Le riforme scadute, nella storia delle istituzioni, raramente arrivano dall’interno e piuttosto arrivano quando all’esterno è cresciuto abbastanza peso da rendere l’interno irrilevante.
Quattro punti e una premessa
Il 15 maggio 2026, davanti ai ministri degli esteri riuniti a Nuova Delhi per la sessione BRICS sulla riforma della governance globale, Subrahmanyam Jaishankar ha pronunciato un discorso breve e composto. Nessuna frase memorabile, nessuna polemica frontale: un testo diplomatico calibrato al millimetro, che chiude con tre parole scandite come una diagnosi clinica: «Cooperation is essential. Dialogue is necessary. Reform is overdue». È in quel overdue — «in ritardo», «scaduto» — che si concentra tutta la tensione dell’intervento.
Il ministro parlava in una posizione precisa. L’India presiede i BRICS nel 2026, e la riunione dei ministri degli esteri del 14–15 maggio serviva a preparare il terreno per il vertice dei capi di Stato di settembre. Non è quindi un discorso di opinione: è la parola del presidente di turno che fissa l’agenda del blocco. Va letto come tale, cioè come un atto di posizionamento strategico più che come una riflessione teorica.
La riunione, del resto, si è chiusa senza dichiarazione congiunta: le divergenze sul Medio Oriente hanno costretto a un più prudente Chair’s Statement. Il dettaglio non è marginale. Un blocco che non riesce a firmare un testo comune sui dossier caldi affida proprio alla riforma delle istituzioni il compito di essere il terreno minimo di intesa. La riforma diventa, per sottrazione, ciò su cui i BRICS riescono ancora ad accordarsi.
L’architettura del discorso è nitida. Una premessa e quattro punti. La premessa è la frase che regge tutto l’edificio: gli Stati membri delle Nazioni Unite si incontrano «come pari sovrani», e questo — precisa Jaishankar — «non è soltanto un principio, ma il fondamento di un multilateralismo credibile». La formula merita attenzione, perché contiene già la tesi politica dell’intero intervento: l’eguaglianza sovrana non è retorica ONU, è il criterio con cui misurare la legittimità delle istituzioni esistenti. Se il Consiglio di Sicurezza tratta alcuni Stati come più sovrani di altri, allora è il Consiglio a violare il principio fondativo, non chi ne chiede la riforma.
Il primo punto è la riforma delle Nazioni Unite, con al centro il Consiglio di Sicurezza. La membership è cresciuta enormemente mentre «le strutture chiave continuano a riflettere un’epoca precedente», e chiede l’espansione in entrambe le categorie — membri permanenti e non permanenti — con rappresentanza di Asia, Africa e America Latina. Qui la posizione indiana è trasparente e di lungo corso: Nuova Delhi rivendica da anni un seggio permanente, e lo fa presentando la propria domanda come una questione di rappresentatività continentale, non di ambizione nazionale. La mossa retorica è efficace: chi potrebbe opporsi al fatto che tre continenti abitati da miliardi di persone siano sotto-rappresentati nell’organo che decide di guerra e pace?
Il secondo punto è più tecnico, e proprio per questo più rivelatore. C’è un progresso nei metodi di lavoro del negoziato intergovernativo e reclama il passaggio ai «text-based negotiations», i negoziati su testo. Chi conosce la meccanica ONU sa cosa significa. Da decenni la riforma del Consiglio è bloccata in una fase di dichiarazioni generiche proprio perché non esiste un testo unico su cui votare: finché si discute di principi, tutti concordano; nel momento in cui si mette nero su bianco chi entra e con quali poteri, il consenso evapora. Chiedere il testo significa chiedere di forzare il nodo. È la richiesta più concreta e più conflittuale del discorso, travestita da aggiornamento procedurale.
Il terzo e il quarto punto spostano il baricentro dal politico all’economico: riforma dell’architettura finanziaria internazionale e rafforzamento del sistema commerciale multilaterale. Le banche multilaterali di sviluppo devono «mobilitare risorse su scala», la finanza per lo sviluppo e per il clima deve diventare più accessibile, il commercio deve restare «basato su regole» con l’OMC al centro ma correggendo le «asimmetrie» a danno dei Paesi in via di sviluppo. Sono i temi su cui i BRICS hanno maggiore coesione, perché toccano interessi materiali condivisi indipendentemente dalle divergenze geopolitiche.
Parola chiave: multilateralismo riformato
Il concetto attorno a cui ruota l’intero intervento è quello di reformed multilateralism, «multilateralismo riformato». Non è un’espressione neutra. La linea indiana rifiuta esplicitamente due estremi. Da un lato, la difesa acritica dello status quo occidentale, quello degli organismi disegnati nel 1945 e mai realmente ritoccati. Dall’altro — ed è il punto decisivo — il loro abbandono a favore di nuove istituzioni sostitutive. L’India non vuole demolire l’ONU per costruirci accanto un ONU dei BRICS. Vuole entrare nella stanza dei bottoni di quella esistente.
Questa è una scelta di campo dentro il campo multipolare, non fuori di esso, ed è una scelta che rivela una faglia interna al mondo emergente. Vi è una corrente, riconducibile a una parte del pensiero russo e cinese, per cui le istituzioni del 1945 sono strutturalmente egemoniche e vanno affiancate — se non superate — da architetture parallele: la Nuova Banca di Sviluppo, i sistemi di pagamento in valute nazionali, i fori regionali. Vi è invece la corrente indiana, riformista e istituzionalista, che scommette sulla conquista dall’interno. Le due strategie non sono identiche, e la scelta tra esse è forse la questione teorica più importante che il multipolarismo abbia oggi di fronte a sé. Chi sostiene la via riformista teme che le istituzioni parallele finiscano per frammentare il Sud globale in blocchi rivali; chi sostiene la via alternativa replica che riformare dall’interno significa accettare le regole di chi controlla la porta.
Il discorso di Jaishankar prende posizione senza dirlo. Quando ribadisce che l’OMC deve restare «al centro» del sistema commerciale, o che la riforma va perseguita «con la partecipazione di tutti» attraverso «dialogo, cooperazione e composizione delle differenze», sta scegliendo la grammatica dell’inclusione istituzionale contro quella della rottura. È coerente con la tradizione strategica indiana della multi-alignment: stare dentro tutti i tavoli, non chiuderne nessuno, trasformare la posizione di ponte in leva negoziale.
Una contraddizione e il punto chiave della sovranità
Qui va detto ciò che il discorso, per sua natura diplomatica, non può dire. La strategia del multilateralismo riformato porta con sé una contraddizione che nessuna abilità retorica dissolve. Le istituzioni di cui si chiede la riforma sono controllate, nelle loro leve decisive, proprio dagli attori che dalla riforma avrebbero più da perdere. Il Consiglio di Sicurezza si modifica solo con il voto di due terzi dell’Assemblea e la ratifica di tutti e cinque i membri permanenti, ciascuno dotato di veto. Chiedere ai cinque di votare la propria diluizione è chiedere a un monopolista di legiferare la propria concorrenza.
Il richiamo ai «text-based negotiations» è il punto in cui questa contraddizione affiora. Il negoziato è impantanato non per carenza di buona volontà procedurale, ma perché almeno un membro permanente — e non solo uno — ha interesse a mantenerlo tale. La Cina, in particolare, ha storicamente frenato ogni ipotesi di seggio permanente per l’India, e la sua assenza dal tavolo di Nuova Delhi — il ministro Wang Yi rappresentato dall’ambasciatore per via della visita di Stato di Trump a Pechino — è essa stessa un dato geopolitico. Il blocco dei BRICS non è un soggetto unitario: al suo interno si annida esattamente la rivalità che rende improbabile ciò che il presidente di turno reclama. Un membro del club aspira al seggio; un altro membro del club è tra coloro che glielo negano.
Il riformismo multilaterale funziona meno come programma realistico e più come dispositivo di legittimazione, serve a occupare la posizione morale alta — chi può dirsi contrario a istituzioni «più democratiche, rappresentative ed eque»? — e a scaricare sull’immobilismo altrui la responsabilità del mancato cambiamento. Ogni anno in cui la riforma non avviene rafforza l’argomento di chi sostiene che il sistema è irriformabile, e quindi indirettamente legittima la costruzione di alternative. In questo senso la via riformista e la via alternativa non sono soltanto rivali, perché la prima produce, col proprio fallimento reiterato, il carburante politico della seconda.
Un secondo elemento merita di essere isolato, perché segna la distanza tra la concezione indiana e quella liberale occidentale della governance globale. Il multilateralismo riformato viene ancorato al «rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale», all’«aderenza al diritto internazionale» e al «riconoscimento delle diverse circostanze nazionali». La formula «diverse national circumstances» è la chiave. È il rifiuto pacato ma fermo dell’universalismo normativo: l’idea che esista un unico modello di buon governo, di diritti, di sviluppo, valido per tutti e legittimamente esportabile.
Contro quel modello, il discorso oppone una governance fondata sulla pluralità dei percorsi nazionali. Non è relativismo: è la posizione classica di chi legge l’ordine internazionale attraverso la lente della sovranità e della civiltà, più che attraverso quella dei valori universali. Ed è forse il punto di maggiore convergenza reale tra i BRICS, al di là delle divergenze sulle strategie istituzionali. Che si scelga la via riformista o quella alternativa, il presupposto condiviso è che il mondo emergente non accetta più di essere valutato secondo criteri fissati altrove. La governance del futuro sarà negoziata tra soggetti che non riconoscono un centro normativo unico. Questo, e non la riforma di questo o quell’organismo, è il vero contenuto multipolare del discorso.
Realizzabilità
Che indicazioni trarne per i mesi a venire? Alcune, con i dovuti margini di incertezza. È altamente probabile che il vertice dei capi di Stato di settembre confermi la linea del multilateralismo riformato come cornice ufficiale del blocco, perché è la posizione di minimo comune denominatore su cui anche i membri più divergenti possono firmare. È improbabile, invece, che dal fronte della riforma del Consiglio di Sicurezza emerga un progresso sostanziale: i vincoli strutturali — potere di veto, rivalità sino-indiana, disinteresse dei permanenti — restano intatti, e nessun elemento del discorso lascia intravedere che siano stati sciolti.
Più promettente, sul piano dei risultati concreti, è il binario economico-finanziario. È qui che i BRICS hanno margine d’azione autonomo, perché non dipendono dal consenso dei membri permanenti dell’ONU per muoversi: pagamenti transfrontalieri, uso delle valute nazionali negli scambi, rafforzamento delle banche di sviluppo sono terreni su cui il blocco può costruire senza chiedere permesso. Il paradosso finale è istruttivo: mentre la riforma delle istituzioni universali resta bloccata dalla loro stessa struttura di potere, la trasformazione avanza per via laterale, nei circuiti economici che quelle istituzioni non controllano. La riforma «necessaria» di cui parla Jaishankar procederà, con ogni probabilità, non riformando ma aggirando.
È la lezione che il multipolarismo dovrebbe trarre da questo discorso. La forma è quella dell’appello riformista; la sostanza, letta contro la meccanica reale del potere, è quella di una lenta migrazione del baricentro fuori dagli edifici che si dice di voler riformare.
«Reform is overdue», ha detto il ministro. Ha ragione. Ma le riforme scadute, nella storia delle istituzioni, raramente arrivano dall’interno e piuttosto arrivano quando all’esterno è cresciuto abbastanza peso da rendere l’interno irrilevante.


