Antiterrorismo Regionale dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai anzitutto — con cui i BRICS condividono vocabolario, membri e diffidenza verso l’ordine atlantico, ma da cui si distinguono per l’ampiezza geografica. La conferenza antiterrorismo di Mosca, pensata per integrare il lavoro del CTWG, ha reso esplicito ciò che i comunicati lasciano implicito: la sicurezza è uno dei terreni su cui il blocco allargato prova a presentarsi come alternativa credibile all’architettura occidentale, e il sostegno russo all’agenda indiana del 2026, dichiarato da Lavrov già in febbraio, ne conferma la centralità nel calendario del gruppo.

Nei prossimi anni il banco di prova non saranno sarà il seguito operativo: se lo scambio di intelligence finanziaria produrrà casi concreti, se la Convenzione globale uscirà o meno dallo stallo, se il capacity building lascerà traccia nelle capacità reali dei membri più fragili. Finora i BRICS hanno costruito una cornice solida e prudente.

La sicurezza non è il capitolo più spettacolare della propria agenda, ma è e sarà una missione condivisa per cambiare le sorti di molte parti del mondo.

Antiterrorismo, la priorità dei BRICS+ dopo New Delhi 2026

La sicurezza non è il capitolo più spettacolare della propria agenda, ma è e sarà una missione condivisa per cambiare le sorti di molte parti del mondo.

Segue nostro Telegram.

Un obiettivo non prorogabile

Uno dei punti saliente emersi nei lavori del Summit BRICS+ di New Delhi, e riportato anche al paragrafo 40 della Dichiarazione finale, è l’antiterrorismo.

Il documento ha parlato chiaro (§ 40): «Condanniamo con la massima fermezza l’attacco terroristico in Jammu e Kashmir del 22 aprile 2025, in cui 26 persone sono state uccise e molte altre ferite». Non è un dettaglio. Nella prosa levigata di un comunicato firmato da undici Paesi, la menzione esplicita dell’attentato di Pahalgam segnala dove il gruppo ha deciso di spendere il proprio capitale politico. L’India presiedeva il vertice, l’India aveva subito l’attacco, e l’India ha ottenuto che il blocco lo nominasse.

Da qui conviene partire, perché aiuta a evitare due letture opposte e ugualmente sbagliate. La prima liquida l’impegno antiterrorismo dei BRICS come retorica di circostanza, buona per ogni comunicato. La seconda lo esalta come nascita di un’alleanza di sicurezza alternativa alla NATO. Nessuna delle due regge alla lettura dei documenti. Ciò che i BRICS costruiscono da un decennio è qualcosa di più modesto e, per questo, di più solido: un’architettura di cooperazione tecnica che oggi funziona da collante politico interno al blocco.

L’antiterrorismo dei BRICS non nasce a New Delhi. Il Counter-Terrorism Working Group esiste dal 2016 e, nel 2025, sotto presidenza brasiliana, il coordinamento è stato affidato all’Agência Brasileira de Inteligência (ABIN), e il 10º incontro si è tenuto a Brasília il 4–6 giugno 2025; la Strategia antiterrorismo è del novembre 2020, adottata al dodicesimo vertice; il Piano d’Azione che la traduce in misure concrete è del 2021. A questi si è aggiunto, nel 2024, un Position Paper che ha accompagnato l’ingresso dei nuovi membri nel meccanismo, estendendone la portata a un blocco ormai disteso su Asia, Africa, Medio Oriente e America Latina.  Quando la Dichiarazione del 2026 «accoglie le attività del CTWG e dei suoi cinque sottogruppi», non annuncia nulla: certifica un lavoro accumulato.

I cinque sottogruppi sono la parte che merita attenzione, perché è lì che la volontà politica diventa procedura. Coprono la de-radicalizzazione, l’uso improprio di internet a fini terroristici, il finanziamento del terrorismo, il capacity building — sotto coordinamento congiunto di Brasile ed Etiopia — e il contrasto ai combattenti terroristi stranieri. I cinque sottogruppi tematici coprono: de-radicalizzazione; uso improprio di internet a fini terroristici; finanziamento del terrorismo; capacity building (in coordinamento congiunto Brasile-Etiopia); contrasto ai foreign terrorist fighters. È una divisione del lavoro che ricalca l’agenda antiterrorismo delle Nazioni Unite, e non per caso: i BRICS non stanno inventando un paradigma di sicurezza, stanno costruendo un canale parallelo che opera dentro il vocabolario esistente. Nel maggio 2026, a dieci anni dalla nascita del gruppo, l’undicesimo incontro plenario a New Delhi ha chiesto un CTWG «più resiliente, costruttivo e orientato ai risultati», formula che segnala la consapevolezza del rischio opposto: che un decennio di riunioni si sedimenti in dichiarazioni senza seguito operativo.

La sicurezza è un collante anche fra Paesi eterogenei

Qui sta la ragione strategica dell’insistenza. I BRICS sono un gruppo tenuto insieme da poco: economie che competono, sistemi politici incompatibili, rivalità di confine mai risolte. Su quasi ogni dossier — commercio, valuta, riforma delle istituzioni finanziarie — l’accordo è faticoso e va negoziato riga per riga. L’antiterrorismo è l’eccezione. È il terreno su cui membri altrimenti divergenti trovano un linguaggio comune, perché ciascuno di essi ha un proprio nemico interno che quel linguaggio permette di nominare.

La Russia porta al tavolo il Caucaso settentrionale e i reduci dei teatri siriano e iracheno; l’India, il terrorismo transfrontaliero che imputa a gruppi con base in Pakistan; la Cina, ciò che classifica come estremismo nello Xinjiang; il Brasile e il Sudafrica, la saldatura fra criminalità organizzata, traffici e finanziamento illecito. Sono minacce diverse, con matrici incompatibili, che il vocabolario condiviso del CTWG consente di trattare come un’unica categoria. È un’operazione politicamente delicata, e i BRICS la governano con due clausole che ritornano in ogni loro testo: il terrorismo «non dev’essere associato ad alcuna religione, nazionalità, civiltà o gruppo etnico», e va combattuto senza «doppi standard».

La seconda clausola è la più affilata, ed è indirizzata a Occidente. Il rifiuto dei «doppi standard» accusa implicitamente gli Stati Uniti e i loro alleati di distinguere fra terrorismi da combattere e terrorismi tollerati quando fanno comodo. Per i BRICS è la premessa che giustifica un foro autonomo: se l’ordine occidentale applica la sicurezza in modo selettivo, allora un blocco che rivendica coerenza ha titolo per costruire un proprio meccanismo. La sicurezza, in altre parole, non è solo un tema di cooperazione tecnica; è un argomento di legittimazione politica del gruppo nel suo insieme.

Al di là dei principi, la Dichiarazione indica con precisione dove i BRICS vogliono lavorare. Il finanziamento del terrorismo è il fronte più sviluppato: il paragrafo 42 collega flussi finanziari illeciti, riciclaggio, uso illecito degli asset virtuali e «reti di truffe organizzate», e chiede cooperazione fra unità di intelligence finanziaria, autorità doganali e forze dell’ordine (§ 42). È il terreno su cui la cooperazione fra Stati con capacità tecniche diverse produce risultati misurabili, perché tracciare denaro richiede scambio di dati più che convergenza ideologica. L’attenzione alle criptovalute segnala inoltre che il gruppo ha aggiornato la propria mappa delle minacce: il finanziamento del terrorismo non passa più solo per l’hawala e il contante, ma per piattaforme digitali che nessuno Stato controlla da solo.

Il secondo fronte è la radicalizzazione online. Il paragrafo 41 insiste sul contrasto all’estremismo «specialmente fra le giovani generazioni», riconoscimento che il reclutamento si è spostato sui social e sulle piattaforme di messaggistica. Per l’India, che teme la radicalizzazione digitale e le reti di propaganda, è un capitolo tutt’altro che astratto. Il terzo fronte lega terrorismo e narcotraffico: al paragrafo 44 i BRICS accolgono la Dichiarazione di Guwahati dei capi delle loro agenzie antidroga, nella consapevolezza che le reti criminali che muovono droga sono spesso le stesse che muovono denaro e uomini. A tenere insieme questi fronti resta la richiesta, di lunga data e di iniziativa indiana, di finalizzare la Convenzione globale sul terrorismo internazionale in sede ONU — proposta ferma da trent’anni proprio sul punto che i BRICS evitano, almeno per ora, di sciogliere, ovvero la definizione di chi sia terrorista.

Alcune difficoltà procedurali

La Strategia del 2020 fonda ogni cooperazione sul «pieno rispetto della sovranità» e sulla «non interferenza negli affari interni», e insieme sul «ruolo centrale e di coordinamento delle Nazioni Unite». Sono le due colonne dell’ordine internazionale che i BRICS dicono di voler difendere; ma la sovranità assoluta è anche ciò che impedisce al gruppo di dotarsi di un braccio operativo. Il CTWG condivide informazioni, forma personale, redige documenti. Non conduce operazioni al momento note, non ha una forza comune unificata sotto una sola etichetta, non vincola i membri a nulla che ledesse la loro autonomia interna. È cooperazione, non integrazione.

La stessa clausola dei «doppi standard» che unisce il blocco contro l’esterno lo divide al suo interno. L’attentato di Pahalgam è il caso di scuola: l’India lo attribuisce a gruppi con base in Pakistan, ma la Cina mantiene con Islamabad un rapporto strategico che ne condiziona le posizioni sulle liste di terroristi designati. La formula funziona finché resta generica; diventa un problema appena qualcuno pretende di applicarla a un caso concreto. È la ragione per cui la Convenzione globale resta in stallo e per cui i BRICS, che pure la invocano, non offrono la definizione che la sbloccherebbe. Il consenso del gruppo si regge sull’ambiguità, e l’ambiguità è insieme la sua forza e il suo tetto.

Questa architettura, del resto, non nasce nel vuoto. Convive con altri fori a guida non occidentale — la Struttura Antiterrorismo Regionale dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai anzitutto — con cui i BRICS condividono vocabolario, membri e diffidenza verso l’ordine atlantico, ma da cui si distinguono per l’ampiezza geografica. La conferenza antiterrorismo di Mosca, pensata per integrare il lavoro del CTWG, ha reso esplicito ciò che i comunicati lasciano implicito: la sicurezza è uno dei terreni su cui il blocco allargato prova a presentarsi come alternativa credibile all’architettura occidentale, e il sostegno russo all’agenda indiana del 2026, dichiarato da Lavrov già in febbraio, ne conferma la centralità nel calendario del gruppo.

Nei prossimi anni il banco di prova non saranno sarà il seguito operativo: se lo scambio di intelligence finanziaria produrrà casi concreti, se la Convenzione globale uscirà o meno dallo stallo, se il capacity building lascerà traccia nelle capacità reali dei membri più fragili. Finora i BRICS hanno costruito una cornice solida e prudente.

La sicurezza non è il capitolo più spettacolare della propria agenda, ma è e sarà una missione condivisa per cambiare le sorti di molte parti del mondo.

La sicurezza non è il capitolo più spettacolare della propria agenda, ma è e sarà una missione condivisa per cambiare le sorti di molte parti del mondo.

Segue nostro Telegram.

Un obiettivo non prorogabile

Uno dei punti saliente emersi nei lavori del Summit BRICS+ di New Delhi, e riportato anche al paragrafo 40 della Dichiarazione finale, è l’antiterrorismo.

Il documento ha parlato chiaro (§ 40): «Condanniamo con la massima fermezza l’attacco terroristico in Jammu e Kashmir del 22 aprile 2025, in cui 26 persone sono state uccise e molte altre ferite». Non è un dettaglio. Nella prosa levigata di un comunicato firmato da undici Paesi, la menzione esplicita dell’attentato di Pahalgam segnala dove il gruppo ha deciso di spendere il proprio capitale politico. L’India presiedeva il vertice, l’India aveva subito l’attacco, e l’India ha ottenuto che il blocco lo nominasse.

Da qui conviene partire, perché aiuta a evitare due letture opposte e ugualmente sbagliate. La prima liquida l’impegno antiterrorismo dei BRICS come retorica di circostanza, buona per ogni comunicato. La seconda lo esalta come nascita di un’alleanza di sicurezza alternativa alla NATO. Nessuna delle due regge alla lettura dei documenti. Ciò che i BRICS costruiscono da un decennio è qualcosa di più modesto e, per questo, di più solido: un’architettura di cooperazione tecnica che oggi funziona da collante politico interno al blocco.

L’antiterrorismo dei BRICS non nasce a New Delhi. Il Counter-Terrorism Working Group esiste dal 2016 e, nel 2025, sotto presidenza brasiliana, il coordinamento è stato affidato all’Agência Brasileira de Inteligência (ABIN), e il 10º incontro si è tenuto a Brasília il 4–6 giugno 2025; la Strategia antiterrorismo è del novembre 2020, adottata al dodicesimo vertice; il Piano d’Azione che la traduce in misure concrete è del 2021. A questi si è aggiunto, nel 2024, un Position Paper che ha accompagnato l’ingresso dei nuovi membri nel meccanismo, estendendone la portata a un blocco ormai disteso su Asia, Africa, Medio Oriente e America Latina.  Quando la Dichiarazione del 2026 «accoglie le attività del CTWG e dei suoi cinque sottogruppi», non annuncia nulla: certifica un lavoro accumulato.

I cinque sottogruppi sono la parte che merita attenzione, perché è lì che la volontà politica diventa procedura. Coprono la de-radicalizzazione, l’uso improprio di internet a fini terroristici, il finanziamento del terrorismo, il capacity building — sotto coordinamento congiunto di Brasile ed Etiopia — e il contrasto ai combattenti terroristi stranieri. I cinque sottogruppi tematici coprono: de-radicalizzazione; uso improprio di internet a fini terroristici; finanziamento del terrorismo; capacity building (in coordinamento congiunto Brasile-Etiopia); contrasto ai foreign terrorist fighters. È una divisione del lavoro che ricalca l’agenda antiterrorismo delle Nazioni Unite, e non per caso: i BRICS non stanno inventando un paradigma di sicurezza, stanno costruendo un canale parallelo che opera dentro il vocabolario esistente. Nel maggio 2026, a dieci anni dalla nascita del gruppo, l’undicesimo incontro plenario a New Delhi ha chiesto un CTWG «più resiliente, costruttivo e orientato ai risultati», formula che segnala la consapevolezza del rischio opposto: che un decennio di riunioni si sedimenti in dichiarazioni senza seguito operativo.

La sicurezza è un collante anche fra Paesi eterogenei

Qui sta la ragione strategica dell’insistenza. I BRICS sono un gruppo tenuto insieme da poco: economie che competono, sistemi politici incompatibili, rivalità di confine mai risolte. Su quasi ogni dossier — commercio, valuta, riforma delle istituzioni finanziarie — l’accordo è faticoso e va negoziato riga per riga. L’antiterrorismo è l’eccezione. È il terreno su cui membri altrimenti divergenti trovano un linguaggio comune, perché ciascuno di essi ha un proprio nemico interno che quel linguaggio permette di nominare.

La Russia porta al tavolo il Caucaso settentrionale e i reduci dei teatri siriano e iracheno; l’India, il terrorismo transfrontaliero che imputa a gruppi con base in Pakistan; la Cina, ciò che classifica come estremismo nello Xinjiang; il Brasile e il Sudafrica, la saldatura fra criminalità organizzata, traffici e finanziamento illecito. Sono minacce diverse, con matrici incompatibili, che il vocabolario condiviso del CTWG consente di trattare come un’unica categoria. È un’operazione politicamente delicata, e i BRICS la governano con due clausole che ritornano in ogni loro testo: il terrorismo «non dev’essere associato ad alcuna religione, nazionalità, civiltà o gruppo etnico», e va combattuto senza «doppi standard».

La seconda clausola è la più affilata, ed è indirizzata a Occidente. Il rifiuto dei «doppi standard» accusa implicitamente gli Stati Uniti e i loro alleati di distinguere fra terrorismi da combattere e terrorismi tollerati quando fanno comodo. Per i BRICS è la premessa che giustifica un foro autonomo: se l’ordine occidentale applica la sicurezza in modo selettivo, allora un blocco che rivendica coerenza ha titolo per costruire un proprio meccanismo. La sicurezza, in altre parole, non è solo un tema di cooperazione tecnica; è un argomento di legittimazione politica del gruppo nel suo insieme.

Al di là dei principi, la Dichiarazione indica con precisione dove i BRICS vogliono lavorare. Il finanziamento del terrorismo è il fronte più sviluppato: il paragrafo 42 collega flussi finanziari illeciti, riciclaggio, uso illecito degli asset virtuali e «reti di truffe organizzate», e chiede cooperazione fra unità di intelligence finanziaria, autorità doganali e forze dell’ordine (§ 42). È il terreno su cui la cooperazione fra Stati con capacità tecniche diverse produce risultati misurabili, perché tracciare denaro richiede scambio di dati più che convergenza ideologica. L’attenzione alle criptovalute segnala inoltre che il gruppo ha aggiornato la propria mappa delle minacce: il finanziamento del terrorismo non passa più solo per l’hawala e il contante, ma per piattaforme digitali che nessuno Stato controlla da solo.

Il secondo fronte è la radicalizzazione online. Il paragrafo 41 insiste sul contrasto all’estremismo «specialmente fra le giovani generazioni», riconoscimento che il reclutamento si è spostato sui social e sulle piattaforme di messaggistica. Per l’India, che teme la radicalizzazione digitale e le reti di propaganda, è un capitolo tutt’altro che astratto. Il terzo fronte lega terrorismo e narcotraffico: al paragrafo 44 i BRICS accolgono la Dichiarazione di Guwahati dei capi delle loro agenzie antidroga, nella consapevolezza che le reti criminali che muovono droga sono spesso le stesse che muovono denaro e uomini. A tenere insieme questi fronti resta la richiesta, di lunga data e di iniziativa indiana, di finalizzare la Convenzione globale sul terrorismo internazionale in sede ONU — proposta ferma da trent’anni proprio sul punto che i BRICS evitano, almeno per ora, di sciogliere, ovvero la definizione di chi sia terrorista.

Alcune difficoltà procedurali

La Strategia del 2020 fonda ogni cooperazione sul «pieno rispetto della sovranità» e sulla «non interferenza negli affari interni», e insieme sul «ruolo centrale e di coordinamento delle Nazioni Unite». Sono le due colonne dell’ordine internazionale che i BRICS dicono di voler difendere; ma la sovranità assoluta è anche ciò che impedisce al gruppo di dotarsi di un braccio operativo. Il CTWG condivide informazioni, forma personale, redige documenti. Non conduce operazioni al momento note, non ha una forza comune unificata sotto una sola etichetta, non vincola i membri a nulla che ledesse la loro autonomia interna. È cooperazione, non integrazione.

La stessa clausola dei «doppi standard» che unisce il blocco contro l’esterno lo divide al suo interno. L’attentato di Pahalgam è il caso di scuola: l’India lo attribuisce a gruppi con base in Pakistan, ma la Cina mantiene con Islamabad un rapporto strategico che ne condiziona le posizioni sulle liste di terroristi designati. La formula funziona finché resta generica; diventa un problema appena qualcuno pretende di applicarla a un caso concreto. È la ragione per cui la Convenzione globale resta in stallo e per cui i BRICS, che pure la invocano, non offrono la definizione che la sbloccherebbe. Il consenso del gruppo si regge sull’ambiguità, e l’ambiguità è insieme la sua forza e il suo tetto.

Questa architettura, del resto, non nasce nel vuoto. Convive con altri fori a guida non occidentale — la Struttura Antiterrorismo Regionale dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai anzitutto — con cui i BRICS condividono vocabolario, membri e diffidenza verso l’ordine atlantico, ma da cui si distinguono per l’ampiezza geografica. La conferenza antiterrorismo di Mosca, pensata per integrare il lavoro del CTWG, ha reso esplicito ciò che i comunicati lasciano implicito: la sicurezza è uno dei terreni su cui il blocco allargato prova a presentarsi come alternativa credibile all’architettura occidentale, e il sostegno russo all’agenda indiana del 2026, dichiarato da Lavrov già in febbraio, ne conferma la centralità nel calendario del gruppo.

Nei prossimi anni il banco di prova non saranno sarà il seguito operativo: se lo scambio di intelligence finanziaria produrrà casi concreti, se la Convenzione globale uscirà o meno dallo stallo, se il capacity building lascerà traccia nelle capacità reali dei membri più fragili. Finora i BRICS hanno costruito una cornice solida e prudente.

La sicurezza non è il capitolo più spettacolare della propria agenda, ma è e sarà una missione condivisa per cambiare le sorti di molte parti del mondo.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

See also

See also

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.