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Giulio Chinappi
September 9, 2026
© Photo: Public domain

La quasi simultaneità tra il vertice SCO di Biškek e il G20 finanziario di Asheville ha fatto emergere un’apparente contraddizione nella politica russa: pieno coordinamento strategico con Pechino e, contemporaneamente, apertura economico-finanziaria verso Washington. Più che una frattura, si profila una ricerca di autonomia.

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A distanza di poche ore, due vertici internazionali hanno offerto immagini apparentemente contraddittorie delle relazioni tra Russia e Cina. A Biškek, il 31 agosto e il 1° settembre, Vladimir Putin e Xi Jinping hanno nuovamente ribadito la natura strategica del loro partenariato e la comune volontà di favorire la trasformazione multipolare dell’ordine internazionale. Contemporaneamente, dall’altra parte del mondo, alla riunione dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali del G20 ad Asheville, nella Carolina del Nord, la Russia ha accettato un documento promosso dalla presidenza statunitense che la Cina ha invece esplicitamente respinto su alcuni punti particolarmente sensibili.

La coincidenza temporale ha inevitabilmente alimentato interrogativi sulla solidità dell’asse Mosca-Pechino. Tuttavia, gli sviluppi dei giorni successivi suggeriscono una lettura più complessa. A nostro modo di vedere, non sembra essersi prodotta una frattura strategica; il caso di Asheville segnala piuttosto qualcosa di diverso e potenzialmente importante: Mosca sembra intenzionata a preservare il carattere privilegiato della relazione con Pechino senza trasformarlo in un allineamento automatico, cercando contemporaneamente di recuperare margini di manovra nei confronti degli Stati Uniti.

Partendo dal vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) di Biškek, nell’incontro bilaterale del 31 agosto Xi ha affermato che le fondamenta delle relazioni sino-russe sarebbero diventate sempre più solide, il loro sviluppo più stabile e le prospettive sempre più promettenti. Putin, dal canto suo, ha definito le relazioni tra i due Paesi un modello di rapporti tra Stati e ha sostenuto la necessità di rafforzare ulteriormente il coordinamento nelle sedi multilaterali, citando espressamente Nazioni Unite, BRICS e G20.

La SCO, nel frattempo, consolidava una piattaforma fondata esplicitamente sul rifiuto della logica dei blocchi: Xi ha indicato come una delle principali acquisizioni dell’organizzazione l’aver individuato una forma di convivenza basata su non alleanza, non confronto e non orientamento contro terze parti, mentre il vertice ha riaffermato la volontà di promuovere un ordine mondiale multipolare e una riforma della governance globale.

Proprio questa impostazione aiuta a comprendere perché sarebbe riduttivo descrivere il rapporto sino-russo come un’alleanza nel senso tradizionale del termine: Mosca e Pechino condividono una convergenza strategica profonda sulla necessità di limitare l’egemonia occidentale, rafforzare il ruolo del Sud globale e costruire istituzioni internazionali meno subordinate agli Stati Uniti; ciò non significa, tuttavia, identità di interessi su ogni questione economica o diplomatica.

Ad Asheville questa distinzione è emersa in maniera insolitamente evidente. La dichiarazione della presidenza statunitense del G20 precisa in una nota che tutti i membri presenti, con la sola eccezione della Cina, hanno accettato il testo, mentre Pechino ha contestato i paragrafi 4, 10, 11 e 13. La Russia, dunque, non si è associata alle riserve cinesi.

Particolarmente delicati sono i paragrafi 10 e 11: il primo afferma che i Paesi dovrebbero eliminare le «politiche e pratiche non di mercato» che aggravano gli squilibri economici e invita le economie caratterizzate da surplus esterni persistenti a rimuovere le distorsioni che frenano il consumo interno e determinano un’eccessiva dipendenza dalle esportazioni; il secondo chiede al Fondo Monetario Internazionale e all’OCSE di rafforzare l’analisi e la raccolta dei dati riguardanti proprio le politiche non di mercato e i loro effetti sugli squilibri globali.

Sebbene il documento non nomini formalmente la Cina, il destinatario principale della formulazione è difficilmente equivocabile. Scott Bessent lo ha reso esplicito affermando, dopo la riunione, che un’economia fondata su un flusso continuo di esportazioni a basso costo non è sostenibile e sottolineando che la Cina è rimasta isolata nel respingere quella parte della dichiarazione.

Non meno significative erano le altre due obiezioni cinesi. Il paragrafo 4 riguardava, tra l’altro, la libera e prevedibile navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, mentre il paragrafo 13 riaffermava il quadro comune del G20 per la ristrutturazione dei debiti sovrani, materia particolarmente sensibile per Pechino a causa della sua crescente posizione di creditore nei confronti di numerosi Paesi in via di sviluppo.

Mosca avrebbe potuto associarsi alle obiezioni cinesi, soprattutto considerando che Putin, proprio a Biškek, aveva parlato di rafforzamento del coordinamento con Pechino anche nel G20. Tuttavia, ha deciso di non farlo, dimostrando così che il partenariato strategico con la Cina non comporta necessariamente la difesa automatica delle posizioni cinesi nelle istituzioni economiche multilaterali.

A rendere ancora più interessante Asheville è stato il ritorno personale di Anton Siluanov a una riunione finanziaria del G20 negli Stati Uniti, il primo dal 2022. La sua presenza ha suscitato forti proteste da parte di alcuni rappresentanti europei, ma Washington ha scelto deliberatamente la via del dialogo. Bessent ha difeso la necessità di mantenere aperti i canali con Mosca sostenendo, in sostanza, che un conflitto non può essere risolto senza parlare con la controparte.

Più importanti ancora sono state le parole pronunciate da Siluanov dopo il suo incontro bilaterale con Bessent. Il ministro russo ha affermato che tra i ministeri delle Finanze dei due Paesi esiste una base per sviluppare le relazioni e che, con il progressivo superamento delle tensioni geopolitiche, potrebbero svilupparsi anche i rapporti finanziari. Ha poi aggiunto che gli uomini della finanza possono individuare punti di convergenza persino più rapidamente dei politici e che la costruzione di forti interessi economici comuni potrebbe rendere più semplice la soluzione delle questioni politiche.

A questi elementi si aggiunge l’incontro, tenutosi il 5 settembre, tra Vladimir Putin e gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, che si sono trattenuti al Cremlino per oltre tre ore di colloqui. Prima dell’incontro il presidente russo aveva già definito positivi e utili i contatti in corso tra Mosca e Washington; al termine, il consigliere presidenziale Jurij Ušakov ha descritto i colloqui come «molto utili», precisando che, oltre alle possibili modalità di soluzione del conflitto ucraino, è stata discussa anche la cooperazione economica tra Russia e Stati Uniti.

L’eventuale ricostruzione di rapporti economici russo-statunitensi non appare quindi come un’iniziativa autonoma del ministero delle Finanze o come l’espressione di un settore dell’apparato intenzionato a correggere la politica di Putin. È ormai evidente che la possibilità di una futura cooperazione economica con Washington è entrata nell’agenda negoziale dello stesso Cremlino. Siluanov sembra piuttosto svolgere una funzione specifica all’interno di una strategia più ampia: verificare sul terreno finanziario quali spazi possano aprirsi qualora il negoziato politico produca una riduzione delle tensioni.

Allo stesso tempo, non possiamo neppure parlare di una normalizzazione delle relazioni tra Russia e Stati Uniti. Washington ha infatti chiarito che non intende offrire un alleggerimento economico sostanziale o accordi separati prima di progressi sulla guerra in Ucraina, e anche il lungo colloquio del 5 settembre non ha prodotto una svolta; dal canto suo, Ušakov ha riconosciuto che non è stato raggiunto alcun compromesso sulle questioni centrali del conflitto. Il dialogo esiste, dunque, ma la distanza resta considerevole. Proprio per questo la disponibilità russa a esplorarlo appare politicamente significativa.

Gli sviluppi immediatamente successivi ad Asheville permettono però di escludere, almeno allo stato attuale, che tale apertura avvenga a scapito del rapporto con la Cina. Il 2 settembre, Putin ha ricevuto a Vladivostok il vicepremier cinese Ding Xuexiang, membro del Comitato permanente dell’Ufficio politico del Partito Comunista Cinese. Ding ha proposto di approfondire l’integrazione degli interessi economici dei due Paesi, rafforzando in particolare investimenti ed energia, mentre Putin ha definito la Cina un partner fondamentale della Russia anche nel nucleare civile.

Il 4 settembre, Xi Jinping e Putin hanno inoltre inviato messaggi al Forum economico sull’energia Cina-Russia. Xi ha definito la cooperazione energetica bilaterale un esempio di collaborazione reciprocamente vantaggiosa e ha chiesto di approfondirla ulteriormente; Putin ha ricordato che la Russia occupa il primo posto tra i fornitori di petrolio e gas naturale alla Cina e ha sottolineato il rapido sviluppo del partenariato energetico.

I dati indicati dalla parte russa confermano la profondità materiale di questa relazione. Secondo il primo vicepremier Denis Manturov, l’interscambio è aumentato del 22 per cento nella prima metà del 2026, superando i 135 miliardi di dollari. Igor’ Sečin, amministratore delegato di Rosneft e figura di primo piano dell’apparato energetico russo, ha dichiarato che nei primi sette mesi dell’anno la Russia ha fornito alla Cina 67 milioni di tonnellate di petrolio, raggiungendo una quota record del 23 per cento delle importazioni cinesi.

L’interdipendenza, tuttavia, non elimina le divergenze negoziali. Il progetto del gasdotto precedentemente noto come Power of Siberia 2, che Putin ha fatto ribattezzare Power of Baikal, resta un esempio eloquente. Mosca considera strategico il collegamento, destinato a trasferire fino a 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno verso la Cina attraverso la Mongolia, ma per lungo tempo il progetto è rimasto frenato dalle divergenze sul prezzo. A maggio il Cremlino aveva parlato di un’intesa generale sul tracciato e sulle modalità di costruzione, precisando però che alcuni elementi essenziali erano ancora da definire.

È proprio questa asimmetria a spiegare perché la Russia possa avere interesse a ricostruire almeno parzialmente un rapporto economico con gli Stati Uniti. Dopo il 2022, la Cina ha consentito a Mosca di assorbire una parte decisiva dello shock prodotto dalla rottura con l’Europa, acquistando materie prime russe, fornendo beni industriali e offrendo sbocchi commerciali indispensabili. Questa trasformazione ha contemporaneamente rafforzato il partenariato e aumentato il potere negoziale cinese. Per Mosca, recuperare un secondo versante di relazioni internazionali significherebbe quindi non soltanto ridurre gli effetti delle sanzioni, ma anche evitare di essere confinata nella posizione di partner minore di Pechino.

È altrettanto significativo che la Cina non abbia reagito alla posizione russa di Asheville come se si trattasse di un affronto politico. Il 2 settembre il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha espresso rammarico per l’impossibilità di adottare un comunicato condiviso e ha chiesto che il G20 operi secondo criteri di obiettività, equilibrio, consultazione e rispetto delle legittime preoccupazioni di tutti i membri, ma non ha rivolto nessuna critica diretta alla Russia.

Il giorno seguente il ministero del Commercio cinese ha usato toni molto più duri, ma ancora una volta il bersaglio è stato Washington. La portavoce Huang Ling ha accusato gli Stati Uniti di utilizzare il G20 per diffondere la narrativa degli «squilibri economici» e della «sovraccapacità» cinese come giustificazione per il protezionismo e per nuove pressioni contro Pechino. Anche in questo caso, nessun riferimento polemico alla posizione russa.

La risposta cinese permette quindi di cogliere un aspetto fondamentale della relazione sino-russa: entrambe le parti sembrano accettare l’esistenza di spazi di autonomia purché non vengano compromessi gli interessi strategici fondamentali. Pechino non ha interesse a trasformare ogni differenza tattica con Mosca in un problema politico, così come la Russia non sembra intenzionata a mettere in discussione la cooperazione strategica costruita negli ultimi decenni.

La verifica decisiva di questi sviluppi arriverà nelle prossime sedi multilaterali e dall’evoluzione dello stesso dialogo russo-statunitense. In ogni caso, il partenariato sino-russo resta uno degli assi fondamentali dell’attuale trasformazione dell’ordine internazionale, pur senza dare vita a un blocco monolitico. Ed è proprio questa combinazione tra convergenza strategica e autonomia nazionale a costituire una delle caratteristiche più rilevanti del multipolarismo che Mosca e Pechino dichiarano di voler costruire.

Russia e Cina dopo Biškek e Asheville: convergenza strategica, divergenze tattiche

La quasi simultaneità tra il vertice SCO di Biškek e il G20 finanziario di Asheville ha fatto emergere un’apparente contraddizione nella politica russa: pieno coordinamento strategico con Pechino e, contemporaneamente, apertura economico-finanziaria verso Washington. Più che una frattura, si profila una ricerca di autonomia.

Segue nostro Telegram.

A distanza di poche ore, due vertici internazionali hanno offerto immagini apparentemente contraddittorie delle relazioni tra Russia e Cina. A Biškek, il 31 agosto e il 1° settembre, Vladimir Putin e Xi Jinping hanno nuovamente ribadito la natura strategica del loro partenariato e la comune volontà di favorire la trasformazione multipolare dell’ordine internazionale. Contemporaneamente, dall’altra parte del mondo, alla riunione dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali del G20 ad Asheville, nella Carolina del Nord, la Russia ha accettato un documento promosso dalla presidenza statunitense che la Cina ha invece esplicitamente respinto su alcuni punti particolarmente sensibili.

La coincidenza temporale ha inevitabilmente alimentato interrogativi sulla solidità dell’asse Mosca-Pechino. Tuttavia, gli sviluppi dei giorni successivi suggeriscono una lettura più complessa. A nostro modo di vedere, non sembra essersi prodotta una frattura strategica; il caso di Asheville segnala piuttosto qualcosa di diverso e potenzialmente importante: Mosca sembra intenzionata a preservare il carattere privilegiato della relazione con Pechino senza trasformarlo in un allineamento automatico, cercando contemporaneamente di recuperare margini di manovra nei confronti degli Stati Uniti.

Partendo dal vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) di Biškek, nell’incontro bilaterale del 31 agosto Xi ha affermato che le fondamenta delle relazioni sino-russe sarebbero diventate sempre più solide, il loro sviluppo più stabile e le prospettive sempre più promettenti. Putin, dal canto suo, ha definito le relazioni tra i due Paesi un modello di rapporti tra Stati e ha sostenuto la necessità di rafforzare ulteriormente il coordinamento nelle sedi multilaterali, citando espressamente Nazioni Unite, BRICS e G20.

La SCO, nel frattempo, consolidava una piattaforma fondata esplicitamente sul rifiuto della logica dei blocchi: Xi ha indicato come una delle principali acquisizioni dell’organizzazione l’aver individuato una forma di convivenza basata su non alleanza, non confronto e non orientamento contro terze parti, mentre il vertice ha riaffermato la volontà di promuovere un ordine mondiale multipolare e una riforma della governance globale.

Proprio questa impostazione aiuta a comprendere perché sarebbe riduttivo descrivere il rapporto sino-russo come un’alleanza nel senso tradizionale del termine: Mosca e Pechino condividono una convergenza strategica profonda sulla necessità di limitare l’egemonia occidentale, rafforzare il ruolo del Sud globale e costruire istituzioni internazionali meno subordinate agli Stati Uniti; ciò non significa, tuttavia, identità di interessi su ogni questione economica o diplomatica.

Ad Asheville questa distinzione è emersa in maniera insolitamente evidente. La dichiarazione della presidenza statunitense del G20 precisa in una nota che tutti i membri presenti, con la sola eccezione della Cina, hanno accettato il testo, mentre Pechino ha contestato i paragrafi 4, 10, 11 e 13. La Russia, dunque, non si è associata alle riserve cinesi.

Particolarmente delicati sono i paragrafi 10 e 11: il primo afferma che i Paesi dovrebbero eliminare le «politiche e pratiche non di mercato» che aggravano gli squilibri economici e invita le economie caratterizzate da surplus esterni persistenti a rimuovere le distorsioni che frenano il consumo interno e determinano un’eccessiva dipendenza dalle esportazioni; il secondo chiede al Fondo Monetario Internazionale e all’OCSE di rafforzare l’analisi e la raccolta dei dati riguardanti proprio le politiche non di mercato e i loro effetti sugli squilibri globali.

Sebbene il documento non nomini formalmente la Cina, il destinatario principale della formulazione è difficilmente equivocabile. Scott Bessent lo ha reso esplicito affermando, dopo la riunione, che un’economia fondata su un flusso continuo di esportazioni a basso costo non è sostenibile e sottolineando che la Cina è rimasta isolata nel respingere quella parte della dichiarazione.

Non meno significative erano le altre due obiezioni cinesi. Il paragrafo 4 riguardava, tra l’altro, la libera e prevedibile navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, mentre il paragrafo 13 riaffermava il quadro comune del G20 per la ristrutturazione dei debiti sovrani, materia particolarmente sensibile per Pechino a causa della sua crescente posizione di creditore nei confronti di numerosi Paesi in via di sviluppo.

Mosca avrebbe potuto associarsi alle obiezioni cinesi, soprattutto considerando che Putin, proprio a Biškek, aveva parlato di rafforzamento del coordinamento con Pechino anche nel G20. Tuttavia, ha deciso di non farlo, dimostrando così che il partenariato strategico con la Cina non comporta necessariamente la difesa automatica delle posizioni cinesi nelle istituzioni economiche multilaterali.

A rendere ancora più interessante Asheville è stato il ritorno personale di Anton Siluanov a una riunione finanziaria del G20 negli Stati Uniti, il primo dal 2022. La sua presenza ha suscitato forti proteste da parte di alcuni rappresentanti europei, ma Washington ha scelto deliberatamente la via del dialogo. Bessent ha difeso la necessità di mantenere aperti i canali con Mosca sostenendo, in sostanza, che un conflitto non può essere risolto senza parlare con la controparte.

Più importanti ancora sono state le parole pronunciate da Siluanov dopo il suo incontro bilaterale con Bessent. Il ministro russo ha affermato che tra i ministeri delle Finanze dei due Paesi esiste una base per sviluppare le relazioni e che, con il progressivo superamento delle tensioni geopolitiche, potrebbero svilupparsi anche i rapporti finanziari. Ha poi aggiunto che gli uomini della finanza possono individuare punti di convergenza persino più rapidamente dei politici e che la costruzione di forti interessi economici comuni potrebbe rendere più semplice la soluzione delle questioni politiche.

A questi elementi si aggiunge l’incontro, tenutosi il 5 settembre, tra Vladimir Putin e gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, che si sono trattenuti al Cremlino per oltre tre ore di colloqui. Prima dell’incontro il presidente russo aveva già definito positivi e utili i contatti in corso tra Mosca e Washington; al termine, il consigliere presidenziale Jurij Ušakov ha descritto i colloqui come «molto utili», precisando che, oltre alle possibili modalità di soluzione del conflitto ucraino, è stata discussa anche la cooperazione economica tra Russia e Stati Uniti.

L’eventuale ricostruzione di rapporti economici russo-statunitensi non appare quindi come un’iniziativa autonoma del ministero delle Finanze o come l’espressione di un settore dell’apparato intenzionato a correggere la politica di Putin. È ormai evidente che la possibilità di una futura cooperazione economica con Washington è entrata nell’agenda negoziale dello stesso Cremlino. Siluanov sembra piuttosto svolgere una funzione specifica all’interno di una strategia più ampia: verificare sul terreno finanziario quali spazi possano aprirsi qualora il negoziato politico produca una riduzione delle tensioni.

Allo stesso tempo, non possiamo neppure parlare di una normalizzazione delle relazioni tra Russia e Stati Uniti. Washington ha infatti chiarito che non intende offrire un alleggerimento economico sostanziale o accordi separati prima di progressi sulla guerra in Ucraina, e anche il lungo colloquio del 5 settembre non ha prodotto una svolta; dal canto suo, Ušakov ha riconosciuto che non è stato raggiunto alcun compromesso sulle questioni centrali del conflitto. Il dialogo esiste, dunque, ma la distanza resta considerevole. Proprio per questo la disponibilità russa a esplorarlo appare politicamente significativa.

Gli sviluppi immediatamente successivi ad Asheville permettono però di escludere, almeno allo stato attuale, che tale apertura avvenga a scapito del rapporto con la Cina. Il 2 settembre, Putin ha ricevuto a Vladivostok il vicepremier cinese Ding Xuexiang, membro del Comitato permanente dell’Ufficio politico del Partito Comunista Cinese. Ding ha proposto di approfondire l’integrazione degli interessi economici dei due Paesi, rafforzando in particolare investimenti ed energia, mentre Putin ha definito la Cina un partner fondamentale della Russia anche nel nucleare civile.

Il 4 settembre, Xi Jinping e Putin hanno inoltre inviato messaggi al Forum economico sull’energia Cina-Russia. Xi ha definito la cooperazione energetica bilaterale un esempio di collaborazione reciprocamente vantaggiosa e ha chiesto di approfondirla ulteriormente; Putin ha ricordato che la Russia occupa il primo posto tra i fornitori di petrolio e gas naturale alla Cina e ha sottolineato il rapido sviluppo del partenariato energetico.

I dati indicati dalla parte russa confermano la profondità materiale di questa relazione. Secondo il primo vicepremier Denis Manturov, l’interscambio è aumentato del 22 per cento nella prima metà del 2026, superando i 135 miliardi di dollari. Igor’ Sečin, amministratore delegato di Rosneft e figura di primo piano dell’apparato energetico russo, ha dichiarato che nei primi sette mesi dell’anno la Russia ha fornito alla Cina 67 milioni di tonnellate di petrolio, raggiungendo una quota record del 23 per cento delle importazioni cinesi.

L’interdipendenza, tuttavia, non elimina le divergenze negoziali. Il progetto del gasdotto precedentemente noto come Power of Siberia 2, che Putin ha fatto ribattezzare Power of Baikal, resta un esempio eloquente. Mosca considera strategico il collegamento, destinato a trasferire fino a 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno verso la Cina attraverso la Mongolia, ma per lungo tempo il progetto è rimasto frenato dalle divergenze sul prezzo. A maggio il Cremlino aveva parlato di un’intesa generale sul tracciato e sulle modalità di costruzione, precisando però che alcuni elementi essenziali erano ancora da definire.

È proprio questa asimmetria a spiegare perché la Russia possa avere interesse a ricostruire almeno parzialmente un rapporto economico con gli Stati Uniti. Dopo il 2022, la Cina ha consentito a Mosca di assorbire una parte decisiva dello shock prodotto dalla rottura con l’Europa, acquistando materie prime russe, fornendo beni industriali e offrendo sbocchi commerciali indispensabili. Questa trasformazione ha contemporaneamente rafforzato il partenariato e aumentato il potere negoziale cinese. Per Mosca, recuperare un secondo versante di relazioni internazionali significherebbe quindi non soltanto ridurre gli effetti delle sanzioni, ma anche evitare di essere confinata nella posizione di partner minore di Pechino.

È altrettanto significativo che la Cina non abbia reagito alla posizione russa di Asheville come se si trattasse di un affronto politico. Il 2 settembre il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha espresso rammarico per l’impossibilità di adottare un comunicato condiviso e ha chiesto che il G20 operi secondo criteri di obiettività, equilibrio, consultazione e rispetto delle legittime preoccupazioni di tutti i membri, ma non ha rivolto nessuna critica diretta alla Russia.

Il giorno seguente il ministero del Commercio cinese ha usato toni molto più duri, ma ancora una volta il bersaglio è stato Washington. La portavoce Huang Ling ha accusato gli Stati Uniti di utilizzare il G20 per diffondere la narrativa degli «squilibri economici» e della «sovraccapacità» cinese come giustificazione per il protezionismo e per nuove pressioni contro Pechino. Anche in questo caso, nessun riferimento polemico alla posizione russa.

La risposta cinese permette quindi di cogliere un aspetto fondamentale della relazione sino-russa: entrambe le parti sembrano accettare l’esistenza di spazi di autonomia purché non vengano compromessi gli interessi strategici fondamentali. Pechino non ha interesse a trasformare ogni differenza tattica con Mosca in un problema politico, così come la Russia non sembra intenzionata a mettere in discussione la cooperazione strategica costruita negli ultimi decenni.

La verifica decisiva di questi sviluppi arriverà nelle prossime sedi multilaterali e dall’evoluzione dello stesso dialogo russo-statunitense. In ogni caso, il partenariato sino-russo resta uno degli assi fondamentali dell’attuale trasformazione dell’ordine internazionale, pur senza dare vita a un blocco monolitico. Ed è proprio questa combinazione tra convergenza strategica e autonomia nazionale a costituire una delle caratteristiche più rilevanti del multipolarismo che Mosca e Pechino dichiarano di voler costruire.

La quasi simultaneità tra il vertice SCO di Biškek e il G20 finanziario di Asheville ha fatto emergere un’apparente contraddizione nella politica russa: pieno coordinamento strategico con Pechino e, contemporaneamente, apertura economico-finanziaria verso Washington. Più che una frattura, si profila una ricerca di autonomia.

Segue nostro Telegram.

A distanza di poche ore, due vertici internazionali hanno offerto immagini apparentemente contraddittorie delle relazioni tra Russia e Cina. A Biškek, il 31 agosto e il 1° settembre, Vladimir Putin e Xi Jinping hanno nuovamente ribadito la natura strategica del loro partenariato e la comune volontà di favorire la trasformazione multipolare dell’ordine internazionale. Contemporaneamente, dall’altra parte del mondo, alla riunione dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali del G20 ad Asheville, nella Carolina del Nord, la Russia ha accettato un documento promosso dalla presidenza statunitense che la Cina ha invece esplicitamente respinto su alcuni punti particolarmente sensibili.

La coincidenza temporale ha inevitabilmente alimentato interrogativi sulla solidità dell’asse Mosca-Pechino. Tuttavia, gli sviluppi dei giorni successivi suggeriscono una lettura più complessa. A nostro modo di vedere, non sembra essersi prodotta una frattura strategica; il caso di Asheville segnala piuttosto qualcosa di diverso e potenzialmente importante: Mosca sembra intenzionata a preservare il carattere privilegiato della relazione con Pechino senza trasformarlo in un allineamento automatico, cercando contemporaneamente di recuperare margini di manovra nei confronti degli Stati Uniti.

Partendo dal vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) di Biškek, nell’incontro bilaterale del 31 agosto Xi ha affermato che le fondamenta delle relazioni sino-russe sarebbero diventate sempre più solide, il loro sviluppo più stabile e le prospettive sempre più promettenti. Putin, dal canto suo, ha definito le relazioni tra i due Paesi un modello di rapporti tra Stati e ha sostenuto la necessità di rafforzare ulteriormente il coordinamento nelle sedi multilaterali, citando espressamente Nazioni Unite, BRICS e G20.

La SCO, nel frattempo, consolidava una piattaforma fondata esplicitamente sul rifiuto della logica dei blocchi: Xi ha indicato come una delle principali acquisizioni dell’organizzazione l’aver individuato una forma di convivenza basata su non alleanza, non confronto e non orientamento contro terze parti, mentre il vertice ha riaffermato la volontà di promuovere un ordine mondiale multipolare e una riforma della governance globale.

Proprio questa impostazione aiuta a comprendere perché sarebbe riduttivo descrivere il rapporto sino-russo come un’alleanza nel senso tradizionale del termine: Mosca e Pechino condividono una convergenza strategica profonda sulla necessità di limitare l’egemonia occidentale, rafforzare il ruolo del Sud globale e costruire istituzioni internazionali meno subordinate agli Stati Uniti; ciò non significa, tuttavia, identità di interessi su ogni questione economica o diplomatica.

Ad Asheville questa distinzione è emersa in maniera insolitamente evidente. La dichiarazione della presidenza statunitense del G20 precisa in una nota che tutti i membri presenti, con la sola eccezione della Cina, hanno accettato il testo, mentre Pechino ha contestato i paragrafi 4, 10, 11 e 13. La Russia, dunque, non si è associata alle riserve cinesi.

Particolarmente delicati sono i paragrafi 10 e 11: il primo afferma che i Paesi dovrebbero eliminare le «politiche e pratiche non di mercato» che aggravano gli squilibri economici e invita le economie caratterizzate da surplus esterni persistenti a rimuovere le distorsioni che frenano il consumo interno e determinano un’eccessiva dipendenza dalle esportazioni; il secondo chiede al Fondo Monetario Internazionale e all’OCSE di rafforzare l’analisi e la raccolta dei dati riguardanti proprio le politiche non di mercato e i loro effetti sugli squilibri globali.

Sebbene il documento non nomini formalmente la Cina, il destinatario principale della formulazione è difficilmente equivocabile. Scott Bessent lo ha reso esplicito affermando, dopo la riunione, che un’economia fondata su un flusso continuo di esportazioni a basso costo non è sostenibile e sottolineando che la Cina è rimasta isolata nel respingere quella parte della dichiarazione.

Non meno significative erano le altre due obiezioni cinesi. Il paragrafo 4 riguardava, tra l’altro, la libera e prevedibile navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, mentre il paragrafo 13 riaffermava il quadro comune del G20 per la ristrutturazione dei debiti sovrani, materia particolarmente sensibile per Pechino a causa della sua crescente posizione di creditore nei confronti di numerosi Paesi in via di sviluppo.

Mosca avrebbe potuto associarsi alle obiezioni cinesi, soprattutto considerando che Putin, proprio a Biškek, aveva parlato di rafforzamento del coordinamento con Pechino anche nel G20. Tuttavia, ha deciso di non farlo, dimostrando così che il partenariato strategico con la Cina non comporta necessariamente la difesa automatica delle posizioni cinesi nelle istituzioni economiche multilaterali.

A rendere ancora più interessante Asheville è stato il ritorno personale di Anton Siluanov a una riunione finanziaria del G20 negli Stati Uniti, il primo dal 2022. La sua presenza ha suscitato forti proteste da parte di alcuni rappresentanti europei, ma Washington ha scelto deliberatamente la via del dialogo. Bessent ha difeso la necessità di mantenere aperti i canali con Mosca sostenendo, in sostanza, che un conflitto non può essere risolto senza parlare con la controparte.

Più importanti ancora sono state le parole pronunciate da Siluanov dopo il suo incontro bilaterale con Bessent. Il ministro russo ha affermato che tra i ministeri delle Finanze dei due Paesi esiste una base per sviluppare le relazioni e che, con il progressivo superamento delle tensioni geopolitiche, potrebbero svilupparsi anche i rapporti finanziari. Ha poi aggiunto che gli uomini della finanza possono individuare punti di convergenza persino più rapidamente dei politici e che la costruzione di forti interessi economici comuni potrebbe rendere più semplice la soluzione delle questioni politiche.

A questi elementi si aggiunge l’incontro, tenutosi il 5 settembre, tra Vladimir Putin e gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, che si sono trattenuti al Cremlino per oltre tre ore di colloqui. Prima dell’incontro il presidente russo aveva già definito positivi e utili i contatti in corso tra Mosca e Washington; al termine, il consigliere presidenziale Jurij Ušakov ha descritto i colloqui come «molto utili», precisando che, oltre alle possibili modalità di soluzione del conflitto ucraino, è stata discussa anche la cooperazione economica tra Russia e Stati Uniti.

L’eventuale ricostruzione di rapporti economici russo-statunitensi non appare quindi come un’iniziativa autonoma del ministero delle Finanze o come l’espressione di un settore dell’apparato intenzionato a correggere la politica di Putin. È ormai evidente che la possibilità di una futura cooperazione economica con Washington è entrata nell’agenda negoziale dello stesso Cremlino. Siluanov sembra piuttosto svolgere una funzione specifica all’interno di una strategia più ampia: verificare sul terreno finanziario quali spazi possano aprirsi qualora il negoziato politico produca una riduzione delle tensioni.

Allo stesso tempo, non possiamo neppure parlare di una normalizzazione delle relazioni tra Russia e Stati Uniti. Washington ha infatti chiarito che non intende offrire un alleggerimento economico sostanziale o accordi separati prima di progressi sulla guerra in Ucraina, e anche il lungo colloquio del 5 settembre non ha prodotto una svolta; dal canto suo, Ušakov ha riconosciuto che non è stato raggiunto alcun compromesso sulle questioni centrali del conflitto. Il dialogo esiste, dunque, ma la distanza resta considerevole. Proprio per questo la disponibilità russa a esplorarlo appare politicamente significativa.

Gli sviluppi immediatamente successivi ad Asheville permettono però di escludere, almeno allo stato attuale, che tale apertura avvenga a scapito del rapporto con la Cina. Il 2 settembre, Putin ha ricevuto a Vladivostok il vicepremier cinese Ding Xuexiang, membro del Comitato permanente dell’Ufficio politico del Partito Comunista Cinese. Ding ha proposto di approfondire l’integrazione degli interessi economici dei due Paesi, rafforzando in particolare investimenti ed energia, mentre Putin ha definito la Cina un partner fondamentale della Russia anche nel nucleare civile.

Il 4 settembre, Xi Jinping e Putin hanno inoltre inviato messaggi al Forum economico sull’energia Cina-Russia. Xi ha definito la cooperazione energetica bilaterale un esempio di collaborazione reciprocamente vantaggiosa e ha chiesto di approfondirla ulteriormente; Putin ha ricordato che la Russia occupa il primo posto tra i fornitori di petrolio e gas naturale alla Cina e ha sottolineato il rapido sviluppo del partenariato energetico.

I dati indicati dalla parte russa confermano la profondità materiale di questa relazione. Secondo il primo vicepremier Denis Manturov, l’interscambio è aumentato del 22 per cento nella prima metà del 2026, superando i 135 miliardi di dollari. Igor’ Sečin, amministratore delegato di Rosneft e figura di primo piano dell’apparato energetico russo, ha dichiarato che nei primi sette mesi dell’anno la Russia ha fornito alla Cina 67 milioni di tonnellate di petrolio, raggiungendo una quota record del 23 per cento delle importazioni cinesi.

L’interdipendenza, tuttavia, non elimina le divergenze negoziali. Il progetto del gasdotto precedentemente noto come Power of Siberia 2, che Putin ha fatto ribattezzare Power of Baikal, resta un esempio eloquente. Mosca considera strategico il collegamento, destinato a trasferire fino a 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno verso la Cina attraverso la Mongolia, ma per lungo tempo il progetto è rimasto frenato dalle divergenze sul prezzo. A maggio il Cremlino aveva parlato di un’intesa generale sul tracciato e sulle modalità di costruzione, precisando però che alcuni elementi essenziali erano ancora da definire.

È proprio questa asimmetria a spiegare perché la Russia possa avere interesse a ricostruire almeno parzialmente un rapporto economico con gli Stati Uniti. Dopo il 2022, la Cina ha consentito a Mosca di assorbire una parte decisiva dello shock prodotto dalla rottura con l’Europa, acquistando materie prime russe, fornendo beni industriali e offrendo sbocchi commerciali indispensabili. Questa trasformazione ha contemporaneamente rafforzato il partenariato e aumentato il potere negoziale cinese. Per Mosca, recuperare un secondo versante di relazioni internazionali significherebbe quindi non soltanto ridurre gli effetti delle sanzioni, ma anche evitare di essere confinata nella posizione di partner minore di Pechino.

È altrettanto significativo che la Cina non abbia reagito alla posizione russa di Asheville come se si trattasse di un affronto politico. Il 2 settembre il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha espresso rammarico per l’impossibilità di adottare un comunicato condiviso e ha chiesto che il G20 operi secondo criteri di obiettività, equilibrio, consultazione e rispetto delle legittime preoccupazioni di tutti i membri, ma non ha rivolto nessuna critica diretta alla Russia.

Il giorno seguente il ministero del Commercio cinese ha usato toni molto più duri, ma ancora una volta il bersaglio è stato Washington. La portavoce Huang Ling ha accusato gli Stati Uniti di utilizzare il G20 per diffondere la narrativa degli «squilibri economici» e della «sovraccapacità» cinese come giustificazione per il protezionismo e per nuove pressioni contro Pechino. Anche in questo caso, nessun riferimento polemico alla posizione russa.

La risposta cinese permette quindi di cogliere un aspetto fondamentale della relazione sino-russa: entrambe le parti sembrano accettare l’esistenza di spazi di autonomia purché non vengano compromessi gli interessi strategici fondamentali. Pechino non ha interesse a trasformare ogni differenza tattica con Mosca in un problema politico, così come la Russia non sembra intenzionata a mettere in discussione la cooperazione strategica costruita negli ultimi decenni.

La verifica decisiva di questi sviluppi arriverà nelle prossime sedi multilaterali e dall’evoluzione dello stesso dialogo russo-statunitense. In ogni caso, il partenariato sino-russo resta uno degli assi fondamentali dell’attuale trasformazione dell’ordine internazionale, pur senza dare vita a un blocco monolitico. Ed è proprio questa combinazione tra convergenza strategica e autonomia nazionale a costituire una delle caratteristiche più rilevanti del multipolarismo che Mosca e Pechino dichiarano di voler costruire.

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